“sPOSTati un po’ più In LA” – “Gran Torino”
Maggio 20th, 2013 in Reports by Carolina Piola

“Gran Torino” – Jamie Cullum, C. Eastwood (2008)
A soli 20 anni, grazie a un talento pianistico e interpretativo
di tutto rispetto, il giovane Jamie Cullum firma il suo debutto discografico facendosi da subito apprezzare da pubblico e critica.
Il primo album dal titolo “Heard it all before”, totalmente autoprodotto e uscito nel ‘99 sotto il nome di “Jamie Cullum Trio”, mostra una forte padronanza da parte del giovane di un genere complesso e composito come il jazz, nonché dello strumento a cui si affida per veicolare la propria musica e presto diventa un caso grazie all’immenso potere del passaparola.
In poco tempo, dopo un secondo album, quando il talento di Cullum è ormai qualcosa di certo, si scatena un’asta agguerrita tra le principali case discografiche per accaparrarselo; ad avere la meglio è la Universal che nel 2003, portando Cullum nella propria scuderia, pubblica “TwentySomething”.
Capace di dominare diversi stili in un continuo “crossover” tra jazz, power-pop, soul, pop-swing e altro ancora, Cullum fa dell’album uno strepitoso successo, assicurandogli addirittura la qualifica di “album inglese di jazz più venduto di tutti i tempi”.
La carriera, in continua ascesa, lo porta a collaborare nel 2005 con Allen Toussaint, e Guy Chambers – lo storico co-autore di Robbie Williams – in occasione dell’album “Catching Tales”, dove figurano anche interessanti e originali reinterpretazioni di alcuni standard di Gershwin.
Ma – e qui arriviamo al brano in questione – nel 2008 la musica di Cullum va ancora oltre. Il regista Clint Estawood, noto appassionato di jazz e soprattutto ottimo musicista, colpito e affascinato dalle capacità del ragazzo, decide di chiamarlo: prima per esibirsi a Monterey, poi per chiedergli di partecipare alla realizzazione della colonna sonora del suo nuovo film. Insieme a Eastwood, Cullum compone niente di meno che la title-track del film, intitolata proprio “Gran Torino”. Il brano davvero degno di nota, è accompagnato da un’interpretazione magistrale di Cullum e la colonna sonora degna al cento per cento di affiancare il film nella sua corsa al successo. Nomination per il Golden Globe e l’Oscar, travolgono Cullum in una nuova parentesi di popolarità e lo allontanano per un po’ dalle pubblicazioni. Nel 2009 però ritorna con “The Pursuit” dando spazio a tutto tondo alle proprie contaminazioni di matrice più contemporanea, sperimentando nuovi suoni e allo stesso tempo continuando a spaziare, come è solito soprattutto fare durante i live, tra più generi.
Ora, a distanza di quattro anni, l’artista ormai 34enne, sposato e con due figli, torna con “Momentum”, anticipato dal singolo “Everything we didn’t do”. L’album in uscita il 21 maggio nasce, secondo quanto racconta Cullum, da una presa di coscienza dettata dalla necessità di “tracciare una linea di demarcazione tra passato e futuro”, dall’esigenza di mettere per iscritto, in questo caso verrebbe da dire su pentagramma, “quel passaggio dal periodo della giovinezza a quello dell’età adulta”.
Chissà se il maturo e riflessivo Cullum sarà capace di stupire ancora una volta…Le premesse sembrerebbero esserci, ma in attesa di ascoltare i nuovi dieci inediti e scoprire se tra questi si nasconde una nuova “Gran Torino”, emozioniamoci ancora una volta riascoltando la sua bellissima storia.
Nota in più: “Gentle now/A tender breeze /Blows/ Whispers through The Gran Torino/ Whistling another/ Tired song/ Engines humm/ And better dreams/ Grow/ Heart locked/ In a Gran Torino/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long/ It beats/ A lonely rhythm/ All night long”
In tempi di Spotify è difficile dire se un tour serve a promuovere un nuovo cd o se dall’album un artista trae nuove canzoni per rendere più brillante il concerto. Ad ogni modo 









, forse un po’ frustrato dal mood rilassato e dalla relativa staticità del pubblico sparso sul prato del Gru Village alle porte del capoluogo piemontese. Sul palco, al contrario, c’è parecchio dinamismo: come si conviene al nuovo sound dei dEUS, quello messo a punto tre anni fa con “Vantage point” e rivisitato, almeno in parte, nel nuovo “Keep it close” che uscirà a fine settembre. Molto groove e ammiccamenti frequenti ai ritmi squadrati da dancefloor mescolati alle tinte tenebrose, al rock a fior di pelle e al gusto melodico che sono le specialità della band di Anversa, esemplificate subito in apertura dall’inedita “Second nature”. “Slow”, da “Vantage point”, e “Sun Ra”, da “Pocket revolution”, rimarcano il clima della serata: ritmi robotici (nel primo caso) e atmosfere apocalittiche, amplificate nella seconda dai vocalizzi animaleschi del chitarrista Mauro Pawlowski; scariche elettriche e paesaggi lividi dipinti da chitarre e tastiere con il plus del violino stridente di Klaas Janzoons. Giubbotto di pelle e maglietta a righe orizzontali, sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico. E’ una musica che attinge da molteplici fonti restando decisamente personale, quella del quintetto belga: l’antica “Fell off the floor, man” è quasi recitata, “The architect” riporta in primo piano la cassa in quattro, il nuovo singolo “Constant now” asseconda il versante più pop e orecchiabile della loro musica. Con le ballate “Smokers reflect” e “Instant street” (Tom alla chitarra acustica) sale il volume degli applausi, mentre “If you don’t know what you want” è puro rock’n'roll alla Stooges e “Theme from turnpike” una colonna sonora di atmosfera waitsiana rinforzata da un fragoroso campionamento. Il concerto è anche un work in progress, perché quando è la volta di un altro brano nuovo e poppeggiante, “Ghosts”, Barman invita i presenti a non postarlo su YouTube (“é soltanto la seconda volta che la suoniamo!”). “Volete più rumore? Eccovi un pezzo dark e rumoroso” dice introducendo “Bad timing”, asso nella manica dell’ultimo repertorio della band, con quell’inquietante e ossessivo riff in loop che Pawlowski produce alla chitarra per tutta la sua durata mentre intorno si sviluppa un crescendo di irresistibile intensità drammatica. E’ il climax del set, chiuso dopo un’ora e un quarto dalle note malinconiche di “Serpentine”. Per i bis Barman si presenta adrenalinico e alquanto su di giri, mentre i dEUS si lanciano nel riff lugubre e ossessivo di “Favourite game” e subito dopo nei ritmi tribali di un altro estratto da “Keep it close”, “Dark sets in”. Chiudono con “Suds and soda”, il loro biglietto da visita di diciassette anni fa, riversando sulle nostre orecchie un’altra cascata di decibel (controllati) e di psichedelia. Ancora avvincenti, belli da vedere e da ascoltare, assolutamente in controllo dei loro mezzi. Tutt’altro che “bolliti”, meritano rispetto e attenzione. Chi in questi ultimi anni li ha trascurati, ci ripensi.



















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