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Live Report: Metallica @ Stadio Friuli, Udine 13/05/12

Maggio 14th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Una cosa è certa, i Metallica, dal vivo, hanno ancora molto da dare e da dire: convocati i loro fans in massa per un set dal sapore celebrativo, la band non delude le attese, come dimostra la presenza trasversale e quasi ecumenica di ragazzini eccitati e rockers decisamente più attempati. Ma andiamo con ordine.
Liquidati con relativa indifferenza i Gojira, penalizzati certo dall’orario, dal venticello gelido che spazza le tribune del Friuli ma anche, e soprattutto, dall’oggettiva difficoltà di esibirsi di fronte a una platea intervenuta quasi esclusivamente per il main act, salgono sul palco i Machine Head, quando ancora le luci del giorno sono alte. Con loro, però, l’accoglienza è diversa: Rob Flynn e soci si esibiscono in un set ridotto all’osso, che lascia fuori molti dei classici (“Davidian”, “Old”, “Ten ton hammer”) per concentrarsi sull’ultimo lavoro “Unto the Locust”. La platea risponde con entusiasmo fanatico, mentre i Machine Head spazzano via ogni dubbio sulla loro capacità di reggere uno stadio. I volumi sono terrificanti, come del resto i riff della band americana, Rob non si risparmia e la band pure, e ci si domanda come i Metallica potranno superare la carica adrenalinica di anthem come “Locust”, “Who we are”, o la monumentale “Halo”.<br>
La cornice dello stadio Friuli finisce intanto di riempirsi: saranno quasi quarantamila le presenze, con una rappresentanza folta di fans da tutt’Europa. La tensione è nell’aria, l’attesa si fa snervante. Le note registrate di “Long way to the top” annunciano l’approssimarsi dell’evento. “L’Estasi dell’oro” di Morricone, accompagnata dalle immagini di “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, apre come da tradizione il concerto dei Metallica, accolti con un’ovazione possente da tutto lo stadio. Il tempo di aggiustare i suoni con “Hit the lights”, dall’album di esordio “Kill ‘em all”, e James, Lars, Kirk e Robert sono nel pieno controllo della situazione: “Master of puppets” coinvolge letteralmente tutti, anche in tribuna stampa, con il pubblico sul prato che sembra agitarsi in una bolgia dantesca ruggendo il ritornello ai comandi di James.
Hetfield sembra in piena forma, abbigliato in un look che, se James non fosse l’animale da palco che è, sarebbe di un improbabile kitch anni Ottanta, con il classico gilet di jeans consunto e ricoperto di pezze di band heavy metal, come si usava allora tra i fans del genere. La band è affiatata, consapevole della sua forza, e “Fuel” fila via con la presa che ci si attende, per scatenare di nuovo i fans sulla classicissima “For whom the bell tolls”.
Non altrettanto si può dire dell’inedita “Hell and back”: è evidente che i fans sono qui per celebrare i classici, e il lavoro più recente non riscuote l’entusiasmo.<br>
Il concerto è dedicato al “Black album”, introdotto da un bel video che celebra la band dai suoi esordi alla formazione attuale, non trascurando di sciorinare i numeri di quello che fu uno dei tour più memorabili della storia del rock: trecentotrenta date, sei milioni di biglietti venduti, per il tour dello Snake pit, l’anello in cui veniva concesso a pochi fortunati fans di seguire la band praticamente dall’interno del palco. Intanto “The struggle within”, “My friend of misery”, “The god that failed” scivolano via senza troppi cali di tensione, mentre “Of wolf and men” rilancia l’entusiasmo che torna a coinvolgere tutti sulla classica “Nothing else matters”. A devastare la platea arriva una possente “Don’t tread on me”, seguita in un crescendo senza sosta da “Wherever I may roam” e “The unforgiven”, che testimoniano senza ombra di dubbio quanto la miscela di capacità creativa, tecnica, professionalità di James, Lars e soci sia esplosiva e coinvolgente. “Holier than thou” è forse un po’ troppo intimista per uno stadio, ma introduce a dovere la storica “Sad but true”, seguita da “Enter sandman”, cantata a squarciagola da tutto lo stadio Friuli, mentre i tecnici della band non risparmiano effetti speciali, botti e fuochi d’artificio.<br>
E’ l’ora dei bis, e la band può lasciare i territori relativamente ristretti del Black album per sparare a zero sulla folla visibilmente in estasi tre classici d’altri tempi: “Battery”, eseguita con una carica e una violenza degna dei tempi eroici dell’heavy metal, “One”, con la band quasi invisibile tra raggi laser ed esplosioni, e “Seek and Destroy”, un classico brano corale sempreverde, nonostante o, più probabilmente, proprio grazie ai suo trent’anni.
Insomma, l’età avanza ma i Metallica sono sempre più come un buon vino: invecchiando migliorano.

(i.f. – d.c.)

Setlist:

“Hit the lights”
“Master of puppets”
“Fuel”
“For whom the bell tolls”
“Hell and back”
“The struggle within”
“My friend of misery”
“The God that failed”
“Of wolf and man”
“Nothing else matters”
“Don’t tread on me”
“Wherever I may roam”
“The unforgiven”
“Holier than thou”
“Sad but true”
“Enter sandman”

Encore:
“Battery”
“One”
“Seek & Destroy”

Live Report: Ac/Dc @ Stadio Friuli Udine 19/05/10

Maggio 19th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

E sono tre. Dopo le due date sold-out del marzo 2009 al Forum di Milano, che sancirono il ritorno degli Ac/Dc in Italia dopo otto anni di assenza, la band australiana torna nel Belpaese e lo fa in una location che negli ultimi tempi sta ospitando numerosi eventi musicali degni di rilievo (su tutti i concerti di Bruce Springsteen e Coldplay lo scorso anno): lo stadio Friuli di Udine.

Quella friulana è l’unica esibizione italiana della nuova tranche del “Black ice tour”, partita il 14 maggio da Sofia e che si concluderà il 28 giugno a Bilbao.

Un primo assaggio della partecipazione massiccia di pubblico lo si può avere già in autostrada con gli autogrill verso Udine pacificamente “presi d’assalto” dai fan di Angus Young e soci, in arrivo da tutta Italia e non solo (effettivamente Austria e Slovenia sono dietro l’angolo) e con le code ai caselli.

Sono le 19 quando ci si piazza nella tribuna stampa del Friuli: visibilità buona, audio accettabile.

Il primo a salire sul palco è Maurizio Solieri: il chitarrista di Vasco, fresco di pubblicazione del suo primo album solista “Volume 1”, intrattiene il pubblico (già folto) con un sound decisamente aggressivo e “chitarroso” che trova un’ottima accoglienza tra i rockers delle prime file. Non va altrettanto bene a Le Vibrazioni. La band di Francesco Sarcina viene accolta da una bordata di fischi, lancio di oggetti e cori che invitano senza troppi complimenti a togliere il disturbo: evidentemente non sono la spalla giusta per il pubblico degli Ac/Dc. Serve Pino Scotto per risollevare il destino delle Vibrazioni e rimettere in carreggiata un’apertura altrimenti destinata al disastro. E al grido di “Rock n’ roll” dei Led Zeppelin lo stadio si rianima come si deve per qualche minuto. La palla torna poi al gruppo milanese, evidentemente in cerca di una bella conferma dal pubblico rock che però ancora fatica a digerirli (vallo a spiegare a gente che ha ancora nelle orecchie “Giulia” che hai imbracciato la via del rock). Quattro pezzi e i ragazzi delle Vibrazioni lasciano lo stadio malconci come dopo aver perso per tre a zero. Le luci si accendono e la locomotiva Ac/dc si scalda.

Quando i riflettori si spengono una serie di emozioni vengono scatenate dalle migliaia di luci rosse “cornute”, da un boato incredibile e dalla proiezione del prologo a cartoon con Angus Young che lancia il treno degli Ac/Dc a tutta velocità per una serata di puro rock’n'roll. Il chitarrista compare dalla lingua che taglia in due la platea sovrastata dall’immenso palco dominato, oltre che dalla ormai consueta locomotiva, anche da due berretti da “scolaretto” manco a dirlo cornuti a dovere e con una bella “A” al centro, che campeggiano sulle due torri degli amplificatori.

Si comincia, ovviamente, con “Rock’n'roll train” tratta dall’ultimo lavoro “Black ice” ma già ben conosciuta ed apprezzata dal pubblico seguita a ruota da “Hell ain’t a bad place to be” e dalla celeberrima “Back in black” che trasforma il Friuli in una bolgia assordante. Stiamo parlando di quel pezzettino di storia del rock che segnò il ritorno degli Ac/Dc dopo la morte di Bon Scott, mica pizza e fichi: c’è gente che c’è cresciuta con questa roba.

Brian Johnson alla voce e Angus alla chitarra sono i grandi protagonisti dello show, i due sono scatenati e tra loro c’è un affiatamento davvero splendido.

Big Jack” è il secondo estratto dall’ultimo lavoro e precede una “Dirty deeds done dirt cheap” quasi ringhiata da Johnson e “Shot down in flames”.

E se tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, tra l’Ac e il Dc c’è un fulmine che risponde al nome di “Thunderstruck” e che fa brillare i fumogeni (ebbene si) di una platea già in fiamme per conto suo. E’ poi il turno della titletrack di questo tour, “Black ice” e mentre la band prende un attimo di respiro (poco), sul blues storico di “The Jack” Angus improvvisa uno spogliarello: via la giacca, via la cravatta, via la camicia e…giù i pantaloni per mostrare orgoglioso i suoi boxer marchiati Ac/Dc! Questo è rock’n'roll guys ed il pubblico impazzisce definitivamente prima di prendere la rincorsa insieme a Johnson che parte da lontano per suonare la campana forgiata all’inferno: “Hells bells” e tanti saluti alle mamme a casa che aspettano i propri angioletti di ritorno dal concerto. Riff potenti e sound inconfondibile sono il marchio di fabbrica della band che senza pause lancia la volata all’ultima parte del set con quella “Shot to trill” che recentemente abbiamo sentito al cinema per il nuovo capitolo della saga di Iron Man. E non è un caso che venga seguita a ruota proprio da “War machine”, ultimo pezzo tratto da “Black ice”. E qui la scaletta prende l’unica deviazione rispetto alle date milanesi dell’anno scorso, mettendo sul piatto la storica “High voltage”. Scelta azzeccata vista “l’alta tensione” che permea la totalità dello stadio che non smette di incitare i propri idoli senza sosta, i quali ricambiano fomentando ancora di più tutti i presenti, dal prato agli spalti, sganciando bombe come “You shook me all night long”. E qui vi invitiamo ad immaginare che effetto può fare sentire quarantacinquemila persone cantare lo stesso inno rock.

La dinamitarda “T.N.T.” apre la tripletta finale completata dalla grintosa e veloce “Whole lotta Rosie” (con la gigante bambolona gonfiabile che irrompe sul palco per tenere il tempo e dar manforte ai suoi ragazzi) e dalla micidiale invocazione “Let there be rock”. Sullo schermo passano anni di storia degli AcDc concentrati in poche immagini, le cover degli album che hanno reso questa band la leggenda che è oggi fino al logo puro e semplice: bianco su nero. “Ma Tchaikovsky sapeva” e disse: che sia il rock. E, in un tripudio di luci e di colori, su un assolo torrenziale di un Angus Young madido di sudore che viene assunto in cielo mentre vengono sparati in aria coriandoli di festa, il rock fu.

Meritata pausa. Ma le braci dell’inferno non si sono ancora spente ed il demone Angus Young (che si dota di apposite corna rosse) spunta da sotto il palco per riaccendere le fiamme con la leggendaria “Highway to hell” e per la conlcusiva “For those about to rock” che rende omaggio all’incredibile platea friulana e permette alla band di prendere congedo nel migliore dei modi dopo due ore intense, con Brian Johnson che sfodera la maglietta della nazionale italiana. E’ proprio il caso di definirla una chiusura col botto, viste le “bombe” sparate dalle decine di cannoni piazzati sul palco ed ai lati ed i fuochi d’artificio che suggellano due ore da non dimenticare.

Alla fine sono sempre i Monsters Of Rock a impartire la lezione: raro vedere un concerto così carico, raro vedere un pubblico così instancabile e fedele, raro vedere qualcosa di così tamarro, ma dannatamente divertente.

(Ercole Gentile / Marco Jeannin)

TRACKLIST:

Rock n’roll train”

Hell ain’t a bad place to be”

Back in black”

Big Jack”

Dirty deeds done dirt cheap”

Shot down in flames”

Thunderstruck”

Black ice”

The Jack”

Hells bells”

Shoot to thrill”

War machine”

High voltage”

You shook me all night long”

T.N.T.”

Whole lotta Rosie”

Let there be rock”

Encore:

Highway to hell”

For those about to rock”

La E Street Band è una famiglia, parola di Little Steven

Luglio 17th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Chitarrista storico della E Street Band di Bruce Springsteen (ovviamente sarà sul palco di Roma, Torino e Udine), attore della serie tv “I Soprano”, conduttore radiofonico e discografico (ha fondato l’etichetta Wicked Cool), Steve Van Zandt in arte Little Steven racconta – in un’intervista al quotidiano Repubblica – di quanto gli piaccia far parte di qualcosa di grande senza esserne il protagonista:
Ho avuto anche la mia carriera solista, ma in fondo non mi piace essere in primo piano. Preferisco essere il secondo, il braccio destro, è il ruolo che intrerpreto meglio, sia ne I Soprano sia al fianco di Springsteen. La E Steet Band ormai è la mia famiglia, siamo sempre noi, siamo sempre in giro e cerchiamo di invecchiare con dignità suonando rock’n'roll. Mi diverto ancora un sacco a suonare con Springsteen. E’ una favola piuttosto bella“.

Aspettando Springsteen in Italia: le foto

Luglio 17th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Le foto più significative della carriera del boss live e in studio su Rockol.
Nei prossimi giorni pubblicheremo invece una selezione di scatti e video dai concerti di Bruce Springsteen a Roma, Torino e Udine.

Music Reporters by Rockol
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