Live Report: Green Day @ Arena, Rho (Mi) 24/05/13
Maggio 25th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Uno show cancellato causa diluvio (Venezia, Heineken 2010), un altro per i noti “motivi di salute” riguardanti Billie Joe (I-Day, Bologna 2012), e, infine, uno portato a termine, sì, ma in segreto, a sorpresa, un giorno prima della data milanese in un piccolo circolo in città (Ohibò, 2013), giusto per tirare le gole ancora di più a chi li attende da anni con la bava alla bocca. Abbiamo sudato per vedere i Green Day su un palco, non c’è che dire; a questo punto ce li siamo quasi meritati. Credo che un po’ l’abbiano pensato tutti a Rho: finalmente! Finalmente vedremo i tre all’opera. Tre che poi sono diventati quattro e sul palco si presentano in sei. Finalmente la rehab ha dato i suoi frutti. Finalmente il meteo… beh quello ancora qualche problema lo sta dando: per quanto su Rho verso sera splenda il sole, la temperatura passa ragionevolmente in fretta da mite a frescolina. Otto gradi che incideranno in qualche modo sullo show, nel bene e nel male. Uno show che prende il via puntualissimo alle nove: “Blitzkrieg bop” dei Ramones introduce come da tradizione il coniglione rosa sbronzo che, barcollando sul palco, aizza la folla sparando un paio di magliette. “Hey, oh! Let’s go”: “99 Revolutions”.
Tanta gente, tante ragazzine indiavolate, tanti teenagers con la maglietta del tour nuova fiammante; tante le famiglie. Ce ne sono nel Pit come nelle prime file a ridosso, pacifiche e beate, pronte a godersi lo spettacolo con giovanissima prole al seguito. Punk? Di quelli poco e niente. “Know your enemy” si fa apprezzare per il bell’assolo di Billie Joe e la tiratina finale. Cori fin da subito, gente chiamata sul palco dopo neanche dieci minuti: la prima è una ragazza travestita da suora “lanciata” letteralmente sulle prime file; “The flying nun”… Un bel clima di delirio dunque già in partenza per un inizio col botto: band lanciata, Billie Joe che si prende la scena e catalizza l’attenzione, un po’ perché è lui il mattatore, il frontman, un po’ per la semplice curiosità di vederlo in azione. Dopo il “tagliando”, in pratica, lo stiamo un po’ tutti testando. Ci è o ci fa? Entrambe le cose, probabilmente. Meglio così. E’ comunque in serata: “Stay the night” è accompagnata da una sequela di “Viva l’Italia!”, dallo sventolio di tricolori, da “Vi amo”, e tanti, troppi cori chiamati dal palco. Tutti pezzi che sfumano in lunghe code, già a questo punto un po’ fuori luogo (quantomeno non troppo adatte ad un inizio di concerto). “Stop when the red lights flash” e “Letterbomb” proseguono su questa strada: speech (“C’è una cosa di cui tutti dovremmo essere grati: siamo vivi”), pezzo, nuova coda, cori. Billie Joe si siede, mezzo sconvolto per la bella reazione del pubblico italiano. Bella certo, ma il gioco è altrettanto bello quando dura poco e, sinceramente, la faccenda sta degenerando, tant’è che il continuo incitare ad alzare i pugni e a sfinirsi le ugole, porta il Nostro a non avere più fiato per le canzoni. “Oh love” si apre con un bel “Milanoooooo” che, fortunatamente, sblocca la situazione (a tratti surreale) e lancia la parte centrale del set; una sezione più asciutta e diretta, con meno “show” e maggior attenzione ai pezzi (migliori). I “solo” di chitarra vengono devoluti a terzi, e ci si concentra sulla forma a tre basso/batteria/chitarra; in pratica i Green Day.
“Holiday” e “Boulevard of broken dreams” arrivano spedite e scatenando il singalong (bello) dell’arena concerti: inchino alla platea, e possibilità di tirare il fiato. E magari qualche considerazione extra, arrivati come siamo ad un terzo dello show. Ad esempio che l’audio non è dei migliori. Un problema che si protrarrà fino alla fine con picchi di “eccellenza” verso i tre quarti, ma che nei fatti, non inciderà per nulla sulla ricezione che buona parte della platea (i giovanissimi) avranno dello spettacolo. Ad una “Stray heart” a dire il vero abbastanza anonima, segue uno dei pezzi top della serata, “Bornout”. Old school, pezzo secco e apprezzato dai (pochi) fan di vecchia data chiamati a raccolta. “Geek stink breath”? Un bel pezzo, davvero, ma solo per chi la sa cantare. A questo punto è tempo di request; il momento Springsteen, per così dire. “Only of you”, direttamente dal passato profondo, seguita a ruota da una esplosiva F.O.D. e dalla chicca della serata, “2000 light years away”, opening track di quel “Kerplunk” datato 1992 che oggi sembra più lontano che mai. Il pezzo è accompagnato nuovamente da una coda finale (roba da tangenziale) che apre alla seconda chicca in fila, “Knowledge”, cover degli Operation Ivy. Sax sul palco, mentre Billie Joe invita un ragazzo delle prime file ad imbracciare la sua sei corde per portare a casa il pezzo: “ho bisogno del miglior chitarrista in Italia”. Detto fatto: il prescelto è un ragazzotto in gamba che sa tenere il palco come un veterano. L’esperimento è un successo, tanto da concludersi con il più lieto dei finali: la sentenza di Billie Joe è un clamoroso “puoi tenerti quella chitarra”. Già, hai vinto una chitarra bello mio, adesso puoi metterti le mani nei capelli (verdi). “When I come around” e la cover di “Higway to hell” degli AC/DC sono l’inizio della seconda parte, chiamiamolo il lato B, del main set. Un lato B di nuovo più incentrato sullo show che sulla musica in senso stretto. Per dire: ottima “Brain stew” nonostante l’idea malsana di spruzzare con il cannone spara acqua le prime file, manco fossimo ad agosto sotto il sole. Siamo a maggio e si gela; questa mattina hanno sospeso il giro d’Italia per neve. Meglio sparare di nuovo qualche maglietta o srotolare, con un aggeggio costruito ad hoc (una motosega adattata?), strisce di carta igienica sulla gente, il tutto accompagnato da una pioggia di olè. Tanti olè. Troppi olè. St. Jimmy arriva a rimorchio, così come la storica “Longview” che inaugura ufficialmente il momento “Dookie”. I bassi a questo punto hanno superato di parecchio il livello di guardia, l’Arena è avvolta da una pasta sonora indecifrabile, ma l’attenzione è rivolta alla ragazza chiamata a portare a casa il pezzo: stonata, emozionata, meravigliosa. “King for a day” vede la band presentarsi sul palco in costume (chi da pirata, chi da Wally di “trova Wally”, chi con parrucca, baffi e occhialoni), e permette a Tre Cool di prendersi il suo momento di gloria, microfono tra le mani. Bolgia e caciara goliardica che sfuma in un piccolo medley di “Shout” / “(I can’t get no) Satisfaction”/ “Hey Jude”, accennato da una band al completo sdraiata sul palco. Un momento di pace prima del finale con “X-Kid” e, soprattutto, “Minority”. L’audio sembra essersi leggermente ripreso, così come gli entusiasmi di un po’ tutti quelli davanti al palco. Assolo finale, fisarmonica e armonica pervenute chiare e tonde così come la doppietta di bestemmioni al fulmicotone che il buon Billy, ormai in piena trance da live, elargisce con gioia alle famigliole accorse al concerto dei Green Day. Immagino i commenti. Fatte poi le presentazioni (all’appello mancava solo il buon Mike Dirnt, a dire il vero un po’ in disparte nel complesso) la band dopo due ore filate si ritira, giustamente, nelle retrovie.
Il rientro è quasi immediato e senza andare troppo per il sottile arrivano in fila “American idiot” e la corposa, attesissima “Jesus of Suburbia” che chiude definitivamente i conti con i riff. I saluti arrivano sulle note di “Brutal love” (e indirettamente su quelle di “Bring it on home to me” di Sam Cooke) che permette alle persone di avviare le operazioni di abbandono della location. Sembra finita ma c’è spazio ancora per una sorpresa, forse la più gradita della serata: voce, chitarra e “Good riddance (Time of your life)”. Perché Milano in fin dei conti questo live se l’è meritato. Con i suoi pregi e i suoi difetti (non pochi). Va da sé che ogni live è diverso a seconda di chi lo vive: i più scafati se ne saranno tornati a casa storcendo il naso, i tantissimi ragazzini, accorsi al capezzale dei loro idoli, con gli occhi pieni di lacrime. E’ un qualcosa d’imprevedibile, ma alla fine è giusto che sia così. La speranza è che tutti si siano divertiti.
(Marco Jeannin)
SETLIST
Blitzkrieg bop
99 Revolutions
Know your enemy
Stay the night
Stop when the red lights flash
Letterbomb
Oh love
Holiday
Boulevard of broken dreams
Stray heart
Burnout
Geek stink breath
Only of you
F.O.D.
2000 light years away
Knowledge
When I come around
Highway to hell
St. Jimmy
Longview
Basket case
She
King for a day
Shout / (I can’t get no) Satisfaction / Hey Jude
X-Kid
Minority
ENCORE
American idiot
Jesus of Suburbia
Brutal love
ENCORE 2
Good riddance (Time of your life)


Si esce leggermente frastornati dal concerto di 



