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Live Report: Green Day @ Arena, Rho (Mi) 24/05/13

Maggio 25th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Uno show cancellato causa diluvio (Venezia, Heineken 2010), un altro per i noti “motivi di salute” riguardanti Billie Joe (I-Day, Bologna 2012), e, infine, uno portato a termine, sì, ma in segreto, a sorpresa, un giorno prima della data milanese in un piccolo circolo in città (Ohibò, 2013), giusto per tirare le gole ancora di più a chi li attende da anni con la bava alla bocca. Abbiamo sudato per vedere i Green Day su un palco, non c’è che dire; a questo punto ce li siamo quasi meritati. Credo che un po’ l’abbiano pensato tutti a Rho: finalmente! Finalmente vedremo i tre all’opera. Tre che poi sono diventati quattro e sul palco si presentano in sei. Finalmente la rehab ha dato i suoi frutti. Finalmente il meteo… beh quello ancora qualche problema lo sta dando: per quanto su Rho verso sera splenda il sole, la temperatura passa ragionevolmente in fretta da mite a frescolina. Otto gradi che incideranno in qualche modo sullo show, nel bene e nel male. Uno show che prende il via puntualissimo alle nove: “Blitzkrieg bop” dei Ramones introduce come da tradizione il coniglione rosa sbronzo che, barcollando sul palco, aizza la folla sparando un paio di magliette. “Hey, oh! Let’s go”: “99 Revolutions”.

Tanta gente, tante ragazzine indiavolate, tanti teenagers con la maglietta del tour nuova fiammante; tante le famiglie. Ce ne sono nel Pit come nelle prime file a ridosso, pacifiche e beate, pronte a godersi lo spettacolo con giovanissima prole al seguito. Punk? Di quelli poco e niente. “Know your enemy” si fa apprezzare per il bell’assolo di Billie Joe e la tiratina finale. Cori fin da subito, gente chiamata sul palco dopo neanche dieci minuti: la prima è una ragazza travestita da suora “lanciata” letteralmente sulle prime file; “The flying nun”… Un bel clima di delirio dunque già in partenza per un inizio col botto: band lanciata, Billie Joe che si prende la scena e catalizza l’attenzione, un po’ perché è lui il mattatore, il frontman, un po’ per la semplice curiosità di vederlo in azione. Dopo il “tagliando”, in pratica, lo stiamo un po’ tutti testando. Ci è o ci fa? Entrambe le cose, probabilmente. Meglio così. E’ comunque in serata: “Stay the night” è accompagnata da una sequela di “Viva l’Italia!”, dallo sventolio di tricolori, da “Vi amo”, e tanti, troppi cori chiamati dal palco. Tutti pezzi che sfumano in lunghe code, già a questo punto un po’ fuori luogo (quantomeno non troppo adatte ad un inizio di concerto). “Stop when the red lights flash” e “Letterbomb” proseguono su questa strada: speech (“C’è una cosa di cui tutti dovremmo essere grati: siamo vivi”), pezzo, nuova coda, cori. Billie Joe si siede, mezzo sconvolto per la bella reazione del pubblico italiano. Bella certo, ma il gioco è altrettanto bello quando dura poco e, sinceramente, la faccenda sta degenerando, tant’è che il continuo incitare ad alzare i pugni e a sfinirsi le ugole, porta il Nostro a non avere più fiato per le canzoni. “Oh love” si apre con un bel “Milanoooooo” che, fortunatamente, sblocca la situazione (a tratti surreale) e lancia la parte centrale del set; una sezione più asciutta e diretta, con meno “show” e maggior attenzione ai pezzi (migliori). I “solo” di chitarra vengono devoluti a terzi, e ci si concentra sulla forma a tre basso/batteria/chitarra; in pratica i Green Day.

“Holiday” e “Boulevard of broken dreams” arrivano spedite e scatenando il singalong (bello) dell’arena concerti: inchino alla platea, e possibilità di tirare il fiato. E magari qualche considerazione extra, arrivati come siamo ad un terzo dello show. Ad esempio che l’audio non è dei migliori. Un problema che si protrarrà fino alla fine con picchi di “eccellenza” verso i tre quarti, ma che nei fatti, non inciderà per nulla sulla ricezione che buona parte della platea (i giovanissimi) avranno dello spettacolo. Ad una “Stray heart” a dire il vero abbastanza anonima, segue uno dei pezzi top della serata, “Bornout”. Old school, pezzo secco e apprezzato dai (pochi) fan di vecchia data chiamati a raccolta. “Geek stink breath”? Un bel pezzo, davvero, ma solo per chi la sa cantare. A questo punto è tempo di request; il momento Springsteen, per così dire. “Only of you”, direttamente dal passato profondo, seguita a ruota da una esplosiva F.O.D. e dalla chicca della serata, “2000 light years away”, opening track di quel “Kerplunk” datato 1992 che oggi sembra più lontano che mai. Il pezzo è accompagnato nuovamente da una coda finale (roba da tangenziale) che apre alla seconda chicca in fila, “Knowledge”, cover degli Operation Ivy. Sax sul palco, mentre Billie Joe invita un ragazzo delle prime file ad imbracciare la sua sei corde per portare a casa il pezzo: “ho bisogno del miglior chitarrista in Italia”. Detto fatto: il prescelto è un ragazzotto in gamba che sa tenere il palco come un veterano. L’esperimento è un successo, tanto da concludersi con il più lieto dei finali: la sentenza di Billie Joe è un clamoroso “puoi tenerti quella chitarra”. Già, hai vinto una chitarra bello mio, adesso puoi metterti le mani nei capelli (verdi). “When I come around” e la cover di “Higway to hell” degli AC/DC sono l’inizio della seconda parte, chiamiamolo il lato B, del main set. Un lato B di nuovo più incentrato sullo show che sulla musica in senso stretto. Per dire: ottima “Brain stew” nonostante l’idea malsana di spruzzare con il cannone spara acqua le prime file, manco fossimo ad agosto sotto il sole. Siamo a maggio e si gela; questa mattina hanno sospeso il giro d’Italia per neve. Meglio sparare di nuovo qualche maglietta o srotolare, con un aggeggio costruito ad hoc (una motosega adattata?), strisce di carta igienica sulla gente, il tutto accompagnato da una pioggia di olè. Tanti olè. Troppi olè. St. Jimmy arriva a rimorchio, così come la storica “Longview” che inaugura ufficialmente il momento “Dookie”. I bassi a questo punto hanno superato di parecchio il livello di guardia, l’Arena è avvolta da una pasta sonora indecifrabile, ma l’attenzione è rivolta alla ragazza chiamata a portare a casa il pezzo: stonata, emozionata, meravigliosa. “King for a day” vede la band presentarsi sul palco in costume (chi da pirata, chi da Wally di “trova Wally”, chi con parrucca, baffi e occhialoni), e permette a Tre Cool di prendersi il suo momento di gloria, microfono tra le mani. Bolgia e caciara goliardica che sfuma in un piccolo medley di “Shout” / “(I can’t get no) Satisfaction”/ “Hey Jude”, accennato da una band al completo sdraiata sul palco. Un momento di pace prima del finale con “X-Kid” e, soprattutto, “Minority”. L’audio sembra essersi leggermente ripreso, così come gli entusiasmi di un po’ tutti quelli davanti al palco. Assolo finale, fisarmonica e armonica pervenute chiare e tonde così come la doppietta di bestemmioni al fulmicotone che il buon Billy, ormai in piena trance da live, elargisce con gioia alle famigliole accorse al concerto dei Green Day. Immagino i commenti. Fatte poi le presentazioni (all’appello mancava solo il buon Mike Dirnt, a dire il vero un po’ in disparte nel complesso) la band dopo due ore filate si ritira, giustamente, nelle retrovie.

Il rientro è quasi immediato e senza andare troppo per il sottile arrivano in fila “American idiot” e la corposa, attesissima “Jesus of Suburbia” che chiude definitivamente i conti con i riff. I saluti arrivano sulle note di “Brutal love” (e indirettamente su quelle di “Bring it on home to me” di Sam Cooke) che permette alle persone di avviare le operazioni di abbandono della location. Sembra finita ma c’è spazio ancora per una sorpresa, forse la più gradita della serata: voce, chitarra e “Good riddance (Time of your life)”. Perché Milano in fin dei conti questo live se l’è meritato. Con i suoi pregi e i suoi difetti (non pochi). Va da sé che ogni live è diverso a seconda di chi lo vive: i più scafati se ne saranno tornati a casa storcendo il naso, i tantissimi ragazzini, accorsi al capezzale dei loro idoli, con gli occhi pieni di lacrime. E’ un qualcosa d’imprevedibile, ma alla fine è giusto che sia così. La speranza è che tutti si siano divertiti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Blitzkrieg bop

99 Revolutions

Know your enemy

Stay the night

Stop when the red lights flash

Letterbomb

Oh love

Holiday

Boulevard of broken dreams

Stray heart

Burnout

Geek stink breath

Only of you

F.O.D.

2000 light years away

Knowledge

When I come around

Highway to hell

St. Jimmy

Longview

Basket case

She

King for a day

Shout / (I can’t get no) Satisfaction / Hey Jude

X-Kid

Minority

ENCORE

American idiot

Jesus of Suburbia

Brutal love

ENCORE 2

Good riddance (Time of your life)

Live Report: Primavera Sound Festival, Barcellona 23/05/13

Maggio 24th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono solo le 12 del primo giorno quando è chiaro che il Primavera ha già un vincitore, almeno nella categoria indie-ironia al festival: il batterista degli argentini Go Neko! suona con una maglietta di American idol. Il gruppo è il primo di una lunga serie a esibirsi nella terrazza dell’hotel Diagonal Zero per il pubblico del PrimaveraPro, evento parallelo per addetti ai lavori con conferenze sul settore. Da bravo secchione, faccio in tempo a vederne un paio. La migliore s’intitola “Welcome to the music industry: you’re fucked” ed è tenuta da Martin Atkins, musicista (PiL, NIN) diventato accademico non tanto grazie all’originalità dei suoi insegnamenti quanto per la sua bravura nel proporli in formato stand-up comedian. Tant’è vero che dimentico di stare ascoltando banalità sull’importanza dei social e i dischi paga-quanto-vuoi.

Poco dopo, si va a dare un’occhiata alla delegazione italiana: Foxhound, Blue Willa, Honeybird & the birdies. Questi ultimi, già visti al Primo maggio, sono quelli che ne escono meglio e con cui ci si diverte di più (non solo a causa dei costumi e la tropicalizzazione improvvisata del palco).

Bel colpo, per il Primavera Sound, aver puntato sulle <b>Savages</b> in tempi non sospetti. Fresche di un album nella top 20 britannica, le quattro ragazze arrivano alle 19.30 sul palco di Pitchfork (e dove, se no, dopo quell’8.7?) con grande sicurezza per poi piegarsi a metà set a causa di un problema tecnico che mette fuori uso la chitarra. Il pubblico, fino a quel momento non troppo partecipe, si scongela per incoraggiare le tre rimaste, che si arrangiano come possono sullo stesso giro di basso per più di dieci minuti. Un vero peccato, perché meritano davvero molto dal vivo. Qualcuno ha già detto Karen O intonata?

Dopo aver fatto finta che me ne fregasse davvero qualcosa dei Tame Impala oltre a quel carro armato di “Elephant”, mi rimetto a correre lasciandomi dietro il gruppo e i loro visual: “psichedelia anni 70″ diranno loro, “salvaschermo Windows 95″ dirò io. In realtà, sono molto in anticipo e riesco a posizionarmi in prima fila per Jessie Ware. Il grosso del pubblico arriverà a concerto iniziato e non se ne pentirà. Come avevo già avuto modo di scoprire l’anno scorso guardando qualche festival (in streaming), la Jessie Ware sul palco non ha molto in comune con la Jessie Ware su disco. In Devotion (e nei video di Kate Moross che lo promuovono), la cantautrice è una diva altezzosa, irraggiungibile, che canta in modo controllato e delicato; dal vivo, è calorosa, coinvolgente e dà gran sfoggio della sua potenza vocale. La raffinatezza del disco è stravolta e l’assetto della band che l’accompagna (un tradizionale basso-chitarra-batteria) contribuisce ad adattare i brani al contesto del festival. E la diva al tempo della crisi, forse non potendosi permettere coriste, usa cori registrati che attiva lei stessa dal sequencer. Si diverte, scherza (prima di “110%/if you’re never gonna move” e “Imagine it was us”, avverte: “ballate ora perché sono i due unici pezzi movimentati del mio repertorio”) e il pubblico, che la vede arrivare per la prima volta in Spagna, la accoglie cantando i testi a memoria con le dita puntate al cielo. Valeva la pena volare fino a Barcellona anche solo per lei.

Di nuovo Heineken stage per i Postal Service. Se Gibbard e Tamborello non si fossero fermati a un album nel 2003, sarebbero tra gli headliner a un festival nel 2013? Si potrebbe fare un paragone con Arrested development, serie TV iniziata negli stessi anni che lunedì tornerà con nuovi episodi dopo aver raggiunto lo status di cult anche a causa della sua cancellazione. Ma a differenza di Arrested development, Give up non è invecchiato granché bene: come accoglieremmo oggi un album con testi tanto naïf sul surriscaldamento globale e il perfetto allineamento delle lentiggini di due amanti mentre si baciano? Eppure, anche incolpando la dilagante nostalgia, i Postal Service con Jenny Lewis dal vivo ti stampano un sorriso idiota in faccia. Anche il nuovo materiale (la mediocre “Tattered line of string”) e i brani meno memorabili come “Recycled air” sono eseguiti e accolti con emozione e trasporto. Per “Such great heights”, invece, consultare la voce “incontenibile gioia del trentenne occidentale medio”.

I Phoenix sono un gruppo di cui non ho avevo mai capito l’appeal. E a chi mi diceva “devi vederli dal vivo!”, rispondevo che li avevo già visti: suonarono a un festival italiano dopo (o forse addirittura prima) dei Baustelle dello yé-yé. Però, sono passati quasi dieci anni e ora i Phoenix hanno canzoni che possono buttare giù le arene (la migliore del nuovo disco, “The real thing”, sembra avere proprio questo scopo) e le eseguono con una precisione impressionante. Non c’è una sbavatura, è un concerto pop grosso di un gruppo all’apice della fama che può fregarsene del minimalismo e dell’umiltà (però, seriamente, il visual con la cartolina di Versailles potevano evitarselo). Ora, se non avessi a cuore il mestiere degli addetti alla sicurezza, mi sarei messo a urlare “ZOMG LOOK DAFT PUNK ARE HERE”. Ma non voglio causare stampede. I robot non si presentano (e perché mai dovrebbero, poi) e dopo dieci minuti di Four Tet dal lato opposto del parco, mi arrendo. Sono le 3 del mattino.

(Pop Topoi)

Live Report: Marco Mengoni @ Teatro Colosseo, Torino 20/05/13

Maggio 22nd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Forse si sarebbe voluto qualche posto in più per accontentare tutte le fan smaniose di vedere all’opera Marco Mengoni, nel suo “L’essenziale anteprima tour”. Ma la “ristrettezza” relativa del Teatro Colosseo ha regalato un colpo d’occhio eccezionale, offrendo al pubblico la possibilità di essere a pochi metri dall’artista vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo e reduce dall’Eurovision Song Contest.

La serata di festa è iniziata verso le 21, il palco invaso da striscioni e regali che adolescenti (soprattutto) ma non solo avevano disposto ai piedi del microfono che avrebbe amplificato la voce dell’artista.

Quando la garza nera che oscurava la scenografia viene ritratta è subito un tripudio festante. Il palco è certamente spettacolare, con una serie di torri ricoperte di led colorati a regalare uno skyline hollywoodiano. Le ragazze del fan club hanno voluto regalare un’accoglienza speciale e per avvisare tutta la sala del progetto su ogni seggiolino era stato riposto un foglio di carta colorata, accompagnato da una lettera. La parola d’ordine era: aspettiamo la prima nota di “Non passerai” e poi tutti con le braccia alzate impugnando il foglio. Così è stato e come per magia è comparso un grande cuore rosso, che ha fatto scoppiare in lacrime l’artista.

Lo spettacolo è stato divertente ed appassionante, la maturità artistica di Mengoni si evince anche dalla sua abilità ad interagire con il pubblico, a chiacchierare, a raccontare aneddoti della sua storia. Tutti pendono dalle sue labbra e sono pronti a cercare un cerotto quando la corda della chitarra crea un taglio sul dito di Marco o a scoppiare in una fragorosa risata quando lui racconta del suo recente passato, di quasi sconosciuto, costretto a litigare con un buttafuori che non voleva farlo salire sul palco.

La sua voce non si discute, così come la sua intensità interpretativa. Se proprio dobbiamo trovare il classico pelo nell’uovo si può dire che rimane ancora un po’ statico ed impacciato. Forse Mengoni dovrà lavorare ancora su questo tasto prima di poter raggiungere i livelli assoluti.

Lo show è durato circa due ore, suddiviso in due “slot” e 23 brani complessivi (uno in meno rispetto alla scaletta preventivata). Allo spegnimento dei riflettori si è conclusa la sua fatica artistica, ma non quella professionale, visto che fino a notte fonda, moltissimi fan sono rimasti fuori dal teatro in attesa che “lui” uscisse dal camerino.

(Vincenzo Nicolello)

Scaletta:

Prima parte:

“Intro”

“Pronto a correre”

“Evitiamoci”

“Bellissimo”

”Non passerai”

“L’equilibrista”

“Credimi ancora”

“Avessi un altro modo”

“Dall’inferno”

”I got the fear”

“Spari nel deserto”

“20 sigarette”

Seconda parte:

“La vita non ascolta”

“Tonight”

”Come ti senti”

“La valle dei re”

“Tanto il resto cambia”

“Un’altra botta”

”In un giorno qualunque”

”Non me ne accorgo”

“Natale senza regali”

“L’essenziale”

Bis: “Una parola”

Live Report: One Direction @ Forum, Assago (Mi) 20/05/13

Maggio 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è un uomo, nelle file in fondo del concerto più atteso dell’anno. E’ in piedi.

Il 95% degli uomini e donne sopra i 16 anni è lì per lavoro o per accompagnare qualcuno. Sono seduti e quasi tutti hanno la faccia rassegnata e/o chinata su uno smartphone. Sembrano esausti: hanno probabilmente sudato sette camice per trovare un biglietto per le loro figlie/sorelline/nipoti.
Quell’uomo no. Balla. Ha una maglietta bianca con una scritta a mano: “Daddy directioner”.
Ha la faccia felice, quell’uomo. Ha capito tutto: l’evento è una festa anche per lui, non solo per la figlia.
Gli One Direction arrivano a Milano, per la seconda data italiana, dopo l’Arena di Verona. Ed è una festa davvero. Lo è per le ragazze che assediano il Forum di Assago, dentro e fuori: senti arrivare urla dall’interno fin dal parcheggio, a sua volta assediato da altre ragazze che cantano e da altri genitori che aspettano.
E il concerto dei One Direction è un bel concerto – fatevene una ragione, voi che vorreste che il gruppo inglese facesse schifo. Invece.
Solo che quasi non lo senti, il concerto.
Anche se sei dentro. Perché ogni mossa, ogni entrata, ogni parola dei cinque ragazzi viene accompagnata da urla, a livelli assordanti. La scena non è molto diversa da altre già viste in altre ere, con altri gruppi. Ma sembra tutto più forte, questa volta – perché gli One Direction sono una macchina da guerra.
Il concerto, dicevamo: senza fronzoli, un palco con un megaschermo sullo sfondo, una struttura con la band diligentemente messa ai lati e una pedana elevata sui cui gli One Direction ogni tanto salgono per cantare. Il resto del palco è vuoto, loro non fanno mossette o balletti (non sono una boy band anni ’90), ma semplicemente cantano e si muovono, mentre il megaschermo rimanda citazioni che non c’entrano nulla con i teenager ma ammiccano ai genitori: dai collage simil-Rotella, ad un lyric video su “One thing” fatto con la grafica bauhaus (che certo fa più “cool” su una copertina dei Franz Ferdinand, ma qua funziona benissimo), ai fumetti, agli Space Invaders degli anni ’80.
Ma per il resto è tutto qui: cinque ragazzi che cantano musica pop, lo fanno bene e si vede che divertono – e sono allenati benissimo.
Perché ovviamente c’è del metodo, nella costruzione dello spettacolo, e il metodo è la semplicità: l’unico effetto speciale è un’uscita dalle botole, e la passerella che si solleva e viaggia sospesa sopra la platea del Forum fino a portare i cinque ad una pedana in mezzo: in quel momento in cui cantano un po’ di cover: “One way or another” dei Blondie, “Teenage kicks” degli Undertones (su cui il vostro severo recensore si è lasciato andare ad un balletto), persino una improvvisata (?) versione di “I’ll be there for you” dei Rembrandts, ovvero la sigla di Friends, richiesta via Twitter sui megaschermi.
Nella seconda parte dello show i ragazzi imbracciano pure le chitarre, accennano qualche suonata. Tengono bene il palco, e si vede che non avranno problemi a cantare negli stadi l’anno prossimo quando sarà il momento – si parla già di San Siro.
Alternano brani lenti come “Summer love” (su cui intravedo due genitori che ballano abbracciati come fosse un lento Motown degli anni ’60) ad un finale più rock ed elettrico con “Teenage dirtbag” dei Wheatus, “Rock me” che cita “We will rock you” dei Queen e il primo bis “Live while you’re young” che plagia “Should I stay or should I go”.
Fuori dal Forum, alla fine, la festa sembra un po’ meno tale: ancora tante ragazzine che hanno atteso e ora vedono le facce felici delle coetanee che escono. E soprattutto macchine in seconda, terza fila che bloccano le rotonde: genitori che attendono. Loro, sicuramente, non si sono divertiti. Ma le figlie sì, e pure qualche genitore che era dentro.
Sicuramente il Daddy Directioner si è divertito un sacco.
(Gianni Sibilla)

Live Report: Beyoncé @ Forum, Assago (Mi) 18/05/13

Maggio 20th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Si esce leggermente frastornati dal concerto di Beyoncé per il delirio di luci, bassi profondi, fuochi pirotecnici, visual sontuosi, spettacolari coreografie, grandi performance vocali ma anche tanto zucchero, inevitabile kitsch e pubblico in delirio.
Però usciamo anche con alcune certezze: Beyoncé con questo suo tour si vuole imporre come una regina del pop che vuol piacere a tutti. Il tema regale infatti è uno dei concept che ricorre più spesso nei video che inframezzano lo show, dove Beyonce indossa i panni di un’incipriata Maria Antonietta, un’oziosa Cleopatra e un’imperiosa Elisabetta I. Del resto se il marito Mr. Shawn “Jay Z” Carter, a cui è intestato il tour (scatenando in USA il solito vespaio femminista), intitola ironicamente il suo disco insieme a Kanye West “Watch the throne”, allora tutto torna.
Ma Mrs. Carter non è una regina altezzosa che guarda dall’alto i suoi sudditi o impone il suo stile: lo show si trasforma presto in una sorta di grande spettacolo ecumenico che soddisfa ogni gusto, sesso ed età. Si parte con la danza marziale di “Run the world” e “End of time” con un tripudio di luci strobo e fuochi artificiali, per poi passare alle ballad (“Flaws and all”, “1+1” forse la parte più debole dello show), passando dagli episodi più nigga (“Diva” e “Baby boy”) a quelli più scenografici dove i ledwall orizzontali si abbassano per permettere di giocare con le silhouette di Beyonce e del corpo di ballo, creando effetti di profondità e sdoppiamento piuttosto efficaci. Il tutto inframezzato dai video molto arty e decadenti che sembrano firmati da Floria Sigismondi, altri invece di stile pop-barocco, tutti orchestrati da una direzione artistica perfetta.
Lei si cambia d’abito, balla, sculonetta, sorride, canta con voce potente e sicura sempre con microfono in mano e ovunque si muova ha sempre il vento tra i capelli (questo è un mistero vero, come se sotto di lei ci fosse una macchina eolica che la segue).
Rispetto alle altre reginette del pop Lady Gaga e Rihanna o alla regina madre Madonna, lo show di Beyonce è certamente più vario ed energetico, edulcorato per il target famiglie ma musicalmente superiore. Basterebbe solo citare “Why don’t you love me” eseguita con piglio da moderno rhythm & blues da una band ben rodata e che mi ha ricordato il miglior Prince, come pure “Single Ladies” che, per chi scrive, rimane uno dei pezzi pop più innovativi degli ultimi vent’anni. Non mancano poi le hit come “Crazy in love” (spurgata dal rap di Jay-Z, ma accompagnata da un visual tra il bling-bling e lo stile art decò del Grande Gatsby di Luhrmann) e “Love on top” salutate con un boato, e pure un nuovo pezzo (“Grown Woman”) utilizzato per i nuovi spot Pepsi.
Come ogni regina che si rispetti sono tanti gli omaggi distribuiti durante il concerto ai passati regnanti della black music: dalla Donna Summer di “Love to love me baby” nell’originale “Naughty girl” a Michael Jackson (citazioni sparse di “Human nature” e “Off the Wall”), dal botta-e-risposta del Ray Charles di “What’d I said” fino al vero e proprio tributo a Whitney Houston prima del bis “Halo”. Come tutti gli spettacoli del genere ogni cosa è programmata al secondo, niente è lasciato al caso e la parola improvvisazione è praticamente bandita. La band – composta da 11 elementi, tutta al femminile – sta nelle retrovie, in un palco rialzato, disposto in linea orizzontale e spesso viene anche coperto dai videowall. I momenti forse più imbarazzanti sono quando Queen B. interagisce con il pubblico con un filo di voce, spesso roca, quasi a farla sembrare rotta dall’emozione e con le solite frasi molto ruffiane di circostanza, ma che scatena il delirio del pubblico adorante. Come quando la regina scende dal palco e si sposta nel cossiddetto “B Stage”, nel bel mezzo del forum dove esegue i brani più acustici come “Irreplaceable” e raccogli il calore del pubblico insieme ad asciugamani e bandiere italiane.
Per la cronaca il concerto è stato preceduto dal set minimale (solo basi e tastiera) di Luke James: morbido r&b ben eseguito con voce sicura e padronanza del palco. Se azzecca il singolo giusto sarà possibile vederlo nei piani alti delle charts (il nuovo disco “Made to love” uscirà il 16 luglio).

(Michele Boroni)

SETLIST
Who run the World
End of time
Flaws and all
If I were a boy
Get me bodied
Baby boy
Diva
Naughty girl
Party
Freak um
I care
I miss you
Schoolin life
Why don’t you love me
1+1
Irreplaceable
Resentement
Love on top
Survivor
Crazy in love
Single ladies
Grown woman
Halo

Live Report: Calibro 35 @ Teatro La Pergola, Firenze 15/05/13

Maggio 17th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è stata un’epoca nel nostro paese in cui l’arte compositiva dei grandi musicisti italiani si metteva al servizio del grande schermo per dare vita ad opere che tutt’oggi fanno scuola nel mondo. Un periodo d’oro che vedeva registi come Mario Bava, Umberto Lenzi, Lucio Fulci, Dario Argento, Elio Petri chiedere collaborazione ai maestri Ennio Morricone, Giorgio Gaslini, Stelvio Cipriani o Riz Ortolani (solo per citarne alcuni) per creare dei vestiti sonori adatti ai propri film, come 4 Mosche di velluto grigio (1971), Casa dalle Finestre che ridono (1976), Una lucertola con la pelle di donna (1971), Il gatto a nove code (1975).

Oggi, grazie al lavoro dei Calibro 35, in “Indagine sul Cinema Italiano del brivido”, tale patrimonio vive una seconda giovinezza. Per la prima volta a Firenze, ad un anno e mezzo dalla precedente ed unica esibizione al Teatro dal Verme di Milano, è stata proposta, nella sontuosa cornice del Teatro della Pergola, una venue particolare, per veri e propri amanti del genere. Una sorta di progetto parallelo in cui vengono messe da parte le colonne sonore dei b-movie poliziotteschi anni 60 e 70, vero e proprio marchio di fabbrica della band milanese, per lasciare spazio e tributare il thriller, il giallo e l’horror. La miscela esplosiva di prog, funk e fusion normalmente riproposto nei normali concerti dei Calibro 35, viene sostituita da atmosfere strumentali inquiete, cupe e perennemente sospese.

Come se non bastasse, per riprodurre al meglio la dimensione orchestrale di quelle colonne sonore, la band sale sul palco accompagnata dalla tromba di Paolo Raineri, dal trombone di Francesco Bucci,dalle percussioni di Sebastiano De Gennaro, dal violino di Rodrigo D’Erasmo (Aftherhours) e dal violoncello di Daniela Savoldi. Due ospiti speciali della serata, provenienti sempre dalla scena indipendente italiana, sono stati la talentuosa Serena Altavilla (cantante dei Blue Willa) e l’eclettico del moog theremin, Vincenzo Vasi, direttamente dalla band di Vinicio Capossela.

Dopo la breve introduzione di Giuseppe Vigna (direttore artistico del Musicus Concentus) si apre il sipario su una esibizione di elevato livello. I Calibro 35 si divertono e fanno divertire per quasi un’ora e trenta minuti il gremito pubblico fiorentino, prendendolo per mano ed accompagnandolo in un suggestivo e coinvolgente viaggio sonoro e visivo (ottimo il gioco di luci sul palco che esalta la potenza delle esecuzioni). Come perfetti alchimisti del suono, giocano ed entusiasmano i presenti mantenendone sempre alta l’attenzione. Merito, oltre la qualità tecnica delle esecuzioni, di una intelligente scelta di 18 brani, prelevati da un vasto campionario cinematografico-musicale, dai ritmi e dalle sonorità variopinte e mai ridondanti che spaziano dall’inquietudine trasmessa dagli archi stridenti e dissonanti e dalle disarticolate sequenze di piano presenti inTrafelato (1971)brano di Morricone, alla psicotica irrequietezza generata da quell’insano giro di cembalo in Tentacoli (1971) di Stelvio Cipriani (traccia presene anche nel poliziottesco La polizia sta a guardare ripreso anche da Tarantino in Grindhouse), attraversando anche sessioni più ritmate come 5 Bambole per la luna d’agosto(1970) di Pietro Umiliani o Rhythm(1972) del grande Luis Bacalov, brani che grazie al loro groove caldo e trascinante hanno scaldato non poco il teatro. Il tutto colorato dalle esaltanti performance di Vincenzo Vasi e del suo theremin durante l’esecuzione di Un tranquillo posto di campagna (1968), eccentrica e sperimentale composizione Morriconiana, e dalle estensioni vocali di Serena Altavilla in Quei giorni insieme a te(1972) di Riz Ortolani che rende pienamente giustizia all’originale interpretazione della Vanoni. Una selezione sonora avvincente, quindi, che riesce a tenere sempre tirato il filo della tensione emotiva in ogni sua sfumatura e che trova il suo momento più alto durante l’esecuzione di Profondo Rosso (1975) della coppia Goblin/Gaslini, per poi terminare dopo una breve pausa con un fuori programma, La morte accarezza a mezzanotte(1972) di Gianni Ferrio.

Si conclude così un evento ben costruito e riuscito in ogni suo minimo dettaglio. Un professionale e appassionato omaggio ai protagonisti di un’era musicale cinematografica e culturale indimenticabile. In chiusura, colpisce l’età media dei presenti: ragazzi che, come il sottoscritto, quaranta anni fa non erano neanche nei pensieri dei propri genitori. Segnale questo, forse, che i Calibro 35 ci sanno fare davvero?

(Daniele Flamini)

SETLIST

Casa dalle finestre che ridono – Amedeo Tommasi

L’alba dei morti viventi Zombi – Goblin

5 Bambole per la luna d’Agosto – Pietro Umiliani

Cannibal Holocaust – Riz Ortolani

Cannibal Ferox – Budy Maglione

Shock – Libra

Tentacoli – Stelvio Cipriani

4 Mosche di velluto grigio- Ennio Morricone

Cosa avete fatto a Solange?- Ennio Morricone

Un tranquillo posto di campagna – Ennio Morricone

Una Lucertola con la pelle di donna – Ennio Morricone

Trafelato – Ennio Morricone

Rythm – Luis Bacalov

Quei giorni insieme a te – Riz Ortolani

Allegretto per signora – Ennio Morricone

Il gatto a nove code – Ennio Morricone

Profondo Rosso – Giorgio Gaslini

BIS

La morte accarezza a mezzanotte – Gianni Ferrio

RadioItalia Live In Concerto @ Piazza Duomo, Milano, 11/5/2013

Maggio 11th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

L’anno scorso c’erano i 30 anni di RadioItalia da festeggiare, quest’anno è stato un concerto: quello con RadioItalia in Piazza Duomo sta diventando un appuntamento fisso. Il “patron” Mario Volanti, incontrando la stampa prima del concerto assieme all’assessore alla Cultura del comune milanese Filippo Dal Corno, non esclude il ritorno anche per il futuro: “L’anno scorso è stata una cosa così bella che non potevamo non riperterla. L’intenzione e la voglia di farla in futuro c’è. L’importante è mettere assieme un cartellone di questo livello. Abbiamo strappato gli artisti ai loro tour per farli venire qua, stasera”.

Il cast, appunto: 11 artisti che vanno da Ramazzotti a Fabri Fibra, da Mengoni agli Stadio a Nek. Tutti rigorosamente dal vivo, con le loro band e il supporto della Sanremo Festival Orchestra diretta da Bruno Santori: 4 ore di concerto serrate, senza sbavature anche del punto di vista della resa sonora. L’anno scorso, i 30 anni di storia della radio avevano dato il destro per chiedere ai cantanti di fare solo pezzi storici, senza i brani recenti da promuovere. Quest’anno, invece, le tre canzoni a testa sono un mix di singoli recenti e hit storici.

La piazza è colma, fin dal giorno prima: 50.000 persone sotto un cielo prima azzurro poi con nubi nere che si addensano (ma scenderanno solo due gocce). Si parte con Zucchero e si chiude con i Negramaro: ovvero due dei nomi più a loro agio sul  con la grande folla, così come Ramazzotti e Venditti. Qualcuno è parso un po’ impacciato (Raf), altri han dimostrato la loro presenza scenica anche in questa occasione (Alessandra Amoroso, tra le più applaudite e Cesare Cremonini, con la piazza che esplode su “50 Special”). Menzione d’onore per Luca e Paolo, bravi conduttori, con buon ritmo e buone battute, a loro agio anche nel tributo a Califano e Jannacci con un mix tra “Tutto il resto è noia” e “Vengo anch’io. No tu no”.

Per l’anno prossimo, RadioItalia dice di avere già la conferma di 4/5 artisti che non hanno potuto disdire impegni per questa sera: ma i nomi non vengono rivelati se non quello di Gianna Nannini (oggi impegnata in uno show in Austria).

Live Report: Annalisa Scarrone @ Auditorium Parco della Musica, Roma 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduce dalla partecipazione alla sessantatreesima edizione del Festival di Sanremo e dal successo riscosso lo scorso venerdì al Teatro Nazionale di Milano, Annalisa ha conquistato anche Roma; lo ha fatto con un concerto, durato circa due ore, in cui ha ripercorso i suoi primi tre anni di carriera per la gioia dei tanti fans accorsi nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica. Se mi chiedessero tre parole per descrivere quello che è stata la seconda tappa del ‘Non so ballare tour’, risponderei in questo modo: anzitutto “sobrio”, a dispetto delle tante esuberanze che ormai troppo spesso il mondo della discografia ci propone come idoli; “cool”, perché Annalisa sa essere popolare e alla moda senza bisogno di apparire, solo essere; “sincero”, come il suono pulito delle (quasi) venti canzoni in scaletta, privo di artifici inutili o di programmazioni. Insomma, tanta buona musica e tanta sublime eleganza. <br><br>

Venti canzoni, dicevamo. Ventitré per la precisione, tratte dai tre dischi pubblicati da Annalisa dalla partecipazione al talent di Canale 5 (avvenuta nel 2011 e terminata con il secondo posto e con il premio della critica) ad oggi: “Nali”, “Mentre tutto cambia” e “Non so ballare” (uscito lo scorso febbraio in occasione della partecipazione a Sanremo). Senza tralasciare cover degne di nota (e che dimostrano il peculiare background musicale della Scarrone), come “Exit Music” dei Radiohead, “Tu non hai capito niente” di Luigi Tenco e “Milord” della leggenda Edith Piaf (a dire il vero mi aspettavo anche quei capolavori che sono “Why” e “Nothing Compares To You”, di cui l’interprete savonese ce ne aveva dato un assaggio proprio ad Amici). Canzoni, tutte queste, che Annalisa sa indossare alla perfezione, talvolta meglio di quelle che ha effettivamente inciso, quasi fossero state scritte appositamente per lei. Shorts e camicia a fiori verdi (un po’ come quando è salita per la prima volta sul palco dell’Ariston), Annalisa ha fatto il suo ingresso ufficiale sulle note de “La prima volta” (è contenuto nell’ultimo disco), un pezzo dalle melodie morbide che lascia totalmente spazio alla sua sola voce. Una partenza in prima, insomma, seguita dal nuovo singolo (già in rotazione radiofonica) “Alice e il blu”. Atmosfere retrò e meravigliose venature jazz hanno guidato l’esecuzione di tutti i brani in scaletta (contaminando anche in pezzi più pop-rock), rendendo tutto molto affascinante e incantevole. Si vanno così alternando sprazzi di passato remoto (“Giorno per giorno”, “Questo bellissimo gioco”, “Diamante lei e luce lui”) ad altri di passato prossimo (“Per una notte o per sempre”, “Senza riserva”), guardando però al presente (l’unica canzone non eseguita, dal nuovo album, è stata “Meraviglioso addio”).

La ventottenne savonese laureata in Fisica è cresciuta, artisticamente parlando, in modo esponenziale: sembrano ormai lontani i giorni in cui Nali (così come la chiamano i suoi fans) vestiva quella patetica tutina blu a cui sono costretti tutti gli ‘Amici’ di Maria di Mediaset (riprendendo una celebre massima della Littizzetto); ora cammina da sola verso il futuro che sarà, con i piedi ben fissati a terra e con tanta determinazione, quasi prendendo le distanze dal passato ma senza per questo rinnegarlo.

(Mattia Marzi)

SETLIST

La prima volta

Alice e il blu

Ed è ancora settembre

A modo mio amo

Giorno per giorno

Per una notte o per sempre

“Tornerò ad amare”

“Exit Music” (cover Radiohead)

Senza riserva

Non cambiare mai

Medley Inverno e Tra due minuti è primavera

Spara amore mio

Io, tu e noi

Tu non hai capito niente (cover di Luigi Tenco)

Presentazione band

Questo bellissimo gioco

Tutta l’altra gente

Diamante lei e luce lui

Non so ballare

Milord (cover di Edith Piaf)

Bis:

Solo

Scintille

Live Report: Depeche Mode @ Palais Nikaia, Nizza 04/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono ufficialmente tornati i Depeche Mode. Oggi parte il Delta Machine Tour, serie infinita di concerti con date già fissate sino al febbraio 2014. Fuori dal Palais Nikaia di Nizza si respira aria d’attesa, la gente si accalca ai cancelli per conquistare la transenna. Il pubblico è quello delle grandi occasioni ‘depechemodiane’, padroneggia il colore nero e diversi cloni di Dave Gahan e Martin Gore sono ben visibili nella folla. Il palazzetto che ospita l’evento è un posto relativamente piccolo, dichiarano circa 6mila posti, e la selezione naturale di una “data zero” fa in modo che presenti ci siano soprattutto i fan più fedeli, venuti qui da ogni parte del globo. Alle 20 si presentano sul palco i F.O.X, electro pop band dell’Essex, che avrà ruolo di supporter per 5 date dei nostri. La loro performance si esaurisce presto, in una prestazione davvero poco incisiva, sia per proposta musicale che per dei volumi tenuti davvero troppo bassi per poter farsi un’idea soddisfacente.

Chi già temeva in un impianto non all’altezza dell’evento poco prima delle 21 si è dovuto immediatamente ricredere. Parte l’intro del live dei Depeche Mode e le basse frequenze fanno tremare le strutture e gli animi. Entra senza fronzoli la band, che ormai vede, oltre al trio costituito da Gahan,Gore e Fletcher, i due collaboratori per lo show live, Peter Gordeno alle tastiere e Christian Eigner alla batteria. Dave Gahan entra carico di tutto il suo carisma tra le urla della folla, parte impetuoso lo show. Canzone di apertura è “Welcome to My World”, prima traccia del nuovo lavoro e brano dal titolo quanto mai programmatico per l’inizio di questo tour. La macchina ‘depechemodiana’ si accende in tutte le sue funzioni, per una perfetta espressione versione 2.0, di una delle band più longeve della storia. Già il fatto che le prime due canzoni siano dell’ultimo album (la seconda è “Angel”) uscito neanche due mesi fa, e che la maggior parte delle persone presenti sappiano già a memoria i testi, comunica molto della relazione tra la band ed il suo pubblico. Il suono è perfetto, il palco disegnato dal fedelissimo Anton Corbijn è costituito da un gigantesco schermo dietro la band, sovrastato da un triangolo senza base (ad apertura Delta per l’appunto) che si illuminerà su alcune canzoni specifiche. Ai lati altri due schermi perfettamente integrati e collegati con le immagini di quello centrale. Il tutto rende la resa estetica dello show particolarmente compatta e perfettamente in linea con il concept dell’ultimo lavoro. E’ evidente come sempre, il fortissimo legame creativo della band con il fotografo olandese, che lavora con loro più o meno costantemente da quasi trent’anni. La setlist alterna vecchi successi di una carriera trentennale con moltissimi brani dell’ultimo disco. Album come sempre controverso, che ha ricevuto però diversi commenti positivi anche dallo zoccolo duro dei fan, amanti del suono techno-pop delle origini. Davvero notevole la resa live delle canzoni nuove; chi non pensava che questo disco potesse essere restituito degnamente dalla versione dal vivo, è stato smentito da un lavoro notevole anche da questo punto di vista. Canzoni energiche come “Should be Higher” o “Soothe My Soul” (secondo singolo ufficiale) trascinano la folla alla stregua dei grandi successi, le basse frequenze sono nitide e potenti, le linee vocali perfettamente cesellate, tutto è oleato da meticolosità e mestiere. Pezzi più delicati come “Heaven”, primo singolo, e “The child inside”, uno dei toccanti brani cantati da Martin Gore, sono eseguiti fedeli e rispettosi della loro versione studio.

Dave Gahan è in formissima, balla sicuramente di meno e si perde poco in urla di incitamento verso il pubblico, ma è più pulito rispetto al solito nell’esecuzione vocale. Le canzoni da “Delta Machine” a fine concerto saranno ben sette, cantate e accolte da applausi da ogni parte del palazzetto, ma lo spettacolo dei Depeche Mode durerà ben due ore per un totale di 23 canzoni. Troveranno spazio grandi successi del passato, tra cui le classiche “Walking in My Shoes”, “Policy of Truth”, “A Question Of Time” ed ovviamente “Personal Jesus” ed “Enjoy the Silence”, cavalli di battaglia della band dal 1990. Ma sarebbe davvero un errore pensare al resto del live come ad una sorta di Greatest Hits , perchè le sorprese ci sono. Innanzitutto “Black celebration”, canzone del 1986, inno storico dei fan più vecchi della band accolta da sorpresa ed emozione palpabile da tutto il palazzetto (peccato per una resa live, non del tutto all’altezza dell’originale per un discorso tecnico nella ritmica elettronica del pezzo); oppure “Higher Love”, mitica canzone di apertura dei concerti del leggendario “Devotional Tour” del ’93, in una versione particolare con Martin Gore alla voce, una prima parte del brano in chiave acustica ed una seconda parte synthetica e riarrangiata in maniera eccellente. La band dimostra coraggio, sfidando il suo esigentissimo pubblico con due canzoni completamente rimaneggiate. La prima è “A Pain That I Used To”, di natura elettro-rock, simbolo del genere affrontato con l’album “Playing The Angel”, qui completamente stravolta nell’arrangiamento; I Depeche premiano per questo brano la bassline di un celebre remix (Jacques Lu Cont) con un inedito Peter Gordeno al basso. La seconda è nei bis, dove i nostri eseguono “Halo” (da “Violator” ) in una versione che onorifica un remix dei Goldfrapp. Il brano, con apertura sontuosa di archi ed un incedere travolgente, regala brividi a tutto il palazzetto. Emblematico su questa canzone è anche il lavoro visual di Corbjin, che riesce ad espandere l’impatto del pezzo in maniera polisensoriale verso un pubblico completamente risucchiato dalla sua atmosfera, sia sonora che visiva. Davvero encomiabile l’operato di Corbijn per questo stage; salvo qualche piccola esagerazione stilistica che rischia di distrarre dall’impatto delle canzoni, i video che accompagnano Gahan e soci durante il concerto sono perfetti ed in totale sintonia con la band. Il concept dei triangoli è usato finemente su gran parte delle canzoni della scaletta (su “Enjoy the Silence”, tre controrsioniste coi loro corpi riproducono simbolicamente i triangoli e l’impatto visivo con la band al centro è straordinario).

Il concerto finisce con le certezze, “Just Can’t get Enough” trascina nelle danze, “I Feel You” incide con la sua sensualità, muovendosi tra rock passionale ed elettronica, e il leggendario campo di grano eseguito dal pubblico durante “Never Let Me Down Again”, glorifica meritatamente una delle più importanti band dell’era moderna. I Depeche Mode sono una band anomala, lo stesso Gahan lo sottolinea nelle ultime interviste,: la natura della loro proposta musicale sarebbe da gruppo underground, mentre il loro successo planetario li proietta verso il mainstream. Lo scontro intrinseco di questa natura fa in modo che il prodotto sia sempre mutevole, ricco ed eterogeneo nel genere musicale, sempre contemporaneo nella proposta artistica, e unico nel panorama mondiale.

(Marco Danelli)

SETLIST:

Welcome to my world
Angel
Walking in my shoes
Precious
Black Celebration
Policy of truth
Should be higher
Barrel of a gun
Higher love
The child inside
Heaven
Soothe my soul
A pain that I’m used to
A question of time
Secret to the end
Enjoy the silence
Personal Jesus
Goodbye

Bis:
A question of lust
Halo
Just can’t get enough
I feel you
Never let me down again

Live Report: Motorpsycho @ Zona Roveri, Bologna 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Li avevamo lasciati un po’ perplessi dopo il concept live di un anno fa circa al Bronson di Ravenna, influenzati dalla scelta poco condivisa di eseguire per intero il nuovo particolare disco “The Death Defying Unicorn”; li ritroviamo dodici mesi dopo a Bologna come se quel concerto non ci fosse mai stato. Stiamo parlando dei Motorpsycho, band norvegese culto del rock psichedelico, che ha infiammato palco e platea del Zona Roveri Club.

Quando si tratta dei Motorpsycho si può andare sul sicuro e poco importa la mia totale mancanza di preparazione sull’ultimo disco “Still Life with Eggplant”; come le migliori tradizioni: quando il trio norvegese suona nei dintorni, bisogna andare a vederli. Il motivo principale è che difficilmente tradiscono le aspettative.

Come al solito non sono previsti ritardi e alle 22.00 precisissime la band scandinava, accompagnata da un quarto elemento, si presenta sul palco, accolta dagli applausi del numeroso pubblico presente. L’inizio è dei migliori con “Überwagner or a billion bubbles in my mind” e “The ocean in her eye” in rapida successione, seguite dalla violenta esplosione di “S.T.G.”, cadenzata dall’innalzamento degli strumenti al cielo durante gli stacchi del ritornello: spettacolo. La scaletta un po’ leccaculo inizia a dare i frutti sperati ed il pubblico dimostra tutta la sua riconoscenza sommergendo i quattro musicisti di applausi e urla alla fine e all’inizio di ogni brano.

Le cinque lampade posizionate dentro dei padelloni da soffitto, costruite in Italia e acquistate l’anno scorso dopo lo show al Cage di Livorno, spiccano tra la consueta muraglia di amplificatori, scandendo e rafforzando le numerose divagazioni progressive strumentali del quartetto. Con una media di dieci minuti a pezzo i Motorpsycho mettono in fila gran parte dei loro più grandi successi, arricchiti dalla presenza di ben quattro dei cinque brani totali dell’ultima fatica discografica “Still Life With Eggplant”.

Gli acuti di “Greener” (i fanatici del “bel canto” stiano alla larga), i riff hard rock di “Hogwash” e le veloci stilettate di “You lied (aka walking on the water)” scaldano il pubblico a tal punto da regalare i primi accenni di pogo, sempre molto apprezzato dalla band scandinava.

Dopo due ore tiratissime, con quattordici brani alle spalle, il quartetto si prende una meritata pausa di due minuti prima dell’encore; la sensazione è che il tempo passato sul palco e il caldo torrido del locale non siano affatto sufficienti per stancare il gruppo al punto che, con il passare delle ore, sembra che la qualità e l’intensità dell’esibizione raggiunga livelli sempre più alti. I due brani che seguono sono di circa un quarto d’ora ciascuno e danno la forte impressione che il gruppo non abbia alcuna intenzione di scendere dal palco; i Motorpsycho si divertono sul palco e il pubblico lo percepisce, suggellando quella che si potrebbe definire la perfetta “transazione” artistica.

L’esibizione si chiude definitivamente dopo due ore e trenta di suono intenso, vero e coinvolgente; i Motorpsycho, che in Italia non godono sicuramente della fama che meriterebbero, non deludono le aspettative nemmeno questa volta ed è per questo motivo che tornerò a vederli al prossimo concerto, perché sono sicuro che non deluderanno nemmeno la prossima.

(Edoardo Gandini)

SETLIST:

  1. Überwagner or a Billion Bubbles in My Mind
  2. The Ocean In Her Eye
  3. S.T.G.
  4. Sail On
  5. Starhammer
  6. Ratchatcher
  7. August
  8. Barleycorn
  9. Greener
  10. Hell, part 1-3
  11. Hogwash
  12. Walking On the Water (You Lied)
  13. Up’ Gainst The Wall (High Time)
  14. X-3 / The Getaway Special

Encore

  1. The Bomb-proof Roll & Beyond

Encore 2

  1. Taifun

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol