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Live Report: Negrita @ PalaOlimpico, Torino 07/02/12

Ffebbraio 10th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Pau, l’ha subito precisato: “Con questo tour siamo diventati maggiorenni”. E noi non possiamo che confermare come i 18 anni dei Negrita siano una splendida realtà, dal punto di vista della maturità musicale, della presenza scenica, del repertorio, della voglia di divertire la gente e di stupirla con due ore e mezza di puro spettacolo musicale.

Il “Dannato vivere tour” ha fatto tappa al PalaOlimpico di Torino, con l’organizzazione di Setuplive.

La struttura è certo enorme, ma sufficientemente versatile per far sentire il calore del pubblico a chi calca il palco. Il colpo d’occhio, nonostante il gelo, la neve e la crisi era di quelli che scaldavano il cuore ed il concerto è stato davvero entusiasmante. Incredibile l’eterogeneità dei fan, a testimoniare come la buona musica accontenta veramente tutti, dall’adolescente all’adulto entrato irrimediabilmente negli “anta”. Il loro pop-rock è in grado di regalare emozioni forti e prolungate, perché alterna momenti di tensione a melodie sognanti.

Partiamo dalla produzione del tour, che ha messo in pista un palco avveniristico, con un intreccio di luci e fumi. Una lunga penisola, che ormai sembra diventata un “must” per tutti gli artisti più affermati, terminava a strettissimo contatto con i fan, a poco più di un metro di altezza da terra. Sopra un Pau in splendida forma, pronto a cantare e contorcersi in pose decisamente teatrali. Al suo fianco, come degno contorno, Francesco Li Causi “Franky” con il suo basso e Enrico Drigo Salvi con la chitarra, che si alternavano nelle scorribande in passerella. Sullo sfondo il resto della band.

La scaletta è stata una lunga cavalcata a percorrere la storia del gruppo aretino, partendo da “Cambio”, primo singolo pubblicato, fino a “Il giorno delle verità”, che è l’ultima creatura. Complessivamente sono stati proposti 26 brani, che hanno ricordato come sia ricca la produzione dei ragazzi toscani.

Cosa ricordare dell’esibizione? Un po’ tutto, ma in particolare ci ha impressionato il bis, che ha regalato ben 7 pezzi, con un finale da fuochi d’artificio. Con “Junkie beat” i Negrita hanno dimostrato come il nuovo album sia assolutamente in linea con le tradizioni passate; in “Transalcolico”, invece è emersa prepotente la maturità di Pau, che in qualche modo condanna la trasgressività del testo; “Sex” ha lasciato trasparire le movenze erotiche del frontman, impegnato in un amplesso virtuale; “Ho imparato a sognare” ha regalato quella ballata tanto Ligabue style, che pare ogni volta un tributo a chi in qualche modo li ha “sdoganati” dall’underground; “Dannato vivere” ha, invece, siglato l’ideale passaggio di testimone tra il nuovo che avanza e l’usato di successo, quali sono “Mama maè” e “Gioia infinita”, che hanno concluso una bellissima serata.

(Vincenzo Nicolello)

SETLIST:

Cambio;

Fuori Controllo;

Il libro in una mano la bomba nell’altra;

Che rumore fa la felicità;

Immobili;

Radio Conga;

Bambole;

Salvation;

L’uomo sogna di volare;

Il giorno delle verità;

La vita incandescente;

In ogni atomo;

Brucerò per te;

Un giorno di ordinaria magia;

Rotolando verso sud;

Magnolia;

Notte mediterranea;

A modo mio;

Splendido;

Junkie beat;

Transalcolico;

Sex;

Ho imparato a sognare;

Dannato vivere;

Mama maé,

Gioia infinita

Live Report: Locanda delle Fate @ Teatro Alfieri, Asti 04/02/12

Ffebbraio 6th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività.

Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, iniziò a produrre musica di alto livello, al pari di altri gruppi dell’epoca. L’avventura si concretizzò con un Lp “Forse le lucciole non si amano più”, che ottenne un buon successo. Disco che ancora oggi è un vero e proprio “cult” tra i fan del prog giapponese. Quando stanno per finire gli anni ’70, il genere va in crisi e così anche le Fate, decidono di percorrere altre strade, non necessariamente legate alla musica. Tutto rimane in naftalina fino al 2010, quando i ragazzacci si ridestano e tornano con un trionfale concerto in occasione di Asti Musica.

Da quel momento, riparte la storia della band, che diventa protagonista in varie session live, prendendo parte a festival prog. L’appetito, vien mangiando, e così arriva anche il nuovo disco, il secondo della loro storia, “The missing fireflies”.

Proprio per presentare questo lavoro, composto da pezzi storici mai incisi e da un “bootleg” di ottima qualità, registrato in occasione di un concerto, la Locanda ha organizzato lo scorso 4 febbraio un live presso il Teatro Alfieri di Asti.

La sala è gremita, con un pubblico eterogeneo, fatto di tanti storici fan e da nuove generazioni, che hanno scoperto la forza del gruppo. La location regala un valore aggiunto ad un’esibizione di ottima qualità.

Leonardo Sasso alla voce, Luciano Boero al basso, Max Brignolo alla chitarra, Oscar Mazzoglio e Maurizio Muha alle tastiere e Giorgio Gardino alla batteria, hanno dato fondo a tutte le loro energie e gli applausi si sono sprecati.

La scaletta, dopo l’intro, “A volte un istante di quiete”, prosegue con il loro singolo più celebre: “Forse le lucciole non si amano più”. Il suono è tosto e pieno, ottimo il mixaggio. Leonardo Sasso, dopo un po’ di rodaggio si scalda e l’esibizione entra nel vivo. Via via vengono snocciolati i brani, intervallati dalle parole di presentazione di quanto stanno proponendo. Ci vuole circa un’ora per arrivare a “Crescendo”, primo estratto del nuovo disco. Il pezzo è tosto. Sebbene abbia 30 anni, graffia e convince, così come piace tutta la setlist che segue.

Da segnalare “Homo Homini Lupus”, altra chicca della Locanda, il cui testo è scritto in latino. Sasso, con la sua grande presenza scenica, si presenta con una maschera da Lucifero, quasi a spiegare cosa vogliano dire le parole che sta interpretando.

Siamo agli sgoccioli del concerto, ma c’è ancora lo spazio per altre soprese. Innanzi tutto arriva un “R.I.P”, che la band dedica al Banco del Mutuo Soccorso e a tutto il movimento prog italiano. Poi, per il bis arriva il brano che la Locanda ha inciso per l’allora “major” Polydor: il medley “New York-Nove Lune”. L’ultimo regalo è l’ennesima poesia di Alberto Gaviglio, “Vendesi Saggezza”. Il pubblico torna a casa entusiasta, le “fate” si preparano per un volo transcontinentale. Saranno a Tokyo con il loro prog, insieme ai Pooh e alla Formula Tre, giusto per testimoniare come nella terra dei samurai, Italians do it better.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

A volte un istante di quiete

Forse le lucciole non si amano più

Profumo di colla bianca

La fine

Sogno di Estunno

Crescendo

Sequenza circolare/La giostra

Cercando un nuovo confine

Non chiudere a chiave le stelle

Homo homini lupus

R.I.P.

New York/Nove lune

Vendesi saggezza

Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.

Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.

Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.

Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.

A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.

I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.

In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore:

Everlasting light

Long gone

I got mine

Live Report: An Evening Of Burlesque @ Teatro Smeraldo, Milano 30/01/12

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci di trasportarti nei mondi da loro creati: dal negozio di caramelle, all’Inghilterra di Emily Bronte sino ai fasti del Circo. Come narra la storia, il Burlesque è nato nell’Ottocento in Inghilterra e viene successivamente esportato negli USA. Di impronta comica e teatrale la scuola inglese, basata sullo strip e sullo stile “showgirl” quella statunitense, questa forma di espressione soddisfa qualsiasi palato. Stasera di palati soddisfatti ce ne sono stati parecchi. Al Teatro Smeraldo, infatti, è andata in scena “En evening of Burlesque”, kermesse di performer inglesi del genere, tutte di nota fama internazionale. A guidare gli spettatori nello sfavillante susseguirsi delle star, Miss Ivy Page, sensualissima e burrosa cantante dalla chioma rosso fuoco, che apre lo spettacolo intonando “Why don’t you do right”, introdotta dalla coreografia di quattro conigliette. Le performance sono quasi tutte accompagnate da un trio di musicisti, che suonano pezzi vintage dal vivo. Il palco prende subito vita con l’esibizione della splendida Slinky Sparkles, deliziosa caramellaia dal fisico statuario. Senza esitazioni, i bon bon vengono sostituiti dall’irriverenza della “perfetta rosa inglese” (“a perfect english rose”) come la definisce Ivy: è Ginger Blush, che con la sua freschezza comica, l’espressività, la sua “boccetta magica” e i suoi uccellini, nelle vesti di una lady vittoriana, suscita risate fragorose. Il Burlesque non è solo uno spettacolo in cui sono protagoniste le donne: è noto, infatti, che i primi spettacoli in Inghilterra furono  interpretati da uomini. Il “macho” della serata è Adriano Fettuccini, improbabile giocoliere nelle vesti di un perfetto uomo della City. Con giocoleria ed equilibrismo, ammalia il pubblico, e lo diverte con il suo strip sul monociclo, che rivela un paio di boxer con la “Union Jack”. E’ il turno, successivamente, della strabiliante Amber Topaz, meravigliosa nel suo completo di piume verdi, canta dapprima “In these shoes”, seguita da “My heart belongs to daddy”, interpretata dalla diva delle dive Marilyn Monroe in “Let’s make love”. Il numero di Amber è travolgente, come lei. Chiude la prima parte Chrys Columbine, la regina del neo burlesque, pianista, fotografata da Playboy, la quale folgora il pubblico con uno strip raffinato e contemporaneo. La seconda parte è un turbinio di numeri con Slinky Sparkles nei panni della showgirl, sensualissima con i suoi ventagli di piume, seguita da Hotcake Kitty, che scoppia i suoi palloncini colorati per mostrarsi in tutto il suo splendore. Ancora una volta, l’arte circense stupisce con Chloe Lloyd, ginnasta e imperatrice degli hula-hop: lascia senza fiato con la sua coreografia. Tanta energia e seduzione con le segretarie retrò interpretate dalle “Folly Mixture”: Liberty Sweet, Bettsie Bon Bon, Saffron Cheveux e Angie Sylvia sono una miscela davvero esplosiva. Chiudono la serata le note della biondissima ed eterea Chrys Columbine, che riesce a svestirsi suonando il piano, e il gran finale di Amber Topaz con le Folly: sulle note di “Cabaret”, la stella del Burlesque “made in Britain” mette in scena un numero da applausi a cascata, anche quando inserisce nel testo del brano l’espressione in italiano “bella topa”. Tra un numero e l’altro, moltissime le interazioni di Ivy con il pubblico: ha persino insegnato alla platea a riprodurre uno “shimmy” con le spalle. Uno spettacolo del genere non va letto, va di certo visto.
Non si poteva chiedere di meglio questa sera: tantissime stelle hanno tempestato il cielo di Milano, che brillava illuminato dal risplendente Burlesque.
(Rossella Romano AKA Bluebell Melody)

Live Report: Mastodon @ Alcatraz, Milano 26/01/2012

Ggennaio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. Red Fang on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti adepti arrivati in anticipo appositamente per non perdersi cotanta grazia. Quando si dice la classe.

I quattro Red Fang, sudati e felici, ringraziano e introducono il set dei Mastodon nel miglior modo possibile. La speranza è di rivederli quanto prima, magari per una serata a loro esclusivamente dedicata.

Capitolo Mastodon: è sempre un piacere farsi piallare le orecchie dalla band di Atlanta. Disco nuovo fiammante sugli scudi, il buon “The hunter” pubblicato a settembre 2011, e quattro fratelli maggiori pronti a coprirgli le spalle. Risultato? Ventitré i pezzi in scaletta pescati magistralmente dall’intera discografia, un’ora e quaranta di furia cieca. Ottima la resa live: i ragazzi sono in palla, la band è rodata e gira come si deve, e si capisce già dalle prime battute, nello specifico “Dry bone valley”, “Black tongue” e “Crystal skull”, quale sarà il piglio della serata. Milano risponde con una platea furibonda: pogo costante e cori allo sfinimento. Altro che terremoto…

Troy Sanders e Brann Dailor sembrano i più attivi sul palco. Il primo offre un campionario di smorfie degne del miglior Luca Ferrari. Il secondo ha il suo bel da fare nell’aizzare una platea già comunque carica a mille. Più defilati invece Brent Hinds e soprattutto un particolarmente arcigno Bill Kelliher. Poco male: “Colony of birchmen”, “Megalodon”, l’ottima “Blasteroid”, e la doppietta micidiale “Spectrelight” / “Curl of the burl”, sono più che sufficienti per tenere in piedi la parte centrale dello spettacolo. Spettacolo che, a dispetto dell’ultima data milanese ai Magazzini Generali (ai tempi di “Crack the skye”, febbraio 2010, la prima da headliner nel nostro paese), è stato privato dei visual, sostituiti da un interessante gioco di luci e da un telone posto alle spalle della band, impreziosito dalla bella immagine di copertina di “The hunter”.

Pochissime le parole spese durante il set: l’idea è quella di tirare il motore al massimo fino alla fine per poi prendere fiato. Obiettivo centrato in pieno, e finale travolgente: da “Crack the skye” fino all’attacco del riffone di “Blood and thunder”, piazzata impeccabilmente in chiusura, le tremende zaffate di sudore delle prime file (la vera garanzia di qualità di un live di questo genere), arrivano implacabili fino in zona mixer.

Non c’è neanche il tempo di sgranchirsi le gambe che i Mastodon, dopo aver abbandonato il palco, rientrano immediatamente, accompagnati dai Red Fang e da alcuni fans, per la conclusione. “Creature lives”, indicata in setlist semplicemente come “The creature”, è il classico “La messa è finita, andate in pace”, il momento catartico: Alcatraz con le corna al cielo, un unico coro che spegne la serata in crescendo. Un momento da tramandare ai posteri. E a questo punto c’è anche il tempo per i ringraziamenti fatti come si deve. E’ Dailor a fare gli onori di casa, guadagnando il centro del palco per salutare l’incredibile platea milanese e dare appuntamento alla prossima estate. Perché ai Mastodon piace, ed è sempre più evidente con il passare del tempo e delle date, suonare nel nostro paese. E perché a noi piace da matti vedere i Mastodon. 2+2…

(Marco Jeannin)

SETLIST RED FANG

“Hank is dead”

“Throw up”

“Malverde”

“Wires”

“Into the eye”

“Number thirteen”

“Good to Die”

“Humans remain human remains”

“Sharks”

“Prehistoric dog”

SETLIST MASTODON

“Dry bone valley”

“Black tongue”

“Crystal skull”

“I am ahab”

“Capillarian crest”

“Colony of birchmen”

“Megalodon”

“Thickening”

“Blasteroid”

“Sleeping giant”

“Ghost of Karelia”

“All the heavy lifting”

“Spectrelight”

“Curl of the burl”

“Bedazzled fingernails”

“Circle of Cysquatch”

“Aqua dementia”

“Crack the skye”

“Where strides the behemoth”

“Iron tusk”

“March of the fire ants”

“Blood and Thunder”

Encore:

“Creature lives”

Live Report: Duran Duran @ Altitude Festival, Klosters (Svi) 21/01/12

Ggennaio 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa di paese, a pochi passi da Davos, paradiso degli economisti amanti dello sci.
Klosters non è certo una metropoli, semmai un paesino di montagna, posto a 1.200 metri sul livello del mare e completamente sepolto da una coltre nevosa spessa più di un metro. Nel corso del week end del 21 e 22 gennaio, si è tenuto, per l’appunto, l’Altitude Festival, che presentava come “headliner” i Duran Duran. Nella “line up” solo tre concerti e tutti pomeridiani. Primi a suonare i francesi Elona Kane, poi gli svizzeri Pegasus e per finire Simon e compagni.
Il palco era allestito in un tendone, in tutto simile a quelli che ospitano le sagre delle Pro loco e le fiere, con tanto di cucina che emanava odore di frittura e formaggio fuso, dove ad occhio la capienza sarà stata di 2 o 3 mila persone.
Chiaro che in un posto del genere, bello paesaggisticamente, suggestivo per chi vuole fare cose fuori dal normale, non sarebbe stato possibile assistere ad  un concerto dei Duran, “normale”.
Dal punto di vista tecnico la produzione era comprensibilmente limitata: niente scenografia, qualche luce (per la verità ben dosata), un buon impianto di amplificazione e mixer. Nulla di eclatante, visto che lo spettatore più lontano si ritrovava a 20 metri dal palco. Il pubblico era composto da una “ricca” rappresentanza di borghesi inglesi, giunti in zona per il campionato di “Snow polo”, qualche fan dei Duran e per il resto dalla gente del luogo, con una larga percentuale di bambini, increduli di poter assistere ad un evento del genere. Che ci fosse gente poco avvezza ai concerti rock lo si è capito anche dalla security, molto più impegnata a distribuire tappi per le orecchie, che a garantire l’ordine pubblico.
Dicevamo di un concerto “sui generis” che non ha deluso, anzi. La scaletta era composta da 14 brani, molti dei quali erano della vecchia produzione duraniana.
Si parte subito con “Planet Earth”, che per i non addetti è il singolo di debutto della band, per poi passare allo “spionaggio” di “A view to a Kill”, colonna sonora dell’omonimo film di 007. Quindi si arriva ai giorni nostri con “All you need is now”, singolo dell’ultimo e omonimo disco, inciso nel 2011. Il concerto prosegue con un nuovo tuffo nel passato e l’immortale “Reflex”, per poi tornare all’attuale “Safe”. Di seguito in rapida sequenza “Come undone” (dal “The Wedding Album”), “Girl Panic” (ultimo singolo estratto da “All you need is now”), “Is There Something I Should Know?” e “Girls on film” (entrambi estratti dall’album di esordio “Duran Duran”. Is there, in realtà è stato inserito in occasione della ristampa del disco).
Il gran finale prende corpo partendo da “Ordinary World” (“The wedding album”), per poi passare a “Hungry like the wolf” (“Rio”) e “(Reach Up For The) Sunrise” (da “Astronaut”), prima di intonare “Wild Boys” (“Arena”, in un medley con “Relax” dei Frankie goes to Hollywood).
Per il rientro Simon e soci hanno proposto “Rio”, tratto dall’omonimo album, per una chiusura in stile.
Insomma, una setlist studiata più per coloro che conoscono poco dei Duran, che per i fans, che forse avrebbero preferito altre chicche: poco male, per loro è rimasta l’esperienza di aver visto un concerto in montagna, piacevole, rilassato e a pochi passi dai favolosi quattro di Birmingham, che si sono adattati perfettamente all’atmosfera festaiola dell’Altitude e hanno salutato i presenti con una battuta di John Taylor: «Thank you for the cheese and goodnight» (e supponiamo che il cheese non fosse affatto il sorriso dei presenti).
(Vincenzo Nicolello)

Live Report: Cristina Donà @ Teatro Martinitt, Milano 17/01/12

Ggennaio 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di Cristina Donà. Eppure, nonostante numerosi concerti in giro per l’Italia, quello del 17 gennaio era il primo appuntamento milanese. Appuntamento evidentemente molto atteso dal pubblico che ha gremito il Teatro Martinitt, nonostante il freddo e la nebbia di questi giorni.

Il concerto inizia ripescando ne “La quinta stagione” ed è quasi una dichiarazione di intenti di quanto ci aspetta nel corso della serata: il rock graffiante di “Niente di particolare” e la ballata di “Universo”. Grande impatto di suoni ed eleganza, da sempre gli ingredienti principali della musica di Cristina Donà.

Dopo un breve tuffo nel passato con “L’aridità dell’aria” e “Goccia”, un piccolo gioiello nascosto della musica pop italiana, si arriva nel cuore del concerto dove sono i brani di “Torno a casa a piedi” a fare la voce del padrone.

E’ qui che Cristina Donà mostra compiutamente la sua grande vocazione pop , quello con la “P” maiuscola. “Miracoli”, in una versione scanzonata e divertente, “Più forte del fuoco”, cantata sottovoce dal pubblico quasi per non disturbare la splendida voce della Donà e l’ironia di “Giapponese”: tutte canzoni che ricordano piccoli cortometraggi, affreschi di vita quotidiana raccontati, e soprattutto interpretati, mai banalmente.

Cristina si diverte e fa divertire. Il suo modo di fare sul palco, sempre in bilico tra timidezza e ironia, trasmette autenticità e sincerità, sia quando racconta piccoli aneddoti, sia quando scherza con i suoi musicisti. La formazione è snella, ma di qualità: Piero Monterisi alla batteria, Emanuele Brignola al basso, Saverio Lanza (produttore, tra l’altro, dell’ultimo disco) a chitarre, tastiere e cori.

Grandi musicisti, la cui tecnica non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del gusto e delle canzoni.

Inoltre, sarà per la loro disposizione non convenzionale (la batteria è di fianco alla Donà, ma di profilo sulla destra del palco), sarà che il teatro è uno spazio piccolo e raccolto, ma la sensazione con il passare dei minuti è di essere sul palco con Cristina e la sua band. Quasi una sorta di saletta prove, ma ben rodata musicalmente.

I bis si aprono con una toccante “Settembre” riarrangiata per sole percussioni. Il finale, invece, è dedicato al crescendo irresistibile di “Invisibile”, per poi chiudersi con una travolgente “Triathlon”, dove il pubblico, finalmente, si alza dalle poltrone e inizia a ballare con la band.
In buona sostanza il concerto conferma per l’ennesima volta il talento di Cristina Donà e la magia che attraversa le sue canzoni e che negli ultimi tempi ha conquistato un po’ tutti, anche un certo Francesco De Gregori.

(Simone Bianchi)

SETLIST:

Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi)

Universo

L’aridità dell’aria

Stelle buone

Un esercito di alberi

Goccia

In un soffio

Giapponese (L’arte di arrivare a fine mese)

Miracoli

Più forte del fuoco

Torno a casa a piedi

The Truman Show

Tutti che sanno cosa dire

Settembre

Invisibile

Triathlon

Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11

Dicembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds & soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i dEUS stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want” (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds & soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The final blast”

“The architect”

“Costant now”

“Oh your God”

“Slow”

“Second nature”

“Instant street”

“If you get what you want”

“Dark set in”

“Magdalena”

“Ghost”

“Keep you close”

“Sister dew”

“Bad timing”

ENCORE

“The end of romance”

“Sun Ra”

“Fell of the floor, man”

“Hotellounge (Be the death of me)”

ENCORE 2

“Suds & Soda”

Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11

Dicembre 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante i suoi natali da “profano”, la musica di Vinicio Capossela con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato “Sante Nicola nella pancia della balena”. Rispetto agli anni scorsi però c’è una novità piuttosto importante: quest’anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come “Marinai, profeti e balene”. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.

Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con “Il grande leviatano”, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest’anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva “L’Oceano oilalà” si tinge dei mari d’Irlanda e apre la strada a “Dalla parte di Spessotto”, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.

Il viaggio per mare prosegue con un’altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di “Billy Budd”, il capitano Achab folle e disperato de “La bianchezza della balena” e dei “Fuochi fatui”. Ma c’è anche “Lord Jim”, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l’Antico Testamento con la bellissima “Job”, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le “Pleiadi”, in un momento catartico e toccante.

Certo la parte “marina” dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po’ con i tentacoli porpora del “Polpo d’amor”, un po’ con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena “Pryntil”, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a “Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´”, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante “Vinocolo” compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del “Ballo di San Vito”. Bella e intensa.

Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. “La Santissima dei naufragati” chiude la prima parte dello show, mentre “L’uomo vivo” sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po’ di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la “Suite di Sante Nicola”, bella ma forse un po’ tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di “Santa Claus is coming to town” e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone “Sante Nicola”, estratta dall’album “Da solo”. Poi si concede perfino un’incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.

Poi ecco “Ovunque proteggi”, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un’insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece “Al veglione”, dove al “Buonanotte” finale Vinicio preferisce un “Buone feste a tutti!”. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Il grande Leviatano

L’oceano Oilalà

Dalla parte di Spessotto

Billy Bud

Lord Jim

La bianchezza della balena

I fuochi fatui

Job

Goliath

Polpo d’amor

Printyl

Vincolo

Il ballo di San Vito

Calipso

Le Pleiadi

Dimmi Tiresia

Nostos

La Santissima dei Naufragati

L’uomo vivo

Inedito

Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)

Sante Nicola

Intermezzo (Schubert)

Ovunque proteggi

Al veglione

Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un concerto con aspettative basse è un’arma a doppio taglio. Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non ti aspetti.

Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni ‘90. Ma anche nel loro periodo d’oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte le diverse incarnazioni – la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso – e non ho mai visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine anni ‘90, il tour di “Ava Adore”, quando suonarono su un barcone attacato al molo – ma lì fece molto la scenografia.

Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come “Zeitgeist” – discutibile – e il progetto “Teagarden by kaleidoscope” che ha prodotto qualche buona canzone, ma insomma. Vedremo con “Oceania”. Riassumendo: il rischio era di trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il solo Billy Corgan attorniato da figuranti.
Invece.
L’arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti dell’Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello all’entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti contudenti. Bah.
Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode nell’inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano duro con una nuova canzone, “Quasar”. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma anche gli altri se la cavano bene.
Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal vecchio repertorio. Per dire: da “Siamese dreams” arrivano “Soma” e “Geek USA”. Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con “Muzzle”, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite benissimo.
Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo, gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni, ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione: pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente autocelebrativo – e questo fa loro grandissimo onore.
Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di queste lunghe jam: “Cherub rock”, seguita da “Tonight, tonight”. Poi “Zero” e “Bullet with butterfly wings” nei bis, tutte accolte da boati.
Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in un modo un po’ diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere – lo ripetiamo – è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni ‘90 che ad un palazzetto del 2011.
(Gianni Sibilla)
SETLIST:
Quasar
Panopticon
Starla
Geek U.S.A.
Muzzle
Lightning Strikes
Soma
Siva
Oceania
Frail and Bedazzled
Silverfuck
Pinwheels
Pale Horse
Thru the Eyes of Ruby
Cherub Rock
Tonight, Tonight
Encore:
For Martha
Zero
Bullet With Butterfly Wings

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol