Blog

Live Report: David Gilmour @ Teatro degli Arcimboldi Milano 24/03/2006

Per un biglietto bisognava sbattersi e svenarsi, d’accordo, ma come si faceva a dire di no? E infatti in occasione della prima italiana di David Gilmour, venerdì 24 marzo, il Teatro degli Arcimboldi di Milano, sold out da mesi, è pieno come un uovo (anche se qualche poltrona vuota la si trova sempre…saranno i tagliandi a prezzi da strozzinaggio rimasti invenduti su eBay). La sala è da sogno, architettura hi tech e design funzionale, platea dolcemente degradante e due gallerie sovrapposte, acustica perfetta. La scenografia minimale ed elegante, poche luci sapienti, specchi riflettenti e fumi discreti ad avvolgere i musicisti nei momenti clou in cui salgono tensione e volume musicale. Il primo fascio bianco illumina Gilmour da solo sul palco, nerovestito e dimagrito, e la sua Fender (nera anche lei) accarezzata con dolcezza sull’introduzione di “Castellorizon” sarebbe riconoscibile a chilometri di distanza. Quando entrano in scena gli altri è impossibile non farsi condizionare dal mito: alla sinistra del palco, come annunciato, si sistema Rick Wright, accolto da ovazioni calcistiche. Vicino a lui c’è l’altro tastierista Jon Carin, un fedelissimo del giro Floyd così come il bassista Guy Pratt. Completano la compatta formazione il batterista Steve DiStanislao, in prestito dalla band di Crosby & Nash e l’ottimo, discreto Phil Manzanera, il chitarrista dei Roxy Music e vicino di casa nel Sussex che a Gilmour ha dato una mano decisiva nel completare un album favoleggiato per anni. Lo eseguono tutto, “On an island”, nel corso del primo dei due set in cui si articola lo show: rispettosi di una vecchia tradizione floydiana che vuole i dischi nuovi riprodotti in concerto da cima a fondo. Il titolare evidentemente ci crede fino in fondo, e la sua è una scelta tutto sommato coraggiosa anche se i fan adoranti da lui accetterebbero anche di sentir cantare l’elenco del telefono…Performance quasi impeccabile, ma dal vivo l’album regge meno che sullo stereo di casa, complici quei lunghi passaggi piacevoli ma un po’ snervati, fluidi ma radenti la “soundtrack music” da sottofondo: il pezzo che lo intitola è solido e convincente, ma pesa l’assenza delle voci angeliche di Crosby & Nash; senza la cornetta di Robert Wyatt “Then I close my eyes ” mostra le sue fragilità e anche l’altro strumentale “Red sky at night” non è indimenticabile, nonostante il generoso prodigarsi del bandleader al sassofono. Ci si scuote un po’ col rock blues anni Sessanta di “This heaven”, il ritmo aggressivo di “Take a breath”, la delicata atmosfera acustica di “Smile”, la mini sinfonia pop di “A pocketful of stones”. Ma tutti, soprattutto chi ha letto le cronache e le scalette dei concerti precedenti in Europa, sono lì in trepidante attesa del secondo tempo. Partono le prime note lancinanti di una “Shine on you crazy diamond”, più intimista e in chiaroscuro rispetto alle versioni conosciute, e viene giù il teatro. E sono ancora boati di approvazione quando entrano in azione i sax ruggenti di Dick Parry (un reduce dai tempi di “The dark side of the moon) e la steel guitar di “Breathe”, mentre gli orologi di “Time” e le frequenze radio disturbate che introducono “Wish you were here” suscitano immediati riflessi pavloviani e salivazione a mille nel pubblico affamato di Pink Floyd.
Sono brividi autentici con i venti minuti psichedelici di “Echoes”, le voci di Gilmour e di Wright in sovrapposizione, organo e chitarra che incrociano i riff sul ritmo funky della sezione centrale prima che la sei corde elettrica di David si metta a urlare come un gabbiano. Il tastierista canta con voce esile un brano da “The division bell”, “Wearing the inside out”, e dallo stesso disco arrivano “Coming back to life” e la malinconia soffusa di “High hopes”. C’è anche un inatteso ripescaggio dalla colonna sonora “Obscured by clouds”, 1972 (“Wot’s… uh the deal”, una ballata di atmosfera placida e vagamente westcoastiana a cui si rifanno diversi momenti di “On an island”), mentre a chiudere in crescendo, e senza bis, provvede l’immancabile “Comfortably numb”. La sensazione, alla fine, è quella di aver assistito comunque a un evento memorabile. I Pink Floyd a metà, d’accordo: ma per rivivere brandelli di leggenda rock in un ambiente a dimensione umana, intimo e raccolto come questo, bisognava esserci stati di persona, nel 1972/73, al Rainbow di Londra o in qualche altra gloriosa “venue” d’epoca. Prima che la deflagrazione di “The dark side of the moon” proiettasse i quattro negli spazi immensi delle piazze e degli stadi, irraggiungibili per noi che stavamo sull’altro lato della luna.

(Alfredo Marziano)

Lascia un Commento

Devi essere loggato per scrivere un commento.

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol