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Archivio per Giugno, 2007

Live Report: Daniele Silvestri @ Idroscalo Milano 26/06/2007

Mercoledì, Giugno 27th, 2007


Eccolo, il vincitore morale dell’ultimo Sanremo, venuto a reclamare il posto che gli spetta. Che, per inciso, non è soltanto quello di dominatore dell’airplay radiofonico con l’onnipresente “La paranza”. No, il vero posto di Daniele Silvestri dovrebbe essere, adesso più che mai, un palco. Gli anni di lontananza dalle scene vanno buttati alle spalle , e va ricordato al pubblico che Silvestri non è solo quello dei tormentoni (prima c’era stata “Salirò”), ma un musicista vero, capace di passare in rassegna diversi generi musicali, non solo il pop di qualità.
Ecco quindi “Il latitante tour 2007” che approda a Milano in una strana sera estiva, molto fresca ma comunque funestata dalle zanzare che solitamente infestano il lido della metropoli lombarda, l’Idroscalo: “Sono il vero pubblico”, scherza Daniele, “Sono più di noi, e stasera il concerto è per loro”. E dire che di gente ce n’è eccome: una buona parte è li per “La paranza” e Daniele la mette ad inizio concerto, quasi per levarsi il fastidio e far scaldare la gente. Presentandola, ammette di averla trovata troppo appiccicosa da subito dopo averla scritta, fino a che il suo produttore Enzo Miceli non ha trovato un po’ di musicisti latini che l’hanno rivitalizzata: i musicisti, gli stessi con cui Silvestri si è esibito al Festival sono gli ospiti speciali della serata, e si fermano per un paio di brani oltre a “La paranza”, che ovviamente fa ballare tutti.
Per il resto, il concerto conferma quanto già sa chi segue il cantautore romano tormentoni a parte. Daniele ha una capacità di scrittura e di performance come pochi altri in Italia: il concerto alterna il rock di “Seguimi” alla polemica sociale (l’1-2 di “Il mio nemico” e “Che bella faccia”) a divertissment scatologici come “Sogno-b”. Daniele parla molto prima delle canzoni, intrattiene il pubblico, ma più che le zanzare o le troppe parole il concerto sembra patire un po’ la scaletta altalenante tra i generi, che fa fatica a coinvolgere tutto il pubblico, sopratutto quello che conosce solo le canzoni più famose.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Renato Zero @ Stadio Meazza Milano 09/06/2007

Domenica, Giugno 10th, 2007


“Quattro-tre-due-uno-zeroooo, quattro-tre-due-uno-zeroooo”, questo il gioioso mantra intonato dai cinquantamila presenti nel tempio calcistico milanese per rendere più lieve e divertente l’attesa delle 21.00, allorquando sul palco si sarebbe palesato il gran Cerimoniere. La parola gioia, declinata in tutte le sue accezioni, è la più corretta per definire l’atmosfera che si respira al Meazza: un pubblico che trascende generazioni e ceti sociali attende in grande tranquillità lo spettacolo del suo artista preferito.
“.mpZero” è il nome dato al tour e il palco nelle sue fattezze non poteva che riprodurre la sagoma di un lettore mp3: display centrale contornato – ovviamente – di bianco, con tanto di casse ben visibili ai fianchi. “.mpZero” è uno spettacolo ideato, scritto e interpretato da Renato Zero, una ambiziosa produzione che ricorda i varietà musicali in onda il sabato in prima serata tanti anni fa. Una dozzina di ballerini di ambo i sessi introducono lo spettacolo ballando sulle note di una canzone “…tutti per Zero e Zero per tutti…” in puro stile sigla televisiva Canzonissima ’70.
Il display sopra citato si fa sipario e da esso compare, in un tripudio difficilmente descrivibile, l’artista romano sulle note di “Niente trucco stasera”, al termine della canzone saluta il pubblico con un “…è proprio bello il popolo degli Zerofolli!”.
In grande forma fisica e vocale, abbandona spesso il palco per guadagnare le quinte dove si reca per il cambio di abito di scena. La band che lo supporta rimane sullo sfondo nella penombra, lasciando campo libero al mattatore e al corpo di ballo che lo accompagna nella interpretazione coreografica delle canzoni pescate dal vecchio repertorio come “Sesso o Esse”, “Spiagge”, “Baratto”, “Triangolo” che fanno letteralmente esplodere in urla e balli tutti i sorcini presenti. Particolarmente riuscita “L’ambulanza” con Renato che compare sul palco ingessato con il braccio al collo e i ballerini in camice da medico e infermiere a mimare il tran tran lavorativo di una corsia d’ospedale. Mentre i brani più recenti e maggiormente intensi lo vedono solitario sul palco sottolineati da un occhio di bue ad illuminare oltre che l’artista anche la poesia delle parole che canta.
Alla vigilia era stata promessa una sorpresa e la sorpresa assomiglia più a un gioco di prestigio. Dal nulla si materializza Laura Pausini per duettare sulle note di “Nei giardini che nessuno sa” urlando al pubblico “Renato Zero, il nostro idolo!”.
Presentando la band e ringraziando i ballerini, dopo due ore e mezza, con “Il cielo”, si chiude lo spettacolo con Renato che incamminatosi verso l’uscita del palco si volta improvvisamente e, con grande ironia, rivolge al pubblico il classico “Non dimenticatemi, eh!”.
Il pubblico all’uscita è stanco ma felice dopo questo incontro con il proprio guru e non importa se grandi classici del repertorio come “Amico”, “Mi vendo”, “I migliori anni della nostra vita”, “Più su”, “Il carrozzone” non hanno trovato posto nella scaletta dello spettacolo di questa sera, altre occasioni ci saranno in futuro e si farà in modo che siano nuove notti d’amore.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Paolo Nutini @ Rolling Stone Milano 06/06/2007

Sabato, Giugno 9th, 2007

Estremizzando, ci sono due ragioni per cui ieri sera il pubblico milanese gremiva il Rolling Stone: le labbra di Paolo Nutini e la sua musica.
Imberbe, ventenne, emaciato più che trasandato, fragile più che ribelle, l’italo-scozzese è, per la folla femminile, ‘hot lips’. Gridolini, canzoni recitate a memoria, cellulari e fotocamere costantemente puntati sul cantante per un’ora e mezza, hanno fatto da cornice allo show; niente quote rosa da negoziare, qui: la forte presenza in sala di ragazzine e donne ha reso l’ambiente molto rock and roll.
La seconda ragione, evidentemente, è quella più seria e consistente, anche perché Nutini dal vivo regala splendide sorprese a chi ne ha apprezzato l’unico album “These streets”. E il primo complimento arriva sotto forma di critica: caro Paolo, cambia produttore. Ken Nelson fa uno splendido lavoro con i Coldplay ma, se non vuole farlo lui, chiedi a qualcuno di sporcarti il prossimo disco, considerato che nella dimensione live rendi almeno il doppio.
Il tema di Rocky introduce la band sul palco e con “Alloway grove” comincia lo show. Nutini è accartocciato intorno al microfono, mugugna il pezzo e lascia che l’atmosfera di surriscaldi con la sola forza delle canzoni. La sua voce suona più nasale di quanto ci si attendesse, ma sa modularla bene come fanno i cantanti soul: “New shoes” è già un tripudio, con “These streets” siamo all’apoteosi (e a questo punto, dopo tre brani, il nostro ha anche imbracciato la chitarra acustica).
Minimalista, di poche parole, probabilmente più timido che atteggiato, decisamente attraversato dall’emozione dei suoi pezzi, Nutini incarna il motto “what you get is what you see” e lascia che sia la musica a parlare. Una musica consistente, la sua, di quella razza che può contribuire a rendere mainstream il ‘roots rock’. La sensazione che l’artista trasmette è quella di una rockstar prossima ventura e di qualcuno al quale melodie e liriche vengono molto facili. Mi pare che sul palco dimostri come la sua preparazione sia profonda e istintiva: prova ne sia la cover di “Trouble so hard”, in cui riveste un pezzo che Moby aveva scarnificato per renderlo grande di un ritmo nuovo e di un esilarante e riuscitissimo arrangiamento reggae; oppure la cover di “Dolphins” di Fred Neil; o ancora, nei bis, quella di “I want to be like you” di King Louis.
Quando hai un solo album alle spalle, sali sul palco per dimostrare ai paganti che valeva la pena di riascoltare e verificare quel pugno di canzoni in una dimensione diversa e in una situazione più diretta. Di nuovo: Paolo Nutini non tradisce, arriva alla fine del set con l’acclamatissima “Jenny don’t be hasty”, poi seguita da tre bis (“Northern skies”, “I want to be like you”, “Funky cigarette”) e, anche se si mangia ancora le parole come il primo Michael Stipe, chiarisce senza lasciare dubbi di che stoffa è fatto.

(Giampiero Di Carlo)

Live Report: White Stripes @ Idroscalo Milano 07/06/2007

Venerdì, Giugno 8th, 2007

Un ringraziamento speciale va inviato a Giove Pluvio che ha graziato i tanti che non hanno voluto perdersi la data milanese degli White Stripes e sono convenuti nel pratone a fianco dell’Idroscalo, il mare di Milano. Le piogge dei giorni precedenti, però, non hanno mancato di rendere il fondo del prato di fronte al palco molto più che fangoso e una pozzanghera di grosse dimensioni, che per profondità aveva poco da invidiare al vicino Idroscalo, ha costretto il pubblico a disporsi ai lati di questo inopportuno laghetto in una insolita formazione a ciambella.
I due ex coniugi White, in bilico tra Stendhal e Galliani – maglia e pantaloni rigorosamente rossi Jack, identico completo ma di un elegante nero Meg – verso le 22 si presentano sul palco e danno inizio alle danze con “Dead leaves and dirty ground”, un brano che risale a “White blood cells”, e “Black math” lasciando intendere che non ci saranno sconti di sorta e l’immersione nella loro musica sarà totale.
Il palco è minimale nell’allestimento: la batteria alla sinistra di chi guarda, tre microfoni posti lungo il fronte per permettere a Jack di cantare senza impicci da qualsiasi posizione, uno sfondo rosso e una solitaria mirror ball appesa sul lato destro.
Il pubblico, sorprendentemente, non si lascia andare a sbracati “Popopopopopo” ma è totalmente assorbito dal set tirato e senza fronzoli di Jack e Meg. Quest’ultima, smentendo chi la vorrebbe senza i minimi requisiti tecnici, si difende più che bene dietro piatti e tamburi, dai quali si separa per raggiungere il centro del palco in un’unica occasione, per regalare una bella versione di “In the cold cold night”. Jack, alla chitarra, è di rara bravura nel vestire i panni del frontman e gestisce lo spettacolo con scoraggiante maestria camminando senza rete a mille metri di altezza sul filo del blues, del rock, del country e di tutta la musica americana degli ultimi quarant’anni. Ogni singola nota che esce dalla sua chitarra è di disarmante semplicità e funzionalità, talenti che solo i grandi possiedono.
Nonostante le due date italiane (l’altra si è tenuta la sera prima al Teatro Tendastrisce di Roma) anticipino di una manciata di giorni l’uscita del loro sesto album “Icky thump”, il concerto non gravita attorno alle nuove canzoni. Anteponendo l’equilibrio e la riuscita del concerto alla promozione del nuovo cd, di quest’ultimo vengono presentati solo tre/quattro brani. Se i vecchi adagi hanno ragione di essere e, quindi, “il buongiorno si vede dal mattino”, la nuova uscita discografica sarà una presenza fissa nelle top ten che tutte le testate giornalistiche usano compilare a fine anno per riassumere quanto di buono ascoltato.
Una versione semplicemente perfetta di “I just don’t know what to do with myself” di Burt Bacharach, fa correre i brividi lungo la schiena di tutti i presenti che intonano entusiasti il ritornello. Al novantesimo minuto del concerto – e non poteva essere altrimenti – il commiato con il pubblico di Milano è affidato a “Seven nation army”, la canzone che, di questi tempi un anno fa, era colonna sonora della tifoseria italiana nella spedizione tedesca della nazionale ai mondiali di calcio. Il concerto milanese conferma come gli White Stripes siano una delle poche “cose” eccitanti presenti nell’attuale panorama rock.

(Paolo Panzeri)

Dal Vivo
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