Live Report: Gods of Metal @ Stadio Brianteo, Monza, sabato 27/06
Martedì, Giugno 30th, 2009Saranno anche gli dèi del metallo, avranno anche il potere di muovere legioni e legioni di fan, ma – ancora – le condizioni metereologiche sfuggono al loro controllo: a circa metà del set dei Queensrÿche, quando – dopo una giornatadiscretamente calda e assolata – una buona parte del pubblico già sfoggia eritemi da legionario, dalle nubi addensatesi sopra lo stadio Brianteo di Monza si mette a cadere una pioggia piuttosto fastidiosa.

Non di quegli scrosci rapidi e violenti che ai festival estivi, alla fine, fanno anche folclore: una pioggia sottile e costante, che presto trasforma il microclima dell’arena brianzola in una replica di quello del delta del Mekong. E mentre alcune t-shirt con rune, croci en reverse, tombe scoperchiate e amenità varie si mettono all’asciutto sotto improbabili ombrellini da gita di pensionati, ecco il primo intoppo: salta l’impianto e la band di Bellevue rimane silenziata. “Eccheccazzo”, sbotta divertito Geoff Tate in un italiano sufficentemente comprensibile, e – dopo qualche minuto – tutto torna a posto. I problemi tecnici non risparmiano nemmeno i Tesla, che si presentano al pubblico italiano in gran forma: che dopo una manciata di canzoni si vedono costretti ad un repentino stop per noie all’amplificatore del basso. “Shit happens”, chiosa saggiamente Jeff Keith mentre la pioggia continua a cadere e la fila per hot dog e hamburger si allunga, e lo spettacolo continua. A pacificare la situazione tra divinità pagane e non interrompendo pioggia e serie di inconvenienti tecnici ci pensano – nomen omen – Ronnie James Dio e i suoi Heaven & Hell. Tastando il polso del pubblico, presto ci si accorge che in molti sono qui solo per loro. Dagli spalti scendono manipoli di fan, compatti nell’ammassarsi sotto il palco commentando come il ruolo da headliner assegnato ai Motley Crue sfiori il reato di lesa maestà nei confronti dei Numi del metallo. Sul palco troneggiano due gargoyle alti una quindicina di metri, due parure di catenazze da due metri per dieci a coprire il muro di speaker e una batteria grande più o meno come una villetta bifamiliare. Gli ex Sabbath prendono con sicurezza possesso della ribalta e iniziano a riversare sul pubblico tonnellate di decibel, passando in rassegna il meglio del loro repertorio che la platea conosce palmo a palmo. Tra visual decisamente non memorabili, un solo quasi circense di Vinny Appice e le sciabolate di chitarra di Mister Iommi si arriva al gran finale, una torrenziale versione di “Heaven & hell” che lascia gli astanti, storditi, in un singalong quasi mistico. Non c’è dubbio: a prescindere dalla posizione in scaletta, la parte del leone l’hanno fatta loro, anche perché – come osserva con sincera ammirazione un fan in zona ristoro in vena di perle di saggezza popolare – “sfido chiunque, a quasi settant’anni, a suonare così”. Nel frattempo i Motley Crue preparano il campo: su una parete di led si stagliano, cubitali, le lettere che compongono “Los Angeles”, oltre che al non esattamente minimale set di batteria di Tommy. Vince Neil e soci scelgono di sorprendere il pubblico calando all’improvviso un sipario rigorosamente nero. I suoni, bisogna riconoscere, non sono un granché: anzi, rasentano la decenza. I californiani, tuttavia, non si (e ci) fanno mancare nulla, con la sei corde di Mick Mars che rincorre i gorgheggi (fin troppo) siderali del frontman mentre Nikki Sixx e Lee macinano basi non senza qualche imprecisione. E non manca, soprattutto, la concione del buon Tommy, che introduce “Motherfucker of the year” (“Allora, chi scegliamo?”, arringa la folla che lo acclama) infilando come da copione un “fuck” ogni mezza parola. Lo spettacolo c’è, la musica meno: il set appare routinario e piuttosto svogliato, ricco di pose (e assoli) ma povero di trasporto. Il pubblico se ne accorge e, fedelissimi a parte, inizia a sciamare alla volta dei parcheggi. Gli dèi, per oggi, hanno già dato.
(Davide Poliani)






