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Archivio per Giugno, 2009

Live Report: Gods of Metal @ Stadio Brianteo, Monza, sabato 27/06

Martedì, Giugno 30th, 2009

Saranno anche gli dèi del metallo, avranno anche il potere di muovere legioni e legioni di fan, ma – ancora – le condizioni metereologiche sfuggono al loro controllo: a circa metà del set dei Queensrÿche, quando – dopo una giornatadiscretamente calda e assolata – una buona parte del pubblico già sfoggia eritemi da legionario, dalle nubi addensatesi sopra lo stadio Brianteo di Monza si mette a cadere una pioggia piuttosto fastidiosa.

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Non di quegli scrosci rapidi e violenti che ai festival estivi, alla fine, fanno anche folclore: una pioggia sottile e costante, che presto trasforma il microclima dell’arena brianzola in una replica di quello del delta del Mekong. E mentre alcune t-shirt con rune, croci en reverse, tombe scoperchiate e amenità varie si mettono all’asciutto sotto improbabili ombrellini da gita di pensionati, ecco il primo intoppo: salta l’impianto e la band di Bellevue rimane silenziata. “Eccheccazzo”, sbotta divertito Geoff Tate in un italiano sufficentemente comprensibile, e – dopo qualche minuto – tutto torna a posto. I problemi tecnici non risparmiano nemmeno i Tesla, che si presentano al pubblico italiano in gran forma: che dopo una manciata di canzoni si vedono costretti ad un repentino stop per noie all’amplificatore del basso. “Shit happens”, chiosa saggiamente Jeff Keith mentre la pioggia continua a cadere e la fila per hot dog e hamburger si allunga, e lo spettacolo continua. A pacificare la situazione tra divinità pagane e non interrompendo pioggia e serie di inconvenienti tecnici ci pensano – nomen omen – Ronnie James Dio e i suoi Heaven & Hell. Tastando il polso del pubblico, presto ci si accorge che in molti sono qui solo per loro. Dagli spalti scendono manipoli di fan, compatti nell’ammassarsi sotto il palco commentando come il ruolo da headliner assegnato ai Motley Crue sfiori il reato di lesa maestà nei confronti dei Numi del metallo. Sul palco troneggiano due gargoyle alti una quindicina di metri, due parure di catenazze da due metri per dieci a coprire il muro di speaker e una batteria grande più o meno come una villetta bifamiliare. Gli ex Sabbath prendono con sicurezza possesso della ribalta e iniziano a riversare sul pubblico tonnellate di decibel, passando in rassegna il meglio del loro repertorio che la platea conosce palmo a palmo. Tra visual decisamente non memorabili, un solo quasi circense di Vinny Appice e le sciabolate di chitarra di Mister Iommi si arriva al gran finale, una torrenziale versione di “Heaven & hell” che lascia gli astanti, storditi, in un singalong quasi mistico. Non c’è dubbio: a prescindere dalla posizione in scaletta, la parte del leone l’hanno fatta loro, anche perché – come osserva con sincera ammirazione un fan in zona ristoro in vena di perle di saggezza popolare – “sfido chiunque, a quasi settant’anni, a suonare così”. Nel frattempo i Motley Crue preparano il campo: su una parete di led si stagliano, cubitali, le lettere che compongono “Los Angeles”, oltre che al non esattamente minimale set di batteria di Tommy. Vince Neil e soci scelgono di sorprendere il pubblico calando all’improvviso un sipario rigorosamente nero. I suoni, bisogna riconoscere, non sono un granché: anzi, rasentano la decenza. I californiani, tuttavia, non si (e ci) fanno mancare nulla, con la sei corde di Mick Mars che rincorre i gorgheggi (fin troppo) siderali del frontman mentre Nikki Sixx e Lee macinano basi non senza qualche imprecisione. E non manca, soprattutto, la concione del buon Tommy, che introduce “Motherfucker of the year” (“Allora, chi scegliamo?”, arringa la folla che lo acclama) infilando come da copione un “fuck” ogni mezza parola. Lo spettacolo c’è, la musica meno: il set appare routinario e piuttosto svogliato, ricco di pose (e assoli) ma povero di trasporto. Il pubblico se ne accorge e, fedelissimi a parte, inizia a sciamare alla volta dei parcheggi. Gli dèi, per oggi, hanno già dato.

(Davide Poliani)

Live Report: Nine Inch Nails @ Idroscalo Milano 26/06/09

Lunedì, Giugno 29th, 2009

Il cielo è cupo, la pioggia scende a tratti: Milano sembra adeguarsi alla musica, per il concerto dei Nine Inch Nails.
La band di Trent Reznor arriva per la prima delle due date italiane del Wave Goodbye Tour, il tour d’addio. E’ l’headliner di un minifestival che vede anche Mars Volta e Korn, i più sfortunati della giornata con un set colpito, quello sì, violentemente dall’acqua e con conseguenti problemi d’impianto.
I NIN arrivano quasi puntuali alle 9 e 40: la pioggia scenderà per tutto il set di due ore, ma mai così violentemente da rendere difficoltosa la performance a band e pubblico. Semplicemente dà un tono tutt’altro che estivo alla serata all’Idroscalo.
I NIN si presentano, come sempre capita in tour, come una band vera e propria, non come la creatura di Trent Reznor. Sono in quattro e, oltre al leader che si alterna tra voce, chitarre, tastiere e computer, ci sono Robin Finck alla chitarra, Justin Meldal-Johnsen al basso e Ilan Rubin alla batteria. Reznor parla poco, difatto spiccica parola solo verso alla fine, per incitare a comprare dischi e magliette per supportare le band, ma quelle ufficiali, lasciando perdere i “fottuti contrabbandieri lì fuori”, riferendosi alle ormai classiche bancarelle di magliette farlocche che assiepano ogni evento musicale.
Insomma, poche parole e molta musica. E la prima cosa che colpisce è proprio l’impasto sonoro, la quantità e la qualità dei suoni che riescono a portare sul palco. Insomma, l’ennesima dimostrazione che i NIN non sono (solo) una studio-band.
In due ore di concerto Reznor e soci riescono a evocare l’elettronica e la techno, il metal, il punk (bellissima “Mr. Self distruct”), il rock puro e semplice. Riescono persino a commuovere con momenti più lenti come “The Fragile” e la conclusiva “Hurt”. Certo, la scaletta non è delle più equilibrate, ma i fan sapevano che in questo tour d’addio i NIN avrebbero scelto anche canzoni inconsuete, mixate a qualche hit (“Head like a hole”, per esempio), ma lasciando fuori capolavori come “Closer”.
C’è ancora una possibilità di vederli, tra un mese, il 22 luglio a Roma. Poi i NIN andranno in letargo a tempo indeterminato.

(Gianni Sibilla)

setlist:
1.000.000
Last
Terrible lie
Discipline
March of the pigs
Piggy
Reptile
The becoming
Burn
Gave up
La mer
The fragile
Non entity
Gone, still
The way out is through
Wish
Survivalism
Mr Selfdestruct
Suck
The hand that feeds
Head like a hole

Echoplex
The good soldier
Hurt

Live Report: Metallica @ Forum Assago 22/06/09

Martedì, Giugno 23rd, 2009

metallica

I Metallica non potrebbero mai suonare a San Siro. Non che non abbiano
la presenza scenica o la possenza sonora, anzi. Non che non abbiano il
pubblico, figuriamoci.
Ma i Metallica amano suonare forte, e lì i decibel sono controllati.
Ieri sera, 22 giugno, al Forum di Assago si sono sentiti livelli
audio tra i più alti di sempre, in quella location: ancora più alti
degli AC/DC, che già non scherzavano.
Era quello che volevano i 4 californiani – James Hetfield l’ha
ripetuto più volte in apertura di concerto -. Ed era quello che voleva
il pubblico, la “Metallica family”: un pubblico vario, zeppo di
giovani metallari (alla fine del concerto fuori ci saranno molte
macchine di genitori ad aspettare i loro pargoli) e metallari
“esperti”, alcuni ancora “in divisa”, altri no. Tutti uniti nel
cantare a memoria e a squarciagola le canzoni del gruppo, ed è bello
vedere un band che riesce a far presa su un pubblico così vasto e
diverso.
Se i Metallica riescono in questa operazione, c’è un motivo, e lo si
trova in concerto: i quattro accedono al palco, piazzato al centro del
Forum, attraverso un accesso transennato. Attaccano le prime note, ed
è un fiorire di raggi laser. Ma non è uno spettacolone tutta
scenografia: certo, quest’ultima è geniale, con la batteria che ruota
al centro, e Hetfield che passa con disinvoltura a cantare negli 8
microfoni disposti nei vari punti del perimetro del palco, con 8 bare
che richiamano l’artwork di “Death magnetic” e che penzolano dal
soffitto, sostenendo l’impianto luci.
Ma è il volume sonoro, la compattezza che la band riesce a generare
che fa presa sul pubblico: vari focolai di pogo si aprono e si
chiudono, teste che ondeggiano, a sottolineare che i pezzi più veloci
sono quelli più apprezzati. La scaletta è equilibrata tra brani
recenti e classici, quelli che non possono mancare, come “One” e
“Master of puppets”, tanto per citarne un paio. C’è anche qualche
rallentamento, come la bella cover di Bob Seger “Turn the page” (da
“Garage Inc.”) o l’inevitabile “Nothing else matters”. Ma il metallo
vero è quello veloce ed urlato. Alla fine si va a casa con le orecchie
che fischiano e fischieranno per un bel po’, ma ne è valsa la pena.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Depeche Mode @ Stadio Meazza Milano 18/06/09

Venerdì, Giugno 19th, 2009

Raggiungo lo stadio Meazza dopo una camminata lungo il viale che è il pane domenicale dei tifosi di calcio milanesi. E come loro ho il cuore pieno di speranza e di timore. Il timore che si ha prima di ogni appuntamento nel quale riponi belle aspettative. La buonasera mi viene data, davanti alla cassa accrediti, da Lory del Santo e dalle sue infradito ghepardate D&G – la diva era in compagnia di uno di quei loschi ragazzetti che la mattina al bar sfogliando sul bancone dei gelati le sempre più numerose riviste di gossip si evince essere dei tronisti e che hanno una importanza e uno spazio, in questo pezzetto di storia che stiamo vivendo, sorprendentemente importante – che scopre di non avere il tagliando riservato e si muove, cellulare all’orecchio, per rimettere le cose in ordine. Menzione di merito al ragazzo in cassa (che non ho mai visto nelle riviste sfogliate sul bancone dei gelati) che la invita a lasciar passare il prossimo, che sarei io. Alle ventuno, in totale accordo con la potentissima Lobby dei residenti della zona stadio perennemente imbufaliti contro ogni nota che proviene dall’impianto, il concerto ha inizio. All’apparire della band il mio pensiero corre subito alla vescica del piccolo Dave operata una quarantina di giorni fa, sarà in grado di reggere il concerto ? oppure debilitato non sarà all’altezza della situazione ? Nessun pericolo, nelle due ore seguenti il cantante è più che presente a se stesso. La voce sembra di qualche tono più bassa ma pare essere più un problema di amplificazione che di debilitazione. Dall’interno del prato volgendo lo sguardo alle mie spalle verso i tre anelli dell’arena il colpo d’occhio è di quelli giusti: mani che si muovono in continuazione, la tifoseria è calda. Lo schema è risaputo: in partenza si pigia sull’acceleratore per poi dare spazio al momento in cui il proscenio viene rapito dal “Mahatma” Martin, dalle sue gentili ballate, dalle sue immancabili unghie pittate di nero. Martin ti amo !!! Giusto una dozzina di intimi minuti e la tregua è finita. “Enjoy the silence” fa perdere il lume della ragione e io lumo Fletch, il grande imbucato del rock’n’roll, l’uomo (giusto o sbagliato che sia) al posto giusto nel momento giusto, l’uomo che per indole vorrei essere. “Master and servant” e “Personal Jesus” esplodono poderose e non aiutano a trovare il già citato lume. Lunga vita ai Depeche e il concerto è storia. Il concerto rimarrà nella memoria e nei racconti di chi era presente. Guadagnata l’uscita e il lungo viale che riporta alla realtà non va dimenticato di ricordare quanto non è filato per il giusto verso. Un appunto all’audio non proprio all’altezza è più che doveroso. Quando a un concerto di questo genere riusciresti, solo trovando il coraggio, a comunicare la tua gioia alla ragazza – sosia di Wynona Ryder – che hai due metri avanti senza dover urlare vuol dire che i vigili urbani mandati dalla Lobby a guardia del mixer stanno facendo il loro porco lavoro. In definitiva un gran concerto con alcune limitazioni dovute al luogo, i Depeche Mode indoor sono tutta un’altra cosa. Non gliel’ho chiesto, ma sono sicuro che anche la signorina Del Santo sarebbe d’accordo con me e lei è una che il mondo della musica l’ha conosciuto da molto vicino.

(Paolo Panzeri)

SETLIST:
1. Intro + In Chains
2. Wrong
3. Hole To Feed
4. Walking In My Shoes
5. It’s No Good
6. A Question Of Time
7. Precious
8. Fly On The Windscreen
9. Jezebel/Little Soul
10. A Question Of Lust/Home
11. Come Back
12. Peace
13. In Your Room
14. I Feel You
15. In Sympathy/Policy Of Truth
16. Enjoy The Silence
17. Never Let Me Down Again

18. Stripped
19. Master And Servant
20. Strangelove

21. Personal Jesus
22. Waiting for the Night (Bare)

Live Report: Faith No More vs. Limp Bizkit @ Rock In Idro 14/06/09

Martedì, Giugno 16th, 2009

Seconda giornata del più importante festival italiano di quest’anno. Quel Rock in Idro che ha cercato di riempire il vuoto lasciato dall’Heineken Jammin’ Festival con un cartello molto invitante, a fronte di una location insufficiente anche se comunque evidentemente di ripiego.
Il Palasharp ospita quindi nella giornata di domenica alcune tra le più interessanti band della scena screamo-hardcore nel pomeriggio, per poi calare i pezzi da novanta in serata e chiudere con il botto in crescendo.
Niente da aggiungere a quanto ottimamente descritto nel report della prima giornata: campo in condizioni più che pessime e gran quantità di tifosi agguerriti. Oggi però non ci sono due squadre pronte a sfidarsi sul campo, è più una specie di all star game, dove si mette sul piatto quello che si sa fare al meglio cercando di farlo meglio degli altri. Bene, dalle due alle nove potevamo tranquillamente starcene a casa. Due parole sui protagonisti della sessione pomeridiana. Mi sono perso gli Idols Are Dead e su di loro non posso dire nulla, non li ho proprio considerati. Gli italiani Your hero invece era meglio se non li consideravo. Il mio posticino in tribuna si è rivelato un giaciglio più comodo del previsto. Ed eccoci alla quaterna più carnosa. Io non so quanto a voi vada a genio il genere screamo hardcore: magari siete i fan più accaniti di questo mondo e non vi perdete nemmeno un pogo. Beccarsi però tutti di fila in ordine: All That Remains, Parkway Drive (amatissimi), Gallows e Bring Me The Orizon è un’impresa inconcepibile alla luce dei trecento gradi all’ombra più umidità al cento per cento e orecchie lese.
Non si possono reggere quattro ore all’equatore con uno che ti urla in faccia. No, non si può. Magari spezzare con un qualcosa di un po’ più leggerino, non dico Damien Rice, ma per dire i Gogol Bordello del giorno prima non avrebbe fatto schifo. Del poker direi che si salvano i Gallows, più asciutti e ironici rispetto al resto. Malissimo gli All That Remains e poco meglio gli altri due. Premio caparbietà alla platea che si esibisce ripetutamente in pogate esagerate al limite della coreografia con denti che volano e mascelle spezzate. E io me ne sto ben comodo sulla mia poltroncina a sudare con una granita in mano.
Giunta l’ora dei Lacuna Coil getto la spugna vuoi perché il rischio di lasciarci le penne è alto. Me li sento dall’esterno, con qualche sbirciatina e confermo la mia impressione: non li sopporto. E’ come vedere degli adolescenti che scrivono canzoni da prima media e le cantano convinti di aver scoperto l’acqua calda. Non parliamo della cover di “Enjoy The Silence” dei Depeche Mode, roba da velo pietoso, e sorvoliamo sull’invettiva contro i “politicanti” che rovinano il rock (forza! vogliamo i nomi! Che razza di qualunquismo populista è questo?).
La serata però riserva fortunatamente la parte migliore. Prima di tutto i Limp Bizkit. Già, non si erano sciolti. Si, sono dei vecchi. Come è andata? Malissimo. Set misero e musicalmente carente sotto ogni punto di vista. I Limp Bizkit non sanno suonare, Fred Durst non canta e non ha voce e ama fare il dito e condire tutto con una scarica di “fuck” uno più gratuito dell’altro. E non ho ben capito cosa mi rappresenta la maglietta dei Faith No More: è l’ennesimo capitolo dell’interminabile litigio tra Fred e Mike Patton o una mano tesa per la riconciliazione? Voto dieci e lode alla platea: mai vista una cosa del genere. Pogo sfrenato, cori e tanto sudore. Impossibile non essere travolti quando la platea si apre completamente lasciando una voragine al centro, campo di battaglia dove si scatena l’inferno al grido di “I know why you wanna hate me cause hate is all the world has even seen lately” . E poi arrivano i Faith No More. Che dire? Miglior concerto dell’anno fino ad oggi, classe da vendere, presenza scenica mostruosa, pezzi incredibili sganciati come bombe atomiche in platea. I cinque salgono in giacca e cravatta, vecchi e pelati. E in trenta secondi sconvolgono per intensità, forza e potenza. Mike Patton ha tutta l’aria di un dio luciferino pronto a fare strage di anime: ride e scherza, intrattiene e prende a male parole tutti quanti in un italiano perfetto. Istrionico. Fatte le presentazioni e asfaltati tutti quei gruppetti che dai, ci hanno provato ma non sono in grado nemmeno di pulirgli le scarpe, Mike ricorda a tutti che non serve inneggiare al loro nome, sanno bene chi sono e come si chiamano e sanno bene di non essere i Limp Bizkit per cui tanti sono andati in delirio. Beccatevi questa e zitti. Un’ora e mezza letale per una band seminale. Meravigliosi e dire poco e basta dare un’occhiata alla scaletta per farsi un’idea di cosa è stato: “The Gentle Art of Making Enemies” credo si possa definire uno dei più alti momenti live degli ultimi anni. Se ve lo siete persi è un vero peccato. Per chi invece era presente,beh, sapete di cosa parlo: dieci a zero a tavolino.

(Marco Jeannin)

FAITH NO MORE SETLIST

Reunited (Peaches & Herb cover)
The Real Thing
From Out of Nowhere
Land of Sunshine
Caffeine
Evidence
Chinese Arithmetic
Surprise! You’re Dead!
Easy (Commodores cover)
Ashes to Ashes
Midlife Crisis
Introduce Yourself
The Gentle Art of Making Enemies
I Started a Joke (Bee Gees cover)
King for a Day
Be Aggressive
Epic

Chariots Of Fire/Stripsearch
We Care a Lot

LIMP BIZKIT SETLIST

Space Odyssey (intro)
My Generation
Livin’ It Up
Show Me What You Got
Break Stuff
Nookie
Rearranged
Eat You Alive
Rollin’
My Way
Faith

Behind Blue Eyes
Take A Look Around

Live Report: Pogues Vs Babyshambles @ Rock In Idro 13/06/09

Lunedì, Giugno 15th, 2009

Nonostante la location, il palazzetto di Lampugnano a Milano, non fosse un prodigio d’attrazione per uno dei primi weekend di caldo dell’estate 2009, migliaia di tifosi non hanno rinunciato ad assistere al derby d’oltremanica dell’anno, che ha visto affrontarsi – la stessa sera, sullo stesso palco – i paladini irlandesi Pogues di Shane McGowan e gli inglesissimi Babyshambles di Pete Doherty. Ecco, più o meno, come sono andate le cose.

IL CAMPO:

Caldo, umido, ma soprattutto appiccicoso, a causa di una patina di sudore/cocacola/vomito & birra che ricopriva il pavimento del parterre. Del resto, da un festival estivo al chiuso non è che si potesse pretendere chissà che…

LE CURVE:

Numerosa e agguerrita quella irlandese, snella ma compatta quella britannica. Grande fair play da ambo le parti, eccezion fatta per la seconda parte del set degli inglesi. Menzione speciale per un tifoso della compagine verde, sul lato sinistro del palco, che ha risposto all’ennesimo sguardo strafottente di Pete il maledetto rivolto alla platea con uno stentoreo “ma chi cazzo ti ha invitato!?!?!” condito da una fantasia di bestemmie da scoperchiare chiese da Bolzano a Agrigento.

LE SQUADRE:

Essenziali e ficcanti gli inglesi, che hanno cercato di supplire con buona volontà alle intemperanze del leader, più occupato a raccogliere le sigarette lanciate dal pubblico che a darsi da fare sulla Rickenbacker nera. Un consiglio al bassista: se ti presenti con testa rasata, Fred Perry attillata, jeans coi risvolti e anfibi neri, la Union Jack a coprire l’amplificatore è qualcosa di più che un pleonasmo.
Rilassati e sicuri di sé (forse troppo) gli irlandesi, abituati a tenere testa ad un capitano non esattamente lucidissimo: complice una tifoseria generosa, un atteggiamento amichevole ed il facile ruolo da headliner, la compagine dell’isola di smeraldo ha saputo conquistarsi i favori della platea, nonostante qualche perdonabile sbavatura.

I CAPITANI:

Ok, Pete: d’accordo che fare la rockstar maledetta è un lavoraccio che qualcuno deve pur fare, d’accordo che – alla fine – vederti fare il pirla è quello che vuole il pubblico, ma se sali sul palco a queste latitudini dopo i Social Distortion squadrando la folla con l’atteggiamento ma-guarda-un-po’-questi-cazzo-di-bifolchi i fischi e i vaffanculo che ti prendi sono più che meritati. Oltretutto se suoni con l’entusiasmo di un vigile urbano che dirige il traffico fuori dallo stadio durante una finale di coppa.
Shane, ormai, lo conosciamo: claudicante, bolso, annebbiato come da contratto, si concede un brano di pausa ogni tre. Verrebbe da pensare, alla fine, che ci piacerebbe ricordarlo di più com’era una volta, ovvero claudicante, bolso e annebbiato ma almeno in grado di reggere un concerto per intero, ma lui ormai è un’icona, e un’icona può fare quello che gli pare. Chi è accorso a vederlo lo sa, e sta al gioco. E fa bene.

LA PARTITA:

Gli inglesi gettano alle ortiche un incontro che sulla carta avrebbe potuto, nella migliore delle ipotesi, concludersi in pareggio: partono bene ma – complice il contesto, decisamente poco adatto ai propri fedelissimi più abituati ai club che ai grandi raduni – percepiscono l’ostilità di parte della platea chiudendosi a riccio in un atteggiamento stronzetto che lascia perplessi, oltre ai neutrali come chi scrive, anche i fan più moderati, che non perdonano a Pete troppa approssimazione e troppo poca considerazione della sua pur valida band. I pezzi forti vengono accolti da tiepidi boati, ma le file davanti alle spine della birra, nella ripresa, la dicono lunga sulla prestazione dei londinesi, che concludono simpaticamente il loro set appogiando gli strumenti a spie e amplificatori innescando una cascata di larsen che neanche i Jesus & Mary Chain dei tempi migliori avrebbero potuto imbastire. Bisogna saper perdere, ragazzi: non è che si può suonare sempre alla festa dell’NME…
Gli irlandesi giocavano in casa, e soprattutto contavano su una cosa: il totale supporto della tifoseria, che – infatti – non è venuto meno. Del resto, da loro non è che ci si potesse aspettare chissà cosa, se non una gradevole riedizione di quella festa mobile che ha fatto dei loro set un marchio di fabbrica. E così è stato: “If I should fall from grace with god” viene sparata a pochi minuti dal fischi d’inizio, e i numeri di presa sicura disseminati con accorta perizia nel corso della ripresa. Il capitano gigioneggia nei primi minuti, poi si appende all’asta del microfono e lì rimane a fare il suo sporco lavoro, salvo che le soste tecniche dietro le quinte. Si cavalcano (quasi) tutti i pezzi forti tra frizzi e lazzi di una band rodata e gradevolmente casinista, teatrale ma non esagerata, anche umile nel mettersi al servizio del proprio repertorio che la folla, anarchicamente disciplinata, scandisce a memoria. La chiusura, telefonata, nei minuti di recupero, è affidata a “Fiesta”. Volevate i Pogues? Eccoli.

(Paolo Panzeri/Davide Poliani)

Live Report: The Killers @ Arena di Verona 08/06/09

Martedì, Giugno 9th, 2009

All’Arena di Verona una birra costa sei euro. Già. Una misera lattina di birra, sei euro. Cos’è? C’è ancora da finire di pagare l’arena come la Salerno – Reggio Calabria? Ma non c’era la crisi? Quale strana magia ha permesso un così esplicito furto alla luce del sole? Ci penso mentre prendo posizione in uno dei sedili sacrificatissimi della tribuna numerata. L’Arena è bella, impossibile negarlo, e suonarci deve fare uno strano effetto. Ecco, sommando i vari indizi si può capire il livello che i Killers hanno raggiunto in Italia (e nel mondo): possono permettersi l’Arena tre mesi dopo essere venuti a Milano, la riempiono con gente dagli otto agli ottant’anni e la birra costa sei euro (l’ho già detto lo so, ma questa non la passano liscia).
I Killers hanno fatto il botto, riempiendo quel vuoto lasciato dalla scomparsa delle – oramai vecchie – boyband e tanti saluti: il momento giusto per vederli è proprio questo, mentre ancora cavalcano un’onda di dimensioni considerevoli e prima del passaggio agli stadi e a ben altre platee, cosa che dopo quello che ho visto ieri, mi sento di dare quasi per certa. Il concerto dell’Arena in questo senso ha emesso il suo verdetto.
Apertura in mano a Juliette Lewis che con il suo nuovo gruppetto, i The New Romantiques, riesce a caricare bene un po’ tutti. Non mi entusiasma troppo, ma sa stare sul palco come si deve e ha il piglio da vecchia rock star glam.
I Killers attaccano ad un quarto alle dieci sotto un cielo carico di nuvoloni neri che minacciano pioggia. Il fan club ha provveduto a distribuire il necessario per la coreografia che dovrebbe consistere in un tricolore gigante per le tribune e una K di stagnola per la platea. Alla gente sembra importare poco: l’eccitazione è già fuori controllo (parte la “ola”, si battono i piedi, l’Arena sembra scoppiare in un colpo d’occhio meraviglioso) e il tutto si perde appena i quattro di Las Vegas mettono piede sul palco addobbato con palme e luci degne della città natale.
Un’ora e mezza il set, completo di un rientro con tre pezzi. Ora e mezza costantemente accompagnata da mani alzate, applausi e salti. Uno dei concerti più partecipati a cui mi è capitato di assistere: i Killers hanno di che essere contenti. Dal punto di vista musicale la scaletta è buona. Inizio al fulmicotone con “Human” e “Somebody told me”, per poi calare di ritmo nella parte centrale, almeno fino alla bella cover dei Joy Division, “Shadowplay”. E qui non posso esimermi dal notare che, nonostante venga proiettato un video con gli estratti da Control di Anton Corbijn, addetti ai lavori e qualche sparuto gruppetto a parte, nessuno ha riconosciuto il pezzo. Questo per ridimensionare un po’ i facili entusiasmi: non tutti sono tenuti a conoscere i Joy Division, ma vedere la storia della musica ignorata clamorosamente mette in luce i limiti evidenti di un pubblico oramai evidentemente pop, con tanti saluti a Ian Curtis a cui i Killers, come tanti altri, devono la vita (Il nome della band, per chi non lo sapesse, deriva da un video dei New Order, “Crystal”, in cui è presente una band fittizia, appunto denominata The Killers). Comunque. Basta poco per riprendersi: “Spaceman” fa letteralmente tremare gli spessi muri dell’Arena e apre la via al finale in cui spiccano “Mr. Brightside” e il nuovo inno indie pop eletto per acclamazione “All these things that I’ve done”. Niente da dire: a questo punto sono convinto che se si candidassero alle europee, questi assassini vincerebbero a mani basse. Mietute migliaia di vittime, colpite al cuore senza via di scampo, i Killers si concedono pochi minuti di pausa per concludere con la bella “Bones” accompagnata dal video diretto nientepopòdimenochè da Tim Burton (ma anche questo all’Arena lo sanno in pochi…), seguita da “Jenny was a friend of mine” e dalla spettacolare “When you were young”, condita da fiamme sul palco e cascate di scintille (e una fulminea invasione di palco di un ragazzo “amabilmente scortato” nelle segrete dell’Arena).
Ore undici e un quarto e tutti a casa. Me ne esco accompagnato dai cori di chi non è ancora sazio, convinto dalla bontà di un live molto divertente e ben condotto da Brandon Flowers (la cui voce cristallina, va detto, sta migliorando sempre di più con il passare del tempo) che ha incoronato indubbiamente i Killers come beniamini assoluti di un pubblico che forse non se li merita fino in fondo, ma che d’altro canto forse si sono anche un po’ cercati.

(Marco Jeannin)

Live Report: Maximo Park @ Magazzini Generali Milano 03/06/09

Giovedì, Giugno 4th, 2009

Quando suonano in Gran Bretagna i loro concerti sono regolarmente sold-out e le loro performance idolatrate da pubblico e critica.
Nonostante il primo posto raggiunto nelle classifiche di vendite inglesi con il nuovo (buon) lavoro “Quicken the heart”, in Italia l’attesa per l’unica data nazionale dei Maximo Park non è stata di quelle febbricitanti.
C’è un discreto manipolo di sostenitori quando i Magazzini Generali di Milano aprono le porte, ma ben lungi dal far prevedere un tutto esaurito, che infatti non si verificherà.
Da fruitore dell’esibizione posso dire che c’è la quantità giusta di gente per ascoltare decentemente un concerto, ideale per non soffocare e allo stesso tempo per non ritrovarsi a saltare in solitudine sotto il palco.
Dopo l’apertura a suon di indie-rock vecchio stampo dei non irresistibili, seppur discreti, australiani I Heart Hiroshima, verso le 21,45 la band di Newcastle fa il suo ingresso sul palco, con il frontman Paul Smith (che entra qualche attimo dopo) vestito con cappello e camicia ed il tastierista Lukas con un’inquietante maglietta rappresentante un Mickey Mouse senza occhi.
Si comincia con le chitarre graffianti ed i ritmi tirati di “Graffiti”, tratta dal primo album “A certain trigger” e si prosegue con la canzone d’apertura del terzo disco “Wraithlike”.
Smith sul palco sa come muoversi, ha un buon feeling con il pubblico e non disdegna un minimo di dialogo tra un pezzo e l’altro: il resto della band lo segue con precisione.
Il set è incentrato principalmente sui nuovi brani come “The penultimate clinch”, “Calm”, “Let’s get clinical”, “Tanned” e la splendida “The kids are sick again”, ma non mancano episodi tratti dai primi due capitoli come “Going missin’”, “Books from boxes”, “Limassol”, “Our velocity” e la bella “Girls who play guitar”.
La prima parte del set termina in un’ora e, dopo una brevissima pausa, i Maximo sono pronti al rush finale. Si riprende con “That beating heart”, un brano inedito che si dice verrà pubblicato come b-side su uno dei prossimi singoli e si chiude con un annuncio di Paul: “Ora faremo gli ultimi due pezzi: il primo tratto dal nuovo disco, il secondo lo potete indovinare”. Ecco allora “Questing, not coasting”, prossimo singolo e, come tutti avevano intuito, “Apply some pressure”, tormentone dei primi tempi che manda in visibilio il pubblico milanese, sudato e con le braccia al cielo ai piedi di un Paul Smith sempre più sicuro di sé.
Insomma, un buon concerto quello dei Maximo Park, una band che sa come tenere il palco, suona in modo esemplare e conosce il segreto per far muovere le chiappe al pubblico. Prova superata. Poi certo si potrebbe stare qui a parlare di nuovo della pessima acustica dei Magazzini Generali e di quanto sia scandaloso che in quella che viene definita la capitale della musica italiana si debbano ascoltare concerti di buon livello in location simili. Servirà a qualcosa? E soprattutto interesserà a qualcuno?

(Ercole Gentile)

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