Live Report: Chris Cornell @ Alcatraz Milano 06/07/09
Martedì, Luglio 7th, 2009
L’inizio è davvero kitsch: Chris Cornell si fa precedere sul palco dell’Alcatraz da una versione strumentale per archi di “Black hole sun” e dalle trombe e dai sample che aprono “Scream”, l’ultimo album prodotto. Ultimamente la reputazione dell’ex Soundgarden e Audioslave non è ai massimi livelli storici: proprio l’ultimo disco, con i suoni iperprodotti di Timbaland, lo hanno allontanato dal rock e dal cuore di qualche fan, nonché di quello di buona parte della stampa, che lo aveva sempre sostenuto. Complice la settimana zeppa di concerti a Milano e dintorni (non solo U2, ma Calexico, Steely Dan e quant’altro), all’Alcatraz diviso a metà ci sono poche centinaia di persone, molte di meno dell’ultima volta.
“L’idea che uno debba la propria musica sia influenzata profondamenta da quello che dicono le recensioni o i fan fa un po’ paura. Alla fine la gente è prevedbile e mi aspettavo che ci fossero reazioni negative a quello che ho fatto.”, ci ha raccontato in una breve intervista prima del concerto. “Ero un po’ preoccupato inizialmente a unire le nuove canzoni con quelle vecchie, avevo anche pensato di eseguire il disco per intero. Ma la ricezione dal vivo di queste canzoni è stata fenomenale: quando le ho fatte ascoltare a chi non aveva ancora sentito il disco, mi hanno detto che sembravano scritte 10 anni fa…Questa è stata la cosa che mi aspettavo di meno di ‘Scream”
Infatti le canzoni di “Scream” sul palco sono un’altra cosa. La scaletta si apre con “Part of me” e “Time”, che pur con qualche campione elettronico, sul palco riportano in primo piano le chitarre. Ce ne saranno altre in scaletta, qualcuna rimarrà comunque terribile come “Watchout”. Ma per fortuna di tutti le due ore di concerto rimarranno largamente improntate al rock e spaziano nel repertorio di Cornell. C’è spazio per una “Billie jean” che Cornell rifà in chiave blues da tempi non sospetti (fuori, all’uscita, le solite bancarelle vendono magliette anche di Michael Jackson), per brani dei Soundgarden (“Burden in my hand”, “Spoonman”), degli Audioslave, per un intermezzo acustico e per un ritorno della band con una maestosa “Rusty cage” prima dei bis, che terminano con “Black hole sun”, ovviamente. La band gira, Cornell è in ottima forma e di buon umore. Ma sorge il dubbio: dove vuole andare quest’uomo? Qualcuno maligna che viva ormai solo del passato, e che funzioni quando riesca a fare in maniera dignitosa le vecchie cose. Qualcun altro dice che la sua carriera solista sta diventando come quella di Robert Plant, ondivaga, e con molti tentativi ed errori. Nell’intervista, quando gli si fa notare, con maggior tatto possibile le diverse strade che ha preso – il cantautorato di “Euphoria morning”, il pop rock di “Carry on”, il pop di “Scream” – , lui strabuzza gli occhi e mi dice: “Come sarà il prossimo disco lo deciderò come sempre un giorno per caso, come è successo per ‘Scream’… Ci sono diverse cose che voglio sperimentare, ma chissà. Ci sono sei o sette canzoni già pronte che magari pubblicherò come EP… E forse potrei ancora suonare in una band, ma in maniera estemporanea, non come progetto a lungo termine”. E le voci di reunion dei Soundgarden? “Sono solo voci”, dice convinto.
Questa sera si replica all’Alpheus di Roma: comunque la pensiate, dal vivo Chris Cornell vale la pena di essere visto.
(Gianni Sibilla)
Entrando in Villa era inevitabile notare come l’età dei presenti tendesse al mezzo del cammin di nostra vita. Inevitabile anche, allungando le orecchie, percepire che la massima preoccupazione generale fosse “ma la farà Self Control ? ma la farà Cosa resterà di questi anni ottanta ?”. Allora non sono l’unico mi dico tra me e me.
Per chi non è un metallaro convinto, riuscire a mandare giù una giornata come questa è sicuramente un’impresa molto difficile e degna di lode. Rientro nella categoria, anche se posso vantare dei precedenti di un certo livello e mi ritengo comunque un simpatizzante. Il Gods Of Metal domenicale offre una buona scelta: dai Cynic, ai Carcass passando per Blind Guardian, Napalm Death e Black Dahlia Murder. A completare il cartello ecco aggiungersi Tarja, Saxon (che mancheranno l‘appuntamento per problemi al tour bus) e gli attesissimi Down di Phil Anselmo e i Mastodon, reduci dal grande successo sia di pubblico sia di critica del nuovo album. A fare da headliner ci sono i Dream Theater sul palco di sinistra e Slipknot su quello di destra. Molto brevemente conviene fare una carrellata dei promossi e dei bocciati e poi magari soffermarsi un po’ meglio sui “cavalli di razza”. Sicuramente bocciati i Cynic e Black Dahlia Murder, penalizzati dal dover suonare praticamente in mattinata e biscotti e metal com’è noto, non vanno troppo d’accordo. Meglio i Napalm Death, più spigliati e navigati: il set è breve ma intenso e soddisfa i fan di vecchia data (e di vecchia scuola). Tarja non brilla di originalità ma raccoglie un discreto entusiasmo e il favore, a mio avviso eccessivo, del pubblico del Brianteo. Sarà che è una bella ragazza, e al Gods si è fortunati se quelle che si trovano non hanno la barba. Ottimi invece i Carcass, ma soprattutto i Mastodon e i Down: i primi mettono in piedi un set aggressivo e confermano quanto di buono si dice in giro su di loro. Sono bravi, hanno personalità e un gran buon numero d’idee che piacciono sia agli irriducibili con il giubbino di jeans smanicato, che ai metallari novelli orfani del nu metal. I Down hanno uno come Phil Anselmo a guidare la baracca, e questo basta e avanza: divertenti, bravi, tosti e portatori di un metal condito fortemente da hard rock e blues che riempie il cuore. E non è un caso che ad assistere alla performance ci siano anche i Mastodon, a fianco del palco belli presi e divertiti tanto da irrompere sul palco per baci e abbracci. Sicuramente uno dei momenti migliori della giornata. Rimandati i Saxon invece, una delle band che più stimolava la mia curiosità e che invece ha dato buca con quella che ha tutta l’aria di essere una scusa (la comunicazione al pubblico è stata data nel momento in cui la band sarebbe dovuta salire sul palco che guarda caso era già stato attrezzato per Tarja). Spazio ora ai due headliner: Dream Theater e Slipknot. I primi sono i beniamini del Gods, con non ricordo quante partecipazioni all’attivo ma sempre amati e accolti con calore. Troppo tecnici per i miei gusti, e un pelino noiosi: in ogni caso hanno un seguito micidiale e il Gods è il palco adatto per sfogare l’immensa abilità tecnica di ogni componente della band. Alle undici salgono invece i signori mascherati di Des Moines per un set di un’ora e venti. Scaletta da greatest hits (i pezzi fondamentali ci sono tutti: “Psychosocial”, “Wait and bleed”, “Before I forget”, “Duality”, “Dead Memories”, “Sulfur” e via dicendo) e ottimo rapporto con la platea oramai stanca da una giornata molto pesante ma non per questo meno partecipe. Gli Slipknot hanno dalla loro un gran bel numero di pezzi spacca platea e il risultato è un set ottimo e cattivo. Promettono che torneranno e leccano un pochino gridando che in Italia siamo i più folli e che come non c’è nessuno. Vabbè, un po’ ruffiano ma gentile. C’è chi sul palco non spiaccica una parola. Di buono, oltre alla musica, c’è anche lo spettacolo nel vedere questo circo ambulante scatenarsi sul palco senza ritegno, un palco dotato come al solito di carrelli elevatori che spingono in cielo le percussioni e la batteria di Joey Jordison che si mette a suonare appeso a testa in giù in verticale a piombo sul palco. Numeri da circo alla Rob Zombie de “La casa dei mille corpi”, con clown grondanti sangue e compagnia bella. La serata si chiude a mezzanotte e mezza sulle note di “Beat It” di Michael Jackson, omaggio degli Slipknot al re appena scomparso. E sentire suonare queste note ad un festival metal, e vedere tutti presi a cantare, fa un certo effetto e la dice lunga sulla grandezza di Jackson, una grandezza che trascende i confini del genere e invade un po’ il mondo di tutti, anche de metallari più convinti. L’ultimo appunto riguarda l’organizzazione della manifestazione: tempistiche perfette e ritardi azzerati, forse grazie anche alla mancanza dei Saxon. Complimenti quindi per l’efficienza, anche se c’è da dire che qualche servizio igienico in più e magari un servizio di pulizia attivo sul campo non avrebbero fatto schifo. Inoltre per le prossime edizioni ci sarebbe da tenere maggiormente in conto il fatto che il pubblico del metal ha una gran fame e mangia e beve a tutte le ore: l’intero set dei Carcass (un’ora e un quarto abbondante) me lo sono ascoltato facendo la coda a spintoni per un panino .