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Archivio per Novembre, 2009

Live Report: In Flames @ Live Club Trezzo d’Adda (Mi) 19/11/09

Venerdì, Novembre 20th, 2009

La cosa più strana di tutte è la dicitura sul biglietto: concerto di musica leggera.
Forse sono io che proprio non ci arrivo, ma tanto leggeri gli In Flames non mi sembrano. Il bel Live di Trezzo ospita il quasi tutto esaurito dell’unica data italiana della band svedese. Tanto amore e tanta fedeltà da parte dei fan intorno a questo gruppo di death metal che più passa il tempo, più sembra ammorbidire gli spigoli.
E inevitabilmente salta fuori la parola “melodic” davanti alle altre due. Roba da storcere il naso? Solo se sei un fedelissimo. Dal vivo però tutto questo non conta, perché sul piatto vengono messi i cavalli di battaglia, l’artiglieria pesante. Spicco in platea come l’unico non vestito di felpa nera con cappuccio. La mia camiciola a quadrettini rossa fa la sua figura almeno tanto quanto la maglietta dei Mogwai che fa capolino timida, bersagliata immediatamente da un paio di sguardi truci.
La seconda cosa in ordine di stranezza è entrare al Live per gli In Flames e sentire i Sigur Ros a tutto spiano accompagnati da un costante ma significativo borbottio in platea (evidentemente l’apertura dei Sybreed non ha placato le voglie). Proprio non si possono sopportare eh? La mia maglietta dei Mogwai però si sente un po’ più a proprio agio. Mancano venti minuti alle dieci quando scatta l’ora del putiferio e qui bisogna attingere ad una serie di espressioni di genuina ammirazione da rivolgere a tutte le persone presenti in sala. Perché si può dire tutto al “popolo del metal”, ma non che non sia il più caldo in assoluto. Nell’ora e mezza scarsa di concerto – senza pause e senza rientri – sono veramente pochissimi i momenti di silenzio: c’è un continuo inneggiare alla band con cori da stadio, roba da far impallidire il più duro dei duri svedesi. La band se ne accorge molto presto e fa notare che dovremmo trasferirci in Svezia ad insegnare alle folle nordiche come si esulta. Tutto questo nonostante l’amarezza per la sconfitta della nazionale di calcio svedese contro l’Italia in amichevole. Dettaglio trascurabile? Mica tanto. Rende perfettamente l’idea del clima che si va costruendo al ritmo dei pezzi più duri e di vecchia data che si mischiano con la produzione più recente.
E da quasi profano mi rendo comunque conto immediatamente dell’enorme differenza che prima ho cercato di inquadrare con la parola “melodic”. Ci sono quindi gli In Flames del prima (quelli degli anni Novanta) e gli In Flames del dopo (quelli dei più recenti Duemila). Cosa ci sia stato nel mezzo non è dato saperlo. Ad ogni modo pezzi come “Pinball map”, “Trigger” e “Only for the weak” sono dei veri spacca folla. Guardandomi intorno vedo che buona parte della platea conosce tutti i pezzi a memoria e condivide la rabbia nelle urla di Ander Fridén. Il momento più divertente però capita quando un ragazzo in prima fila viene chiamato a cantare sul palco tra l’invidia generale. Fridén cede il microfono e si mette in disparte. Risultato? Sarà l’emozione, o un improvviso attacco di panico, beh… niente voce! E via che partono i cori di insulti tra le risate generali. Scherzi a parte, il set come ho già detto ha proposto un’ora e mezza scarsa di musica di buon livello qualitativo. Si sente che gli In Flames sono ormai dei veterani e che sanno stare sul palco. Quando arriva il momento dei classici la bolgia si fa pressante fino alle ultime file e anche i più irriducibili che “pogano” a braccia conserte sono costretti a sciogliersi al ritmo del doppio pedale. E’ così che “Take this life “ e la conclusiva “My sweet shadow” chiudono un set molto sudato e partecipatissimo, abbracciando virtualmente ogni singolo componente della platea e dando appuntamento al prossimo album che è ai nastri di partenza stando alle dichiarazioni di Friéden: “Non ci vedrete tanto presto. Dobbiamo tornare in Svezia a scrivere il nuovo F*****issimo album”. Per dei fan di tale livello, quello che sarà il decimo album in quindici anni non è ancora abbastanza.

(Marco Jeannin)

SETLIST

1. Cloud connected
2. Embody the invisible
3. Pinball map
4. Delight and angers
5. Disconnected
6. Square nothing
7. Trigger
8. The hive
9. Only for the weak
10. Drifter
11. Clayman
12. Come clarity
13. Leeches
14. Alias
15. The mirror’s truth
16. The quiet place
17. Take this life
18. My sweet shadow

Live Report: Black Lips @ Musicdrome Milano 18/11/09

Giovedì, Novembre 19th, 2009

Me li ero persi lo scorso anno e seppure si possa vivere benissimo senza mi ero ripromesso che non mi sarei fatto scappare una loro successiva calata nel milanese. E allora eccomi qui in un MusicDrome pieno a metà per assistere al loro concerto. Il comunicato stampa giuntomi in precedenza mi informava sul fatto che ogni loro concerto è una festa che si sa quando e dove inizia ma non si sa dove e come va a finire, addirittura, una volta, hanno chiuso il live coperti di sangue (qualsiasi cosa questo voglia dire). Beh, mi terrò una decina di metri indietro, ho pensato, con gli schizzi non si sa mai. Alle dieci i quattro sudisti – uno di loro fornito di baffi e cappellone da strega – guadagnano il palco e parte lo show. Alle dieci ragazze e ragazzi presenti guadagnano il sotto palco e parte il pogo. Io, qualche metro più distante, vedo un paio di gambe innalzarsi sopra le teste, si parte forte. Canzoni veloci senza menate (non capolavori, invero), serrate una dietro l’altra a ricordare lo spirito del rocchenroll. Offrono un garage revival godibile, anche divertente a tratti ma non molto di più. Esattamente un’ora più tardi, quando il live era al suo acme e sembrava potesse decollare definitivamente, i quattro salutano e si ritirano dalla scena. Insomma, un po’ pochino. Alla fine posso dire che non è stato un concerto indimenticabile…chissà, forse loro non erano in serata…forse non ero in serata io…forse le aspettative che avevo erano leggermente più alte di quello che i ragazzi possono dare e fare. Troppi forse per andarmene beato e soddisfatto.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Wilco @ Conservatorio Milano 14/11/09

Domenica, Novembre 15th, 2009

Su “For those about the blog” un mini-resoconto e alcuni video del concerto, dal nostro Gianni Sibilla…

Buona lettura!

Live Report: Gov’t Mule @ Alcatraz Milano 12/11/09

Venerdì, Novembre 13th, 2009

Serata d’eccezione all’Alcatraz di Milano, questo giovedì fanno tappa i Gov’t Mule, forse i più credibili alfieri del southern rock sulla piazza, stretti parenti della Allman Brothers Band. L’avvocato di Asti sostiene che le donne odiavano il jazz…non devono avere molta simpatia anche per le jam dove blues e rock si stringono la mano, vista la quasi totale assenza di rappresentanti del gentil sesso sotto il palco. Da qualche tempo, colpevolmente, ho abbandonato l’ascolto e la frequentazione di sonorità di questo tipo, e all’inizio del concerto ho sbandato un pochino. Uno strano effetto rewind mi ha portato indietro nel tempo e non riuscivo a sincronizzare il presente con il passato, come dovessi settarmi in una situazione del tutto nuova. Una decina di minuti per questo processo e sono scivolato dentro il concerto come un delfino che ritrovi il mare aperto dopo la cattività. Una decina di minuti per prendere piacevolmente coscienza che aldilà delle luci, delle maschere, dei trucchi, delle mossettine, dei nani e delle ballerine è la musica la sola, vera e unica protagonista di un concerto. Una decina di minuti per dare il tempo alla chitarra di Warren Haynes di rapirmi completamente, prendermi per mano e portarmi in luoghi di magia e benessere. Ben assecondato dal basso sempre puntuale di Jorgen Carlsson, dai virtuosismi alla batteria di Matt Abts (per lui l’onore di un assolo lungo una decina di minuti terminato usando le mani come fossero bacchette) e dalle calde e insostituibili tastiere di Danny Louis. Dopo un’ora e venti minuti senza requie, i ragazzi si prendono una piccola pausa invitandoci a rimanere che ci si rivede più tardi. Mezz’ora dopo riguadagnano la scena e riprendono da dove avevano lasciato, ovvero la goduria continua. Sulla sinistra del palco un quinto corpulento Mule si prende cura delle numerose chitarre del maestro della cerimonia, le accorda, le pulisce, le coccola e le consegna pronte all’uso. Un’altra ora di grandissima musica e giunge il momento dei saluti, con la mano a formare una V, come era uso fare il vecchio Churchill, e con un sorriso beatamente tranquillo stampato sul volto Warren si congeda ma non definitivamente, richiamati dal pubblico i quattro trovano il tempo di regalare ancora un quarto d’ora di pura gioia.
Orario di inizio concerto sul display del mio Nokia 21.03, orario di fine 00.15…grandi !!!

(Paolo Panzeri)

Live Report: Green Day @ Forum Assago 10/11/09

Giovedì, Novembre 12th, 2009

Incorreggibili. E’ questa la prima parola che verrebbe da dire a chiunque possa domandare come sono stati i Green Day in concerto al Forum di Milano. Per il live, invece, le parole giuste sarebbero folkloristico, travolgente e scoppiettante.
I tre ragazzotti di San Francisco non si fanno molto attendere dal pubblico accorso da tutta Italia per ascoltare dal vivo la band punk rock più forte degli ultimi anni, così, alle 20.45, lo show prende inizio.
Sullo sfondo i grattacieli di una New York notturna riportata dai led, “21 century breakdown” e “Know your enemy” aprono le danze guidate da un Billy Joe in splendida forma che non si risparmia un attimo. Bisognerebbe stare sul palco con davanti così tanta gente almeno una volta, bisognerebbe farlo per capire se è così automatico, appena si esce in scena, gridare “eeohhh eeohhh” e farsi rispondere dal pubblico. Sembrerebbe di sì, visto che Billy Joe lo fa in continuazione, tra una canzone e l’altra, tra una strofa e un ritornello, tra un assolo di chitarra e un cambio strumento.
Urla, mani in alto, salti da far tremare il pavimento, poghi, fuochi, canne dell’acqua, pistole spara magliette, fucili spara carta igienica, stage divin’, incursioni di fan sul palco, duetti tra ragazzine in lacrime e il leader della serata: tutto questo tra una canzone e l’altra, tutto questo tra una prima parte di concerto dedicata ai successi più recenti e una seconda parte più cruda e sanguigna dedita ai pezzi storici della band.
Arrivano in fila l’energica e travolgente “Holiday”, l’imponente “The Static age”, la sorprendente “Give me novocaine” e la melodica ed emozionante “Are we the waiting”, canzoni che dal vivo prendono forma e colore tra i cori dei fan e le esplosioni sul palco. Perché un conto sono i botti o i fuochi d’artificio in stile cannonata, un conto sono le immagini sui led con le fiamme, ma tutt’altro conto sono dei veri e propri sbuffi di fuoco sul palco: “Siamo venuti quindici anni fa qui a Milano, ma di certo questa volta è migliore”, dice Billy Joe, che appena lo perdi di vista un attimo, è già lì che urla “Milanooooo” o uno dei suoi “Eeehooo”.
Bellissima l’acustica “Boulevard of broken dreams”, bellissima anche per chi la canta, che sovrastato dalla voce del pubblico si arrende e lascia cantare solo lui, sedendosi a terra, quasi prostrandosi davanti a così tanto calore e partecipazione. Billy Joe si rialza, ringrazia ed ecco che il brano ricomincia da capo, questa volta con basso e batteria. Il concerto prosegue all’insegna del rock’n roll con “Hitchin’ a ride” e la memorabile “When i come around”, per poi lasciare spazio al teatrino delle cover accennate: “Sweet home Alabama” diventa “Sweet home Milano”, si canta in coro su “Highway to hell” degli AC/DC e su “Sweet child of mine” dei Guns, si fanno cori su la intro di “Ironman” dei Black Sabbath e non è ancora finita, perché poco più avanti, appena dopo aver fatto venire il mal di testa a tutti per l’energia e l’adrenalina di una frenetica “Basket case”, è il momento della cover di “Shout”.
Il concerto giunge alla parte finale con l’attesa “21 Guns” e “Minority”. La band lascia il palco, riappare tra gli applausi: lo show continua.
“American idiot” fa saltare il Forum, e mentre sulla New York in sfondo cadono fiocchi di neve dal cielo, su “Jesus of suburbia” i Green Day regalano al pubblico una delle performance più sentite ed intense della serata. “Wake me up when september ends” lascia a “Time of your life” l’onore di chiudere due ore e mezza di ottima musica e divertimento. E tutto ciò fa venir quasi voglia di stare in coda per ore al loro prossimo concerto, stare in attesa fuori dai cancelli per entrare e correre alle prime file. Sarebbe da fare se solo si sapessero a memoria tutte le canzoni, perché se capita che quel matto di Billy Joe ti chiama sul palco e ti mette in mano il microfono, se solo sbagli una parola, il pubblico non perdona, e per riappacificarti con i fan invidiosi, il buon Billy suggerisce una cosa sola: chiudi gli occhi, prendi la ricorsa, e tuffati sulle loro mani alzate.

(Daniela Calvi)

Scaletta:

1. Song of the Century
2. 21st Century Breakdown
3. Know Your Enemy
4. East Jesus Nowhere
5. Holiday
6. The Static Age
7. Give Me Novacaine
8. Are We The Waiting
9. St. Jimmy
10. Boulevard of Broken Dreams
11. Hitchin’ a Ride
12. Welcome To Paradise
13. When I Come Around
14. Highway to Hell / Hey Jude (AC/DC cover)
15. Brain Stew
16. Jaded
17. Longview
18. Basket Case
19. She
20. King For A Day
21. Shout (The Isley Brothers cover)
22. 21 Guns
23. Minority

Bis:
24. American Idiot
25. Jesus of Suburbia

Bis 2:
26. Last Night on Earth
27. Wake Me Up When September Ends
28. Good Riddance (Time Of Your Life)

Live Report: Massive Attack @ Palasharp Milano 07/11/09

Martedì, Novembre 10th, 2009

Il clima della serata è perfetto. O meglio: piove a dirotto, ma l’atmosfera si rende decisamente ideale per un concerto come quello dei Massive Attack, cupo ed elettronico. Quindi giungere nel palazzetto bagnati fradici diventa meno pesante.
La band di Bristol, composta oggi da Robert “3D” Del Naja e Daddy G, è alle prese ormai da anni con la realizzazione del nuovo album, a ben sei di distanza dal precedente “100th window”, firmato dal solo 3D.
Nel mese di ottobre ci fu dato però un assaggio di nuovo materiale con l’EP “Splitting the atom”, quattro brani, convincenti e variegati con usuali ospiti di spessore come Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio, Guy Garvey degli Elbow, Horace Andy e Martina Topley Bird. Gli ultimi due li vedremo anche questa sera sul palco, la seconda anche in apertura per cantare le sue canzoni, accompagnata solo da un batterista vestito da ninja.
Sono le 21,40 quando il collettivo sale sul palco: backing band, lo statuario Daddy G, Del Naja (che spesso interagirà con il pubblico in italiano, mostrando le sue origini) e poi nel corso della serata saliranno, come anticipato, il leggendario Horace Andy, Martina Topley Bird e la vocalist soul Deborah Miller.
Si parte con una sfilza di brani nuovi, ben quattro: l’effetto è un po’ spiazzante per il pubblico, ma non si può negare che gli episodi funzionano alla grande. Cupi e lancinanti, sonorità trip-hop che si fanno quasi totalmente electro come nell’intro strumentale di “Bulletproof love” dall’ultimo EP e nelle inedite “Hartcliff star” e “Babel” (la prima cantata da Del Naja e Daddy G, la seconda dalla Topley-Bird), canzoni che vedremo probabilmente sul prossimo album.
Si prosegue con “16 seeter”, rifacimento di un brano del 1974 di Horace Andy chiamato “Girl I love you”: il sound resta deciso e oscuro, nonostante la voce acuta del cantante giamaicano.
Attacco imprevisto quindi, tutto all’insegna novità e notevolmente convincente: le aspettative per il nuovo lavoro si fanno davvero alte a questo punto.
“Risingson” apre il sipario sul repertorio della band, ma è solo un attimo: ecco subito l’inedita “Red light” cantata dalla splendida Martina (in un affascinante vestito rosso), un ritmo inizialmente più tranquillo, che si fa nota dopo nota più veloce e martellante.
Si prosegue con “Future proof” e con quello che resta il più grande successo dei Massive, quella “Teardrop”, qui suonata in versione alternativa (riconosciuta solo dopo qualche nota dal pubblico) e cantata da Martina vestita in una sorta di kimono fiorito, con il quale canta anche la successiva “Psyche”, pezzo sognante e leggero tratto dall’ultimo EP.
“Mezzanine” apre la strada ad una incredibile versione di “Angel” cantata da Andy, un brano trascinato fino alla fine, chitarre a tutto volume e pubblico letteralmente in delirio, così come per la leggendaria “Safe from harm”, tratta dal primo album “Blue lines” del lontano 1991 e qui cantata dalla voce nera di Deborah Miller.
La prima parte del concerto si chiude con una versione potentissima di “Inertia creeps” (a parere di chi scrive uno dei brani più belli della loro discografia) e con il Palasharp che salta e urla.
Il primo encore si apre con l’electro/hip-hop di “Splitting the atom” dall’ultimo omonimo EP, (con Daddy G al microfono, coadiuvato da Martina) e continua con la leggendaria “Unfinished sympathy” cantata sempre dalla Miller e con “Marakesh”, altro splendido inedito, psichedelico e tirato per diversi minuti.
Fuori e dentro di nuovo per una chiusura in grande stile con una versione extralarge di “Karmacoma” e platea ad osannare i loro beniamini.
Due parole a parte per la scenografia, l’usuale schermo orizzontale creato dalla United Visual Artists: l’effetto è sempre emozionante e robotico, vengono lanciati messaggi politici (in questo caso vengono riportati titoli dei giornali che parlano di Berlusconi, della misteriosa morte di Stefano Cucchi, delle discutibili leggi sull’immigrazione del Governo Italiano ecc.) e diffusi dati sugli sprechi e abusi compiuti dalle multinazionali. Tutto sempre efficace ed intelligente, però una domanda mi sorge spontanea: possibile che negli ultimi sei anni (è la stessa scenografia di quando li vidi al Forum di Milano nel 2003 ed al Flippaut nel 2006) nessuno sia stato in grado di creare per loro un effetto altrettanto d’impatto ma allo stesso tempo nuovo? Vabbè, solo un piccolo appunto.
Si, perchè non c’è che dire: gran bella serata. Un concerto in cui si è ballato, riflettuto e soprattutto si è avuta la conferma che i Massive Attack sono ancora in grande, grandissima forma. A questo punto urge l’arrivo del nuovo disco, di nuove emozioni e di nuovi concerti.

(Ercole Gentile)

SETLIST:
“Bulletproof love”
“Hartcliff star”
“Babel”
“16 seeter”
“Risingson”
“Red light”
“Future proof”
“Teardrop”
“Psyche”
“Mezzanine”
“Angel”
“Safe from harm”
“Inertia creeps”

“Splitting the atom”
“Unfinished sympathy”
“Marakesh”

“Karmacoma”

Live Report: Afterhours @ Palasharp Milano 06/11/09

Lunedì, Novembre 9th, 2009

“Ultima data fino all’estate 2010″, dicevano i cartelloni. Sei-sette
mesi senza una band dal vivo sono pochissimi nel mondo normale, ma non in quello degli Afterhours, e tantomeno nella loro Milano.
L’ultimo concerto milanese (e del tour) doveva essere una festa, e una festa è stata. Doveva svolgersi 2 mesi fa, ma una brutta influenza
mise KO Manuel Agnelli. Questa sera, invece, sembra in gran forma, fin
dalle prime note. Il Palasharp è bello pieno (ma non pienissimo) e
quando Agnelli sale sul palco, da solo con la chitarra e attacca le
prime note di “Strategie” è come se un match di pugilato iniziasse
subito con un bel gancio al volto. L’inizio di serata è al fulmicotone, con molte hit messe in apertura, e con una scaletta che
sostanzialmente rispetta quelle di questa ultima parte di tour. Le
sorprese della serata sono la presenza degli archi del Gnu Quartet, e
la presenza sul palco di Edda, ex cantante dei Ritmo Tribale, che
accompagnato dagli After intona la sua “Milano” quantomai appropriata
alla serata.
Il pubblico chiaramente apprezza, e apprezza anche la lunghezza del
concerto, che forse nella parte centrale perde un po’ nel ritmo della
scaletta. Ma si tratta di inezie: gli After sono tornati a casa, e il
pubblico sembra non averne mai abbastanza. Aspettare ben sette mesi per un concerto della band sarà dura.

Live Report: Yes @ Teatro degli Arcimboldi Milano 06/11/09

Lunedì, Novembre 9th, 2009

Tutto come da copione. Si spengono le luci, ed ecco le note dell’ “Uccello di fuoco” di Stravinskji. Dopo qualche minuto il sipario si apre rivelando la suggestiva scenografia vintage di Roger Dean, cupole bianche (nuvole? spettri? pipistrelli?) appese al soffitto e il logo del gruppo sullo sfondo. Il palco è invaso da luci multicolori e parte il riff di “Siberian khatru”. E’ il 1973, è “Yessongs”? No, sono gli Yes versione 2009, un trip nostalgico in piena regola: il pezzo più nuovo in repertorio è “Owner of a lonely heart”, anno di grazia 1983, e sembra quasi fuori posto, troppo pop e troppo “moderno” per questo prog revival senza remore e senza vergogne (ora che anche gli iconoclasti del ’77, Sex Pistols e Buzzcocks, sono diventati dei dinosauri). La scaletta è una pesca abbondante dai dischi classici dei primi Settanta, “The Yes album” (“I’ve seen all good people”, “Yours is no disgrace”), “Fragile” (i tour de force di “South side of the sky”, “Heart of the sunrise”), “Close to the edge” (“And you and I”), ma c’è spazio anche per il secondo dimenticato album “Time and a word” (“Astral traveller”), per “Tormato” (“Onward”) e per “Drama” dell’80, (“Tempus fugit”, “Machine messiah”) approfittando dell’assenza del frontman Jon Anderson. Appunto, ecco il problema: vedere a centro palco tal Benoit David, francocanadese scovato dal bassista Chris Squire grazie ai filmati di YouTube, provoca un senso di straniamento, come se lì davanti ci fosse una cover band. E’ da quel mondo che arriva il nostro Benoit, e si sente: il falsetto richiama moltissimo quello di Anderson, ma il timbro è meno cristallino; il sostituto/replicante svolge il suo compito con diligenza ma senza carisma e con qualche piacioneria di troppo (quella maglia azzurra dell’Italia nel bis…). Almeno Oliver Wakeman, l’altro “intruso” circondato da tastiere che ogni tanto fanno le bizze, è figlio di cotanto padre cui assomiglia in modo impressionante: stesse giacchette luccicanti e stessi capelli lisci lunghi oltre le spalle. Più timido e meno virtuoso, però, e allora tocca ancora ai veterani caricarsi il peso sulle spalle: Alan White si concede persino un (misurato) assolo di batteria, Squire e Steve Howe sono ancora uno spettacolo da vedere e da ascoltare. Invecchiati male, certo: Chris gonfio e Steve ossuto, con l’aria da scienziato pazzo stile Cristopher Lloyd in “Ritorno al futuro”. Ma come suonano (e cantano), però! Con la sua splendida collezione di bassi elettrici (incluso il leggendario Rickenbacker color crema) Squire scalpella e modella il magmatico suono Yes senza soste arrampicandosi agile su ripide scale melodiche. Howe, intanto, incanta con il flamenco-classic e il ragtime del suo breve set acustico (“Mood for a day”, “The clap”), ma anche con quel fraseggio tortuoso e spigoloso, un po’ jazz un po’ rock un po’ avant garde, che sa estrarre dalla sua Gibson ES 175. Stanno sul palco due ore e un quarto, ci credono ancora, e chiudono con l’immancabile “Roundabout”. Nessuno sembra curarsi del fatto che il tempo, per loro, sembra essersi fermato: potenza di una musica che da noi ha sempre scatenato l’immaginazione e che in effetti suona ancora avventurosa. Applausi e pubblico visibilmente soddisfatto (in platea, se non abbiamo visto male, c’è anche Franz Di Cioccio, compagno di antiche tournée con la PFM, ma anche una dignitosa rappresentanza di gente sotto gli anta). Ma davvero non potevano aspettare che Jon Anderson si rimettesse in piena forma?

(Alfredo Marziano)

Live Report: Goran Bregovic @ Teatro Arcimboldi Milano 29/10/09

Lunedì, Novembre 2nd, 2009

Pensare che Goran Bregovic per me era solo un nome. Anche bello, come nome, ma solo un nome.
Si sa che chiamare le cose con il proprio, di nome, è un bisogno primario dell’omino in quanto essere. Categorizzare, mettere le cose nei loro cassetti, organizzare.
Ho guardato dentro un nome vuoto e non ho visto nulla. Ho accostato l’orecchio allo stesso nome vuoto, e ho visto gli Arcimboldi danzare e dimenarsi senza freno alcuno. Né quello a mano né quello inibitorio. Ho visto gente pettinata spettinarsi, ho visto per la prima volta gente vestita a festa quando una festa c’era davvero.
Un concerto nel limbo dell’ultimo album del compositore e musicista bosniaco, uno spettacolo a base di Alkohol immerso nel brandy alla prugna, il Rakija, e nello Champagne.
Che per gustarsi la sua musica appieno sarebbe meglio essere ubriachi, dice lo stesso Goran Bregovic. Io, che la mia fiaschetta metallica l’avevo dimenticata in macchina, mi sono limitata ad aggiustarmi il sorriso. Ho sentito gli angoli della bocca sollevarsi da subito, da quando gli ottoni hanno fatto il loro ingresso dai fianchi della platea, e non dal palco. Quando le luci erano ancora sveglie, e i fiati hanno alitato sul pubblico sollevando di buon grado il tasso “alkohlico” dell’intero teatro. E poi via verso la scena ad incastonarsi nei loro posti, in attesa che il genio di bianco vestito si stagliasse sullo sfondo nero con la sua chitarra blu.
Erano le 21 e 30 quando ho visto i primi sederi alzati arrampicarsi sui Balcani, tenendosi a braccetto con le prime gambe saltellanti. E’ finito che dopo due ore i sederi seduti si sono estinti.
Goran Bregovic, proprio un gran bel nome.

(Microbo Calamita)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol