Live Report: Goran Bregovic @ Teatro Arcimboldi Milano 29/10/09

Pensare che Goran Bregovic per me era solo un nome. Anche bello, come nome, ma solo un nome.
Si sa che chiamare le cose con il proprio, di nome, è un bisogno primario dell’omino in quanto essere. Categorizzare, mettere le cose nei loro cassetti, organizzare.
Ho guardato dentro un nome vuoto e non ho visto nulla. Ho accostato l’orecchio allo stesso nome vuoto, e ho visto gli Arcimboldi danzare e dimenarsi senza freno alcuno. Né quello a mano né quello inibitorio. Ho visto gente pettinata spettinarsi, ho visto per la prima volta gente vestita a festa quando una festa c’era davvero.
Un concerto nel limbo dell’ultimo album del compositore e musicista bosniaco, uno spettacolo a base di Alkohol immerso nel brandy alla prugna, il Rakija, e nello Champagne.
Che per gustarsi la sua musica appieno sarebbe meglio essere ubriachi, dice lo stesso Goran Bregovic. Io, che la mia fiaschetta metallica l’avevo dimenticata in macchina, mi sono limitata ad aggiustarmi il sorriso. Ho sentito gli angoli della bocca sollevarsi da subito, da quando gli ottoni hanno fatto il loro ingresso dai fianchi della platea, e non dal palco. Quando le luci erano ancora sveglie, e i fiati hanno alitato sul pubblico sollevando di buon grado il tasso “alkohlico” dell’intero teatro. E poi via verso la scena ad incastonarsi nei loro posti, in attesa che il genio di bianco vestito si stagliasse sullo sfondo nero con la sua chitarra blu.
Erano le 21 e 30 quando ho visto i primi sederi alzati arrampicarsi sui Balcani, tenendosi a braccetto con le prime gambe saltellanti. E’ finito che dopo due ore i sederi seduti si sono estinti.
Goran Bregovic, proprio un gran bel nome.
(Microbo Calamita)