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Archivio per Dicembre 4th, 2009

Live Report: Melvins @ Circolo Magnolia Milano 02/12/09

Venerdì, Dicembre 4th, 2009

I Melvins sono un pezzo di storia del rock, una band che ha aperto la strada ad un fenomeno musicale, il grunge, che ha conquistato milioni di adepti in tutto il mondo. Lo stesso Kurt Cobain, il simbolo del genere sopracitato, affermò: “I Melvins sono il passato, il presente ed il futuro della musica”.
Insomma, pur non conoscendo da vicino la band americana quando scorgo il loro nome come headliner di un mini-festival dal nome stupendo (“Fiorella Mannaia”), a Milano, decido di non farmeli scappare.
Mi perdo i primi due gruppi che suonano sul piccolo palco all’interno del locale, ma faccio in tempo a gustarmi, nel più grande spazio sotto il tendone, i Porn, gruppo californiano (nel quale attualmente milita anche Dale Crover, batterista dei Melvins) in bilico tra rock e psichedelia: rimango piacevolmente sorpreso dalle suite potenti e sognanti del gruppo, pezzi strumentali che lasciano letteralmente folgorati, soprattutto quando ci sono ben due batterie sul palco. Interessanti, approfondirò il discorso anche se “googlarli” sarà un bel problema.
Sono quasi le 23 quando Buzz Osbourne, storico leader dei Melvins vestito con una lunga tunica nera ed i suoi inconfondibili voluminosi riccioli bianchi, fa il suo ingresso sul palco accompagnato dal solo Dale Crover alla batteria. Il pubblico che riempie il tendone del Magnolia è di quelli caldi, ragazzi giovani e meno giovani dediti alla causa del rock, pronti a farsi sfasciare le orecchie dalla storia.
I primi brani sono eseguiti quindi in duo, chitarra elettrica pesante e batteria, fino all’arrivo del bassista Jared Warren (vestito come un vecchio hippy, con parrucca grigia) e del secondo batterista Coady Willis.
Dal 1986 ad oggi i Melvins hanno dato alle stampe oltre 20 album ed il sottoscritto non ha purtroppo la conoscenza per scrivere quali brani sono stati eseguiti (anche perchè a fine concerto mi viene negata la scaletta), ma per descrivere l’atmosfera che si respira, quello si.
Sembra davvero di fare un salto indietro nel tempo, nei primi anni Novanta, dove sotto un tendone o in un piccolo locale, ragazzi vestiti con jeans strappati, camicione di flanella e felpe con cappuccio saltavano e pogavano: qui avviene lo stesso anche se le camicie non ci sono più ed il pogo è divertente, per nulla violento. I Melvins suonano ancora con grandissima passione, non si tirano indietro: i volumi sono altissimi e le orecchie fischieranno per tutta la notte, ma ho la sensazione di avere davanti agli occhi un pezzo di storia. Il sudore si fa sentire, la tenda è calda e si esalta pezzo dopo pezzo, soprattutto quando la band americana spinge al massimo sull’acceleratore e Dale Crover e Coady Willis alle batterie spaccano il muro del suono.
Oltre un’ora e mezza nel rock anni Novanta: prima di sparire però Buzzo decide di presentare la band affibbiando ad ognuno un soprannome per la serata (Willis diventa “Hot lips”, Warren “Hippy silver fox” e Crover “Move over”). Rimangono sul palco Crover e Warren, il quale si toglie la parrucca grigia e inizia ad intonare un canto psichedelico prima di uno stage diving sul pubblico e poi resta lì, tra la gente. Canta e inizia a spingere e farsi trascinare dal pogo prima di una scena davvero memorabile: invita tutti ad accucciarsi (e ci riesce) e poi piano piano tutti si rialzano fino a saltare più in alto possibile mentre Crover alla batteria rulla a più non posso.
E’ la sudata fine di un set infuocato, forse anche un po’ lungo, ma sicuramente intenso e reale. Qui si suona il rock pesante, quello grezzo e coerente: prendere o lasciare.

(Ercole Gentile)

Live Report: Alice In Chains @ Palalido Milano 02/12/09

Venerdì, Dicembre 4th, 2009

Era ora. O almeno è questa la sensazione di massima palpabile al Palalido quando gli Alice In Chains salgono sul palco cinque minuti dopo le nove. Un Palalido gremito fino all’ultimo posto da una quantità enorme di persone che sembrano arrivare direttamente dai primi anni Novanta, dal giovanotto in camicia di flanella a quadrettoni, al più attempato che ormai lavora in banca e ha messo la chitarra in soffitta, ma che per l’occasione ha pensato bene di ripescare il chiodo dall’armadio.
Gli Alice In Chains sono un evento che si porta appresso le stesse perplessità nate con la pubblicazione dell’album, perplessità riguardanti la legittimità di mantenere cotanto nome di fronte a questa nuova evoluzione che altro non è che il cambio della voce. Perplessità che non sembrano nemmeno sfiorare nessuno dei presenti. La bolgia del Palalido ha solamente voglia di Cantrell e compagnia, e poco importa che oramai gli anni siano passati e le stagioni (musicali) tramontate. La serata va oltre l’amarcord perché semplicemente… era ora. Era ora che li vedessimo tornare, ed era ora che il ritorno di un gruppo fosse degno di questo nome. Perché gli AIC di Milano hanno messo in piedi un set di due ore fuori dal comune, con venti pezzi uno più perfetto dell’altro a dimostrarlo. Fin dall’attacco di “Rain When I Die” seguita a ruota da una micidiale “Them bones” e “Dam that river” si capisce che la band è in forma strepitosa, che DuVall è un signor cantante e che per Cantrell, Inez e Kinney il tempo sembra non passare mai. I cori che accompagnano ogni attacco, ogni pausa, ogni momento del concerto sono la dimostrazione di quanta voglia ci fosse, voglia che inevitabilmente ha generato una dose di aspettative mostruosa ma immediatamente appagate dal concerto perfetto. Qualità sonora impeccabile unita ad una dimostrazione incondizionata di affetto hanno reso la serata una vera occasione speciale. E che ci sia qualcosa di magico nell’aria lo si percepisce anche dal palco, dove Cantrell e Inez non smettono di applaudire e di “rimanerci” per un’accoglienza fuori dal normale. La data di Milano a conti fatti è una delle più lunghe del tour europeo della band statunitense. Venti pezzi per una scaletta ideale volta a coprire più di venti anni di onorata carriera, dai primi passi fino all’ultimo album quel “Black gives way to blue” che ha segnato il grande ritorno dopo la scomparsa di Staley. Ed è alla voce storica che viene dedicata la titletrack dell’ultimo lavoro nella parte centrale del concerto completamente acustica, mentre sullo sfondo scorrono le immagini di un volto che non c’è più ma che tutti sentono ancora vicino. Applausi, cori, commozione. E poi ancora urla e sudore quando la prima parte del set si avvia a chiudersi con due pezzi killer come “Angry chair” e l’acclamatissima “Man in a box”. Tripudio, trionfo, baldoria, sudore. Pochi minuti di pausa prima del finale con “Would?” e “Rooster”, finale assordante dove tutti perdono la voce e si fa a gara per raccogliere le bacchette e i plettri a fine concerto. Gli AIC salutano commossi e grati, promettendo un ritorno a breve. Non è difficile capire perché così tanti amino il pubblico italiano: quando vogliamo, sappiamo essere i migliori per davvero. Ma i meriti più grandi vanno alla band ovviamente, per aver dimostrato se ancora ce ne fosse bisogno che siamo ben lontani dalla famosa minestra riscaldata e che un certo tipo di musica non muore mai. Non importa se c’è stato qualche problema di audio, non importa che c’è chi continua ad insistere con la faccenda del nome. Quello che importa e ciò che arriva dal palco, e dal palco sono arrivati gli Alice In Chains migliori che potessimo immaginare. Davvero bentornati: era ora.

(Marco Jeannin)

SETLIST

1. Rain when I die
2. Them bones
3. Dam that river
4. Again
5. Your decision
6. Check my brain
7. It ain’t like that
8. Love, hate, love
9. A looking in view
10. Down in a hole (acoustica)
11. No excuses (acoustica)
12. Black gives way to blue (acoustica)
13. Last of my kind
14. We die young
15. Acid bubble
16. Angry chair
17. Man in a box
18. Lesson learned
19. Would
20. Rooster

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol