Live Report: Melvins @ Circolo Magnolia Milano 02/12/09

I Melvins sono un pezzo di storia del rock, una band che ha aperto la strada ad un fenomeno musicale, il grunge, che ha conquistato milioni di adepti in tutto il mondo. Lo stesso Kurt Cobain, il simbolo del genere sopracitato, affermò: “I Melvins sono il passato, il presente ed il futuro della musica”.
Insomma, pur non conoscendo da vicino la band americana quando scorgo il loro nome come headliner di un mini-festival dal nome stupendo (“Fiorella Mannaia”), a Milano, decido di non farmeli scappare.
Mi perdo i primi due gruppi che suonano sul piccolo palco all’interno del locale, ma faccio in tempo a gustarmi, nel più grande spazio sotto il tendone, i Porn, gruppo californiano (nel quale attualmente milita anche Dale Crover, batterista dei Melvins) in bilico tra rock e psichedelia: rimango piacevolmente sorpreso dalle suite potenti e sognanti del gruppo, pezzi strumentali che lasciano letteralmente folgorati, soprattutto quando ci sono ben due batterie sul palco. Interessanti, approfondirò il discorso anche se “googlarli” sarà un bel problema.
Sono quasi le 23 quando Buzz Osbourne, storico leader dei Melvins vestito con una lunga tunica nera ed i suoi inconfondibili voluminosi riccioli bianchi, fa il suo ingresso sul palco accompagnato dal solo Dale Crover alla batteria. Il pubblico che riempie il tendone del Magnolia è di quelli caldi, ragazzi giovani e meno giovani dediti alla causa del rock, pronti a farsi sfasciare le orecchie dalla storia.
I primi brani sono eseguiti quindi in duo, chitarra elettrica pesante e batteria, fino all’arrivo del bassista Jared Warren (vestito come un vecchio hippy, con parrucca grigia) e del secondo batterista Coady Willis.
Dal 1986 ad oggi i Melvins hanno dato alle stampe oltre 20 album ed il sottoscritto non ha purtroppo la conoscenza per scrivere quali brani sono stati eseguiti (anche perchè a fine concerto mi viene negata la scaletta), ma per descrivere l’atmosfera che si respira, quello si.
Sembra davvero di fare un salto indietro nel tempo, nei primi anni Novanta, dove sotto un tendone o in un piccolo locale, ragazzi vestiti con jeans strappati, camicione di flanella e felpe con cappuccio saltavano e pogavano: qui avviene lo stesso anche se le camicie non ci sono più ed il pogo è divertente, per nulla violento. I Melvins suonano ancora con grandissima passione, non si tirano indietro: i volumi sono altissimi e le orecchie fischieranno per tutta la notte, ma ho la sensazione di avere davanti agli occhi un pezzo di storia. Il sudore si fa sentire, la tenda è calda e si esalta pezzo dopo pezzo, soprattutto quando la band americana spinge al massimo sull’acceleratore e Dale Crover e Coady Willis alle batterie spaccano il muro del suono.
Oltre un’ora e mezza nel rock anni Novanta: prima di sparire però Buzzo decide di presentare la band affibbiando ad ognuno un soprannome per la serata (Willis diventa “Hot lips”, Warren “Hippy silver fox” e Crover “Move over”). Rimangono sul palco Crover e Warren, il quale si toglie la parrucca grigia e inizia ad intonare un canto psichedelico prima di uno stage diving sul pubblico e poi resta lì, tra la gente. Canta e inizia a spingere e farsi trascinare dal pogo prima di una scena davvero memorabile: invita tutti ad accucciarsi (e ci riesce) e poi piano piano tutti si rialzano fino a saltare più in alto possibile mentre Crover alla batteria rulla a più non posso.
E’ la sudata fine di un set infuocato, forse anche un po’ lungo, ma sicuramente intenso e reale. Qui si suona il rock pesante, quello grezzo e coerente: prendere o lasciare.
(Ercole Gentile)