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Archivio per Ffebbraio, 2010

Live Report: Bloody Beetroots @ Magazzini Generali Milano 25/02/10

Venerdì, Ffebbraio 26th, 2010

E’ possibile che il pubblico riesca a rovinarti un concerto? Già, perchè di concerto si trattava, ma evidentemente la maggior parte del giovanissimo pubblico (l’età media senza esagerare sarà stata sui 18 anni) che affollava ieri sera i Magazzini Generali di Milano non l’ha capito.
Il dubbio si instilla nella mia mente fin dall’ingresso dove scopro che per entrare si deve essere in lista e aver prenotato l’ingresso alla serata tramite i pr, in classico stile italian-disco.
Ok Bloody Beetroots sono un fenomeno nuovo, di musica elettronica, ma lo spirito del disco d’esordio “Romborama” non mi sembrava questo, anzi sono quasi certo che non è questo: Bob Rifo (il titolare del progetto) viene dal punk, è un ammiratore di fumettisti “ribelli” come Tanino Liberatore e ha mostrato in più di un’intervista di essere una persona acuta. Insomma cosa c’entra tutto questo con molta della gente che c’è stasera ai Magazzini Generali?
Poco: molti sono qui perchè la musica di Bloody Beetroots adesso “spacca”, i ragazzini possono fare casino coi soldi di papà e come recita la maglietta di uno di loro “essere presi bene al 100%”. Forse anche grazie ad un aiutino chimico.
Impossibilitato a consolarmi con una birra (qualsiasi consumazione costa 8 euro), attendo l’inizio del set che arriva alle 23,20. Devo ammettere che quando le luci si spengono, la nebbia avvolge il palco, le urla del pubblico coprono tutto con un grande boato, l’atmosfera è davvero eccitante. Si fa fatica a riconoscere quanti sono i Bloody Beetroots: sembrano in tre in questa nuova versione live che si chiama Death Crew 77, non più un dj set, ma una vera band per un vero concerto.
Si salta e si balla con i mascherati Bob Rifo e soci (che faremo fatica a vedere per tutto il concerto a causa di uno studiato gioco di fumo e di luci), non c’è che dire: i Bloody sanno come si fa, con i loro potenti sbalzi alla Justice e Daft Punk. “Warp 1.9” è una bomba. Il concerto ogni tanto vira verso il rock puro ed anche sul punk tanto caro a Bob, prima di tornare all’electro quasi techno.
Sarebbe stato un gran bel concerto se si fosse potuto vedere, ballare e anche pogare. Per l’ultima opzione si può andare nelle prime file per il resto si può andare…fuori visto che la gente non sta ferma un secondo in qualsiasi parte del locale: attenzione non intendo che balla e salta, intendo decine e decine di persone che continuano a spostarsi, senza tregua. Il fastidio è alle stelle:non posso ballare, fatico ad ascoltare e sono continuamente urtato da spintoni e ragazzini ubriachi (beati loro che se lo possono permettere!).
Cedo ed esco. Mi spiace Bob, magari verrò a sentirti da qualche parte, all’estero, visto il super tour mondiale che stai per intraprendere. Peccato farsi rovinare un concerto carico ed esplosivo da un pubblico così.
Non me ne vogliate ragazzi, forse sto solo invecchiando.

(Ercole Gentile)

Live Report: Dave Matthews Band @ Palasharp Milano 22/02/10

Giovedì, Ffebbraio 25th, 2010

Chiedete a chi era in piazza Napoleone a Lucca, il 5 luglio dell’anno scorso, e vi dirà: non c’è confronto, “quello” è stato in concerto della Dave Matthews Band in Italia. E’ d’accordo pure lui, il sudafricano della Virginia, che non a caso quella serata speciale (“lo show della vita”) l’ha voluta celebrare con un lussuoso cofanetto che qui da noi va a ruba.
Siccome però io a Lucca non c’ero, m’accontento: delle due ore e quaranta di spettacolo invece delle tre ore e un quarto di allora, degli assoli più contenuti e imbrigliati, dell’acustica non perfetta nella prima parte dell’esibizione, della scenografia decisamente meno suggestiva del Palasharp di Milano.
Da buoni musicisti jam (anche se magari l’etichetta non piace), Matthews e i suoi hanno un motore diesel, ci mettono un po’ a scaldarsi e lo stesso frontman all’inizio ammette di essere un po’ ingolfato (“il vostro cibo mi fa mangiare troppo, il vostro vino mi fa bere troppo, le vostre donne…mi fanno pensare troppo”). A Milano partono rilassati e sommessi, con la sequenza “Proudest monkey”/“Satellite”, prima di alzare il ritmo con “You might die trying’” e dare molto spazio (otto selezioni) alle canzoni dell’ultimo “Big whiskey and the GrooGrux king”, un disco che dopo gli inciampi delle precedenti prove di studio ha messo d’accordo più o meno tutti, e che suona solare e contagioso nonostante l’alone incombente della scomparsa di LeRoi Moore cui è dedicato.
Dal vivo comunque è davvero un’altra cosa, anche nelle serate non particolarmente memorabili: un bollente calderone fusion di funk, jazz, world music e American song che magari non ti tira subito dentro per i capelli ma che alla fine ti imprigiona come una ragnatela. Sono anche uno spettacolo da vedere, a dispetto dell’aspetto dimesso e ordinario del leader e dell’uso parco delle luci, con quel bel mix di pelle bianca e nera, di timbri e stili musicali differenti. Il trombettista Rashawn Ross è una montagna di carne, il violinista elettrico Boyd Tinsley un muscoloso folletto rasta che spesso si presenta danzante al proscenio, il sassofonista Jeff Coffin il più entusiasmente negli assoli assieme al chitarrista Tim Reynolds, un manico che con nonchalance snocciola riff alla Slash, scale vertiginose alla Steve Vai, fraseggi liquidi e contrappunti slide. E poi c’è la potentissima sezione ritmica, con Stefan Lessard al basso e Carter Beauford dietro la batteria, monumentale maestro in guanti bianchi di poliritmi e di potenza musicale, oltre che icona assoluta per la band e per i fan: l’equivalente di ciò che Clarence Clemons rappresenta per Bruce Springsteen e la E Street Band. La cosa bella è che suonano originali e difficilmente paragonabili a qualcun altro (Peter Gabriel, forse, nelle ascensioni vocali di “Don’t drink the water”? Certe escursioni strumentali di Sting, ai tempi del tour di “The dream of the blue turtles”?). E formidabili nelle cover: potentissima la loro versione di “Burning down the house” dei Talking Heads, mentre al Prince di “Sexy MF” va solo un divertito accenno. Nei bis Matthews si concede un intimo spot acustico in solitaria (“Baby blue”), poi chiude le danze con l’amatissima “Ants marching” e alla fine non c’è nessuno che possa lamentarsi. Non i reduci di Lucca, men che meno i tipi del fan club che danzano attaccati alle transenne con le loro maschere da scimmia.

(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Proudest monkey”
“Satellite”
“You might die trying”
“Funny the wait it is”
“Seven”
“Squirm”
“Crash into me”
“So damn lucky”
“Lying in the hands of God“
“Why I am”
“Dancing nancies”
“Shake me like a monkey”
“Jimi thing”
“Burning down the house”
“You and me”
“Don’t drink the water”

Bis:
“Baby blue”
“Everyday”
“Ants marching”

Live Report: Il Teatro degli Orrori @ Latte Più Brescia 19/02/10

Lunedì, Ffebbraio 22nd, 2010

Nel bel mezzo di un tour che sta toccando l’Italia intera, in contemporanea con il festival di Sanremo e con tutto quello che passa la televisione, Pierpaolo Capovilla si prepara al set del Latte Più (colmo di gente) passeggiando tra il pubblico, ascoltando i bresciani Marydolls, gente pronta a fare il salto e spiccare il volo. Capovilla ha quel “profilo della persona perbene” che lui stesso canta in “Io ti aspetto”. Quello che invece non ti aspetti e vederlo fare stage diving a ripetizione quando sul palco sale il Teatro, quando l’energia si moltiplica e le casse iniziano a pompare senza risparmiarsi. Nelle due ore di un set del Teatro si vive e si muore, si esulta e ci si lascia prendere dalle parole e da quei testi che ci hanno fatto innamorare… a sangue freddo. La nuova line-up che vede Favero fuori dai giochi (se non altro dal vivo) e dentro Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Tommaso Mantelli (Captain Mantell) sembra funzionare davvero alla grande, sembra quasi dare più risalto ai cambi di tempo tipici del gruppo. Poco importa poi che il microfono ceda sotto i colpi di chi ne vuole ancora e si aggrappa fisicamente alla band, non contano i fischi degli amplificatori provati allo stremo. E’ il bello della diretta, il bello dei concerti senza tregua. Capovilla e il Teatro, Capovilla che fa teatro e intrattiene, parla senza filtro e si abbandona al potere del palco, al sudore della gente. Passano i pezzi di “A sangue freddo”: “Io ti sapetto”, “Due”, “A sangue freddo”, “Majakovskij”, “Mai dire mai”, “Direzioni diverse”, “Alt”. Menzione speciale per la bellissima “Die Zeit”, un piccolo capolavoro che si rivela ogni volta in modo diverso, così come “Il terzo mondo” e “Padre nostro”. C’è spazio anche per la storia, per “La canzone di Tom”, “Il turbamento della gelosia”, “Vita mia”, “Compagna Teresa”, “Dio mio”. Il fischio che persiste in testa lascia spazio al silenzio quando tutto finisce. La band saluta, si fa abbracciare, si concede fino all’ultimo, a testimonianza che un concerto rock è più di semplice musica: è l’occasione per un incontro tangibile fuori dal “mondo della tv”, è cultura, è sfogo e collera, passione estrema. Resta poco da dire quando la voce viene a mancare dopo aver buttato fuori rabbia ed amore in modo così intenso nell’arco di pochi minuti. E’ questo il potere del Teatro, lasciarti senza altro da dire: “Angusto sarebbe il cielo, per potermi contenere…”

(Marco Jeannin)

Live Report: Hole @ Magazzini Generali, Milano 19/02/2010

Sabato, Ffebbraio 20th, 2010

Quando arriva Courtney Love in città è come un uragano: aspetti trepidante, domandandoti cosa ti sta per accadere, sei elettrizzato nella tua attesa e non vedi l’ora di essere travolto per poi, una volta terminato tutto, poter raccontare agli altri com’è stato. Ed è proprio come mi sono sentita io, l’altra sera mentre ero ai Magazzini Generali e aspettavo uno dei miei concerti dell’anno, l’unica data italiana, per di più sold out (e si vedeva) delle Hole.

Mentre sorseggio il mio drink e giro per il locale mi guardo attorno: una folla per lo più eterogenea, molti presenzialisti, parecchi alter ego maschili e femminili di Courtney, vestiti e truccati come lei, e un ragazzo con la cresta bionda da punk più alta che abbia mai visto: mi chiedo cosa ci fa qui e soprattutto prego che non si posizioni davanti a me, dato che mi sono accaparrata un buon angolino per vedere il concerto.

Si spengono le luci e comincia a propagarsi fumo dal palco, in sottofondo musica classica, in netto contrasto con ciò che sta per accadere. Uno dopo l’altro cominciano ad arrivare i musicisti (ahimè non c’è più nessuno della formazione originaria), prendono in mano gli strumenti, sono pronti a cominciare.

Manca solo lei: eccola, arriva accolta da un boato dei presenti, con una sigaretta in bocca, capelli lunghissimi e vestito bon ton di Prada. Penso che dovrò assolutamente procurarmi la fascetta con fiori e piume che si confonde tra la sua chioma. La chitarra di Courtney inizia a produrre le prime note. Tre pezzi suonati tutti d’un fiato, tra cui la mia amata “Violet”, poi una breve pausa per i saluti, tra le urla generali: “ Sono molto contenta di essere qui stasera, voi siete contenti?”. Domanda retorica. Inizia lo sconvolgimento della scaletta, Courtney parla spesso coi suoi musicisti, dice che bisogna seguire l’istinto, e come darle torto.

Scorrono veloci “Dolls Part”, ”Malibu”, “Celebrity Skin”, “Miss World”, “Northern star” e la nuova “Nobody’s daughter”, del tanto atteso album, che dovrebbe vedere presto la luce. Tra un brano e l’altro, Courtney si avvicina al suo pubblico, tocca mani, lancia plettri, parla “a macchinetta”. Si fa anche lanciare una t-shirt del suo merchandising e, rivolgendosi al suo chitarrista, dice che bisogna fare qualcosa per quelle magliette, troppo poco fashion per lo stile italiano.

Mentre Courtney canta, la guardo e penso: questa donna ha vissuto mille vite, è caduta in basso, in bassissimo, ma si è rialzata sempre. Ha conosciuto gli eccessi, è la vedova di una leggenda, di un’icona e prima di incontrarlo faceva la stripper. Guardala ora, su quel palco è divina. La sua immagine di “dannata del rock”mi ha sempre affascinata ma adesso ho davanti una donna diversa che, tra mille sbagli, non ha mai abbandonato la sua musica.

Esco dai Magazzini pensando che l’uragano Courtney mi abbia fatto proprio l’effetto che mi aspettavo: mi ha stravolto e riempito al tempo stesso…..

(Rossella Romano)

Live Report: White Lies @ Alcatraz Milano 17/02/10

Giovedì, Ffebbraio 18th, 2010

Dovevano passare dalle nostre parti già nel mese di novembre, ma un malanno al cantante Harry McVeigh (che durante il concerto di stasera si scuserà per il “ritardo”), costrinse gli White Lies a rinviare le date italiane.
Oggi però sono qui, in una serata in cui Milano è sotto la pioggia, un clima che ben si adatta alle atmosfere tra rock e new-wave della band londinese. L’Alcatraz non è penissimo, ma si presenta comunque bene, anzi direi che c’è la quantità ideale di pubblico per ascoltare un concerto. Dopo l’apertura dei milanesi Merci Miss Monroe, alle 21,50 ecco spegnersi le luci e salire sul palco gli White Lies che in veste live diventano quattro: oltre a McVeigh alla voce e chitarra, Cave al basso e Lawrence-Brown alla batteria c’è anche Tommy Bowen alle tastiere.
La scenografia è semplice ma efficace e la formazione londinese decide di cominciare alla grande con uno dei singoli dell’album, quella “Farewell to the fairground” che fa cantare il pubblico a squarciagola sulle parole “Keep on running, keep keep on running, there’s no place like home”.
Colpisce il sound degli White Lies: pieno, forte e sicuro, senza sbavature. Sarà che siamo (ahimè) abituati a location con un’acustica non proprio eccelsa, ma insomma stasera il concerto si sente proprio come Dio comanda. Gli White Lies proseguono con “Taxidermy” (brano presenta sulla versione 7 pollici del singolo “To lose my life”), “E.S.T”, “The price of love” e “You still love him”, altro episodio presente solo come b-side del singolo “Unfinished business”.
Giusto a metà concerto ecco il singolone che li ha lanciati in tutto il mondo “To lose my life”, sulle cui note l’Alcatraz impazzisce, prima di “A place to hide” e della splendida “Fifty on our foreheads”. La prima parte del concerto si chiude con “Nothing to give” e la già citata “Unfinished business”. Una breve pausa e gli White Lies tornano con una bella versione di “Heaven” dei Talking Heads, alla quale fa seguito “From the stars” prima della chiusura col botto. Tocca infatti allo splendido singolo “Death” chiudere le danze: gente che urla, canta e salta, un’immagine perfetta da portarsi a casa, da usare per ripararsi dalla pioggia che ci attende all’uscita.
Non c’è che dire un’ora di ottima musica: gli White Lies hanno svolto con diligenza il loro compito, con quella classe tipicamente inglese e quel pizzico di oscurità che li contraddistingue.

(Ercole Gentile)

SETLIST
“Farewell to the fairground”
“Taxidermy”
“E.S.T.”
“The price of love”
“You still love him”
“To lose my life”
“A place to hide”
“Fifty on our foreheads”
“Nothing to give”
“Unfinished business”

“Heaven”
“From the stars”
“Death”

Live Report: Fu Manchu @ Latte Più Brescia 10/02/10

Sabato, Ffebbraio 13th, 2010

I Fu Manchu rientrano in quella categoria di band che meritano di essere viste, a prescindere dal come e dal quando. Gente che ha segnato la storia dell’alternative di marca statunitense come la band capitanata da Scott Hill necessita di un trattamento di favore, anche se i tempi ormai sono cambiati e l’età dell’oro tramontata. I Fu Manchu però non sembrano risentire del peso dell’età, né tantomeno di quello delle mode: pubblicano senza pause dal ’94, con coerenza e continuità. Vederli sul palco equivale a fare un salto indietro nel tempo di una quindicina di anni buoni. Sentirli è un’esperienza da amarcord. I Fu Manchu sono in tour per presentare la loro ultima fatica, “Signs of infinite power”. Un disco alla Fu Manchu tanto per capirsi, niente di più e niente di meno. Riff alla Black Sabbath, chitarre distorte, atmosfera da skate contest e polo a righe smanicata. Il set di Brescia è un buon compendio della quasi ventennale vita della band californiana. Un’ora e mezza abbondante di stoner vecchia scuola che, se all’inizio funziona alla perfezione con un sound pieno supportato da una notevole abilità tecnica, alla lunga mostra la corda scadendo un pelo nel ripetitivo. Chiariamo: tutto bello e interessante, ma se i Fu Manchu non sono mai usciti dal loro guscio con una vera esplosione, un motivo ci dovrà pur essere. Ad ogni modo quello all’ottimo Latte più è stato un set da non mancare, anche solo per riporlo nel proprio bagaglio personale di live che fanno la differenza, in questo caso quello di una band che rappresenta la vera essenza dell’essere indipendenti (mai con una major), il volto concretamente alternativo di un genere pesantemente ridimensionato che ancora dopo tanti anni sopravvive grazie ai live in piccoli club popolati da uno zoccolo duro di irriducibili. Tra cui il sottoscritto.

(Marco Jeannin)

Live Report: Local Natives @ La Casa 139 Milano 08/02/10

Mercoledì, Ffebbraio 10th, 2010

E’ un lunedì sera d’inverno, Milano è umida e fredda, ma La Casa 139 di Milano non lo è affatto. L’atmosfera sempre calda del piccolo locale milanese è perfetta per il concerto dei Local Natives, una delle band più attese del momento, perlomeno in ambito indipendente.
La Casa si affolla piano piano, giusto in tempo per il set dei cittadini Iori’s Eyes che aprono le danze per i colleghi americani. Il loro album d’esordio “Gorilla manor” è stato fortemente apprezzato sia dal pubblico che dalla critica di tutto il mondo, grazie ad una miscela di folk e indie-rock di ottimo stampo. Quindi l’attesa è alta e si sente anche tra il pubblico, fremente e curioso per la formazione di Los Angeles.
Ed allora eccoli, in cinque schierati sul piccolo palco: si scambiano spesso di posizione e di strumenti, si mischiano, si intrecciano e sembrano divertirsi davvero un mondo.
E ci divertiamo pure noi. Già perchè i Local Natives ci mettono una carica incredibile, suonano davvero bene e interagiscono il giusto con il pubblico.
Il gruppo pare davvero coeso, ma a trainare tutti sembrano esserci Taylor Rice e Kelcey Ayer che si alternano alla voce e strumenti: i Local Natives eseguono per intero, ma in ordine sparso, “Gorilla manor” ed è un vero piacere sentirli. Viene proprio da pensare che hanno scritto davvero un bel pugno di canzoni e brani come “Airplanes”, “Wide eyes”, l’ottima rilettura di “Warning sign” dei Talking Heads e la conclusiva “Sun hands” lo confermano alla grande. Come dire, dal vivo non perdono un grammo della loro forza, anzi.
Un plauso dunque ai Local Natives, per un concerto che fa davvero tornare a casa soddisfatti.

(Ercole Gentile)

Live Report: Swell Season @ Conservatorio Milano 07/02/10

Lunedì, Ffebbraio 8th, 2010

Su “For those about to blog” potete trovare un post del nostro Gianni Sibilla sul concerto (e sulla giornata) milanese degli Swell Season.
Buona lettura!

Live Report: Mastodon @ Magazzini Generali Milano 04/02/10

Venerdì, Ffebbraio 5th, 2010

Dopo diverse apparizioni italiane in festival (Jammin’ Festival 2007, Gods of Metal 2009) e come spalla (a Tool e Metallica, ad esempio), i Mastodon tornano nel Belpaese per la prima volta come headliner. E decidono di far cominciare il loro tour europeo proprio da qui.
“Crack the skye”, il loro ultimo disco, ha conquistato davvero tutti. Diciamo più che altro che ha allargato il bacino di utenza della formazione di Atlanta: il quarto album è stato infatti un lavoro meno metal, più progressive/psichedelico, avvicinando ai Mastodon anche orecchie meno abituate al genere.
I Magazzini Generali sono una location piuttosto inusuale per il pubblico metal, ma per una volta dobbiamo dire che il sound è stato quasi impeccabile: ci volevano le chitarre toste dei Mastodon a raddrizzare l’acustica del locale milanese.
Dopo il set degli onesti Totomoshi, alle 21,30 scatta l’ora dei Mastodon. Più barbuti e baffuti che mai in prima linea ecco Brent Hinds (chitarra,voce), Bill Kelliher (chitarra, voce) e Troy Saunders (basso, voce). Alle loro spalle il batterista rasato Brann Dailor ed un tastierista aggiunto per l’occasione.
La prima parte del concerto è tutta dedicata al bellissimo ultimo album, eseguito tutto di un fiato come un concept-album vuole. La miscela di energia e psichedelia, chitarre grezze e assoli da signori musicisti rendono l’atmosfera perfetta, così come i video lisergici proiettati alle loro spalle.
Ci si perde nei meandri del loro mondo parallelo, soprattutto nei saliscendi sonori della splendida “The czar”, ma anche nella title-track o nelle sfuriate di “The last baron”.
I Mastodon lasciano il palco infuocato e tornano pochi minuti dopo per dargli il colpo di grazia con brani più violenti ed aggressivi tratti dai loro precedenti dischi: ci sono “Where strides the behemoth”, “Mother Puncher” e “March of the fire ants” dal loro debutto del 2002 (“Remission”), “Iron tusk” e “Aqua dementia” da “Leviathan”, e “Cyrcle of Cysquatch” da “Blood mountain”.
Insomma quello dei Mastodon è un concerto che ha lasciato il segno: un’ora e venti potente sognante, convincente. Così si fa.

(Ercole Gentile)

SETLIST

01. Oblivion
02. Divinations
03. Quintessence
04. The Czar
05. Ghost Of Karelia
06. Crack The Skye
07. The Last Baron

08. Circle Of Cysquatch
09. Aqua Dementia
10. Where Strides The Behemoth
11. Mother Puncher
12. Iron Tusk
13. March of the Fire Ants

Live Report: Lyle Lovett & John Hiatt @ Conservatorio Milano 02/02/10

Giovedì, Ffebbraio 4th, 2010

Sono stato fortunato. Prima fila, posizione centrale, cinque metri dal palco. Una postazione da sogno, per un concerto intimo e “salottiero” come questo. Da lì potevo scrutare ogni sorriso complice, ogni piega sul viso lungo e stretto di Lyle Lovett, sul volto largo e aperto di John Hiatt. Percepire il più piccolo movimento, un piede che batte le assi a ritmo, una risata soffocata, una corda appena sfiorata.
Che spettacolo: parole, musica e canzoni scambiate e condivise come nel soggiorno di casa, o davanti al falò. Classe e ironia, eleganza di gesti e d’abito (Lyle in giacca nera e camicia bianca, John incravattato), presenza e carisma – visto da vicino, si capisce perché Lovett abbia ammaliato Hollywood e Robert Altman. Un tavolino, due sedie e tre chitarre acustiche (due per Hiatt, una per Lovett). E una canzone a testa, mentre l’altro resta a guardare: Lovett l’introverso che rimane immobile, giusto un cenno del capo in segno di approvazione o un sorriso a inarcare la mascella; Hiatt l’estroverso che chiude gli occhi, piega la testa all’indietro, tiene il ritmo. Uno la spalla perfetta dell’altro, yin e yang: Lovett quasi astratto e irresistibilmente surreale, maestro delle pause e dei silenzi. Hiatt terragno, carnale, caloroso, trascinante: diversi e complementari anche nello stile e nella proposta musicale rigorosamente “sudista” (“Ogni posto è a Sud di qualcun altro, e a Sud le cose sono sempre migliori”, spiega John).
Ho letto una considerazione che mi ha colpito, nella recensione di un concerto americano, e la faccio mia: John, il cantautore dell’Indiana, incarna lo spirito di Memphis, voce aspra da soulman bianco ed energia rhythm&blues; Lyle, il “long tall Texan” dagli occhi di ghiaccio, è un cittadino onorario di Nashville, il country nelle sue mani diventa chiccosissimo e si tinge di humour freddo (“Fiona” che ha un occhio solo è uno dei tanti esempi) “Your dad did” e “Cowboy man” “Drive South” e “Nobody knows me”, “Feels like rain” (fantastica) e “If I had a boat”. Hiatt che presenta un blues inedito (“Freight train”) dal disco in uscita a marzo, che sfodera accordi rock e tocchi di solista per le canzoni del compare, Lovett che arpeggia con i suoi fingerpicks. Si conversa di Sud e di acque fangose (“Crossing Muddy Waters”), di tipi del New Jersey che con il loro accento esotico conquistano le ragazze più carine, di Bonnie Raitt che ha epurato una strofa dalla sua versione di “Thing called love” (“Ma grazie lo stesso, Bonnie, mi hai permesso di mandare le due figlie all’università”: ancora Hiatt): sempre in punta di penna, “tongue in cheek”, tra il faceto e il surreale e con tempi comici da attori consumati. Lo cantano a due voci, l’hit di Hiatt, e così “My baby don’t tolerate” e la folk song tradizionale “Aint’ no cane on the brazos”, mentre i bis, dopo due ore e mezza con un intervallo di venti minuti regalano “Have a little faith in me” (ma viene molto meglio con il pianoforte) e “Step inside this house” di Guy Clark, altra gloria texana. Scaletta sempre diversa e improvvisata a botta e risposta: verrebbe voglia di vederseli un’altra volta.

(Alfredo Marziano)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol