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Archivio per Ffebbraio 4th, 2010

Live Report: Lyle Lovett & John Hiatt @ Conservatorio Milano 02/02/10

Giovedì, Ffebbraio 4th, 2010

Sono stato fortunato. Prima fila, posizione centrale, cinque metri dal palco. Una postazione da sogno, per un concerto intimo e “salottiero” come questo. Da lì potevo scrutare ogni sorriso complice, ogni piega sul viso lungo e stretto di Lyle Lovett, sul volto largo e aperto di John Hiatt. Percepire il più piccolo movimento, un piede che batte le assi a ritmo, una risata soffocata, una corda appena sfiorata.
Che spettacolo: parole, musica e canzoni scambiate e condivise come nel soggiorno di casa, o davanti al falò. Classe e ironia, eleganza di gesti e d’abito (Lyle in giacca nera e camicia bianca, John incravattato), presenza e carisma – visto da vicino, si capisce perché Lovett abbia ammaliato Hollywood e Robert Altman. Un tavolino, due sedie e tre chitarre acustiche (due per Hiatt, una per Lovett). E una canzone a testa, mentre l’altro resta a guardare: Lovett l’introverso che rimane immobile, giusto un cenno del capo in segno di approvazione o un sorriso a inarcare la mascella; Hiatt l’estroverso che chiude gli occhi, piega la testa all’indietro, tiene il ritmo. Uno la spalla perfetta dell’altro, yin e yang: Lovett quasi astratto e irresistibilmente surreale, maestro delle pause e dei silenzi. Hiatt terragno, carnale, caloroso, trascinante: diversi e complementari anche nello stile e nella proposta musicale rigorosamente “sudista” (“Ogni posto è a Sud di qualcun altro, e a Sud le cose sono sempre migliori”, spiega John).
Ho letto una considerazione che mi ha colpito, nella recensione di un concerto americano, e la faccio mia: John, il cantautore dell’Indiana, incarna lo spirito di Memphis, voce aspra da soulman bianco ed energia rhythm&blues; Lyle, il “long tall Texan” dagli occhi di ghiaccio, è un cittadino onorario di Nashville, il country nelle sue mani diventa chiccosissimo e si tinge di humour freddo (“Fiona” che ha un occhio solo è uno dei tanti esempi) “Your dad did” e “Cowboy man” “Drive South” e “Nobody knows me”, “Feels like rain” (fantastica) e “If I had a boat”. Hiatt che presenta un blues inedito (“Freight train”) dal disco in uscita a marzo, che sfodera accordi rock e tocchi di solista per le canzoni del compare, Lovett che arpeggia con i suoi fingerpicks. Si conversa di Sud e di acque fangose (“Crossing Muddy Waters”), di tipi del New Jersey che con il loro accento esotico conquistano le ragazze più carine, di Bonnie Raitt che ha epurato una strofa dalla sua versione di “Thing called love” (“Ma grazie lo stesso, Bonnie, mi hai permesso di mandare le due figlie all’università”: ancora Hiatt): sempre in punta di penna, “tongue in cheek”, tra il faceto e il surreale e con tempi comici da attori consumati. Lo cantano a due voci, l’hit di Hiatt, e così “My baby don’t tolerate” e la folk song tradizionale “Aint’ no cane on the brazos”, mentre i bis, dopo due ore e mezza con un intervallo di venti minuti regalano “Have a little faith in me” (ma viene molto meglio con il pianoforte) e “Step inside this house” di Guy Clark, altra gloria texana. Scaletta sempre diversa e improvvisata a botta e risposta: verrebbe voglia di vederseli un’altra volta.

(Alfredo Marziano)

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