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Live Report: Dave Matthews Band @ Palasharp Milano 22/02/10

Chiedete a chi era in piazza Napoleone a Lucca, il 5 luglio dell’anno scorso, e vi dirà: non c’è confronto, “quello” è stato in concerto della Dave Matthews Band in Italia. E’ d’accordo pure lui, il sudafricano della Virginia, che non a caso quella serata speciale (“lo show della vita”) l’ha voluta celebrare con un lussuoso cofanetto che qui da noi va a ruba.
Siccome però io a Lucca non c’ero, m’accontento: delle due ore e quaranta di spettacolo invece delle tre ore e un quarto di allora, degli assoli più contenuti e imbrigliati, dell’acustica non perfetta nella prima parte dell’esibizione, della scenografia decisamente meno suggestiva del Palasharp di Milano.
Da buoni musicisti jam (anche se magari l’etichetta non piace), Matthews e i suoi hanno un motore diesel, ci mettono un po’ a scaldarsi e lo stesso frontman all’inizio ammette di essere un po’ ingolfato (“il vostro cibo mi fa mangiare troppo, il vostro vino mi fa bere troppo, le vostre donne…mi fanno pensare troppo”). A Milano partono rilassati e sommessi, con la sequenza “Proudest monkey”/“Satellite”, prima di alzare il ritmo con “You might die trying’” e dare molto spazio (otto selezioni) alle canzoni dell’ultimo “Big whiskey and the GrooGrux king”, un disco che dopo gli inciampi delle precedenti prove di studio ha messo d’accordo più o meno tutti, e che suona solare e contagioso nonostante l’alone incombente della scomparsa di LeRoi Moore cui è dedicato.
Dal vivo comunque è davvero un’altra cosa, anche nelle serate non particolarmente memorabili: un bollente calderone fusion di funk, jazz, world music e American song che magari non ti tira subito dentro per i capelli ma che alla fine ti imprigiona come una ragnatela. Sono anche uno spettacolo da vedere, a dispetto dell’aspetto dimesso e ordinario del leader e dell’uso parco delle luci, con quel bel mix di pelle bianca e nera, di timbri e stili musicali differenti. Il trombettista Rashawn Ross è una montagna di carne, il violinista elettrico Boyd Tinsley un muscoloso folletto rasta che spesso si presenta danzante al proscenio, il sassofonista Jeff Coffin il più entusiasmente negli assoli assieme al chitarrista Tim Reynolds, un manico che con nonchalance snocciola riff alla Slash, scale vertiginose alla Steve Vai, fraseggi liquidi e contrappunti slide. E poi c’è la potentissima sezione ritmica, con Stefan Lessard al basso e Carter Beauford dietro la batteria, monumentale maestro in guanti bianchi di poliritmi e di potenza musicale, oltre che icona assoluta per la band e per i fan: l’equivalente di ciò che Clarence Clemons rappresenta per Bruce Springsteen e la E Street Band. La cosa bella è che suonano originali e difficilmente paragonabili a qualcun altro (Peter Gabriel, forse, nelle ascensioni vocali di “Don’t drink the water”? Certe escursioni strumentali di Sting, ai tempi del tour di “The dream of the blue turtles”?). E formidabili nelle cover: potentissima la loro versione di “Burning down the house” dei Talking Heads, mentre al Prince di “Sexy MF” va solo un divertito accenno. Nei bis Matthews si concede un intimo spot acustico in solitaria (“Baby blue”), poi chiude le danze con l’amatissima “Ants marching” e alla fine non c’è nessuno che possa lamentarsi. Non i reduci di Lucca, men che meno i tipi del fan club che danzano attaccati alle transenne con le loro maschere da scimmia.

(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Proudest monkey”
“Satellite”
“You might die trying”
“Funny the wait it is”
“Seven”
“Squirm”
“Crash into me”
“So damn lucky”
“Lying in the hands of God“
“Why I am”
“Dancing nancies”
“Shake me like a monkey”
“Jimi thing”
“Burning down the house”
“You and me”
“Don’t drink the water”

Bis:
“Baby blue”
“Everyday”
“Ants marching”

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