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Archivio per Marzo, 2010

Live Report: Cristina D’Avena feat. Gem Boy @ Alcatraz Milano 27/03/10

Martedì, Marzo 30th, 2010

L’amante di Lady Gaga e del genere pop, il ragazzo che si credeva Jim Morrison, il dandy che ascolta i Baustelle e il milanesotto che potrebbe aver ispirato Dj Ice per la sua ‘Ga el suv’. Mettiamoci anche lo scrittore Andrea G. Pinketts e otteniamo l’eterogeneo pubblico che sabato 27 marzo affollava l’Alcatraz di Milano per il concerto di Cristina D’Avena.
Ebbene sì, i fan della regina delle sigle dei cartoni animati si nascondono – insospettabili – dietro ogni genere di cultura, passione e ceto sociale.
Del resto non solo i bamboccioni e gli eterni Peter Pan hanno ascoltato le melodie di Cristina. È l’intera generazione dei trentenni a ritrovarsi per cantare con lei ‘Occhi di gatto’, ‘I Puffi’ e le canzoni con le quali è cresciuta. Un pubblico trasversale e appassionato che è manna e nutrimento per l’ego di ogni cantante.
L’estro e la bravura dei Gem Boy trasformano quella che poteva rischiare di essere una banale ‘operazione Amarcord’ in uno spettacolo musicale e cabarettistico divertente e mai noioso.
Dimenticate la ragazza della porta accanto, l’alter ego di Kiss me Licia, quella che si vestiva con gonnelloni e abiti da principessa: questa sera Cristina è apparsa strizzata in un corpetto che avrebbe fatto urlare il Moige. Messa in soffitta la parrucca di Licia, ci dimostra di essere una donna ironica e sensuale, capace di giocare con il suo personaggio di cantante per i piccoli e con gli ormoni dei presenti.
Se la canzone ‘Robin Hood’ come primo pezzo non sembra entusiasmare i miei vicini di transenna, basta la seconda, ‘È quasi magia Johnny’, per far esplodere l’Alcatraz.
Siamo stati tutti bambini e in un modo o nell’altro la televisione ci ha fatto spesso compagnia. Quindi ogni sigla cantata diventa un ricordo e poi un coro da stadio. Nessuno dimentica una parola ed è un boato dietro l’altro.
I Gem Boy smontano il mito D’Avena e svecchiano canzoni ormai datate: dalla simpatica ‘Pollon’ reinterpretata da Carletto – il cantante – in stile Caparezza con tanto di parrucca, a una versione rock metal di ‘Vola mio Miny Pony’ che esalta il pubblico e ancora di più i miei soliti vicini, che ormai mi schiacciano i piedi a furia di saltare, manco fossimo al concerto dei Green Day!
In effetti sono circondato da emo e punk di nuova generazione che ruttano la canzone dei puffi e bestemmiano se per caso alzi un dito per fare una foto.
Anche i baristi sono esaltati, si cimentano in coreografie tecno indiane e dimenticano di essere lì per lavorare.
Cristina onora il repertorio dei Gem Boy che propongono le ‘sobrie’ cover di ‘Poker Face’, ribattezzata ‘Potter Fesso’ e dedicata al maghetto Harry, e ‘I gotta feeling’ dei Black Eyed Peas diventata ‘Batman è fico’.
Mi piacciono i siparietti comici fra la D’Avena e la band, l’autoironia verso il telefilm di Licia e gli intermezzi musicali come ‘A message to you Rudy’ dei The Special o ‘A kind of magic’ dei Queen.
Cantante e musicisti sono un gruppo affiatato e ormai rodato, la joint venture fra i due mondi musicali è così amalgamata che mi chiedo se tutto questo diventerà mai un disco.
Ho incontrato Cristina D’Avena dopo il concerto e le ho fatto qualche domanda.
Volevo sapere come ci si sentiva a cantare in un luogo dove sono appena passate Beth Ditto e Courtney Love. Lei sorride e dice che considera questa serata come una rivalsa: da sempre le sue canzoni sono giudicate di serie B e aver riempito uno dei pochi ‘templi del rock’ rimasti a Milano è un onore ma anche una sfida.
Cantare canzoni che provengono dal mondo televisivo sembra sconveniente per tutti, ma mai come ora è proprio la tv a scoprire i nuovi talenti.
Se la vedremo mai a San Remo rimane un mistero, ma del Festival mi ha detto che ha apprezzato Malika, Fabrizio Moro e Irene Fornaciari.
Peccato perché io avrei fatto vincere Irene Grandi e La Fame di Camilla.
Nonostante mi abbia cresciuto con le sue canzoni, abbiamo gusti diversi. Ma è per questo che mi piace e poi non sono venuto su tanto male!
E comunque con quel corpetto… non riuscivo a guardarla negli occhi!
Evviva Cristina!

(Gabriele de Risi)

Live Report: Hot Chip @ Magazzini Generali Milano 18/03/10

Lunedì, Marzo 22nd, 2010

Non si fatica a credere al sold out degli Hot Chip ai Magazzini Generali. Fanno indie elettronica, tanto basta a garantire un’affluenza ed un interesse ben oltre la norma in questo periodo.
I Magazzini si riempiono (sopra e sotto) di persone che hanno un gran voglia di ballare e la serata prende immediatamente la piega sperata quando Alexis Taylor (il più acclamato in assoluto) e compagnia prendono posto sul palco verso le nove e quaranta. Quella di Milano è l’ultima data del tour degli Hot Chip prima dell’estate, bene o male tutti si aspettano qualcosina di più che la solita routine. Si attacca con “Hand me down your love” e “Thieves in the night”: le casse pompano a livelli più che accettabili, le prime file reagiscono all’iniezione di elettronica e la quasi totalità dei Magazzini inizia a ballare senza sosta. Fa molto caldo, ma questo non scoraggia i più arditi a tenere il cappuccio delle (coloratissime) felpe ben piazzato in testa. Il prototipo del modaiolo elettro pop prevede più o meno pantaloni a sigaretta, scarpe alla “ritorno al futuro”, occhiali con montatura color pastello e maglietta a righe sotto una giacca con le maniche rimboccate. Esattamente il pubblico del giovedì all’interno del locale milanese.
Gli Hot Chip fanno moda, sono di moda almeno tanto quanto la loro musica. Ecco spiegato il sold out e cotanto entusiasmo: non è altro che il loro momento. Il set prosegue carico per quasi un’ora e venti. Arrivano “One pure thought”, “Brothers” e la bella “One life stand” prima di “Over and over”, il pezzo che fa da spartiacque tra la prima parte del concerto e la seconda, fomentando ancora di più se possibile gli entusiasmi di una platea che le conosce davvero tutte. Per chi non è troppo ferrato con il genere, il concerto non può che essere comunque piacevole ed interessante. Gli Hot Chip funzionano meglio live che su disco, hanno il doppio del carattere e fanno divertire. Il finale prevede “Alley cats”, “Take it in”, “Boy from school” e la bellissima “We have love”, uno dei pezzi più interessanti dell’intero lotto che lancia la volata ad una versione dilatata di “Hold on” per il tripudio generale di tutti i presenti in evidente alterazione alcolica. Poca pausa prima del rientro. Non mancano i saluti di rito da “fine del tour”, ma la band a parte questo non si concede con troppe chiacchiere. Tre pezzi per chiudere. “I feel better” permette di riscaldarsi dopo l’interruzione, “No fit state” invece vince la palma d’oro di migliore pezzo della serata con quel suo crescendo travolgente. Accolta un po’ più freddamente, ma solo perche il “tunz-tunz” è più delicato e il pezzo un pelino più fine. “Ready for the floor” è il classicone che chiude definitivamente il concerto di Milano nel tripudio generale. Tutti contenti, soddisfatti e molto sudati. Come ho già detto vedere gli Hot Chip live è molto interessante, vuoi per la carica inattesa oppure per l’affetto che la gente trasmette in diretta. E’ senza dubbio il loro momento: vedremo quanto dura.

(Marco Jeannin)

Live Report: Imogen Heap @ Circolo Magnolia Milano 08/03/10

Mercoledì, Marzo 10th, 2010

Una cosa che adoro in un’artista (ancora più se di sesso femminile) è la capacità di sdrammatizzare e di dialogare con il pubblico. Comporre e suonare canzoni tutt’altro che leggere e spensierate e poi dal vivo, tra un pezzo e l’altro, metterla sul ridere, creare quell’atmosfera divertente e rilassata che riesce a fare apprezzare ancor più, poi, l’intensità dei brani.
Questo è accaduto ieri sera al Circolo Magnolia di Milano (non stracolmo di gente, ma neanche vuoto) dove si è esibita la cantautrice inglese, in bilico tra pop, indie ed elettronica, Imogen Heap.
Fresca di pubblicazione del suo secondo album solista “Ellipse”, l’ex voce del duo elettronico Frou Frou è passata dall’Italia per tre date, l’ultima delle quali si tiene proprio nella città meneghina (le altre sono state a Roma e Ravenna).
La serata viene aperta dall’americano Back Ted N-Ted (che suonerà poi con la stessa Imogen) che esibisce un bel mix di cantautorato con elettronica, indie-rock, ma anche pop un po’ troppo caciarone: da tenere d’occhio comunque.
Al centro del piccolo palco del Magnolia troneggia un albero (il logo della cantante) addobbato da molte luci per una calda e accogliente atmosfera.
Sono le 23 e 10 quando Imogen Heap entra in scena, alta e piazzata, con un vestito nero pieno di “piume”. Esordisce chiedendo il silenzio: dovrà campionare parecchi suoni durante la serata e quindi è essenziale ridurre i rumori al minimo, ma solo per pochi attimi.
Come si diceva prima, tra un brano e l’altro Imogen scherza con il pubblico, accetta di buon grado chi vorrebbe essere lei (“E’ molto complicato, non te lo consiglio”) e chi le urla continuamente che vorrebbe sposarla. C’è chi le regala una mimosa e chi un dipinto. Lei Racconta storie divertenti su come sono nati alcuni brani e coinvolge il pubblico a partecipare attivamente con lei, come in “Just for now”, per esempio, dove divide la gente in settori ed ognuno dovrà cantare con una tonalità diversa. Splendido.
Si alternano brani in cui fa tutto da sola e canzoni nelle quali è accompagnata dal già citato Ted e da altri due musicisti agli archi e anche la setlist spazia in tutto il suo repertorio: da due singoli dei Frou Frou (tra cui la famosissima “It’s good to be in love”) all’ultima “First train home”, lasciando l’altra hit tratta dal suo primo album (“Speak for yourself”, 2005) nei bis (“Hide and seek”).
Un’ora e quaranta che volano via in un attimo. Un bellissimo concerto, a livelli sinceramente molto più alti delle mie aspettative. Ho quasi l’impressione che dal vivo anche la sua musica renda di più, acquisti una carica ed una sensibilità maggiori rispetto al disco. Il fascino della simpatia.

(Ercole Gentile)

Live Report: Spandau Ballet @ Forum Assago 01/03/10

Mercoledì, Marzo 3rd, 2010

Impossibile separare gli Spandau Ballet dagli anni ottanta, almeno per me. Impossibile perché nacquero, prosperarono e perirono in quel decennio. Mai stato un loro gran tifoso, una leggera simpatia per il loro primo singolo di successo “To cut a long story short”, quella sì. Poi una colata di miele, ciuffi mechati e sax li portò in vetta alle classifiche di mezzo mondo ma io vagavo da un’altra parte. Difficile comunque ignorarli in quegli anni perchè una bella fetta della mia generazione li aveva eletti assieme ai Duran Duran ad oggetto di fanatismo, radio e tv programmavano incessantemente i loro successi.
Il primo marzo 2010 dopo vicissitudini di vario genere e un lungo silenzio i recentemente riformatisi Spandau Ballet suonano in concerto a Milano per la prima delle loro tre date italiane. Il Mediolanum Forum è molto pieno ma non esaurito.
Alle 21.20 sul telo bianco che ostruisce la vista del palco vengono proiettate immagini provenienti da un’altra epoca di cinque giovanotti di belle speranze che conquistano le prime pagine dei giornali, poi il telo cade e ci si ritrova faccia a faccia con gli stessi ragazzi ma con trenta anni in più sulle spalle mentre le elettroniche note di “To cut a long story short” danno il via alla corsa. Il palazzetto risponde entusiasta con urla, canti, frenetici battiti di mani e da quel momento non si fermerà più per tutta l’ora e cinquanta minuti seguente. I cinque hanno qualche fisiologico chilo in più e capello in meno ma, tutto sommato, una volta che li si è messi a fuoco, reggono alla grande.
Insomma, non sono ancora in età da pensione, hanno solamente una cinquantina di anni…per dire, Ligabue è un loro coetaneo. Per non dire del pubblico, coetaneo pure quello. Tony sprizza sudore come una fontana nel suo completo scuro con tanto di elegante – per i canoni britannici – cravatta ma la voce rimane sempre di tutto rispetto, Martin al basso sembra quello messo meglio ma deve essere perché è quello che si muove meno, Steve salta con estrema disinvoltura dalle percussioni al sax (un mare, un oceano di sax) strizzando spesso l’occhio alla telecamera che rimanda le immagini sul mega schermo, John alla batteria tiene il tempo con grande dignità e Gary con la sua chitarra detta i tempi e tesse la ragnatela sonora. I ragazzi stanno bene, sorridono spesso, sembra che siano felici di essere lì in quel preciso momento e riescono a comunicarlo, dando un’occhiata intorno sembra che siano molto felici anche quelle facce accorse per tornare anche solo per un paio di ore a rivivere l’età della loro innocenza. Prima della disillusione, prima dei figli, prima del lavoro, prima delle responsabilità, prima di tutto quello che a quei tempi lì sapevamo che sarebbe arrivato ma che magari a noi non sarebbe capitato. Tony si scusa più di una volta a nome del gruppo per questi venti anni di silenzio…non pensarlo neppure Tony, non pensarlo…intanto la loro compilation di successi si dipana lenta e inesorabile fino a “One more Milano, one more…the last one”. Siamo pronti, ne manca una, ne manca solo una: è il momento di “Gold”. Un lungo, sentito e gioioso applauso chiude la serata e una fetta della mia generazione guadagna l’uscita sorridente con molta calma, questa è una di quelle sere in cui la fretta è bandita.

(Paolo Panzeri)

SETLIST

To cut a long story short
The freeze
Highly strung
Only when you leave
I’ll fly for you
Virgin
She loved like diamond
Once more
Round and round
Always in the back of my mind
With the pride
Through the barricades
Instinction
Communication
Lifeline
Chant no.1
True

Fight for ourselves
Gold

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol