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Archivio per Aprile, 2010

Live Report: Faithless @ Alcatraz Milano 26/04/10

Martedì, Aprile 27th, 2010

Una delle band più rock ‘n’ roll in circolazione fa musica elettronica e usa sintetizzatori tamarri. Chi, in 15 anni di onorata carriera non si fosse ancora accorto dei Faithless, ha perso un’altra occasione. La band – perché di questo si tratta, a dispetto del genere che praticano – si è presentata all’Alcatraz di Milano. E, a pensarci, c’erano tutte le condizioni per il flop: l’ultimo concerto milanese risaleva a secoli fa; l’ultimo disco della band, “To all new arrivals”, è di 4 anni fa e in Italia non era neanche uscito; quello nuovo, “The dance”, uscirà solo tra due settimane. Invece il pubblico c’era – non strapieno, ma comunque numeroso – e soprattutto aveva un calore che sembrava di essere ad un concerto di Springsteen.
Loro, poi, si presentano al solito in formazione estesa, oltre al duo base Sister Bliss-Maxi Jazz: due vocalist, basso, batteria, chitarra e un musicista sommerso da un castello di percussioni.
La vera anima della band sono i due: la bionda Sister Bliss, circondata dalle due tastiere, da cui escono suoni che in qualsiasi altra musica unz-unz farebbero gridare vendetta alle nostre orecchie, e che invece nella musica dei Faithless sembrano perfetti. E Maxi: magrissimo, quasi scheletrico, vestito di nero con la giacca sopra lo scheletrico torso nudo. Un guru, capace di ipnotizzare la platea con le sue litanie, esattamente come i “break” di tastiera di Sister Bliss sono in grado di esaltarla. I Faithless suonano musica dance con l’energia di una rock band, e lo si capisce subito, anche in apertura, con la nuova “You’re the sun to me”, a cui poco dopo fa seguito il classico “God is a DJ”. Gli unici momenti di stanca sono quelli in cui Maxi lascia il posto agli altri vocalist, ma insomma è poca roba. La gente balla e salta scatenata, soprattutto su canzoni come “Imsomniac” e la conclusiva “We come 1″, veri e propri inni.
Ecco: i Faithless da anni sono il vero anello di congiunzione tra rock ed elettronica. Tra la gente del dancefloor e quella dei concerti: la cosa bella, al concerto, non era solo la musica. Ma la varietà della gente, l’aria di festa che si respirava: pochi artisti sono in grado di creare un’atmosfera del genere, e i Faithless sono tra questi.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Baustelle @ Alcatraz Milano 19/04/10

Martedì, Aprile 20th, 2010

Sono due giorni che penso al concerto dei Baustelle all’Alcatraz di Milano e che penso a cosa dire di quella serara. Avrò visto i nostri dal vivo almeno una quindicina di volte. Li ho visti alla festa della birra suonare all’aperto, li ho visti al Teatro Ariston suonare in acustico, li ho visti a Donoratico alla festa del 25 aprile chiudere un Festival, ho fatto in tempo a vederli quando ancora c’era il Rainbow a Milano. Ho rovinato delle amicizie per i loro concerti, ho esaurito le persone, fisicamente intendo, che potessero accompagnare ad un loro live, perché solitamente la solfa era la stessa: “dal vivo non mi piacciono, non si capisce cosa dicono e poi secondo me il cantante stona”.

E non che non fosse vero, per carità. Ma da parte mia c’è sempre stata la convinzione che, diamine, prima o poi la loro dimensione live l’avrebbero trovata. Di questo ho avuto un assaggio nel settembre 2008 a Milano, e la conferma, signore e signori, i Baustelle me l’hanno data lunedì sera all’Alcatraz.

Sold out, capienza massima duemila persone, gente tanta, folla poca, se non davanti. I Bau si presentano sul palco con una formazione immensa, forse un po’ troppo raffinata e ricercata per un locale nel quale l’acustica non rende giustizia ai musicisti, agli arrangiamenti e agli spunti musicali. L’orchestra dei Mistici dell’Occidente, tra cui riesco a distinguere PierGiorgio Pardo e Diego Palazzo degli Egokid, rispettivamente cori e chitarre, i Gnu Qaurtet e Alessandro Maiorino al basso, è un tappeto continuo di suoni a valorizzare i brani del nuovo album che a fanno da padrona. E i suoni ci sono tutti, come nell’album, e riempiono tutto quanto. Riempiono su “L’indaco”, sollevando arie sognanti in brani come quello che da il titolo al disco oppure in canzoni come “Gli spietati”, dove vorresti che il finale durasse per sempre. Il nuovo sound dal vivo baustelliano ti rapisce, scandisce ritmi temerari come quello di “La canzone della rivoluzione” o di “San Francesco”, emoziona su “L’ultima notte felice del mondo” e fa ballare su “Le rane” e “La bambolina”, commuondo poi sull’intensa “Il sottoscritto”.

C’è spazio anche per un tuffo nel passato tra la folla che incita e urla “La guerra è finita” fino ad arrivare a toccare il primo disco “Sussidiario illustrato della giovinezza” con “Gomma”, che dal vivo rende sempre meglio. Il madley ripercorre il secondo album della band toscana, “La moda del lento”, dove prendono forma e sostanza le mai dimenticare “Cinecittà” e “Beethoven o Chopin” e ancora un assaggio del Sussidiario con “Noi bambine non abbiamo scelta”.

Il live si chiude con l’acclamata “Charlie fa surf” e un’ottima ed intensa esecuzione di “Andarsene così”, uno dei brani più belli dell’album “Amen” del 2008.

Che dire. Sono ormai due giorni e qualche ora che penso al concerto dei Baustelle. Oramai non ho dubbi: i ragazzi sono migliorati, e lo sono di parecchio. Hanno perfezionato e limato alcune sbavature, sembrano molto più sicuri di sé sul palco, quasi che nemmeno me li ricordo di quando stonavano ed erano intimiditi. Sono diventati davvero bravi, un rock band italiana come si deve, da far pentire a chi li ha visti per la prima volta all’Alcatraz di non averli assaporati qualche anno fa, con quell’aria tesa sugli attacchi di alcune canzoni difficili e con quel fare un po’ naif e svogliato del Bianconi, che mi ha convinta a seguirli fino a qui, sapendo che ce l’avrebbero fatta.

(Daniela Calvi)

Live Report: Litfiba @ Forum Assago 13/04/10

Mercoledì, Aprile 14th, 2010

Tanto tuonò che piovve: le voci di reunion dei Litfiba giravano da tempo, c’era chi la sognava, c’erano gli Elii che hanno scritto una canzone al proposito, “Litfiba tornate insieme”. Alla fine la reunion è arrivata: dopo l’annuncio dello scorso dicembre, dopo tre date di riscaldamento in Svizzera e Germania lo scorso marzo, Ghigo Renzulli e Piero Pelù si sono ritrovati ufficialmente ieri sera sul palco del Forum di Assago, prima delle cinque date di aprile, a cui ne seguiranno altre 13 in estate, a partire da Nori (Bari), il 17 di luglio.
Poche dichiarazioni, una sola intervista ad un mensile (in cui smentivano la classica tesi del ritorno per questioni monetarie), alcuni pensieri affidati ad un comunicato stampa, e molta voce alla musica: questa la strategia del ritrovato duo. “Non ce lo aspettavamo, poi è andata come è andata e continueremo a far concerti per tutta l’estate. Sul palco ci sarà la classica formazione Litfiba, voce, chitarra, basso tastiere e batteria per un concerto tutto suonato, un live suonato al 100%. Può apparire controcorrente questa scelta, ma pensiamo che si possa dare un segnale in controtendentza e avere uno stile”, dicono nel comunicato.
Scenografia volutamente scarna, in cui troneggiano molti amplificatori e qualche luce, nessun effetto tecnologico, nessun megaschermo. L’entrata sul palco è tutta tesa a dimostrare che i Litfiba sono quelli di una volta: Pelù, lungocrinuto come ai tempi d’oro, anticipa l’attacco di “Proibito” con un un po’ di slogan (“Benvenuti al concerto di chi va controcorrente”), e durante la serata continua indirizzandone altri al Papa (a cui viene dedicata “Bambino” “perché una volta era bambino anche lui”). Il pubblico, che già rumoreggiava per l’attesa, apprezza entusiasta, tributando un’ovazione al primo assolo di Ghigo. L’attaccamento al marchio Litfiba è ancora altissimo, nonostante dalla separazione tra i due siano passati dieci anni, e le prove della band guidata dal solo chitarrista non abbiano ottenuto lo stesso successo.
Il suono del gruppo è decisamente rock, volutamente un po’ sporco, anche in brani originariamente più puliti come “Spirito”. L’acustica del Forum non aiuta, enfatizzando molto la sezione ritmica, in cui spicca soprattutto la batteria, persino troppo presente nell’impasto. “Abbiamo lavorato con i musicisti con i quali ultimamente abbiamo avuto più feeling”, dicono i due, e infatti in formazione ci sono Piero Fidanza alla batteria, già nelle ultime uscite con Renzulli, Daniele “Barni” Bagni al basso, in formazione nella seconda metà degli anni ‘90, e Federico “Sago” Sagona alle tastiere, al lavoro con Pelù negli ultimi tempi. Non sono stati coinvolti nella reunion membri storici come Antonio Aiazzi (che pure era rientrato nel 2003, rimanendo fino al 2006), e Gianni Maroccolo, uno dei fondatori, uscito nel 1989, ma che pure aveva proposto in passato l’ipotesi di celebrare in qualche modo “17 re”, il doppio album dell’86 considerato il capolavoro della band.
Insomma, la reunion è una questione a due, e lo si capisce anche dalla scaletta, che lascia completamente fuori “Infinito”, l’ultimo disco della vecchia formazione, quello della discordia e della separazione con Pelù, e i dischi prodotti dopo l’uscita di quest’ultimo nel 1999. Un vero e proprio “best of”, che parte in quarta: dopo “Proibito” arriva subito “Resta” seguito da “Cangaceiro”, e così via. “Lulù e Marlene”, “Come un dio”, “Fata morgana”, “Gioconda”, “Ritmo 2″, “Maudit”, “El diablo”, “Lacio Drom”, per un totale 24 canzoni, più di due ore di spettacolo. L’intesa tra i due sembra ritrovata, al di là delle speculazioni: Pelù gigioneggia come se il tempo non fosse mai passato, Ghigo fa altrettanto con la chitarra, sbizzarendosi nella parte centrale di uno dei pezzi più apprezzati della serata, “Tex”, introdotto dal famoso urletto di Pelù. In scaletta nessun inedito, neanche quel “Sole nero” che andrà in radio tra poco e che anticiperà un best of discografico, con un’altra nuova canzone. Si parla anche di un DVD dalle date di questi giorni, ma non ci sono ancora conferme ufficiali.

Live Report: Fatso Jetson @ Latte Più Brescia 08/04/10

Venerdì, Aprile 9th, 2010

Il tour italiano dei Fatso Jetson, storica band di desert rock, un po’ stoner, un po’ blues, è stato praticamente snobbato da tutti. Mi sono giunte voci di partecipazioni scarsissime alla data romana e un di un quasi “non pervenuti” a quella di Savignano sul Rubicone. Brescia ha fatto un po’ meglio, benché si trattasse di un anonimo giovedì sera estremamente primaverile. Presenti in platea una modesta quantità di affezionati venuti appositamente da fuori città per godere della band di Los Angeles, sufficienti a non mettere in imbarazzo i pochi immancabili nativi (alcuni però evidentemente di passaggio) e chi ha organizzato la data. E viene da dire buon per noi che c’eravamo, perché i quattro Fatso Jetson hanno messo in piedi un set di primissimo livello, sfoderando un sound potente e pieno come pochi. Eccolo allora il concerto che non ti aspetti, quello che meriterebbe ben altre platee per qualità ed intensità. I Fatso calcano le scene dal lontano 1994, alternando alla musica la gestione di un locale, il “Rhythm & Brews”, dove con pizze e compagnia bella i Nostri hanno di che sbarcare il lunario. Una band sui generis dunque, guidata dai due Lalli, Mario e Larry, osannati dai più accaldati come due star d’altri tempi. Questa è gente che ha suonato con Black Flag, Kyuss, Fu Manchu e Queen Of The Stone Age, e che all’alba del 2010 si ritrova ad esibirsi per uno sparuto gruppetto di irriducibili. Ma a quanto pare tanto basta a riempire d’entusiasmo il quattro sul palco: Mario ringrazia calorosamente per l’amore e l’affetto raccolto in questo mini tour italiano che la band aveva in mente da tanto tempo. Come un sogno che si realizza insomma, e a noi non resta che goderne. Un’ora di blues desertico contaminato dalle distorsioni stoner della chitarra di “Marione” Lalli accompagnata dal sax caustico di Vince Meghrouni. Un sound pieno, aggressivo e potente, riff pesanti e batteria di un altro livello pestata duro da Tony Tornay. Quattordici pezzi contando il rientro. Su tutti l’ottima “Orgy porgy”, e poi “Let go”, “Flames for all”, “Too many skulls”, “Rail job” e la conclusiva “Died in california” con cui la band prende congedo nel (piccolo) tripudio generale. Bel concerto insomma, inconcepibilmente passato in sordina. Va bene che il genere non è dei più attuali, ma come si dice, l’ottima musica non passa mai di moda. E questi suonano veramente da Dio.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Here lies…”
“Jet black”
“Archaic volumes”
“Itchy brother”
“Magma”
“Rail job”
“Orgy porgy”
“Let go”
“Flames for all”
“Play dead”
“Bronto”
“Bored Stiff”
“Too many skulls”

“Died in California”

Live Report: Get Well Soon @ La Casa 139 Milano 31/03/10

Giovedì, Aprile 1st, 2010

Due dischi all’attivo e due ottimi lavori. Lui si chiama Get Well Soon (che bel nome!), al secolo Konstantin Gropper dalle vicinanze di Berlino, ed è stato paragonato a gente “scomoda” come Radiohead e Beirut.
In una sera di fine marzo eccolo giungere finalmente a Milano dove si esibisce per la prima volta (anche se durante la serata racconterà di aver trascorso una serata nella città meneghina la sera che è morto Michael Jackson, ma che lui non ha intenzione per il momento di fare la stessa fine) per presentare il secondo album “Vexations” pubblicato due mesi fa.
La Casa non è pienissima, ma c’è comunque un folto pubblico attento e preparato. Sono le 22,45 circa quando Get Well Soon sale sul palco accompagnato da Sebastian Benkler (tromba), Timo Kumpf (basso), Maximilian Schenkel (chitarra, tromba), Verena Gropper (che dal cognome e dalla somiglianza si intuisce essere la sorella, al violino), Daniel Roos (fisarmonica, piano) e Paul Kenny (batteria).
Le luci si spengono e dietro al palco vengono proiettate le immagini di una bambina nel bosco (praticamente la raffigurazione video delle parole con cui inizia l’ultimo album, un concept sulle vessazione dell’animo umano e relative cure): i video saranno parte integrante accompagnando tutto il set per mano, senza disturbare.
Dal vivo il suono comunque malinconico e riflessivo di Get Well Soon (che in alcuni passaggi ricorda davvero Thom Yorke e soci) acquista maggiore carica ed impatto e la decisione di proporre per intero “Vexations” non pesa affatto. E’ come se si entrasse in un mondo parallelo per un’ora e dieci minuti (c’è anche un piccolo bis). Konstantin, cresciuto a cinema e musica classica, ci apre le porte del suo universo: si piange, si ride e si accenna pure ad un ballo sulle canzoni più veloci (che nel live vengono rese ancora più incisive).
“We are free”, “Red nose day”, “We are ghosts”, “Angry young man”, “We are the Roman Empire” sono canzoni che lasciano assolutamente senza fiato.
Insomma, complimenti a Konstantin e soci: un concerto intenso, emozionante, mai banale o pesante. Come back soon…Get Well Soon!

(Ercole Gentile)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol