Live Report: Paul McCartney @ Hyde Park London 27/06/10
Mercoledì, Giugno 30th, 2010
A dirla tutta non so quasi come iniziare. Voglio dire, stiamo parlando di uno dei Beatles, la più grande band di sempre, non di uno qualunque: i Beatles, quelli più famosi di Gesù e via discorrendo. Ed io, “l’uno qualunque”, devo cercare di raccontare nella maniera più consona possibile il concerto di Paul McCartney ad Hyde Park. Che dire, ci si prova. Hyde Park registra un quasi tutto esaurito che tradotto in termini di presenze si aggira intorno alle centomila persone, forse anche di più, la mia è una stima ad occhio. E sempre ad occhio non posso far a meno di notare che c’è veramente di tutto: giovani, bambini, vecchi “mods” e hippie sgangherati. Il concerto di Macca a Londra è evidentemente un’attrattiva che supera ogni confine di razza, età e religione, è insomma una sorta di tappa fondamentale nella vita di chi della musica ha fatto il proprio mestiere, e più in generale uno stile di vita. Contrariamente ai Pearl Jam visti due giorni prima non conta tanto la posizione in platea per cercare di vivere meglio il concerto, quanto la presenza stessa ad un evento che nello spirito è già sufficientemente storico. L’apertura pomeridiana è affidata ad uno squadrone geriatrico che ha ancora un bel po’ da dire: Elvis Costello, i Crowded House e la terna Crosby, Still e Nash. Sano rock, a volte tirato un po’ per le lunghe, ma che conferma la vitalità della vecchia scuola, ancora inossidabile dopo decenni di concerti. Londra risponde con calore e partecipazione: la giornata è tersa, il sole splende come poche volte nella capitale inglese e non c’è una persona che non abbia un ricordo legato ad uno dei pezzi dei Beatles. Tanto basta a metterti di buon umore, pregando che così tante aspettative non portino poi ad una grande delusione. Rischio che ovviamente nessuno dei presenti ha corso nemmeno per un secondo, da quando Macca compare sul palco poco prima delle otto in tenuta nera “british style” da perfetto Sir qual’è. Poche parole all’inizio, si attacca subito con la musica e con una scaletta che prevede 38 (!) pezzi, un compendio ben strutturato della carriera di Sir Paul dai Beatles e Wings agli episodi solisti. Quasi tre ore di musica che l’uomo dalla faccia da ragazzo regge perfettamente, sfoderando una capacità di intrattenimento invidiabile (chi non vorrebbe avere aneddoti che parlano di Lennon o Jimi Hendrix?) e una tenuta musicale degna dei tempi d’oro. C’è tutto e anche di più. E fa decisamente una certa impressione vederlo sul palco, immensamente piccolo e reale. C’è uno dei Beatles che suona, eccolo li. “Hey jude” diventa un’esperienza tangibile, e così tutte le altre. E non è difficile immaginarsi davanti ad una pinta di birra tra qualche anno, attenti a non tralasciare ogni minimo dettaglio mentre cercheremo di raccontare di quella volta che abbiamo visto McCartney in concerto a Londra. Entrando poi nello specifico potrei dire che i rientri, come di consueto, sono stati due. Che la prima parte ha necessitato di un attimo per ingranare, forse perchè tutti avevano una gran voglia di Beatles e solo di Beatles. Che è un po’ il rischio che si corre contro questi mostri sacri, ovvero cadere nella tentazione di tralasciare il meno noto, benchè validissimo, per l’ingordigià del momento clou. Momento clou che nello specifico dura circa due orette e mezza e che annovera capolavori come “Blackbird”, “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, “Back in the U.S.S.R.”, “I’ve Got a Feeling”, ”Paperback Writer”, “A Day in the Life / Give Peace A Chance”, “Let It Be”, “Live and Let Die”, “Hey Jude”, “Day Tripper”, “Lady Madonna”, “Get Back”, “Yesterday”, “Helter Skelter” e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (reprise) / The End” sparati in fila. Il racconto allora non può essere obiettivo, perchè come ho già detto, tutti hanno nel cuore i Beatles e vedere un pezzo dei propri sogni prendere forma davanti a migliaia di persone che condividono lo stesso sentimento, beh, non ha davvero prezzo. Il concerto finisce poco prima delle undici dopo che tutti hanno dato tutto, sopra e sotto al palco. I Beatles sono e saranno sempre una leggenda. A noi semplici umani a volte è dato di farne parte almeno un po’.
(Marco Jeannin)


Per conquistare un pubblico non basta farlo salire sul palco. Può sembrare una frase ad effetto, ma è forse la sintesi migliore del concerto di Tricky al Jazz Re: Found Festival di Vercelli. Si, perché Mr. Adrian Thaws ieri sera francamente poteva dare molto di più. E non è bastato far salire gli spettatori insieme ai musicisti durante la cover di “Ace of spades” dei Motorhead per rendere l’esibizione memorabile. Sono le undici e venti quando il musicista di Bristol sale sul palco del piazzale Cascina Borghetto sulle note della strumentale “You don’t wanna”. Per tutta la prima canzone sta letteralmente di spalle, ballando e scuotendo la caratteristica treccia nera. Poi è il turno di “Psychosis”, che introduce ritmi più soffusi e coinvolgenti. Ma dopo questo inizio promettente il concerto stenta a decollare: non bastano le pur discrete “Puppy toy”, uno dei tanti pezzi scelti dall’ultimo album “Knowle West Boy”, e “Girls”, tratta da “Blowback” e scritta con i Red Hot Chili Peppers, a scaldare davvero il pubblico. Come sempre negli ultimi anni, Tricky sceglie un suono più rock rispetto agli esordi. Anche la formazione sul palco lo testimonia: basso, batteria, chitarra e synth, con una cantante-corista alla quale il musicista di Bristol affida quasi tutte le parti vocali. Lui fa le veci di uno strano direttore d’orchestra, vagando per il palco, cantando o rappando ogni tanto qualche verso e percuotendosi spesso il petto con il microfono. Diciamo che come presenza scenica non è proprio il massimo.