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Archivio per Giugno, 2010

Live Report: Paul McCartney @ Hyde Park London 27/06/10

Mercoledì, Giugno 30th, 2010

A dirla tutta non so quasi come iniziare. Voglio dire, stiamo parlando di uno dei Beatles, la più grande band di sempre, non di uno qualunque: i Beatles, quelli più famosi di Gesù e via discorrendo. Ed io, “l’uno qualunque”, devo cercare di raccontare nella maniera più consona possibile il concerto di Paul McCartney ad Hyde Park. Che dire, ci si prova. Hyde Park registra un quasi tutto esaurito che tradotto in termini di presenze si aggira intorno alle centomila persone, forse anche di più, la mia è una stima ad occhio. E sempre ad occhio non posso far a meno di notare che c’è veramente di tutto: giovani, bambini, vecchi “mods” e hippie sgangherati. Il concerto di Macca a Londra è evidentemente un’attrattiva che supera ogni confine di razza, età e religione, è insomma una sorta di tappa fondamentale nella vita di chi della musica ha fatto il proprio mestiere, e più in generale uno stile di vita. Contrariamente ai Pearl Jam visti due giorni prima non conta tanto la posizione in platea per cercare di vivere meglio il concerto, quanto la presenza stessa ad un evento che nello spirito è già sufficientemente storico. L’apertura pomeridiana è affidata ad uno squadrone geriatrico che ha ancora un bel po’ da dire: Elvis Costello, i Crowded House e la terna Crosby, Still e Nash. Sano rock, a volte tirato un po’ per le lunghe, ma che conferma la vitalità della vecchia scuola, ancora inossidabile dopo decenni di concerti. Londra risponde con calore e partecipazione: la giornata è tersa, il sole splende come poche volte nella capitale inglese e non c’è una persona che non abbia un ricordo legato ad uno dei pezzi dei Beatles. Tanto basta a metterti di buon umore, pregando che così tante aspettative non portino poi ad una grande delusione. Rischio che ovviamente nessuno dei presenti ha corso nemmeno per un secondo, da quando Macca compare sul palco poco prima delle otto in tenuta nera “british style” da perfetto Sir qual’è. Poche parole all’inizio, si attacca subito con la musica e con una scaletta che prevede 38 (!) pezzi, un compendio ben strutturato della carriera di Sir Paul dai Beatles e Wings agli episodi solisti. Quasi tre ore di musica che l’uomo dalla faccia da ragazzo regge perfettamente, sfoderando una capacità di intrattenimento invidiabile (chi non vorrebbe avere aneddoti che parlano di Lennon o Jimi Hendrix?) e una tenuta musicale degna dei tempi d’oro. C’è tutto e anche di più. E fa decisamente una certa impressione vederlo sul palco, immensamente piccolo e reale. C’è uno dei Beatles che suona, eccolo li. “Hey jude” diventa un’esperienza tangibile, e così tutte le altre. E non è difficile immaginarsi davanti ad una pinta di birra tra qualche anno, attenti a non tralasciare ogni minimo dettaglio mentre cercheremo di raccontare di quella volta che abbiamo visto McCartney in concerto a Londra. Entrando poi nello specifico potrei dire che i rientri, come di consueto, sono stati due. Che la prima parte ha necessitato di un attimo per ingranare, forse perchè tutti avevano una gran voglia di Beatles e solo di Beatles. Che è un po’ il rischio che si corre contro questi mostri sacri, ovvero cadere nella tentazione di tralasciare il meno noto, benchè validissimo, per l’ingordigià del momento clou. Momento clou che nello specifico dura circa due orette e mezza e che annovera capolavori come “Blackbird”, “Ob-La-Di, Ob-La-Da”, “Back in the U.S.S.R.”, “I’ve Got a Feeling”, ”Paperback Writer”, “A Day in the Life / Give Peace A Chance”, “Let It Be”, “Live and Let Die”, “Hey Jude”, “Day Tripper”, “Lady Madonna”, “Get Back”, “Yesterday”, “Helter Skelter” e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (reprise) / The End” sparati in fila. Il racconto allora non può essere obiettivo, perchè come ho già detto, tutti hanno nel cuore i Beatles e vedere un pezzo dei propri sogni prendere forma davanti a migliaia di persone che condividono lo stesso sentimento, beh, non ha davvero prezzo. Il concerto finisce poco prima delle undici dopo che tutti hanno dato tutto, sopra e sotto al palco. I Beatles sono e saranno sempre una leggenda. A noi semplici umani a volte è dato di farne parte almeno un po’.

(Marco Jeannin)

Live Report: Stone Temple Pilots @ Alcatraz Milano 28/06/10

Martedì, Giugno 29th, 2010

Un’ora e mezzo scarsa di concerto. Forse dai riuniti Stone Temple Pilots era lecito aspettarsi qualcosa in più. E la delusione del pubblico dell’Alcatraz alla fine dell’esibizione si leggeva negli occhi degli spettatori, abbastanza increduli per la così poca musica proposta. Il gruppo americano è sbarcato a Milano per la sua unica data italiana, la prima dopo la reunion e il ritorno del figliol prodigo Scott Weiland, da poco allontanato dai Velvet Revolver per motivi mai chiariti e tornato finalmente alla sua band originale. La performance degli Stone Temple Pilots in realtà non è stata nemmeno male, anche perché la band ha fatto di tutto per non correre rischi: già la scelta di aprire il concerto con “Vasoline”, estratta dal secondo e fortunato album “Purple” datato 1994, fa capire il loro spirito attuale: più che la voglia di guardare al futuro, c’è quella di riprendere in mano il passato. E gli spettatori apprezzano fin da subito, visto che dopo l’apertura il gruppo continua a seguire abbastanza fedelmente il vecchio copione e propone “Crackerman”, facendo ballare un Alcatraz pieno, anche se non del tutto esaurito.

Colpisce il modo in cui il nuovo e omonimo album sia quasi del tutto ignorato. A parte il singolo “Read between the lines”, la band ne suona solo altri tre pezzi: “Hickory dichotomy”, “Huckleberry crumble” e “Bagman”. Un po’ poche in una scaletta da sedici brani e francamente anche dal vivo si capisce che a queste canzoni manca qualcosa. Per il resto si sceglie con decisione la via del revival: ecco allora le immancabili “Interstate love song”, la psichedelica “Lounge fly” e la ballatona “Big empty”. La band sul palco se la cava piuttosto bene, a parte qualche passaggio a vuoto del batterista Eric Kretz. I fratelli De Leo sembrano in ottima forma e Robert improvvisa anche un paio di discorsi in italiano, per sottolineare le sue origini. E poi ovviamente c’è Scott Weiland, vera croce e delizia di questo gruppo, da sempre tormentato da infiniti problemi con droga e alcol, ma senza il quale gli Stone Temple Pilots non possono esistere.

Anche stasera è sembrato discretamente alticcio, spesso impacciato nei discorsi introduttivi ai pezzi, ma il palcoscenico è la sua casa e nonostante tutto la voce va ancora alla grande. Lo provano le sue peripezie durante “Sex type thing”, ultimo pezzo prima dei bis e da sempre uno dei più forti dal vivo. Per l’encore Weiland fa salire una ragazza sul palco e le da in mano un megafono, per farle attaccare l’urlo iniziale di “Dead and bloated”, anche questa sicuramente tra le migliori della serata. Poi tocca a “Trippin’ on a hole in a paper heart” chiudere il concerto attorno alle undici meno un quarto. “Ma è già finito?” si chiedono gli spettatori all’accensione delle luci. E tra i loro sguardi attoniti, c’è già chi ha capito l’andazzo e si avvia verso l’uscita scuotendo la testa.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Pearl Jam @ Hyde Park London 25/06/10

Lunedì, Giugno 28th, 2010

Arrivare ad Hyde Park non è troppo difficile: fermata Marble Arch, due passi fuori dalla metro e già si viene catapultati nella ressa che lentamente passa i controlli biglietto alla mano. Ci sono i Pearl Jam, tanto basta a mobilitare mezza città e richiamare da tutta Europa chi non vuole perdersi nulla del nuovo tour della band di Seattle. Sono io, invece, che mi perdo buona parte del cartellone pomeridiano dell’ottimo Hard Rock Calling, arrivando appena in tempo per sentire la coda dei sudatissimi Hives e conquistare una posizione decente nella prima spianata davanti al palco principale. A fare da apripista a Vedder e famiglia c’è Ben Harper, uno che in casa Pearl Jam non è per nulla straniero. Ha a disposizione un’oretta scarsa da utilizzare con i suoi Relentless Seven. Set riuscito a metà: Ben fatica ad ingranare e come se non bastasse patisce il confronto quando Vedder sale sul palco per duettare in “Under pressure”. Un totale di sette pezzi che solo nel finale convincono. Poco male, visto che la maggior parte dei presenti è ormai proiettata al set principale, agli headliner. Vedere i Pearl Jam che raccolgono abbastanza gente da riempire uno stadio e mezzo la dice lunga su quanto oramai i Nostri siano diventati un punto di riferimento non solo per l’ormai quasi estinto popolo del grunge, ma più in generale per quello del rock a tutti i livelli. E quello dell’Hard Rock Calling è stato un set che ha confermato senza ombra di dubbio il primato dei Pearl Jam. Sono le otto quando il sipario si apre. Come sempre il primo a mettere piede on stage è Vedder, seguito a ruota da Gossard, Ament, Cameron e McCready e dall’ormai quasi ufficiale sesto Pearl Jam Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere. Contro ogni previsione (del sottoscritto ovviamente, oramai alla terza volta live con i PJ, e in procinto di affrontare una quarta e una quinta a distanza di poco più di una settimana) è “Given to fly” a sancire l’inizio delle ostilità. Vedder beve vino, parla ed intrattiene come sempre. Il sound è pieno e potente ed investe Londra fino alle fondamenta. Sono arrivati i Pearl Jam e per due ore e venti il centro del mondo musicale ruoterà intorno al parco della capitale di sua maestà. C’è da fare un po’ di “noise” in terra inglese insomma. “Why go” e la cover dei Pink Floyd “Brain damage” sono l’antipasto prima di “Corduroy” che manda in visibilio la totalità della platea. McCready nel frattempo, da prova di essere probabilmente il chitarrista più sottovalutato della storia del rock, sfoderando assoli killer in sequenza senza mai perdere un colpo. Una vera macchina da riff. “Got some” viene proposta in versione più aggressiva rispetto all’originale e precede di poco la storica “Once” e “World wide suicide”. E qui va fatto notare quanto anche pezzi minori come quest’ultimo prendano una piega completamente diversa in versione live, acquistando tutta quella brillantezza ed aggressività che ci si aspetta solamente dai cavalli di battaglia. I PJ live invece hanno il dono raro e prezioso di riuscire a rendere tutto cento volte meglio che su disco, di trasmettersi in maniera totale in ogni nota, sia che si parli di un singolo arcinoto che di una ballata sconosciuta. Un po’ come per il Boss insomma vale l’assioma: il mondo si divide in due parti, chi ama i Pearl Jam e chi non li ha mai visti dal vivo. Vedere per credere. Comunque. “Elderly woman behind the counter in a small town”, “Amongst the waves” “Even flow”, “Unthought known” e “Nothingman” sono il corpo centrale della prima parte del set. Arriva poi una digressione di Vedder su Joe Strummer che introduce la cover di “Arms aloft”. La band è perfettamente rodata, gira come un orologio e pompa rock dalle casse inglesi manco ci fosse la regina in persona con una frusta a spronare questi destrieri d’oltreoceano. “Not for you” riaccende le ugole di chi ha voglia di cantare mentre “Of the earth” è un inedito che viene proposto alla platea in attesa di giudizio, un pezzo in puro stile PJ, con partenza aggressiva e tirate distorte in conclusione. Un pezzo che evidentemente è ancora in fase di rodaggio ma che fa ben sperare in vista della pubblicazione del prossimo album. A questo punto del set i PJ cambiano definitivamente marcia e con “State of love and trust” rompono i margini, rovesciando una quintalata di pura violenza sul sole inglese che non vuole cedere il passo alle più tradizionali nuvolone nere. Arrivano poi in sequenza “Do the evolution” (estrema, grezza, lancinante), “Wasted reprise” e “Betterman” prima della pausa di rito. Pochi minuti e si riattacca con il solo Vedder in versione acustica per quella poesia che è “Just breathe”, un pezzo che risplende grazie ad una voce meravigliosa e irripetibile. Ben Harper a questo punto restituisce il favore, mettendo a disposizione la chitarra per la storica “Red mosquito”, stacco che permette di tirare il fiato prima di quel pezzo che forse più di tutti è nel cuore degli amanti dei PJ: “Black” come sempre arriva al cuore, lo apre, lo straccia e ti lascia senza forze ad agonizzare a terra. Il defibrillatore che rimette le cose a posto è “Porch”, giusto prima che la band si prenda un secondo momento di meritato riposo. L’ultimo encore si apre con “Go” e “The fixer”, un pezzo che oramai gode dell’affetto riservato ai più amati tra i classici della band. Doppietta finale con “Alive” che fa cantare anche i muri e luci accese per “Yellow ledbetter”. Quando è il momento di lasciare Hyde Park non ho più voce e sono sudato come dopo un interminabile “due contro due” a calcetto. C’è poco da aggiungere a quanto già detto: i Pearl Jam sono senza ombra di dubbio la miglior band rock attualmente in circolazione. Che cosa si vuole di più?

(Marco Jeannin)

Paul Weller @MTV Days, Torino, 25/6/2010

Lunedì, Giugno 28th, 2010

Che occasione d’oro, un miniconcerto acustico di Paul Weller a cinque metri di distanza. Manco fossimo nel salotto di casa  o al pub dietro l’angolo. Invece siamo sui banchi di un’aula universitaria torinese, al Dams di Palazzo Nuovo, per un appuntamento pomeridiano organizzato nell’ambito degli Mtv Days che si tengono in questi giorni nel capoluogo piemontese. Il Modfather conversa a ruota libera con Bill Flanagan, giornalista americano senior vice president del network televisivo, già fondatore della rivista Musician e autore, anni fa, di una bellissima antologia di interviste tradotta in italiano con il titolo di “Scritto nell’anima” (Arcana, 1987). I 480 posti della sala sono occupati da fan e da studenti (ma ci sono anche volti noti, Max Gazzè e Max Casacci dei Subsonica), col suo stile colloquiale  e le sue domande penetranti Flanagan si conferma un maestro del genere spingendo l’interlocutore a rivelare molto di se stesso, delle sue ambizioni e dei suoi processi creativi. Weller, che inizia sorseggiando acqua per poi passare risolutamente a un vino rosso piemontese, non si sottrae. E’ in ottima forma, è abbronzato, inforca occhiali scuri da sole, indossa una maglietta nera, pantaloni scuri e mocassini con fibbia: un po’ dandy, un po’ turista. Parla con accento cockney ma comprensibile intercalato da innumerevoli f**k di marca proletaria (per chi non mastica l’inglese sono disponibili cuffiette e traduzione simultanea), spiega la genesi e le sonorità avventurose del nuovo album “Wake up the nation” con la voglia di spingere il limite sempre un po’ oltre e di “camminare sull’orlo del precipizio”, descrive lo scrivere canzoni come la ricerca di un posto ideale e di un essere interiore sempre inafferrabile, ricorda con affetto la figura del padre scomparso l’anno scorso (“era il mio manager, il mio fan numero uno, il mio confidente, il mio miglior compagno di bevute. Cosa avrei potuto desiderare di più? La sua morte mi ha provocato dolore, ovviamente, ma ho provato gratitudine per tutto il tempo che abbiamo potuto trascorrere insieme”), racconta del riavvicinamento con l’ex Jam Bruce Foxton (“era il momento e la situazione giusta, non abbiamo parlato del passato”), della sua accettazione filosofica dei saliscendi di popolarità (“Gli alti e bassi sono normali, a volte riesci a comunicare con il pubblico, altre no. Succede in ogni genere di relazione umana”). Confessa di come ritrovarsi senza contratto discografico, senza una band e senza un pubblico alla fine dell’avventura Style Council gli abbia fatto riprendere contatto con la realtà (“All’epoca fu un grande frustrazione, poi ho capito che si trattava di un salutare bagno di umiltà”), parla del suo desiderio di venire ricordato come un artista e non come una rockstar (sarà per questo che quando Flanagan cita una frase di Bono lui si gira dall’altra parte e finge di sputare per terra…), giura di non essersi mai sentito “il portavoce di una generazione” (“tutte stronzate, ma ho sempre voluto parlare delle cose che succedono nella vita delle persone, a me come a chi mi ascolta”), ricorda la sua ossessione giovanile per la musica, rimasta intatta negli anni  (“Volevo essere Paul McCartney, compravo ogni settimana l’NME, guardavo Top Of The Pops alla tv, andavo a caccia per mesi dei dischi che mi piacevano: era come essere votati a una missione”). Arringa la platea alzando il pugno in segno di complicità,  invita gli studenti a mettere su una band invece di stare sui banchi a studiare, a uscire di casa e a parlare con amici, fidanzate e genitori invece di restare incollati per ore al computer e al telefonino. Poi, dopo 45 minuti di dialogo a viso aperto, fa finalmente seguire i fatti alle parole. Lo raggiungono sul palco i membri della sua band, Steve Pilgrim, Steve Cradock (anche lui in mocassini, però bianchi), Andy Croft e Andy Lewis, quattro chitarre acustiche (una è a 12 corde) e un basso per un miniset che parte con “All on a misty morning”, prosegue con la nuova b-side “Mistress Brown”, include a richiesta la epica “That’s entertainment” dei Jam e si chiude con “No tears to cry”, uno dei singoli estratti dall’ultimo album (nel breve soundcheck avevano provato anche un altro pezzo, “Andromeda”). Poi saluti e baci, Paul l’antidivo si presta volentieri a firmare autografi e a posare per le foto con i fan, anche se davanti a Palazzo Nuovo le auto di servizio hanno già i motori e accesi e i membri della band, complice il vino piemontese tracannato in abbondanza, scendono la scalinata barcollando. Toccata e fuga, ma a Torino la ciurma tornerà molto presto: tra tre settimane Weller sarà headliner di una serata mod al Traffic Festival, aperta da Statuto e Specials.

(Alfredo Marziano)

Live Report: Temper Trap @ Alcatraz Milano 16/06/10

Giovedì, Giugno 17th, 2010

I Temper Trap li ho amati dal primo secondo in cui il mio lettore cd ha cominciato a diffondere le prime note di “Conditions”, album d’esordio dei quattro australiani. Me li sono persi lo scorso dicembre alla casa 139, non potevo mancare di certo al loro secondo live milanese. Arrivo puntuale all’Alcatraz, non c’è ressa, d’altronde i concerti indie non prevendono orde di fans urlanti, ed è per questo che hanno sempre un posticino speciale nel mio cuore. Strano ma vero, riesco ad aggiucarmi un posto in prima fila, davanti alle transenne: il locale è pieno ma non all’inverosimile. In attesa del “pezzo forte” della serata, ad ingannare l’attesa arrivano i Kissaway, sembrano usciti da un servizio di moda di I-D, prongono un indie/alternative danese, a metà tra i Joy Division e i Sonic Youth. Menzione d’onore alla sezione ritmica, egregiamente sostenuta dal ragazzo che suonava i sonagli sul palco, esagitato all’estremo (sosia del coinquilino di Hugh Grant in “Nothing Hill”) ha rotto i suoi strumenti a fine live. Quando si dice musica d’impatto. Finalmente arrivano sul palco i Temper Trap: Dougy Mandagi, cantante del gruppo di origine indonesiana, è un vero metrosexual, in contrasto col batterista, che sembra uscito da un b-movie anni Ottanta. Inizia il live, che si apre con un intro strumentale, seguito da “Rest”. Il falsetto di Dougy cattura subito tutti. Arrivano la stranota “Fader” e “Fools”, il gruppo è davvero in forma. Mandagi ringrazia il pubblico in italiano e comincia a parlare, peccato il volume sia basso e la maggior parte delle parole si perdano. L’atmosfera è davvero piacevole, la gente si diverte ma in modo rispettoso, verso gli altri e verso chi sta sul palco. Si susseguono “Down River”, la bellissima “Love lost” e “Soldier on”. Chi è intorno a me canta a squarcia gola, e io sono rapita letteralmente, direi in estasi, mi sto davvero godendo il concerto e lo vedo soprattutto in “pole position” senza essere schiacciata da nessuno. Mi sembra di essere stata catapultata in un club newyorkese negli anni Ottanta, direi che sono nel posto giusto al momento giusto. Come un turbine arriva “Sweet disposition” ed è delirio. Il concerto si sta avviando alla conclusione, Dougy intona “Ressurrection” e fa una breve pausa. Il microfono viene spostato ed entrano una cassa e un piatto. Nel corso del concerto Dougy suonava i piatti della batteria sul palco ogni tanto, ma qui si sta per assistere a qualcosa d’altro. Inizia un pezzo acustico, dove sono protagoniste le percussioni. Il ritmo incalzante prende tutti, Dougy è un portento davvero: si balla e tanto. Ad un certo punto Madagi si appoggia al tamburo, ha una bottiglietta di acqua in mano, che piano piano versa sulla pelle tirata dello strumento. Si rialza e comincia a picchiare, facendo sollevare l’acqua e creando un effetto stupefacente, Un assolo da paura. La band rngrazia ed esce. Un gruppo di fans urla “Lorenzo”, ed esce il chitarrista, che in italiano inglesizzato ringrazia la terra natale dei suoi genitori. I Temper Trap offrono al pubblico un inedito, “Rabbit hole”, e concludono con “Science of fear”. Le luci s accendono, il flashback negli anni Ottanta finisce. Ancora stordita esco dal locale e penso che sia stato solo frutto della mia immaginazione, ma poi mi rendo conto che non è così: tra le mie mani stringo la scaletta, direttamente proveniente dal palco.

(Rossella Romano)

Scaletta:
Intro
Rest
Fader
Fools
Down River
Love Lost
Soldier On
Sweet Disposition
Resurrection
Drum song
Rabbit Hole
Science of Fear

Live Report: Alice In Chains @ Gran Teatro Padova 11/06/10

Lunedì, Giugno 14th, 2010

Tornano gli Alice In Chains dopo la tappa invernale di Milano, questa volta in quel di Torino, Roma e Padova. Quest’ultima è la nostra data, il Gran Teatro (un palatenda per capirci) è bello, comodo da raggiungere e si riempie velocemente di gente che ha vissuto in prima linea gli anni Novanta, quando a riempire le cronache e gli scaffali dei negozi di dischi erano band come Soundgarden, Nirvana e appunto gli Alice In Chains, e ci si vestiva con camicia di flanella a quadrettoni e Converse logore. Rispetto a Milano, qui non c’è da affrontare l’incognita del debutto con la nuova formazione che vede DuVall alla voce: la band è molto più rodata rispetto all’inizio del tour (ovviamente) e bene o male tutti hanno accettato il cambiamento, addirittura con entusiasmo. Nessun imbarazzo o sospensione del giudizio quindi, gli AIC suonano a Padova e come per qualsiasi altra grande band, non bisogna lasciarseli scappare. Personalmente avevo ancora negli occhi e soprattutto nelle orecchie l’eco della strepitosa tappa milanese, senza contare che all’appello mi era mancata quella “Nutshell” che per il sottoscritto è un po’ come la “Canzone del sole”, quella che impari a strimpellare con la chitarra ancora prima di sapere il nome degli accordi. Tutti buoni motivi per bissare a distanza di pochi mesi un concerto che per quanto riguarda la scaletta non ha riservato grandi sorprese, se non appunto la tanto agognata “Nutshell” (intensa come poche) e “All secrets known” che come su disco, anche qui si è presa la briga di aprire le danze. Si comincia dunque alle nove e mezza puntuali. Il sound degli AIC è come sempre pieno ed aggressivo, senza differenza tra il nuovo ed il vecchio. DuVall oramai è completamente assimilato nei meccanismi della band capitanata come sempre da un Cantrell in ottima forma e piacevolmente stupito dalla bella risposta della platea padovana. Di riflesso, quando le cose girano a dovere sotto al palco, sopra si è spinti a dare il meglio. E gli AIC danno veramente il meglio per un’ora e quaranta abbondante, passando in rassegna tutti i punti cardine della discografia, quelli che la gente vuole sentire a tutti i costi e che scatenano le ugole non più giovanissime di chi era da tempo che aspettava l’occasione per sfogarsi dal vivo con la band di Seattle. C’è sempre quel pizzico di malinconia di fondo ad accompagnare pezzi come “Down in a hole”, “Rain when I die”, “Them bones”, “No excuses” e “We die young”, perché Staley manca a tutti anche se è ancora presente in tutti quei testi che lo hanno reso una delle leggende maledette del grunge. Molto bene anche le nuove, soprattutto le pesantissime “A looking in view” e “Acid bubble”. Diciannove i pezzi in totale, che potevano essere venti se qualche furbacchione non avesse tirato una lattina sul palco a metà concerto indispettendo Cantrell che minaccia di chiudere baracca e burattini in anticipo. E non bastano il reggiseno riparatore scagliato nel finale o i dieci minuti di applausi e urla di congedo: passate da poco le undici e dopo le acclamatissime “Angry chair” in coppia con “Man in a box” (sempre la più amata) prima delle conclusive “Would?” e “Rooster” la band saluta e da appuntamento a molto presto. Vista la risposta che hanno (nuovamente) ottenuto nel nostro paese (“siete la miglior platea con cui abbiamo a che fare da tempo”), non c’è da stupirsi che gli AIC tornino sempre volentieri. E anche se oramai ci siamo abituati a rivederli in giro, anche se non sono più quella novità che tanto ci aveva fatto felici, un salto a concerto degli Alice va fatto sempre. Questi ogni volta che passano ci ricordano la differenza tra chi viene dimenticato in fretta e chi resterà per sempre.

(Marco Jeannin)

SETLIST

All Secrets Known”

It Ain’t Like That”

Again”

Check My Brain”

Them Bones”

Dam That River”

Rain When I Die”

Your Decision”

No Excuses”

We Die Young”

A Looking In View”

Nutshell”

Lesson Learned”

Acid Bubble”

Down in a Hole”

Angry Chair”

Man in a Box”

Would?”

Rooster”

Live Report: Tricky @ Jazz Re: Found Festival Vercelli 13/06/10

Lunedì, Giugno 14th, 2010

Per conquistare un pubblico non basta farlo salire sul palco. Può sembrare una frase ad effetto, ma è forse la sintesi migliore del concerto di Tricky al Jazz Re: Found Festival di Vercelli. Si, perché Mr. Adrian Thaws ieri sera francamente poteva dare molto di più. E non è bastato far salire gli spettatori insieme ai musicisti durante la cover di “Ace of spades” dei Motorhead per rendere l’esibizione memorabile. Sono le undici e venti quando il musicista di Bristol sale sul palco del piazzale Cascina Borghetto sulle note della strumentale “You don’t wanna”. Per tutta la prima canzone sta letteralmente di spalle, ballando e scuotendo la caratteristica treccia nera. Poi è il turno di “Psychosis”, che introduce ritmi più soffusi e coinvolgenti. Ma dopo questo inizio promettente il concerto stenta a decollare: non bastano le pur discrete “Puppy toy”, uno dei tanti pezzi scelti dall’ultimo album “Knowle West Boy”, e “Girls”, tratta da “Blowback” e scritta con i Red Hot Chili Peppers, a scaldare davvero il pubblico. Come sempre negli ultimi anni, Tricky sceglie un suono più rock rispetto agli esordi. Anche la formazione sul palco lo testimonia: basso, batteria, chitarra e synth, con una cantante-corista alla quale il musicista di Bristol affida quasi tutte le parti vocali. Lui fa le veci di uno strano direttore d’orchestra, vagando per il palco, cantando o rappando ogni tanto qualche verso e percuotendosi spesso il petto con il microfono. Diciamo che come presenza scenica non è proprio il massimo.
Insomma, manca quasi del tutto il trip hop, genere che Tricky ha contribuito a fondare e diffondere nel mondo negli anni Novanta. Del capolavoro “Maxinquaye” non c’è quasi traccia tra le canzoni scelte per il pubblico di Vercelli, fatta eccezione per “Overcome” e “Pumpkin”, peraltro proposte in due versioni piuttosto insipide. Certo, qualche volta i nuovi arrangiamenti giovano, soprattutto a pezzi più recenti come “Council estate”, singolo estratto dall’ultimo “Knowle West Boy”. Poi, verso la fine della setlist, il musicista di Bristol sorprende tutti con il già citato stratagemma. Un gesto francamente inspiegabile, visto che fino a quel momento il concerto non è stato di certo un tripudio di folla.  Tolto questo discutibile diversivo, si riprende, non senza qualche problema per gli addetti alla sicurezza, e l’esibizione prosegue tra un’anonima “Tricky Kid” e una più aggressiva “You don’t wanna”, stavolta con parole. Tutto fino alla conclusione con un’inedito strumentale. L’impressione che resta alla fine è che in realtà questo concerto non sia mai decollato. Peccato, con questa storia e questo repertorio alle spalle, ci aspettavamo molto di più dal ragazzo di Knowle West.
In appendice, meritano i complimenti gli organizzatori per aver portato al Jazz Re: Found i Portico Quartet, gruppo jazz londinese prodotto da Peter Gabriel. Il loro concerto prima di quello di Tricky, all’interno della “bomboniera” di fianco al main stage, è stato davvero bellissimo. Segnatevi questo nome, meritano davvero più di un ascolto.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Jonsi @ Alcatraz Milano 09/06/10

Giovedì, Giugno 10th, 2010

Chi si aspettava il pubblico delle grandi occasioni, forse sarà rimasto deluso al primo impatto. I Sigur Ros  sono amatissimi anche in Italia, ma la fama del loro cantante Jonsi non è ancora così solida: così al debutto da performer solista in Italia, dopo la pubblicazione del recente “Go”, c’è solo mezzo Alcatraz ad accoglierlo.
E anche chi si aspettava un concerto iper-tecnologico, come alcuni articoli avevano lasciato intendere, sarà rimasto spiazzato: annunciato per le 9 e, il concerto inizia alle 9 e mezza, con una mezz’ora di attesa ingannato da una continua musica strumentale di sottofondo, e con la gente che guarda il palco dove troneggiano quattro strutture cubiche e quello che sembra un telo marrone. Quando inizia il concerto, però, il tutto si rivela: sulle strutture cubiche appaiono delle proiezioni e lo sfondo si rivela come la sovrapposizione tra un telo e una complicata struttura in vetro e ferro.
Jonsi entra da solo, attacca una canzone alla chitarra acustica e in men che non si dica zittisce la platea: la sua musica viene accompagnata da proiezioni che hanno a che fare soprattutto con gli elementi naturali: incendi, foreste, tempeste…. Assieme alla musica – una versione un po’ più folk dei Sigur Ros, eseguita da una band i cui membri cambiano in continuazione strumenti – il tutto si rivela come un concerto “totale”, un’esperienza audiovisiva davvero impressionante. Molto retrò più che tecnologica, con giochi di luce e d’immagine che vanno a ritmo con le canzoni, come in “Go do”, in cui la struttura diventa una sorta di gigantesco pianoforte.
Jonsi e la sua band diventano così in grado di controllare le emozioni e le reazioni del pubblico, che ora si zittisce, ora va a tempo con la musica… Ecco, la musica: senza questa produzione imponente, e senza nessun brano dei Sigur Ros in scaletta, il concerto sarebbe stato decisamente pesante. Ma va merito a Jonsi di aver pensato uno spettacolo originale, che avrebbe meritato un pubblico ancora più folto di quello comunque appassionato e numericamente buono presente all’alcatraz

(Gianni Sibilla)

Scaletta:
Stars In Still Water
Hengilàs
Iccicle Sleeves
Kolnidur
Tornado
Sinking Friendships
Stick and Stones
Saint Naive
Go Do
Boi Lilikoi
New Piano Song
Around Us
———————-
Animal Arithmetic
Grow Till Tall

Live Report: Muse @ Stadio San Siro Milano 08/06/2010

Mercoledì, Giugno 9th, 2010

Mi avevano detto che andare ad un concerto dei Muse sarebbe stata un’esperienza indimenticabile, e così è stato, provare per credere. Stadio di San Siro, 8 giugno. Arrivo alle 19.30, giusto in tempo per ascoltare i Kasabian, che scaldano il pubblico prima del grande evento. Mi guardo attorno, dalla posizione in cui mi trovo osservo la moltitudine di gente che affolla le gradinate e la zona prato, circondando un palco che di lì a poco offrirà uno spettacolo mai visto. Ancora qualche minuto di attesa e, con una precisione a dir poco fenomanale comincia lo show. Il concerto si apre con l’ingresso di una folla di manifestanti, con bandiere (compresa quella italiana) e striscioni, dei quali il più grande recita: “They will not control us”, e in sottofondo si cominciano a sentire le prime note di “Uprising”. Un boato accoglie Matthew Bellamy e soci, d’argento vestiti, ed è delirio allo stato puro. Il palco, vero prodigio del design contemporaneo, di forma prospettica, attorniato da grandi sfere bianche, comincia a emanare immagini e luci, e lo farà per tutta la durata del concerto. A suon di schitarrate, voce sublime di Bellamy e batteria potente, si susseguono “Supermassive black hole”, “New born”, che fa tremare le poltroncine per i salti del pubblico,”Map of the Problematique”, le romanticissime “Neutron Star Collision” e “Guiding Light”, fino ad arrivare alla più energica (nonché la mia preferita)”Histeria”. L’atmosfera è a dir poco magica, tutti sono catturati dalle sette note emesse dagli strumenti dei Muse, divini musicisti. E’ poi la volta di “Nisch”, arriva un piano a coda, Matthew si siede e comincia ad intonare “United States of Eurasia” e “I belong to you”. Il momento poetico è subito sostituto da adrenalina pura: Christopher Anthony Wolstenholme e Dominic James Howard si lanciano in una session acustica di basso e batteria, davvero eccezionale. Torna Matthew e il palco comicia a muoversi: la struttura circolare posta nella parte anteriore si stacca e si sposta verso il pubblico sino a prendere il volo. Arrivano “Undisclosed desire”, “Resistence” e la poderosa “Starlight”. Terminati i tre brani, con giochi di luci mai visti prima, Howard annuncia la presenza di un’ospite speciale: un ragazzo dall’aria familare, in un primo momento presentato come un  amico comasco del gruppo, in realtà è Nic Cester dei Jet che intona “Back in black” degli AC/DC, che voce ragazzi. Terminata la cover, i Muse ripartono con “Time is running out”, cantata a scuarcia gola da tutti i presenti, dopo una breve pausa inizia “Unnatural selection”, seguita da quello che pare l’ultimo brano “Unitened”. I ragazzi scompaiono, per tornare poco dopo: compare sulla folla un disco volante da cui spunta un’acrobata appesa ad un filo, davvero emozionante: si ci avvia verso la fine con “Stockholm Syndrome”. Altra breve pausa e arrivano i cosiddetti bis: “Take bow”, “Plug in baby”, in cui vengono fatti passare di mani in mano dei grandi palloni a forma di occhio, e si chiude con ” Knights of Cyndonia”. Tantissimi virtuosismi musicali, un’ottima preparazione strumentale e delle canzoni che non hanno bisogno di altro se non di loro stesse: ecco le caratteristiche di questo concerto, uno dei migliori che abbia mai visto. E’ il momento di lasciare lo stadio: guardo i volti delle persone che mi passano accanto, hanno tutte il sorriso sulle labbra e sono a dir poco euforiche. Nonostante la stanchezza, il sorrisone ce l’ho anch’io, e credo mi rimarrà per quakche giorno. Concerto memorabile e, siccome il nove giugno compie gli anni, tanti auguri Matthew.

(Rossella Romano)

Scaletta

1.Uprising

2.Supermassive Black Hole

3.New Born

4.Map of the Problematique

5.Neutron Star Collision

6.Guiding Light

7.Hysteria

8.Nishe

9.United States Of Eurasia

10.I belong to you

11.Drum and Bass Jam

12.Undisclosed Desires

13.Resistence

14.Starlight

15.Time is Running Out

16.Unnatural Selection

17.Unitended

18.Exogenesis: Symphony, Part 1

19.Stockholm Syndrome

20.Take a bow

21Plug in baby

22.Knights of Cydonia

Live Report: Megadeth @ Alcatraz Milano 05/06/2010

Lunedì, Giugno 7th, 2010

I Megadeth, tanto per iniziare con una formula standard, non hanno bisogno di nessuna presentazione. Chiunque abbia frequentato – anche solo casualmente – il metal negli ultimi 25 anni si è inevitabilmente imbattuto nella band di Dave Mustaine e conosce le vicissitudini del biondo chitarrista cantante (dalla cacciata dai Metallica appena prima di “Kill’em all”, al successo dei Megadeth, passando per i problemi di droga, la disintossicazione e la recente scoperta di Dio).

A testimonianza della fama del gruppo parlano le cifre: tre date italiane il tre giorni, tre sold-out in sequenza. All’Alcatraz di Milano sono parecchi i delusi che si aggirano davanti ai cancelli cercando un biglietto o semplicemente bestemmiando, oppure prendendosela con le persone che lavorano al botteghino. I bagarini (che ormai si vedono a tutti i concerti e snobbano – forse – solo quelli delle band locali che si esibiscono nei pub) imperversano e sono insistenti come pusher di Amsterdam a fine anni Ottanta. Che dire: tutto folklore che, in un certo senso, aggiunge un tocco naif al quadretto

Ma veniamo al concerto. Aprono gli italianissimi Labyrinth e Sadist che sbrigano le rispettive pratiche velocemente, visto che il pubblico non è esattamente dalla loro; tutti aspettano Megadave e la sua gang, anche perché – nonostante le incertezze del pre-concerto – sembra sicuro che i Megadeth suoneranno per intero il loro classicone del 1990: “Rust in peace”, quarto album e lavoro della consacrazione definitiva.

Quando giunge il turno degli headliner la frenesia sale; alle prime note di chitarra si assiste a un florilegio di corna al cielo (Ronnie James Dio r.i.p.) e cori da stadio “Megadeth, Megadeth”. Poi, dopo che Shawn Drover, Chris Broderick e David Ellefson si sono schierati, arriva lui: sua maestà Mustaine, con capello fluente e camiciotto bianco (che evoca vagamente la divisa da cameriere di discoteca del basso Monferrato di 20 anni fa, ma in ambito thrash dona quel tocco di eleganza un po’ snob).

Durante i primi due pezzi il suono è potentissimo ma deragliante – chitarra solista troppo alta, voce sepolta nel magma, batteria tuonante. Fortunatamente tutto viene aggiustato dalla zona mixer e si inizia chiaramente a percepire l’impatto devastante dei Megadeth nell’anno del signore 2010: un bulldozer d’acciaio che ti arrota con squisita strafottenza.

Qualche brano classico di “riscaldamento” (tra cui una bella “In my darkest hour”) e si arriva al momento topico: “Rust in peace”, suonato d’un fiato in tutta la sua monumentale interezza. Non si rimpiange l’assenza di Marty Friedman alla chitarra – che pur diede moltissimo a quel disco – e vedere nuovamente la coppia Mustaine/Ellefson sul palco è una bella concessione alla nostalgia selvaggia.

L’interazione col pubblico è praticamente nulla, ma è anche il bello della dinamica: i Megadeth sono sicuri di sé e non si curano di dettagli come un Alcatraz sold-out, pieno di metallari urlanti e adoranti (per la cronaca: lo spettro delle età dei presenti è veramente ampio e si va dall’ultraquarantenne al sedicenne accompagnato dai genitori).

Dopo il brano finale di “Rust in peace” arrivano altri quattro pezzi, per poi giungere alla chiusura, con un bis all’insegna del revival più spudorato: una “Peace sells” – pescata direttamente dal 1986 – cantata a squarciagola da tutti, pugni levati al cielo ed espressione goduta.

Un grande concerto, dunque? Magari non grande (Mustaine è piuttosto sfiatato e svogliato dietro al microfono, anche se quello di cantare non è mai stato il suo mestiere) nel senso di indimenticabile e imprescindibile, ma una cosa è certa: i Megadeth in versione 2010, più fedeli alle proprie radici, fanno ancora la loro porca figura. E non è poco.

(Andrea Valentini)

Scaletta

“Dialectic chaos”

“Wake up dead”

“Headcrusher”

“In my darkest hour”

“Holy wars… the punishment due”

“Hangar 18″

“Take no prisoners”

“Five magics”

“Poison was the cure”

“Lucretia”

“Tornado of souls”

“Dawn patrol”

“Rust in peace… polaris”

“Trust”

“A tout le monde”

“Sweating bullets”

“Symphony of destruction”

“Peace sells”

Dal Vivo
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