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Live Report: Traffic Festival (The Specials, Paul Weller, Statuto) Torino 15/07/10

C’è ancora troppa luce e fa ancora troppo caldo quando l’elegantissimo Mixo, torinese traslocato a Roma e a Radio Capital, annuncia l’arrivo sul palco degli Statuto, gloria locale e apripista della “mod night” al Traffic Festival tornato alla (splendida) sede originaria della Reggia di Venaria Reale dopo il tragicomico ping pong dei giorni precedenti. Il pubblico è ancora sparuto e composto principalmente di supporters, ma loro sciorinano imperterriti il loro ska dal ritmo scoppiettante, un mix di spensieratezza pop (“Piera”, “Abbiamo vinto il Festival di Sanremo”), orgoglio proletario e incrollabile fede granata: prima di “Ragazzo ultrà” sul palco sale una delegazione di tifosi del Toro con uno striscione che dice no alla tessera per l’ingresso negli stadi. oSKAr (in occhiali scuri, giacca e camicia d’ordinanza: una tortura, con quell’afa) si prodiga cantando del mare che a Torino non c’è, di tristi giornate trascorse alla catena di montaggio (“In fabbrica”), di giovani vite spezzate (“Un fiore nel cemento”, dedicatad a Piero “lo skin”), di periferie metropolitane identiche in ogni parte del mondo. La sezione fiati pompa il giusto, la band suona precisa e se c’è un posto dove vedere gli Statuto è Torino, protagonista o sfondo di quasi tutte le canzoni. Il sound del gruppo è ironico ed easy (a volte anche troppo), i pezzi ritmati funzionano meglio delle ballate ma gli Statuto hanno un lato serio e sentimentale e ci tengono a ricordare chi non c’è più: l’amico Gigi Restagno (icona mod e conduttore radiofonico), i tifosi Gabriele Sandri e Matteo Bagnaresi, vittime di morti assurde mentre seguivano la squadra del cuore in trasferta.

A spazzare la malinconia, venti minuti dopo, ci pensa il Modfather in persona, Paul Weller (nel presentarlo, Mixo ricorda con emozione di averlo visto con i Jam al Festival di Reading del ’78). Pure lui, con il suo bel maglioncino a V, sembra non accorgersi del caldo canicolare. Fuma una sigaretta dietro l’altra, dice “grazie” e “buonasera”, guarda compiaciuto la mezza luna in lontananza dopo essere partito lancia in resta con “The changingman”, “Push it along” e “From the floorboards up” e prima di tuffarsi nelle canzoni di “Wake up the nation”, la cui immagine di copertina campeggia sul pianoforte. “Moonshine” è frenetica e convulsa come sul disco, “Up the dosage” alza il dosaggio disco-techno, “No tears to cry” fa cantare anche chi non sa niente dei Walker Brothers ed “Aim high” conserva il suo feeling alla Bobby Womack (Paul non si avventura nel falsetto della versione di studio: colpa della nicotina?). Peccato che a 25-30 metri di distanza dal palco il suono esca confuso, saturo, gracchiante: si perdono così le sfumature della minisuite “Trees”, i ricami chitarristici di un Steve Cradock infoulardato (belli gli arpeggi simil-mandolino e la lap steel “siderale” di “You do something to me”, suggestive le lunghe divagazioni psichedeliche di “Pieces of a dream”), le dissonanze dello svagato valzerone “One bright star” che cede il passo a un solo di batteria di Steve Pilgrim. La cacofonia raggiunge il top sulla versione trip-hop di “Wild wood”, e lo schieramento di tastiere (due, a volte tre: al quintetto base si è aggiunto un sesto elemento) disperde i suoi sforzi nell’etere. Va decisamente meglio con i brani più secchi e stringati: i Jam di “Strange town” e di “Sound affects” (due selezioni, le gloriose “Pretty green”,“Start!”), gli Style Council di “Shout to the top!”, il soul rock contagioso di “Broken stones” (con un cenno a “Oh happy day”). La brevissima “Fast car/slow traffic” e “Come on let’s go” sono le ultime rasoiate, dopo un’ora e venti a tutta birra (anche se sul palco si beve soprattutto acqua) Paul saluta per far spazio agli headliner Specials, e delle due l’una: o aveva fretta di andarsene, o se la tira così poco da cedere senza problemi le luci della ribalta alla band di Coventry per la prima volta in Italia.

Belli da vedere, gli Specials, anche se è meglio non indugiare troppo sui primi piani dei maxischermi (Terry Hall s’è un po’ gonfiato, Neville Staple sembra il più invecchiato). Dopo una intro strumentale attaccano “Do the dog”, dal primo leggendario album riproposto quasi per intero (11 brani su 14) e sembra tutto come ai vecchi tempi: non fosse che manca Jerry Dammers e che al governo non c’è più la lady di ferro. Con le loro giacche e borsalini, con gli scacchi sulla batteria e sulle tracolle delle chitarre, sono ancora stilosissimi (un altro spettacolo è quella specie di Jack Black che si agita al mixer, facendo incazzare di brutto il fonico di palco italiano). Ray Bradbury ha ancora il “boost” giusto per spingere la band con i suoi ritmi in levare, i chitarristi Roddy Byers e Lynval Golding percorrono il palco in lungo e in largo come terzini fluidificanti, il basso di Horace Panter pulsa nel petto, la sezione fiati è impeccabile mentre Hall e il toaster Staple hanno il fiato per reggere i 60 minuti di performance. “Gangsters” è sempre un gioiello, “Doesn’t make it alright” e la cocktail music di “Stereotype” ricordano che i nostri sanno variare mood e bpm. Con “Monkey man”, “Rat race” e “Concrete jungle” ballano tutti e quando arriva il ritmo indolente di “A message to you Rudy” l’arena è un dancefloor a cielo aperto (25 mila persone, riportano le agenzie: mah, a occhio sembrano meno). “Nite klub” e “Too much too young”, in chiusura, alzano ulteriormente – ce ne fosse bisogno – la temperatura mentre “Little bitch” viene velenosamente dedicata a Dammers (questa potevano risparmiarsela). Torino è come Coventry, il motto finale è “Enjoy yourself”. Ma è mezzanotte e mezza, scatta il coprifuoco. Mannaggia, neanche il tempo per “Ghost town”: però per un concerto gratis (girano volontari giallovestiti a raccogliere libere offerte) non ci possiamo proprio lamentare.

(Alfredo Marziano)

Setlist di Paul Weller:

“The changingman”

“Push it along”

“From the floorboards up”

“Moonshine”

“Up the dosage”

“Strange town”

“No tears to cry”

“Aim high”

“Shout to the top”

“Trees”

“You do something to me”

“One bright star”

“Pieces of a dream”

“Broken stones”

“Wild wood”

“Pretty green”

“Start!”

“Fast car, slow traffic”

“Come on let’s go”

Setlist degli Specials:

“Do the dog”

(Dawning of a) New era”

“Gangsters”

“It’s up to you”

“Monkey man”

“Rat race”

“Hey little rich girl”

“Blank expression”

“Doesn’t make it alright”

“Concrete jungle”

“Stereotypes”

“Man at C&A”

“A message to you Rudy”

“Do nothing”

“Little bitch”

“Nite klub”

“Too much too young”

“Enjoy yourself”

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