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Archivio per Agosto, 2010

Live Report: Gaslight Anthem @ Festa Radio Onda d’Urto Brescia 18/08/10

Giovedì, Agosto 19th, 2010

Fino a poco più di un anno fa, manco si sapeva chi fossero i Gaslight Anthem. Avevano pubblicato il secondo disco, qualcuno ne aveva parlato, e finita lì. 18 mesi dopo ti ritrovi a fare centinaia di km nel bel mezzo delle tue ferie solo per vederli suonare, perché sono diventati una delle tue band preferite. E perché sono una delle band, anzi LA band, da vedere e ascoltare per chi ama il rock americano.

Non è la prima volta che i Gaslight arrivano in Italia: l’anno scorso sono passati al Rock In Idro, a inizio 2009 suonarono allo Zoe, amena discoteca della periferia milanese. Anche questa volta la scelta può sembrare strana: Brescia, poco dopo ferragosto. In realtà, mi spiegano quelli della casa discografica, la festa di Radio Onda D’Urto è probabilmente l’unico posto dove si può far suonare, in questo periodo dell’anno, una band americana che è di passaggio in Europa per i Festival inglesi.

L’atmosfera è quella da festa dell’Unità di 20 anni fa: stand, gente che gira beve mangia e se ne frega della musica. E un buon numero di persone in attesa del concerto, su una spianata all’aperto.  I Gaslight salgono sul palco, attaccano forte con “American slang”, la title-track dell’ultimo disco. E lì capisci che  i chilometri fatti sono serviti a qualcosa. Brian Fallon e soci hanno una carica, un’urgenza nel suonare e nel cantare le loro storie che ha pochi eguali, in questo momento tra le band “giovani”.

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La scaletta è costruita per alternare i brani dell’ultimo disco – più riflessivi, meno incazzati – alle cose della prima fase che sono un po’ più punkettone, di quel punk immerso nel rock americano epico e classico. Fallon lascia la chitarra ad un roadie in diversi momenti per concentrarsi sul cantato: la sua è una voce poco pulita, poco “bella” nel senso estetico puro, ma vera, che ha qualcosa da dire e ha la carica per farlo. “Mi ci sto abituando”, mi dirà dopo il concerto, gentile e quasi timido. Piccolino, esibisce le sue origini proletarie: ha la faccia e il taglio di capelli di un “blue collar”, se non fosse solo per quei tatuaggi che spuntano da sotto le maniche di una camicia a quadri arrotolata sugli avambracci. “Il nostro roadie è più bravo di tutti noi messi assieme, a suonare la chitarra. Un giorno l’ho sentito fare dei numeri durante le prove… Lui quasi si è scusato, ma poi siamo riusciti a convincerlo a riprendere e da lì a farlo suonare durante lo show”.

Quando la band attacca “The ‘59 sound” quasi ti aspetti che da un momento all’altro Bruce Springsteen salti fuori sul palco, come aveva fatto l’anno scorso in Inghilterra. Lui scherza sul conterraneo del New Jersey: quando qualcuno urla il nome dello stato, risponde: “Il nostro stato è carino, c’è l’oceano, ogni tanto il Boss viene a cena per il Ringraziamento… Ma siamo in Italia, per Dio!”. Però poi intanto lascia fuori dalla scaletta “Meet me by the river’s edge”, la canzone più springsteeniana di tutte, quella che nel ritornello fa “No surrender, my Bobby Jean”. Verso la fine, invece infila l’ormai solita cover dei Pearl Jam, “State of love and trust”, per un finale in crescendo che termina con un’altra canzone, “The backseat”, che racconta storie che si consumano sui sedili posteriori di una macchina, con un immaginario che parla da sé.

Chi non li ha visti a Brescia è giustificato, chi non li vedrà a Milano – torneranno ai primi di novembre, per una data che verrà annunciata nei prossimi giorni – non avrà scusanti. Il rock americano passa di qua.

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Live Report: U2 @ Stadio Olimpico Torino 06/08/10

Sabato, Agosto 7th, 2010

Ogni passaggio degli U2 in Italia è un evento, ma lo show torinese lo è stato più di altri. Sarebbe stato “solo” un altro concerto, se non fosse successo tutto quello che è successo: Bono che si infortuna gravemente, mezzo tour che salta e la data del 6 agosto in Piemonte che si ritrova inaspettatamente ad essere la “prima” del ritorno, con tutte le domande del caso.
Una su tutte: come sta Bono? Bene, grazie. Il concerto ha dimostrato che il cantante è in buona forma, nonostante sia ancora di fatto convalescente (si dice debba fare 4 ore di fisioterapia al giorno, due prima e due dopo i concerti). Appena la band entra sul palco, verso le 9 e mezza, si fa un giro dell’anello perimetrale che sta sotto “The claw”, il gigantesco artiglio metallico che tutti già conoscono e che racchiude il palco. E’ appena terminata “Space oddity” di David Bowie, e la band sta suonando un’intro strumentale inedita, che la scaletta denomina “The return of the stingray guitar”. E’ chiaro che Bono vuole riprendersI il calore del pubblico, quasi a farsi dare forza. Visibilmente dimagrito, capello corto e soliti occhialoni, accenna qualche vocalizzo quasi a scaldare la voce. Inizia a cantare sul serio solo su “Beautiful day”, che parte poco dopo. La voce sembra in buono stato anche quella – qualche cedimento all’inizio dello spettacolo c’è, ma a questo siamo abituati ormai da anni. Anzi più passano le canzoni, più cresce, mettendo a segno un acuto da brividi in “Miss Sarajevo”.
Bono è poco ciarliero, questa sera: ci mette un po’ a prendere la parola e a ringraziare il pubblico, a presentare la band, mentre lo schermo circolare mostra i sottotitoli – il discorso era preparato, ma va? La band fa il suo dovere, tiene in piedi lo show musicalmente, che invece spettacolarmente si tiene in piedi da solo.
Il canovaccio, inevitabilmente, è infatti quello già noto con una prima parte più diretta e una centrale più spettacolare. La scaletta, rispetto a quella dell’anno scorso, presenta qualche sorpresa, quella sì, in uno show così imponente che per motivi di produzione non permette grandi improvvisazionI. Scompaiono diverse canzoni di “No line on the horizon”, su tutte la magnifica “Unknown caller”, il punto più intenso dei concerti dell’anno scorso. Arrivano gli annunciati inediti: “North star” è una ballata acustica, eseguita a luci spente, con il prato che si trasforma in un cielo stellato di luci di accendini, telefonini e fotocamere. “The flowering rose of Glastonbury” – scritta per il festival inglese a cui la band avrebbe dovuto suonare – è un rock secco e diretto; da festival, appunto. Ma nulla per cui strapparsi i capelli, comunque….
Arrivano anche  “Miss Sarajevo” e “Hold me thrill me kiss me kill me” e un piccolo rimescolamento nella sequenza iniziale. I punti forti e quelli deboli del concerto rimangono anch’essi quelli già noti. Tra i primi l’accoppiata “Unforgettable fire”/”City of blinding lights”, in cui il megaschermo circolare scende come un cono sul palco, dominando la scena – prima era rimasto in alto, compresso, a rimandare immagini della band e qualche immagine di accompagnamento.   Mentre continua a convincere poco il momento “tamarro” su “I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight”, con lo stadio trasformato in un’enorme discoteca. Cose che gli U2 fanno da anni, ma insomma non sono più i tempi del limone e di “Discotheque”, anche se Bono la accenna un paio di volte.
Il finale è una grande festa, con i momenti più emozionali: “One”,  “With or without you”, “Where the streets have no name” – con lo stadio che si accende di rosso – insomma, una bella sequenza di hit. Bono appare un po’ stanco, inevitabilmente: sembra faticare un po’ di più a correre qua e là quando lo fa, la voce che va via su “With or without you”. Il fiato deve ancora venire, è una prima. Ma tutto sommato è stato un ritorno alla grande, considerando le premesse. Un concerto più intenso di quelli dell’anno scorso a Milano, forse proprio per tutte le aspettative che portava con sé. Ai fan toccherà – si fa per dire – andarseli a rivedere a Roma, l’8 ottobre: l’ultima data di questo tour europeo. A Bono toccherà un altro bel po’ di fisioterapia: continua così, che ti fa bene.

(Gianni Sibilla)

SETLIST

Intro: Space Oddity/The return of the stingray guitar
Beautiful Day
Magnificient
Get on your boots
Mysterious ways
I still haven’t found
North Star
The flowering rose of Glastonbury
Elevation
In a little while
Miss Sarajevo
Until the end of the world
Unforgettable fire
City of blinding lights
Vertigo
I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight
Sunday bloody sunday
MLK
Walk on
One
Where the streets have no name

Encore
Hold me thrill me kiss me kill me
With or without you
Moment of surrender

Live Report: Arcade Fire @ Madison Square Garden 04/08/10

Venerdì, Agosto 6th, 2010

Entrare nel Madison Square Garden fa una certa impressione: si arriva direttamente dalla metropolitana e bisogna avventurarsi in un labirinto di scale mobili. Poi, quando finalmente si giunge in cima la vista non è davvero niente male. “The world’s most famous arena”, come recitano i cartelli all’ingresso, è tutto quello che ci si aspetterebbe. E il fatto che gli Arcade Fire, nati sette anni fa come uno dei tanti gruppi indie, siano riusciti ad arrivare fin qui da la sensazione del loro successo, non solo di critica. L’attesa attorno al loro nuovo album “The suburbs” e a queste due serate a New York è altissima e la band non può certo deludere i fan, che hanno fatto fuori i biglietti disponibili in pochissimo tempo. Per la regia del concerto di domani, che andrà in diretta su YouTube, si è addirittura scomodato il geniale Terry Gilliam. Ad aprire la serata ci sono Owen Pallett e gli Spoon, entrambi penalizzati da un suono troppo pieno di riverberi: la band texana, in particolare, è quella che ne risente di più.

Ma quando verso le dieci gli Arcade Fire salgono sul palco si capisce che la musica è cambiata: accolta da una vera e propria ovazione, la band di Montreal attacca con la nuova “Ready to start”, una cavalcata rock davvero niente male. Poi però decide di infiammare davvero il pubblico del Garden e suona “Neighborhood #2 (Laika)”, una canzone che ci ricorda quanto il gruppo riesce a trasformare ogni concerto in una festa ricca di suoni e danze. Segue “No cars go”, singolo estratto da “Neon bible”, carica di energia e malinconia. Win Butler appare voglioso e per nulla emozionato dal contesto: la sua voce, pulita e penetrante, va alla grande. Régine Chassagne, come sempre, volteggia tra uno strumento e l’altro con sorprendente disinvoltura, stretta nel suo vestito di paillette argentate. E canta ovviamente, come nella splendida “Haiti”, che per alcuni minuti trasforma il Garden in una polveriera.

È quasi impossibile stare dietro agli Arcade Fire sul palco: troppo movimento, troppi cambi continui di formazione. È il suo bello, è l’insieme a trascinare. Non servono nemmeno grandi scenografie: basta un megaschermo alle spalle, che a tratti proietta i primi piani dei musicisti e qualche breve animazione. Difficile dare dei pareri netti sui nuovi pezzi, si rischierebbe un giudizio affrettato: fatto sta che “Rococo”, che ricorda molto lo stile degli esordi, il singolo “The suburbs” e “We used to wait” sembrano i brani migliori. Da risentire invece “Half light II (No celebration)” e “Sprawl II (Mountains beyond mountains)”, che ha uno stile quasi new wave piuttosto insolito per la band. Peccato non aver potuto ascoltare “Modern man”, sicuramente una delle più riuscite dell’ultimo album.

Ma, come previsto, sono le canzoni vecchie ad avere un impatto più forte: la doppietta “Neighorhood #3″/”Rebellion (Lies)”, suonata tutta d’un fiato, non può lasciare indifferenti. Stesso dicasi per “Neighborhood #1″ e “Keep the car running”, in passato suonata insieme al “Boss” Bruce Springsteen, che apre l’encore con una forza emotiva davvero incredibile. E poi non poteva mancare un gran finale: ecco allora “Wake up”, che stavolta libera l’urlo collettivo del Madison Square Garden, in una festa che sa tanto di liberazione. Gli Arcade Fire dimostrano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che anche la musica indie può uscire dagli steccati e riempire gli stadi. Essere arrivati qui e aver suscitato tutto questo entusiasmo ne è la prova.

(Giovanni Ansaldo)

  1. Scaletta:
  2. Ready to Start
  3. Neighborhood #2 (Laika)
  4. No Cars Go
  5. Haïti
  6. Half Light II (No Celebration)
  7. Rococo
  8. The Suburbs/The Suburbs (Continued)
  9. Crown of Love
  10. Intervention
  11. We Used to Wait
  12. Neighborhood #3 (Power Out)
  13. Rebellion (Lies)
  14. Month of May
  15. Neighborhood #1 (Tunnels)
  16. Encore:
  17. Keep the Car Running
  18. Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)
  19. Wake Up

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