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Archivio per Ottobre 4th, 2010

Live Report: Steve Winwood @ Teatro Arcimboldi Milano 02/10/10

Lunedì, Ottobre 4th, 2010

Chissà, Steve Winwood avrà ancora negli occhi il ricordo delle grandi platee che hanno accolto i suoi recenti concerti in compagnia di Eric Clapton e di Carlos Santana. All’Arcimboldi di Milano, invece, sembra di essere a una serata intima tra amici: lui però non fa una piega, sorridente e rilassato come sempre, e al microfono si dichiara felice di essere tornato “in questa bella città”. E’ in giro da quando aveva quindici anni (e oggi ne ha sessantadue), ne ha viste di tutti i colori e d’altronde in pochi anni proprio nel capoluogo lombardo ha visto il suo status riprendere gradualmente quota: dallo Smeraldo all’elegante auditorium della Bicocca passando per il Conservatorio. Chi era andato ad ascoltarlo in quell’ultima occasione, novembre 2008, sa di non doversi aspettare grosse sorprese, anche se la band che lo accompagna è rimaneggiata per tre quarti (l’unico sopravvissuto è l’ottimo sassofonista/flautista Paul Booth). In scena Winwood racconta una storia simile a quella tracciata dal recente greatest hits/cofanetto retrospettivo “Revolutions”, mescolando con sapiente dosaggio ingredienti pescati da tutte le fasi della sua lunghissima carriera: e dunque, ecco due titoli dai giovanili anni ruggenti dello Spencer Davis Group, tre dall’epopea sperimentale e indimenticabile dei Traffic, uno a testa in ricordo dell’effimera avventura dei Blind Faith e della svolta “pop” e commerciale degli anni ’80, mentre il resto è dedicato alla produzione del nuovo millennio e in particolare all’ultimo album “Nine lives” uscito due anni fa. Bastano tredici canzoni a confezionare un concerto di circa due ore perché lui e la band (fiati, seconda chitarra, batteria e percussioni: niente basso, provvede come sempre il leader manovrando i pedali dell’organo Hammond) amano dilatare, improvvisare, lasciare spazio agli assolo secondo un’attitudine jazzistica che privilegia il dialogo e l’ “eye contact” tra i musicisti, non a caso disposti a semicerchio sul fronte del palco (Winwood a sinistra, percussioni al centro, batteria a destra). “Different light”, lunga e sincopata, con il gruppo a precedere brevemente l’ingresso di Steve sul palco, detta subito il mood della serata: ritmo “rollante” e onda lunga, tonalità afro, soul, funk e latine secondo il marchio di fabbrica di uno degli inventori ante litteram della “world music”. Sulla gloriosa “I’m a man” Winwood sfodera di nuovo quella voce acuta e magnifica da soul bianco che nei Sixties fece gridare al miracolo e che chissà come è riuscito a traghettare fino ad oggi: in platea, all’inizio, il suono rimbomba un po’ ma in fondo va bene così perché questa è musica live, calda e vibrante senza trucchi e senza inganni. Quando arriva il momento dell’immortale ballad “Cant’ find my way home”, Steve lascia la tastiera a Booth e guadagna per la prima volta il centro del palco arpeggiando sulla sua chitarra nera; per la successiva “Dirty city” imbraccia la Stratocaster azzurra e sciorina un grande assolo che non fa affatto rimpiangere Clapton, special guest della versione di studio. Booth si fa apprezzare al tin whistle (“Fly”) e al flauto traverso (“At times we do forget”), mentre “Light up or leave me alone” apre l’atteso trittico dedicato ai Traffic: anche se le percussioni ogni tanto diluiscono troppo il tiro rock dei vecchi standard, la funk jam è esaltante e fornisce a tutti gli strumentisti l’occasione per un assolo (Booth al sax evoca Manu Dibango, Steve all’Hammond omaggia Jimmy Smith e i club della Swinging London che lo videro crescere). Subito dopo, “The low spark of high heeled boys” è ipnotica e avvolgente come da copione, anche se lo svolgimento del tema prende tutt’altre strade e il secondo chitarrista (come si chiama? Non sono riuscito a saperlo…) si guadagna meritati applausi con un lungo assolo fusion/psichedelico. Il suono si ricompatta su una “Empty pages” che Winwood è costretto purtroppo ad accorciare quando cala il volume e il suo microfono si ammutolisce; poi tutto torna a posto con “Higher love” , ultimo brano in scaletta prima dei prevedibili ma irrinunciabili bis: “Dear mr. Fantasy”, in trio chitarra-organo-batteria, è ancora l’asso nella manica, con un assolo alla Stratocaster da spellarsi le mani (Winwood è un guitar hero troppo sottovalutato), e l’impagabile esuberanza di “Gimme some lovin’ ” scalda sia il pubblico dai capelli bianchi che i nipotini dei Blues Brothers. That’s all, folks, tutti a casa contenti anche se qualche sorpresa in set list, con quel po’ po’ di repertorio, non sarebbe guastata (sennò a che serve chiedere ai fan di segnalare i pezzi preferiti sul sito Internet?). Sono dettagli, peccati veniali: da quando è tornato a far musica sul serio (la rinascita risale più o meno ai tempi di “About time”, 2003), ogni concerto dell’ex Ragazzo Meraviglia è una festa per le orecchie. E già verrebbe voglia di chiedergliene un altro, di bis…

(Alfredo Marziano)

Setlist:

“Different light”

“I’m a man”

“Hungry man”

“Can’t find my way home”

“Dirty city”

“Fly”

“At times we do forget”

“Light up or leave me alone”

“The low spark of high heeled boys”

“Empty pages”

“Higher love”

Bis:

“Dear mr. Fantasy”

“Gimme some lovin’ ”

Live Report: Black Angels @ Tunnel Milano 02/10/10

Lunedì, Ottobre 4th, 2010

Roky Erickson sarà fiero dei Black Angels. Si, perché tra chi ha raccolto l’eredità dei suoi 13th Floor Elevators non si può non citare il gruppo texano guidato da Alex Maas. I Black Angels infatti hanno una specie di venerazione per la psichedelia e il garage rock anni ‘60. Non a caso il nome della band è un omaggio a “The Black Angel’s Death Song” dei Velvet Underground, un’altra band non proprio secondaria in quel panorama. E già dalle prime note di “Bloodhounds on my trail”, che apre la serata alle nove e un quarto, il Tunnel di Milano viene investito da questa ventata di revival un po’ nostalgico. Il gruppo americano comunque dimostra di non appiattirsi troppo sui maestri del passato e riesce a prendersi la scena con autorevolezza, creando un suono corposo e a tratti davvero acido.
La musica dei Black Angels è come un carro armato: non è veloce, ma è potente e colpisce sempre nel segno. Le chitarre di Nate Ryan e Christian Bland, che affida i suoi riff alla fidata Rickenbacker, si intrecciano continuamente e a tratti esplodono in veri e propri passaggi noise. Già all’inizio il gruppo non si fa mancare i colpi migliori, regalando la cavalcata “Bad vibrations” – estratta dal nuovo album “Phosphene dream” – l’ipnotica “The sniper at the gates of heaven” e “Young men dead”, che suona cupa e marziale come sempre. Il pubblico, che riempie quasi completamente il Tunnel, ascolta con attenzione e sembra apprezzare la musica del quintetto. Anche dal vivo l’impressione è che i pezzi più forti siano quelli dell’esordio “Passover” e del successivo “Directions to see a ghost”, ma anche le nuove composizioni non sfigurano del tutto. “River of blood”, che vede il cantante passare al basso, sembra uscita da “Morrison hotel” ma suona autentica, forte. Anche se siamo già nel 2010.
Non manca qualche problema tecnico, soprattutto alla regolazione delle voci, ma Maas piano piano trova la quadratura del cerchio: la sua voce così ritrova smalto e suona penetrante, quasi ipnotica. “Science killer”, guidata da un giro di basso pulsante, diventa piano piano una danza tribale. “You on the run” invece flirta con gli anni Ottanta e lo shoegaze, ma colpisce lo stesso nel segno. Quello che convince di meno invece è proprio il finale con “Yellow elevator #2″ e “Telephone”, troppo pasticciate. Il tentativo di regalarci un suono più solare e scanzonato non sembra funzionare.
Un ottimo concerto, che dimostra che i Black Angels dal vivo sono sicuramente più bravi che su disco. L’unica pecca è che tutto finisce davvero troppo presto. Alle dieci e mezza infatti, senza nemmeno un bis, le luci del Tunnel si accendono per fare posto alla discoteca. Tutti a casa, dopo un’ora e mezzo scarsa di musica. Ma questa, si sa, è l’attuale realtà milanese che confina la musica dal vivo nei ritagli di tempo. Francamente ci sentiamo di non condividerla. A Roky Erickson negli anni ‘60 queste cose non succedevano.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Bloodhounds on my trail
Bad vibrations
Mission district
Sniper a the gates of heaven
Entrance song
Young men dead
Science killer
River of blood
Haunting at 1300 McKinley
The sniper
Better off alone
You on the run
Yellow Elevator #2
Telephone

Dal Vivo
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