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Live Report: Steve Winwood @ Teatro Arcimboldi Milano 02/10/10

Chissà, Steve Winwood avrà ancora negli occhi il ricordo delle grandi platee che hanno accolto i suoi recenti concerti in compagnia di Eric Clapton e di Carlos Santana. All’Arcimboldi di Milano, invece, sembra di essere a una serata intima tra amici: lui però non fa una piega, sorridente e rilassato come sempre, e al microfono si dichiara felice di essere tornato “in questa bella città”. E’ in giro da quando aveva quindici anni (e oggi ne ha sessantadue), ne ha viste di tutti i colori e d’altronde in pochi anni proprio nel capoluogo lombardo ha visto il suo status riprendere gradualmente quota: dallo Smeraldo all’elegante auditorium della Bicocca passando per il Conservatorio. Chi era andato ad ascoltarlo in quell’ultima occasione, novembre 2008, sa di non doversi aspettare grosse sorprese, anche se la band che lo accompagna è rimaneggiata per tre quarti (l’unico sopravvissuto è l’ottimo sassofonista/flautista Paul Booth). In scena Winwood racconta una storia simile a quella tracciata dal recente greatest hits/cofanetto retrospettivo “Revolutions”, mescolando con sapiente dosaggio ingredienti pescati da tutte le fasi della sua lunghissima carriera: e dunque, ecco due titoli dai giovanili anni ruggenti dello Spencer Davis Group, tre dall’epopea sperimentale e indimenticabile dei Traffic, uno a testa in ricordo dell’effimera avventura dei Blind Faith e della svolta “pop” e commerciale degli anni ’80, mentre il resto è dedicato alla produzione del nuovo millennio e in particolare all’ultimo album “Nine lives” uscito due anni fa. Bastano tredici canzoni a confezionare un concerto di circa due ore perché lui e la band (fiati, seconda chitarra, batteria e percussioni: niente basso, provvede come sempre il leader manovrando i pedali dell’organo Hammond) amano dilatare, improvvisare, lasciare spazio agli assolo secondo un’attitudine jazzistica che privilegia il dialogo e l’ “eye contact” tra i musicisti, non a caso disposti a semicerchio sul fronte del palco (Winwood a sinistra, percussioni al centro, batteria a destra). “Different light”, lunga e sincopata, con il gruppo a precedere brevemente l’ingresso di Steve sul palco, detta subito il mood della serata: ritmo “rollante” e onda lunga, tonalità afro, soul, funk e latine secondo il marchio di fabbrica di uno degli inventori ante litteram della “world music”. Sulla gloriosa “I’m a man” Winwood sfodera di nuovo quella voce acuta e magnifica da soul bianco che nei Sixties fece gridare al miracolo e che chissà come è riuscito a traghettare fino ad oggi: in platea, all’inizio, il suono rimbomba un po’ ma in fondo va bene così perché questa è musica live, calda e vibrante senza trucchi e senza inganni. Quando arriva il momento dell’immortale ballad “Cant’ find my way home”, Steve lascia la tastiera a Booth e guadagna per la prima volta il centro del palco arpeggiando sulla sua chitarra nera; per la successiva “Dirty city” imbraccia la Stratocaster azzurra e sciorina un grande assolo che non fa affatto rimpiangere Clapton, special guest della versione di studio. Booth si fa apprezzare al tin whistle (“Fly”) e al flauto traverso (“At times we do forget”), mentre “Light up or leave me alone” apre l’atteso trittico dedicato ai Traffic: anche se le percussioni ogni tanto diluiscono troppo il tiro rock dei vecchi standard, la funk jam è esaltante e fornisce a tutti gli strumentisti l’occasione per un assolo (Booth al sax evoca Manu Dibango, Steve all’Hammond omaggia Jimmy Smith e i club della Swinging London che lo videro crescere). Subito dopo, “The low spark of high heeled boys” è ipnotica e avvolgente come da copione, anche se lo svolgimento del tema prende tutt’altre strade e il secondo chitarrista (come si chiama? Non sono riuscito a saperlo…) si guadagna meritati applausi con un lungo assolo fusion/psichedelico. Il suono si ricompatta su una “Empty pages” che Winwood è costretto purtroppo ad accorciare quando cala il volume e il suo microfono si ammutolisce; poi tutto torna a posto con “Higher love” , ultimo brano in scaletta prima dei prevedibili ma irrinunciabili bis: “Dear mr. Fantasy”, in trio chitarra-organo-batteria, è ancora l’asso nella manica, con un assolo alla Stratocaster da spellarsi le mani (Winwood è un guitar hero troppo sottovalutato), e l’impagabile esuberanza di “Gimme some lovin’ ” scalda sia il pubblico dai capelli bianchi che i nipotini dei Blues Brothers. That’s all, folks, tutti a casa contenti anche se qualche sorpresa in set list, con quel po’ po’ di repertorio, non sarebbe guastata (sennò a che serve chiedere ai fan di segnalare i pezzi preferiti sul sito Internet?). Sono dettagli, peccati veniali: da quando è tornato a far musica sul serio (la rinascita risale più o meno ai tempi di “About time”, 2003), ogni concerto dell’ex Ragazzo Meraviglia è una festa per le orecchie. E già verrebbe voglia di chiedergliene un altro, di bis…

(Alfredo Marziano)

Setlist:

“Different light”

“I’m a man”

“Hungry man”

“Can’t find my way home”

“Dirty city”

“Fly”

“At times we do forget”

“Light up or leave me alone”

“The low spark of high heeled boys”

“Empty pages”

“Higher love”

Bis:

“Dear mr. Fantasy”

“Gimme some lovin’ ”

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