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Archivio per Ggennaio, 2011

Live Report: Godspeed You! Black Emperor @ Live Club, Trezzo (Mi) 27/01/11

Venerdì, Ggennaio 28th, 2011

Tutto quello che riguarda il concerto dei Godspeed You! Black Emperor, escludendo la parte “sonora” vera e propria o “set” che dir si voglia, potrebbe rientrare nella categoria “me la sto tirando e me ne vanto”. L’atmosfera al Live Club di Trezzo è un po’ questa. E mi ci metto anch’io nella schiera di quelli che hanno fatto della partecipazione a questo concerto un vanto. Fuori dai denti, i GY!BE sono una delle band più elitarie del globo. Pochissime etichette, quasi nemmeno quella scontata di appartenenza a un genere visto le mille influenze che concorrono a creare il suono della band canadese, tanto che dire post rock non è mai stato sufficiente. Non c’è nemmeno un frontman, anche se Efrim Menuck è un po’ quello che parla più degli altri, ma guai a farglielo notare. I GY!BE, sciolti nel 2003, tornano dopo sette anni e qualche progetto parallelo in più (Set Fires To Flames e Thee Silver Mt. Zion su tutti), ma senza una parola di troppo, come se niente fosse. Il Live di Trezzo si riempie abbastanza in fretta, il pubblico è composto quasi completamente da appassionati e reduci della stagione d’oro del post rock, tutta gente che ha coscienza di quello che sta andando a fare, che ha un’opinione (complicata) in merito e che difficilmente descriverà su facebook la serata accompagnando i commenti con degli autoscatti. Il set è aperto da Colin Stetson, sassofonista americano (collaboratore di Tom Waits, Tv On The Radio, Feist, National e via dicendo) che tra le altre cose è membro stabile degli Arcade Fire versione live. Quello che propone in questa sua uscita solista è una sorta di avantgarde jazz fatto d’improvvisazioni eseguite principalmente con il sassofono basso. Un’apertura interessante e in linea con lo spirito della serata. I GY!BE salgono sul palco poco dopo le dieci in formazione a otto, con due batterie, violino, violoncello, due bassi e due chitarre. La parola “Hope” a lettere cubitali è riprodotta sullo sfondo da quattro proiettori super8 gestiti da un tecnico che per tutta la durata del concerto non farà altro che cambiare le centinaia di pellicole a disposizione per creare un effetto split screen con doppia esposizione, un commento visivo alla parte strumentale. Un’installazione vera e propria, tutta rigorosamente analogica e manuale. Le due ore successive si possono grossolanamente suddividere in sei macro movimenti, sei suite della durata media di venti minuti che scandiscono una scaletta (termine quanto mai riduttivo) che spazia lungo tutti e quattro i lavori della band canadese. Due ore di accelerazioni e cavalcate post-rock, divagazioni classiche e sperimentali, contrappunti acustici, crescendo interminabili ed esplosioni elettriche. La band gira che è un piacere, tecnicamente impeccabile e “emotivamente” carica. Un set ipnotico supportato da un sonoro pressoché perfetto. Grandissimo lavoro al mixer, dove per una volta trovo un tecnico del suono che non abbandona nemmeno per un secondo la console, aiutandosi nell’arduo compito di dare spessore e credibilità al suono con appunti di ogni genere. Complimenti a lei e alla band per la scelta azzeccata e professionale. Quello dei GY!BE è un genere oggettivamente difficile da digerire se non si è pratici dell’ambiente. Eppure per quanto ostico, riesce comunque a raggiungere il suo scopo, in altre parole quello di elevare il semplice ascolto a livello di esperienza uditiva (o audiovisiva come in questo caso). Un’esperienza che in versione live è amplificata cento volte sotto il profilo della quantità e dell’intensità. I GY!BE ci sono mancati per troppi anni. Forse sono mancati a pochi, forse questi pochi che amano una band che ha preso il nome da un documentario giapponese in bianco e nero del 1976 su una banda di motociclisti (i Black Emperor) rimarranno sempre in pochi (e ammettiamolo, ci piace così). Quello che conta è che tutti abbiamo avuto la possibilità di apprezzarli dal vivo in un live davvero perfetto che sarebbe potuto durare tranquillamente altre quattro ore.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Hope drone”

Moya”

Albanian”

Dead Metheny”

East hastings”

Chart #3”

World police and friendly fire”

Lift yr. skinny fists, like antennas to heaven…

Gathering storm”

BBF 3”

Live Report: Luciano Ligabue @ Teatro Dal Verme, Milano 23/01/11

Lunedì, Ggennaio 24th, 2011

Uno potrebbe criticare Ligabue perché non si ferma mai, perché fa troppa musica, troppi concerti. Ma poi, se si vanno a vedere le singole iniziative, le singole pubblicazioni – tutte con un senso e un perché – allora ci si rende conto che sono spesso critiche pretestuose. La prova? Questo tour “Quasi acustico”, partito da Milano nel weekend del 22-23 gennaio.
Dopo 28 date tra stadi e palazzetti nel 2010, ecco altre 28 date nei teatri, con una formula inedita, se non musicalmente, sicuramente nella scelta delle location: nelle città in cui Ligabue suona più sere, ogni concerto è in un teatro diverso. A Milano si è partiti dagli Arcimboldi sabato sera, per proseguire domenica al Dal Verme per approdare al Nazionale Lunedì. 5400 biglietti venduti a fronte di una richiesta enormemente maggiore.
I detrattori per partito preso troveranno, anche in questa occasione, qualche appiglio per attaccare Ligabue. Ma poi probabilmente non lo andranno a sentire, e sbaglierebbero, perché magari dovrebbero ricredersi. Perché è vero che il tour semi-acustico non è una novità (anche se manca dal 2003, dal tempo di “Giro d’Italia”). Ma è altrettanto vero che questa è una delle formula che permettono al Liga di tirare fuori il meglio dalle sue canzoni.
Ligabue si presenta sul palco da solo, armato di chitarra acustica, con una camica a scacchi che ricorda i tempi della flanella grunge. Il Dal Verme è pieno, anzi strapieno con molta gente in piedi ai lati delle file di poltrone. Luciano siede su un divanetto e attacca “Leggero”. Poco dopo arrivano sul palco tastierista e chitarrista, per due canzoni, tra cui una bella versione di “Ho messo via”: i primi tre brani mostrano quello che poteva essere il concerto – un “totalmente acustico” -  e che invece non sarà. Perché poco dopo arriva la banda, e salgono immediatamente i toni. E’ vero che gli strumenti sono acustici, ma il pubblico rumoreggia, vuole un po’ di movimento, e Luciano lo accontenta pur mantenendo arrangiamenti minimali. Il bello della serata è che si trova una via di mezzo tra l’atmosfera festosa da concerto rock e la cura sonora che permettono un teatro e la strumentazione acustica.
Il pubblico sembra decisamente più incline alla festa. Per dire, quando Ligabue rallenta il ritmo – per esempio presentando “Quando mi vieni a prendere”, canzone ispirata dalla strage di Dendermonde, in Belgio – qualcuno sembra persino infastidito dal dover sentire una storia così dolorosa.  Una delle scene più belle del concerto, di quelle che meglio ne rappresentano l’atmosfera, avviene durante la prima parte di “Certe notti”: mentre la canzone parte piano e delicata su una bella base di contrabbasso e tastiere, dalle file alte del teatro si alza una donna. Fascia in testa e maglietta con le maniche tirate su fino alle spalle urla un sonoro “Ciao Liga!”. Tanta è la voglia del pubblico di farsi sentire che per farlo è disposto a spezzare uno dei momenti più intensi del concerto.
Dal canto suo, Ligabue parla poco – ed è un peccato, sentendo la bella storia che introduce “Balliamo sul mondo – e pensa soprattutto alle canzoni. Sul palco non ci sono trucchi scenografici, la band è in versione ridotta (con il solo Mel Previte alle chitarre, mandolini etc). Il sound è, appunto, “quasi acustico”: le chitarre elettriche saltano fuori solo in un paio di occasioni. Ma questo non significa rinunciare all’energia, soprattutto grazie alla sezione ritmica di Michael Urbano e Kaveh Rastegar. Per i fan, le canzoni che funzionano meglio sono quelle più movimentate (“Vivo morto o x”, “Sulla mia strada”, “Questa è la mia vita”), quelle che fanno saltare in piedi la platae; da un punto di vista musicale, le canzoni che lasciano più il segno sono quelle più lente, quelle che mettono in mostra meglio i nuovi arrangiamenti e la cura nel cantato di Luciano: “Certe notti” (urla dei fan a parte), ma anche “Buonanotte all’Italia”, che mostra tutta la sua bellezza senza l’apporto di alcuna scenografia. Insomma: una bella serata, un mix tra festa per i fan e cura musicale, per mettere d’accordo tutti.

Live Report: Le Luci della Centrale Elettrica @ Latte Piu’, Brescia 14/01/11

Domenica, Ggennaio 16th, 2011

Brescia il 14 gennaio è coperta di nebbia. Visibilità ridotta a pochi metri, temperatura vicino allo zero. Condizioni del campo da gioco decisamente sfavorevoli per la data di Vasco Brondi al Latte Più. Immagino poca gente appostata all’esterno del locale, solo qualche temerario pronto a sfidare il clima avverso. E invece al mio arrivo, un paio d’ore prima dell’inizio del set, con grande stupore noto che i temerari sono molti, moltissimi. La coda all’ingresso è importante, in barba alla nebbia densa che non accenna a diradarsi. Il set inizia poco prima della mezzanotte, rumori di traffico che introducono Le Luci della Centrale Elettrica sul palco mentre la gente si assesta nel caldo torrido del locale bresciano. “Cara catastrofe” e “Quando tornerai dall’estero”, sono i pezzi scelti come apertura, direttamente dall’ultimo “Per ora noi la chiameremo felicità”, uscito a novembre per La Tempesta. Il titolo dell’album è tratto da una frase di Leo Ferré, anarchico monegasco morto nel 1993, e sarà la voce di Ferré a fare da intermezzo tra un pezzo e l’altro per quasi tutta la setlist. Setlist che vede protagonisti ovviamente i pezzi dell’ultimo album tanto quanto le ballate dell’esordio “Canzoni da spiaggia deturpata”. Vasco Brondi è un ragazzo con qualcosa di valido da dire, e solo questo potrebbe essere un buon motivo per starlo a sentire. Ogni generazione ha il suo cantautore “fuori dai denti”, quello che riesce a dipingere lo stato d’animo di un momento senza scendere a compromessi con il mercato o il perbenismo del senso comune. Quello di questi “ca… di anni zero” si chiama Vasco Brondi, arriva da Ferrara e sembra che con le parole sputate sul microfono riesca a cogliere in pieno lo stato d’animo di chi questo momento lo sta vivendo da ragazzo, con quel briciolo di malinconia in più che trasforma il “pezzo” in una “ballata”, quasi in un inno. Ecco spiegato il pienone. La versione live delle Luci è aggressiva, molto più che su disco, si concede qualche tirata elettrica inedita accompagnata dall’immancabile (e imprescindibile) violino di Rodrigo D’Erasmo. Capita dunque di sentirsi davvero parte di “L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici” esattamente nel momento in cui a Mirafiori si sta votando per un referendum che deciderà del lavoro di migliaia di operai, e sentire densa la carica di verità che un pezzo come questo racchiude al suo interno. Ecco la forza di Vasco Brondi, il “nostro” Rino Gaetano che canta la “Lotta armata al bar” di ogni santo giorno. Qualche sprovveduto capitato per caso abbandona la platea, convinto che le immagini, le figure retoriche, le parole che arrivano dal palco siano solamente il vociare di un ragazzo sconnesso. Per tutti gli altri il set di Brescia è un momento lucido di intima condivisione. Il set dura il tempo necessario per non iniziare ad accusare il colpo, circa un’oretta. In altre parole lo stesso Brondi è cosciente del fatto che i suoi pezzi sono certo un concentrato di parole da assimilare con gusto ma ahimè, anche un po’ tutte della stessa pasta. Intonando “Bene” di De Gregori il commento è: “Questa è leggermente diversa dalle altre… lo so che le mie sono un po’ tutte uguali”. Parole sue. Le luci si alzano, il palco si svuota per qualche minuto. Al rientro i pezzi in lista sono tre: “Una guerra fredda”, “I nostri corpi celesti” e “Le ragazze Kamikaze”. Vasco ringrazia chi ha sfidato la nebbia per poterci essere, la gente ricambia perché finalmente c’è un “Vasco” dal cognome diverso da poter amare. Quando tutto sembra finito c’è ancora tempo per un nuovo rientro, in solitaria. Il pezzo è “Stagnola”, un pezzo che “non volevo fare perché di solito taglia le gambe a tutti definitivamente”, ma che rende l’idea del set di Brescia. Arrivato a “…chiudi lo scrigno dei tumori, e i tuoi 40 cuori…”, Vasco abbandona il microfono, si sporge in platea a canta ad alta voce accompagnato da tutti i presenti in sala che ripetono le parole fino a consumarle. Per molti questo è stato il primo concerto del 2011, e se il buongiorno si vede dal mattino, probabilmente è perché abbiamo trascorso una splendida notte di nebbia illuminata dalle luci di una centrale elettrica.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Cara catastrofe”

Quando tornerai dall’estero”

Piromani”

Per respingerti in mare”

L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici”

Fuochi artificiali”

Bene” (cover di Francesco De Gregori)

La lotta armata al bar”

Anidride carbonica”

Primo encore

Una guerra fredda”

I nostri corpi celesti”

Le ragazze Kamikaze”

Secondo encore

Stagnola”

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol