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Live Report: The Ark @ Live Club, Trezzo (Mi) 12/05/11

Gli Ark festeggiano i vent’anni di carriera sciogliendosi: compilation celebrativa appena uscita (“Arkeology – The complete single collection”) e tour d’addio in corso. Eccoli a Trezzo per l’ultima data italiana in assoluto, una serata all’insegna della nostalgia e dell’amarcord, con una scaletta pensata per non deludere i fedelissimi accorsi al capezzale della band morente per l’estremo saluto. Il live di Trezzo è popolato quindi dai parenti stretti e dagli amici più cari, quelli che mai per un secondo hanno abbandonato il sestetto svedese in tutti questi anni, una platea selezionatissima quasi completamente epurata dai fan dell’ultima ora e dai soliti curiosi di passaggio. Il set degli Ark inizia intorno alle undici, senza nessuna apertura, com’è giusto che sia. La band guidata da Ola Salo si presenta sul palco di bianco vestita con tutine succinte e stivaletto laccato d’ordinanza, attaccando con “Hey modern days” e “Clamour for glamour”. E’ ovviamente Salo a fare gli onori di casa, introducendo la serata, spiegandone il significato e dando il via a una serie di ringraziamenti che si protrarranno per tutta la durata del set. Gli Ark si sciolgono perché è ora che si metta la parola fine a questa esperienza, perché “… dopo vent’anni non siamo più così giovani, e ogni momento vissuto insieme è stato speciale…”. Speciale come il rapporto con la fan base italiana, indomabile e affettuosissima come da tradizione. E qui, con un po’ di campanilismo, vanno rinnovati i complimenti alle platee nostrane, tra le migliori in assoluto: faremo rumore, saremo maleducati e chiassosi, i quattro quinti di noi non parlano una parola d’inglese ma diecimila, mille o anche solo dieci persone, i cori saranno sempre da stadio e l’amore incondizionato. Vale per Springsteen come per gli Ark, per i Pearl Jam come per l’ultima delle band salite sul palco. Comunque. La prima parte del set prosegue con “Echo chamber”, “Breaking up with God” (uno dei due inediti della nuova raccolta) e “Father of a son” seguita da un “Drum solo” che permette alla band di abbandonare momentaneamente il palco per un veloce cambio d’abito. Gli Ark si ripresentano in livrea nera con uno dei pezzi più interessanti e riusciti della serata, “Superstar”, impreziosito da un ottimo assolo di Jepsson “Jepson” Mikael nel finale. Arriveranno poi in ordine: “Tell me this night is over”, “Disease”, le acclamatissime “Prayer for the weekend” e “Let your body decide” e, prima del finale di set, l’interessante “Laurel Wreath”, con Salo che abbandona la tuta nera per sfoggiare un completino composto da cappello da poliziotto, bretelle, petto nudo, pantaloni aderenti e stivali al ginocchio. A questo punto è tempo di fare quattro chiacchiere. Salo introduce “It takes a fool…” ringraziando nuovamente il pubblico italiano per i dieci anni passati insieme (praticamente da “We are the Ark” in poi) e invita tutti a dare fondo alle ugole per quello che a tutti gli effetti è il manifesto della band svedese. Gli Ark, che piaccia o no, sanno suonare e stare su un palco. E, lo dico senza problemi, “It takes a fool to remain sane” è un gran pezzo, un singolone destinato inevitabilmente a trasformarsi in un evergreen, pietra angolare e fondamenta dell’intera discografia degli Ark. Una band che, con questo live-show, ha trovato il modo migliore per andarsene a testa alta chiudendo il set principale di Trezzo con l’ironica “One of us is gonna die young” (in cui trova posto anche un accenno di “Forever young” degli Alphaville tanto per far capire il tono): “Abbiamo vissuto in fretta, siamo morti giovani e d’ora in poi potrete parlare degli Ark come di uno splendido cadavere. Vent’anni sono una vita breve, ma siamo felici di averla passata con voi”. Baci e abbracci e si passa quasi immediatamente all’encore. Tre pezzi in scaletta: “Patchouli”, “Stay with me” richiesta dalle prime file – “… avete cantato meravigliosamente “Superstar”, è l’ultima data in assoluto, quindi se volete sentire una canzone in particolare, questo è il momento” – e l’incalzante, glam, kitsch e strabordante “Calleth you, comet I”, ultimo respiro esalato prima del passaggio a miglior vita. Una chiusura con il botto che strappa un fiume di applausi e qualche lacrima commossa dei più affezionati (o meglio affezionate, vista la stragrande maggioranza femminile). Finito tutto, la sensazione è di aver partecipato al funerale di un conoscente, qualcuno che sapevamo già essere una brava persona ma che, dopo una così bella dimostrazione d’affetto da parte di chi gli è sempre stato vicino, avremmo voluto conoscere meglio. Come si dice in questi casi? Se non sbaglio che sono sempre i migliori che se ne vanno e che erano dei bravissimi ragazzi. La verità è che credevano davvero in quello che facevano e, con alti e bassi, è stato bello finché è durato. Per di più hanno avuto il coraggio di smettere quando è suonata la loro ora e per questo si meritano una lode extra: bravi Ark, è stato davvero un piacere.

(Marco Jeannin)

“Hey modern days”

“Clamour for glamour”

“Echo chamber”

“Breaking up with god”

“Father of a son”

“Drum solo”

“Superstar”

“Tell me this night is over”

“Disease”

“Prayer for the weekend”

“Let your body decide”

“Laurel Wreath”

“It takes a fool to remain sane”

“One of us is gonna die young”

“Patchouli”

“Stay with me”

“Calleth you, cometh I”

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