Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012
Martedì, Ggennaio 31st, 2012
Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.
Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.
Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.
Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.
A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye, è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.
I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.
In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.
(Giovanni Ansaldo)
Scaletta:
Howlin’ for you
Next girl
Run right back
Strange times
Dead and gone
Gold on the ceiling
Thick freakness
Girls on my mind
I’ll be your man
Your touch
Little black submarines
Money maker
Chop and change
Same old thing
Nova baby
Ten cent pistol
Tighten up
Lonely boy
Encore:
Everlasting light
Long gone
I got mine
Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci di trasportarti nei mondi da loro creati: dal negozio di caramelle, all’Inghilterra di Emily Bronte sino ai fasti del Circo. Come narra la storia, il Burlesque è nato nell’Ottocento in Inghilterra e viene successivamente esportato negli USA. Di impronta comica e teatrale la scuola inglese, basata sullo strip e sullo stile “showgirl” quella statunitense, questa forma di espressione soddisfa qualsiasi palato. Stasera di palati soddisfatti ce ne sono stati parecchi. Al Teatro Smeraldo, infatti, è andata in scena “En evening of Burlesque”, kermesse di performer inglesi del genere, tutte di nota fama internazionale. A guidare gli spettatori nello sfavillante susseguirsi delle star, Miss Ivy Page, sensualissima e burrosa cantante dalla chioma rosso fuoco, che apre lo spettacolo intonando “Why don’t you do right”, introdotta dalla coreografia di quattro conigliette. Le performance sono quasi tutte accompagnate da un trio di musicisti, che suonano pezzi vintage dal vivo. Il palco prende subito vita con l’esibizione della splendida Slinky Sparkles, deliziosa caramellaia dal fisico statuario. Senza esitazioni, i bon bon vengono sostituiti dall’irriverenza della “perfetta rosa inglese” (“a perfect english rose”) come la definisce Ivy: è Ginger Blush, che con la sua freschezza comica, l’espressività, la sua “boccetta magica” e i suoi uccellini, nelle vesti di una lady vittoriana, suscita risate fragorose. Il Burlesque non è solo uno spettacolo in cui sono protagoniste le donne: è noto, infatti, che i primi spettacoli in Inghilterra furono interpretati da uomini. Il “macho” della serata è Adriano Fettuccini, improbabile giocoliere nelle vesti di un perfetto uomo della City. Con giocoleria ed equilibrismo, ammalia il pubblico, e lo diverte con il suo strip sul monociclo, che rivela un paio di boxer con la “Union Jack”. E’ il turno, successivamente, della strabiliante Amber Topaz, meravigliosa nel suo completo di piume verdi, canta dapprima “In these shoes”, seguita da “My heart belongs to daddy”, interpretata dalla diva delle dive Marilyn Monroe in “Let’s make love”. Il numero di Amber è travolgente, come lei. Chiude la prima parte Chrys Columbine, la regina del neo burlesque, pianista, fotografata da Playboy, la quale folgora il pubblico con uno strip raffinato e contemporaneo. La seconda parte è un turbinio di numeri con Slinky Sparkles nei panni della showgirl, sensualissima con i suoi ventagli di piume, seguita da Hotcake Kitty, che scoppia i suoi palloncini colorati per mostrarsi in tutto il suo splendore. Ancora una volta, l’arte circense stupisce con Chloe Lloyd, ginnasta e imperatrice degli hula-hop: lascia senza fiato con la sua coreografia. Tanta energia e seduzione con le segretarie retrò interpretate dalle “Folly Mixture”: Liberty Sweet, Bettsie Bon Bon, Saffron Cheveux e Angie Sylvia sono una miscela davvero esplosiva. Chiudono la serata le note della biondissima ed eterea Chrys Columbine, che riesce a svestirsi suonando il piano, e il gran finale di Amber Topaz con le Folly: sulle note di “Cabaret”, la stella del Burlesque “made in Britain” mette in scena un numero da applausi a cascata, anche quando inserisce nel testo del brano l’espressione in italiano “bella topa”. Tra un numero e l’altro, moltissime le interazioni di Ivy con il pubblico: ha persino insegnato alla platea a riprodurre uno “shimmy” con le spalle. Uno spettacolo del genere non va letto, va di certo visto.
Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa di paese, a pochi passi da Davos, paradiso degli economisti amanti dello sci.
E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di