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Archivio per Aprile, 2012

Live Report: Motorpsycho @ Bronson, Ravenna 23/04/12

Giovedì, Aprile 26th, 2012

“The Death Defying Unicorn è una fiaba musicale progettata per essere suonata ed ascoltata in sequenza, e verrà eseguita nella sua interezza nella prima parte della performance di questa sera… Ci auguriamo che possiate apprezzare questo originale viaggio Motorpsichedelico tanto quanto noi”

Ståle Storløkken, che liberamente tradotto dal norvegese significa: individuo incappucciato che rovina i concerti dei tuoi artisti preferiti, accompagna i Motorpsycho nella fedele rappresentazione della loro ultima opera discografica, “The Death Defying Unicorn”, concept album dalla marcata atmosfera fiabesca capace di spaziare, con estrema naturalezza, dal progressive metal al jazz, fino ad assumere i tratti di una sorta di folk psichedelico.
Non è possibile, quindi, raccontare questo concerto senza analizzare i due aspetti fondamentali che lo caratterizzano; da una parte i Motorpsycho, gruppo icona del movimento hard rock psichedelico, una sorta di garanzia live, dall’altra The Death Defying Unicorn, disco (doppio disco, come ci hanno abituato nel corso della loro lunga carriera) che si differenzia fortemente dai precedenti lavori, chiamando in causa addirittura la Trondheim Jazz Orchestra e risultando, quindi, difficilmente riproducibile dal vivo (il fatto che lo reputi a tratti noioso è un giudizio puramente personale, condivisibile o meno).

I presentimenti diventano realtà all’ingresso del Bronson quando, insieme al biglietto, viene consegnato un opuscolo intitolato Motorpsycho & Ståle Storløkken perform The Death Defying Unicorn, in cui si racconta dettagliatamente la nascita del nuovo fantasioso progetto. L’unica certezza, a questo punto, rimane il bellissimo attacco del disco, in cui le orchestrali atmosfere “da camera” lasciano spazio ai più incisivi riff di chitarra, tipici della discografia dei Motorpsycho.

Ed infatti alle 21.45, con addirittura quindici minuti di ritardo (chi conosce il gruppo capirà la stranezza), i quattro norvegesi fanno ingresso sul palco accompagnati da una registrazione di “Out Of the Woods”, splendido intro strumentale di archi e fiati, dalla quale sviluppano “The Hollow Lands”, sette minuti di pura follia compositiva e ritmati crescendo di basso e batteria, conditi da acuti cori di stampo prog-metal. Il disco sarà forse un po’ noioso, ma la band sembra non essere cambiata affatto, riversando tutta la rabbia repressa dell’album sugli eccitati fan, accorsi numerosi al Bronson nonostante si trattasse di un lunedì sera. Lo storico trio diventa padrone del palco in pochi minuti, sovrastando in diverse occasioni l’incappucciato Storløkken che, scherzi a parte, ha il merito di reggere quasi da solo l’atmosfera ricercata dall’esibizione; la foresta sullo sfondo e gli abbigliamenti tipici della letteratura scandinava vengono, infatti, fortemente contrastati da una distesa di Hiwatt che nascondono quasi completamente la scenografia.

L’esibizione procede per circa un’ora e trenta, in cui la band ripercorre in ordine l’ultimo disco nella sua interezza, alternando gli onirici momenti di puro straniamento di brani come “Sharks” con le impetuose digressioni strumentali degli oltre quindici minuti di “Through the Veil”, degne dei bei tempi che furono. La prima parte del concerto finisce con la cavalcata progressive “Into the Mystic”, una sorta di ripresa di “The Hollow Lands”, come a chiudere la parentesi fiabesca prima del tanto atteso encore.

Dopo pochi minuti, infatti, i Motorpsycho si ripresentano sul palco privi di mantelli e cappucci pronti a far scuotere le teste degli affezionati fan (mi viene fatto notare, infatti, che in moltissimi indossano la maglietta del gruppo). “Cornucopia riapre le danze”, tratto dall’LP (doppio, guarda caso) celebrativo dei vent’anni di carriera sembra trasudare tutta l’esperienza che la band ha accumulato durante la lunga attività, coinvolgendo finalmente il pubblico con i suoi schizofrenici intrecci tra assolo di chitarra e organo (il buon Storløkken si guadagna la pagnotta, anche se a fine concerto verrà additato con i peggiori appellativi) e le cavalcate di basso e batteria; seguono, poi, due immortali successi come “Nothing to Say”, cantata a squarcia gola dal pubblico, e “Feel”, inno generazionale che benissimo si presta come chiusura di questo strano concerto.
I Motorpsycho salutano calorosamente la platea (sembrano davvero colpiti dall’accoglienza che ogni anno ricevono in Italia) ed escono di scena, lasciando il pubblico diviso sull’effettiva buona riuscita del concerto.

I tre norvegesi rimangono probabilmente una delle migliori rock band sulla piazza e l’ottima esecuzione dei pezzi rende ogni esibizione memorabile, ma la scelta di un concept album di questo tipo e del conseguente tour mi lascia tutt’ora stranito.
Due ore comunque godibilissime, in compagnia di artisti che hanno avuto il coraggio di reinventarsi continuamente, andando a ricercare sempre nuove forme per esprimere la loro arte in musica, scontentando a volte gli uni, a volte gli altri fan, ma restando sempre fedeli alle proprie idee.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. Out of the Woods
2. The Hollow Lands
3. Through the Veil (parts I & II)
4. Doldrums
5. Into the Gyre
6. Flotsam
7. Oh, Proteus – A Prayer
8. Sculls in Limbo
9. La Lethe
10. Oh, Proteus – A Lament
11. Sharks
12. Mutiny!
13. Into the Mystic
–Bis—
14. Cornucopia
15. Nothing to Say
16. Feel

Live Report: Subsonica @ MediolanumForum, Assago 23/04/12

Martedì, Aprile 24th, 2012

Quando i Subsonica salgono sul palco del MediolanumForum di Assago poco dopo le nove, tutte le luci sono accese. “Negli anni ‘90 si entrava in scena così”, annuncia Samuel mentre si sistema al centro della scena e impugna il suo triplo microfono. La sua t-shirt “alla Star Trek” e il vecchio cappellino da baseball nero sono un altro omaggio al passato. E se tre indizi fanno una prova, quando inizia “Come se” non ci vuole molto a capire che questo “Istantanee Tour” è una vera “festa di compleanno”, come la definisce la stessa band. Un compleanno importante per la musica italiana, che è datato 1997 e coincide con l’uscita di “SubsOnica”, un album ancora oggi di grande lungimiranza artistica. Anche la scenografia è passatista: niente megaschermi né effetti speciali, solo un grande telone che richiama la copertina del disco.

Il tuffo nel passato continua e la scaletta pesca solo dal primo lavoro della band. Ecco le suggestioni reggae di “Cose che non ho”, alla quale il gruppo attacca una strofa di “Daitarn III”. Per ulteriori dettagli, chiedere agli Amici di Roland. “Istantanee” è dominata da basso e synth, mentre “Onde quadre” si esalta grazie al riff blueseggiato della chitarra di Max Casacci e alza il ritmo del concerto dopo un inizio sincopato. L’immersione nelle nebbie torinesi di fine ‘90, tra notti insonni ed echi delle posse, continua senza soste. “Giungla nord” suona felicemente anacronistica, con le sue basi drum’n'bass che sembrano rubate al primo Goldie. Poi arriva anche la prima concessione al “mainstream” con “Per un’ora d’amore”, brano registrato insieme ad Antonella Ruggiero per il suo esordio solista “Registrazioni moderne”.

Per suonare “Radioestensioni” i Subsonica richiamano Pierfunk, il primo bassista del gruppo che rimane sul palco per una manciata di pezzi. A chiudere la prima parte ci pensa una doppietta semi acustica: “Funck star”, una delle primissime canzoni composte da Samuel, Boosta e Max, funziona bene anche se le manca quell’organetto della versione originale. “Tutti i miei sbagli” invece, seppur spogliata del suo arrangiamento e affidata ai cori del pubblico, si conferma ogni volta come quello che è: semplicemente una grande canzone. Il gruppo sembra sinceramente divertito a riesplorare il suo vecchio repertorio, va a memoria e si vede. Del resto non scopriamo ora il loro essere “animali da palcoscenico”.

Archiviata la prima parte, il telone sparisce, le t-shirt anni Novanta e il repertorio cambiano: non più solo il disco d’esordio, ma un vero e proprio greatest hits del collettivo torinese. Arrivano dunque “Ratto” e soprattutto il meglio del secondo album “Microchip emozionale”. “Aurora sogna” fa sempre il suo dovere, mentre “Depre” è una felice sorpresa. “Liberi tutti”, anche e soprattutto dal vivo, è uno dei vertici di tutta la produzione della band così come “Colpo di pistola” e “Il cielo su Torino”. Compare timidamente anche qualche brano di “Eden”: “Istrice” è il singolo da classifica, “Il diluvio” quello che funziona di più live. In questo clima di revival però sembrano quasi fuori contesto. E peccato non aver sentito la titletrack, forse il brano più riuscito nell’ultima produzione di casa Subsonica.

Tra un omaggio ai CCCP (“Tu menti”) e le immancabili hit come “Discolabirinto” e “Nuova ossessione”, si esaurisce anche questa parte dello show. A chiuderla ci pensa una tripletta di pezzi: “Up patriots to arms” è firmata Franco Battiato ma sembra calzare a pennello a Samuel e soci, “Tutti i miei sbagli” viene riproposta, stavolta in chiave elettrica. “Preso blu” potrebbe sembrare l’atto finale, ma non lo è. Perché la band torna su, ancora a luci accese e suona la divertente “Benzina ogoshi”. A far calare il sipario, stavolta per davvero, è “Nicotina groove”, che non a caso chiudeva anche l’album di 15 anni fa. Il pubblico, che ha ballato praticamente finora senza pause, è soddisfatto ma anche stanco. Un buon segno. Vuol dire che Samuel e compagni hanno fatto il loro dovere. E si meritano anche gli auguri di buon compleanno.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Come se

Cose che non ho + Daitarn III

Istantanee

Onde quadre

Radioestensioni

Giungla Nord

Per un’ora d’amore

Encore 1:

Funkstar (acustica)

Tutti I Miei Sbagli (Acustica)

Encore 2:

Ratto

Aurora sogna

Depre

Liberi tutti

Il diluvio

L’errore

Tu menti  (cover dei CCCP)

Colpo di pistola

Istrice

Il cielo su Torino

Encore 3:

La glaciazione

Discolabirinto

Nuvole rapide

Nuova ossessione

Up patriots to arms (cover di Franco Battiato)

Tutti i miei sbagli

Preso Blu

Encore 4:

Benzina Ogoshi

Nicotina Groove

Live Report: Michael Kiwanuka @ Magazzini Generali, Milano 20/04/12

Domenica, Aprile 22nd, 2012

Il nuovo Otis Redding? Non esageriamo, e poi il Southern soul non è esattamente il suo terreno d’azione. Michael Kiwanuka, ventiquattrenne londinese di origini ugandesi figlio di espatriati sfuggiti alla folle dittatura di Idi Amin Dada, è tutt’altro che uno shouter o un animale da palcoscenico. Un tipo riflessivo e sensibile, piuttosto, un talento in via di maturazione con un bel presente e un futuro promettente: lo ha dimostrato ieri sera a Milano, confezionando un set  persino migliore del suo già convincente album d’esordio uscito il mese scorso. Un indizio importante di spessore e qualità artistica, al di là di tutto l’hype che in questo periodo lo circonda e che lui, timido e gentile, sembra non far nulla per alimentare.
Accompagnato da un bel quintetto multirazziale in cui spiccano un percussionista capace di belle invenzioni  e un chitarrista dalla spettacolare capigliatura afro, il ragazzo di Muswell Hill ha sciorinato una miscela folk-soul che sa tanto di anni Settanta e di Camden Town, di giornate piovose e di quartieri suburbani, intervallata a sprazzi di funk gioioso e danzabile. “I’ll get along”, il titolo con cui decide di aprire lo show, è uno dei pezzi migliori dell’album ma l’inizio del concerto è un po’ didascalico: piacevole, puntuale ma senza grandi guizzi, tra gli aromi latineggianti di “I need your company” e il folk dondolante della suggestiva “I’m getting ready”. La serata cambia faccia e si alza di  tono  con “Tell me a tale”, la miglior canzone in catalogo la cui intrigante scansione  jazz folk, anche in assenza dell’arrangiamento fiatistico della versione di studio, consente al sestetto di allungare il passo e dilatare la partitura  in belle improvvisazioni amplificate da echi e riverberi.
Il pubblico (molti giovani in sala, la promozione in radio e tv sta facendo la sua parte; ma in platea c’è anche Ron) sembra gradire e si scalda, e la parte centrale dell’esibizione ne diventa il momento migliore. Dopo avere imbracciato una Telecaster rossa e attaccato un accattivante groove  per presentare i componenti del gruppo, Michael snocciola in sequenza la malinconica “Worry walks behind me” (jazz ballad da ore piccole con un bel solo di chitarra elettrica), una swingante  “Bones” che evoca il doo wop e molto ricorda il Van Morrison classico del periodo “Moondance” (stavolta la chitarra è una semiacustica) e una intensa versione di “Waterfall” (alias “May this be love”) di Jimi Hendrix, perla nascosta di “Are you experienced?” (1967) che Kiwanuka dedica alla memoria di Levon Helm scomparso il giorno prima. Avvolgente, psichedelica e originale, con quei rintocchi percussivi quasi trip-hop e folate d’organo molto Sixties, è probabilmente la cosa migliore e più sorprendente dello show.
Il giovane musicista e i suoi compagni sono molto loro agio con le cover, e lo confermano più avanti anche con “I don’t know” di Bill Withers, lui sì uno dei padri spirituali di  Kiwanuka che gli rende giustizia con un omaggio pulsante e ultrafunky chiuso da una coda di sole voci e percussioni.  La precedono due canzoni in versione solo, voce e chitarra acustica (“E’ così che nascono quasi tutti i miei pezzi”, spiega Michael) e la title track dell’album “Home again”, forte di una  melodia che rammenta certe cose di Randy Newman (è un ragazzo di buoni ascolti, Kiwanuka). “Any day will do fine”, a ritmo accennato di bossa nova, e la ninna nanna delicata di “I won’t lie” danno modo di apprezzare al meglio la sua bella voce nera, educata ma vigorosa con belle inflessioni da “cantante dell’anima”. E sulle stesse note intimiste chiude il bis “Lasan”, un voce+chitarra+basso che non ha trovato posto sul disco ma che fa stabilmente parte del repertorio. Un’ora e dieci minuti di concerto, dal disco di debutto manca all’appello un brano soltanto e non si può chiedere di più: la “prima” italiana è andata bene, l’impressione è che questo possa essere l’inizio di una bella storia.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“I’ll get along”
“I need your company”
“Always waiting”
“I’m getting ready”
“Tell me a tale”
“Groove”
“Worry walks behind me”
“Bones”
“Waterfall (May this be love)”
“Any day will do fine”
“I won’t lie”
“Home again”
“I don’t know”
Bis
“Lasan”

Live Report: Tinariwen @ Alcatraz, Milano, 15/4/2012

Lunedì, Aprile 16th, 2012

I Tinariwen sono in 5 sul palco, hanno due chitarre, un percussionista e nessun altro strumento che le le loro voci. Eppure suonano come tre rock band messe assieme. E’ questa la sensazione netta che si prova appena il gruppo africano sale sul palco dell’Alcatraz.

Una sensazione ancora più netta, pensando che poteva essere una serata storta, molto storta. La band è reduce dalla pubblicazione del bellissimo “Tassili”. Ma il loro leader Ibrahim Ag Alhabib non è presente, è rimasto bloccato in Africa (qualcuno dice per i recenti problemi politici del Mali, in cui c’è stato un colpo di stato il 22 marzo scorso – ma non c’è modo di verificare questa voce). In più il loro bassista è stato male nel pomeriggio (appendicite). Sono in formazione rimaneggiata, ma chi non lo sa non se ne accorge. Perché i Tinariwen sono un collettivo nomade, e si sanno adattare nella vita come nella musica. Ma ve la immaginate un’altra band che rimane senza leader e senza bassista? Concerto annullato, di corsa.

Invece all’Alcatraz c’è aria di festa. La discoteca milanese è chiusa per metà, con il palco sul lato di fronte al bar, e il tutto dà un’aria più intima. Il pubblico è variegato, con una buona parte di africani e di gente che ha le vesti Tuareg, turbante compreso. La bancarella del merchandising non c’è, si vendono gioielli etnici.

La band sale sul palco verso le 9 e mezza, guidata da Abdallah Ag Alhousseini e Hassan Ag Touhami, cui si affiancano un altro multistrumentista, un percussionista e la vocalist Mina Walet Oumar. A parte questi due, che rimarranno ai loro compiti, gli altri tre si scambieranno spesso ruoli, chitarre e voci, come potete vedere dalla scaletta sotto. Il basso rimarrà inutilizzato per tutto il concerto (tranne per un brano, alla fine, quando lo userà Abdallah). E il suono sarà uno dei migliori guitar-rock in circolazione, come se a produrlo fosse un’orchestra, complice il fatto che le voci usate sono quattro, a volte cinque. Una vera e propria festa di quasi due ore, che funziona soprattutto quando le due chitarre sono elettriche e si intrecciano l’unica con l’altra con suoni ipnotici.

Il bello dei Tinariwen è che riescono ad essere contemporaneamente completamente occidentali e africani. Sono radicati nella loro terra, nella loro tradizione, dai vestiti alle bandiere berbere che sventolano sul palco, a quei ritmi sanno di deserto. Ma le chitarre elettriche sono psichedeliche come poche altre cose che ci capita di sentire da questa parte del Mediterraneo.

I maligni potrebbero dire che i Tinariwen suonano sempre lo stesso brano, e in parte forse è vero. Ritmi e melodie potrebbero essere difficili da distinguere e le grandi vere distinzioni arrivano nei cambiamenti di voce principale e tra l’uso dell’elettrica e dell’acustica (che richiama un po’ i suoni di “Tassilli”, da cui però non viene eseguita nessuna canzone). Ma, da un altro punto di vista, è il bello della band e del suo suono, che rimane davvero unico, anche e soprattutto dal vivo. Una grande band, un ottimo concerto.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Gomez @ Magazzini Generali, Milano 14/04/12

Domenica, Aprile 15th, 2012

Per la serie: i piccoli misteri del rock’n'roll. Perché i Gomez in questi anni non sono mai diventati “famosi”? Non è semplice dare una risposta. Di dischi molto sopra la media ne hanno fatti diversi: “Bring it on” e “Liquid skin” su tutti. Dai loro esordi nel 1998, hanno sempre dimostrato un’ottima capacità di unire un gusto per la melodia tipicamente Brit alla sperimentazione sonora. Sono stati perfino in grado di piazzare diversi singoli nelle serie TV americane, da “Dr.House” a “Grey’s Anatomy”. Niente da fare: più si esamina la questione, meno se ne viene a capo. Per carità: la band inglese in questi anni si è costruita una solida nicchia di appassionati, soprattutto in patria e negli Stati Uniti, ma stupisce come non lo abbia fatto anche nel resto d’Europa e del mondo vista la sua qualità.

Dopo averli visti dal vivo stasera a Milano, i dubbi aumentano. Il concerto dei Gomez ai Magazzini Generali, seconda tappa del tour italiano, è stato l’ennesimo scherzo del destino: ottima performance, arrangiamenti e scaletta impeccabili. Davvero nulla di cui lamentarsi.

Sono le 20.45 quando il gruppo sale sul palco. Del resto, vista l’incombente serata discotecara è l’unico modo per riuscire a suonare due ore. E si parte col botto. Il synth di “Get miles”, a breve raggiunto da basso e chitarre bluesy, dà l’assist alla voce di Ben Ottewell. Il pezzo carbura lentamente, ma costruisce un crescendo implacabile. E’ il segno che sarà uno show coi fiocchi.

Tocca poi alle progressioni acustiche di “These 3 sins”, con Ian Ball alla voce, sparigliare le carte e gettare un po’ di spensieratezza nell’aria. Per il terzo brano “The place and the people”, estratto dall’ultimo album “Whatever’s on your mind”, al microfono c’è invece il polistrumentista Tom Gray. Nota bene: i Gomez hanno tre cantanti, tutti di buon livello. Cosa che non molte band possono permettersi.

La scaletta pesca poco dall’ultimo disco, ma tocca invece tutta la discografia del gruppo. Ad inaugurare la serie di ballate pop, una delle varie specialità della casa, ci pensa “See the world”, con i suoi riff di chitarra acustica. Non è un caso se l’hanno scelta per la colonna sonora del “Dr.House”: non è un pezzo per palati finissimi, ma scorre via che è un piacere. Ma la forza della band si Southport è anche e soprattutto questa: la capacità di costruire piccoli Bignami del pop-rock, con un orecchio ai Beatles e un’altro al folk dei “redneck” americani. Come “Catch me up”, che vede di nuovo Tom Gray alla voce, o come la malinconica “We haven’t turned around”, forse uno dei pezzi più belli mai scritti dal quintetto.

“Get myself arrested” è invece uno dei brani più apprezzati e cantati dal pubblico, mentre “Airstream driver” esalta le doti non comuni del batterista Olly Peacock e trascina con il suo muro di chitarre appoggiato su un synth bello quadrato. Pop cubista di classe. Il pubblico, entrato alla spicciolata durante i primi tre pezzi, neanche a dirlo a causa dell’orario di inizio dello show, inizia incuriosito e mano a mano diventa più caldo. Anche chi, e probabilmente sono la maggioranza, non ha grandissima familiarità con il repertorio del gruppo.

Del resto è difficile non rimanere intrappolati nel pastiche sonoro dei Gomez: prendete “In our gun”, che comincia felpata, con il basso di Tom Gray a costruire trame jazz, e chiude tesa ed elettronica con lo stesso basso stavolta del tutto distorto. Oppure si potrebbe citare la spassosa “Machismo”, che strizza l’occhio a ritmiche hip hop. A chiudere il set regolare ci pensa invece “How we operate”, che dopo il riff iniziale lascia sola la voce di Ben Ottewell prima di ripartire a tutta velocità e chiudersi con una sorta di jam session, con un Peacock ancora da applausi. Semplicemente un gran bel pezzo.

Al rientro per i bis c’è subito “Devil wil ride”, coinvolgente cavalcata rock in odore di gospel. Tom Gray, come spesso ha fatto durante il concerto, incita la folla e gigioneggia. Tocca a poi a “Make no sound”, suonata in modo impeccabile e arricchita ancora da una coda strumentale di ottimo gusto, avvicinarsi ai titoli di coda. Sono sole le 22.30, ma tant’è. I Gomez chiudono con l’orecchiabile singolo “Options”, meritandosi gli applausi di un pubblico ormai conquistato.

Poi, mentre si esce dai Magazzini Generali, non si può non tornare con la mente alla nostra domanda iniziale. “Ma perché i Gomez non sono famosi?”. Certo, nessuno di loro ha il phisique du role della rockstar. Sembrano più dei nerd, a dirla tutta. Ma questo non basta a risolvere l’arcano. Se verranno rivalutati negli anni a venire, perlomeno potremo concederci un frase di rito. “Ve l’avevamo detto”.

(Giovanni Ansaldo-Marco Jeannin)

Scaletta:

Get miles

These 3 sins

The place and the people

See the world

Catch me up

Get myself arrested

We haven’t turned around

Airstream driver

I will take you there

Our goodbye

Here comes the breeze

In our gun

Machismo

Rhythm & blues alibi

GirlShapedLoveDrug

How we operate

Encore:

Devil will ride

Make no sound

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