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Live Report: Tinariwen @ Alcatraz, Milano, 15/4/2012

I Tinariwen sono in 5 sul palco, hanno due chitarre, un percussionista e nessun altro strumento che le le loro voci. Eppure suonano come tre rock band messe assieme. E’ questa la sensazione netta che si prova appena il gruppo africano sale sul palco dell’Alcatraz.

Una sensazione ancora più netta, pensando che poteva essere una serata storta, molto storta. La band è reduce dalla pubblicazione del bellissimo “Tassili”. Ma il loro leader Ibrahim Ag Alhabib non è presente, è rimasto bloccato in Africa (qualcuno dice per i recenti problemi politici del Mali, in cui c’è stato un colpo di stato il 22 marzo scorso – ma non c’è modo di verificare questa voce). In più il loro bassista è stato male nel pomeriggio (appendicite). Sono in formazione rimaneggiata, ma chi non lo sa non se ne accorge. Perché i Tinariwen sono un collettivo nomade, e si sanno adattare nella vita come nella musica. Ma ve la immaginate un’altra band che rimane senza leader e senza bassista? Concerto annullato, di corsa.

Invece all’Alcatraz c’è aria di festa. La discoteca milanese è chiusa per metà, con il palco sul lato di fronte al bar, e il tutto dà un’aria più intima. Il pubblico è variegato, con una buona parte di africani e di gente che ha le vesti Tuareg, turbante compreso. La bancarella del merchandising non c’è, si vendono gioielli etnici.

La band sale sul palco verso le 9 e mezza, guidata da Abdallah Ag Alhousseini e Hassan Ag Touhami, cui si affiancano un altro multistrumentista, un percussionista e la vocalist Mina Walet Oumar. A parte questi due, che rimarranno ai loro compiti, gli altri tre si scambieranno spesso ruoli, chitarre e voci, come potete vedere dalla scaletta sotto. Il basso rimarrà inutilizzato per tutto il concerto (tranne per un brano, alla fine, quando lo userà Abdallah). E il suono sarà uno dei migliori guitar-rock in circolazione, come se a produrlo fosse un’orchestra, complice il fatto che le voci usate sono quattro, a volte cinque. Una vera e propria festa di quasi due ore, che funziona soprattutto quando le due chitarre sono elettriche e si intrecciano l’unica con l’altra con suoni ipnotici.

Il bello dei Tinariwen è che riescono ad essere contemporaneamente completamente occidentali e africani. Sono radicati nella loro terra, nella loro tradizione, dai vestiti alle bandiere berbere che sventolano sul palco, a quei ritmi sanno di deserto. Ma le chitarre elettriche sono psichedeliche come poche altre cose che ci capita di sentire da questa parte del Mediterraneo.

I maligni potrebbero dire che i Tinariwen suonano sempre lo stesso brano, e in parte forse è vero. Ritmi e melodie potrebbero essere difficili da distinguere e le grandi vere distinzioni arrivano nei cambiamenti di voce principale e tra l’uso dell’elettrica e dell’acustica (che richiama un po’ i suoni di “Tassilli”, da cui però non viene eseguita nessuna canzone). Ma, da un altro punto di vista, è il bello della band e del suo suono, che rimane davvero unico, anche e soprattutto dal vivo. Una grande band, un ottimo concerto.

(Gianni Sibilla)

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