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Archivio per Giugno, 2012
Live Report: Madonna @ Stadio Meazza San Siro, Milano 14/06/12
Venerdì, Giugno 15th, 2012
Sono le 21.54 quando le luci di San Siro si spengono di colpo. Il pubblico, che ha atteso paziente il calare del buio e l’inizio ben oltre l’ora prevista, si fa sentire con un boato. L’immenso palco si trasforma in una cattedrale, con i megaschermi sullo sfondo che rappresentano un portone con una croce e la scritta “MDNA”. Dei figuri vestiti da monaci intonano canti, risuonano le parole “Oh my god”, si aprono le porte ed eccola, l’apparizione di Madonna. Partono le note di “Girl gone wild” e la cattedrale diventa un altrettanto immensa discoteca. Madonna è circondata dai monaci, che a loro volta diventano ballerini.
Il Madonna-show è un format già rodato e oliatissimo: lo si capisce fin dall’inizio. E lo dimostra il proseguimento: una sequenza mozzafiato di scene, micro-racconti, provocazioni balletti, cambi d’abito, duetti virtuali che dura per quasi due ore. Sul palco si vedono stanze di motel, majorette, armi, cori gospel, pedane luminose semoventi e chi più ne ha più ne metta.
Lo spettacolo è una produzione impressionante, ai limiti della perfezione. E lo è anche nella costruzione scenica, soprattutto nel modo in cui prende per mano il pubblico e lo conduce in balli, cori, ricordi: alla fine le canzoni più applaudite sono sempre le hits del passato, mentre le recenti hanno, in confronto, un’accoglienza tiepidina. San Siro non è esaruito ma quasi – poco prima del concerto i bagarini svendevano i biglietti fuori dallo stadio. Ma il pubblico è entusiasta: come sempre appare disposto a perdonare a Madonna anche le sue imperfezioni. Fisicamente è in formissima, ma la voce dal vivo è quella che è, soprattutto su “Open your heart”, stonata in maniera clamorosa.
La band è per lo più nascosta nell’ombra sui lati del palco: viene illuminata per la prima volta solo a metà serata, su “Turn up your radio”, con Madonna che imbraccia la chitarra elettrica e dà qualche pennata, come aveva già fatto anche su “I don’t give a”. Nel complesso i momenti migliori sono questi, quelli in cui la dimensione spettacolare è più equilibrata con la musica e non prende totalmente il sopravvento. Come la bella versione di “Masterpiece”, con Madonna circondata dai musicisti a centro palco o come in “Like a prayer” con Madonna affiancata da un coro gospel, come già avvenne al Superbowl. “Like a virgin” viene invece cantata da sola, in ginocchio sulla passerella che va verso il centro del prato, con il semplice accompagnamento del piano e senza fronzoli : è il momento più riuscito della serata, quello in cui il carisma di Madonna viene fuori con tutta la sua forza.
Alla fine è uno spettacolo, non è un concerto, dicevamo del concerto di 3 anni fa in questo stesso stadio: vale la stessa considerazione anche per il MDNA tour, che replica senza grandi innovazioni strutturali ma con la consueta spettacolarità un modello già visto nei tour precedenti. La vera sorpresa, però sarebbe vedere un giorno Madonna fare un concerto vero, senza la copertura di quegli espedienti iperspettacolari di cui è e rimane maestra.
(Gianni Sibilla)
Setlist:
Girl gone wild
Revolver
Gang bang
Papa don’t preach
Hung up
I don’t give a *
Express yourself
Give me all your luvin’
Turn up the radio
Open your heart
Sagara Jo
Masterpiece
Vogue
The erotic candy shop
Human nature
Like a virgin waltz
I’m addicted
I’m a sinner
Like a prayer
Celebration
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Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Nereo Rocco, Trieste 11/06/12
Mercoledì, Giugno 13th, 2012Nonostante minacciose nuvole coprano il cielo di Trieste per l’ultima italiana del Wrecking Ball Tour, la pioggia resterà a Firenze a curarsi le ferite, massacrata senza pietà la sera prima da Bruce Springsteen. Nessuna tregua invece per la E Street Band, chiamata a prestar servizio con meno riposo rispetto al solito.
Sono solo le 15.30 quando le note di “Spirit in the night” esplodono fino al di fuori dello stadio. Trattasi semplicemente del soundcheck, ritardato dallo spostamento senza dayoff del carrozzone in arrivo dal diluviio di Firenze della sera prima.
Alle 21.20 le note di Ennio Morricone annunciano l’inizio della maratona springsteeniana, fatta di 3 ore e mezza nonstop tra classici, sorprese ed i brani del nuovo Wrecking Ball. “Badlands” e “No surrender” aprono le danze, accolte con devozione dal pubblico prima del prevedibile spazio lasciato al trittico “We Take care of Our Own”, “Wrecking Ball” e “Death To My Hometown”, tracce che con la E Street Band acquistano un’anima tale da vincere anche l’affascinante scarnezza con cui sono registrate sull’album. “My City of Ruins” ci proietta il più vicino possibile al Temple of Soul del compianto Big Man, degnamente sostituito dal nipote Jake Clemons, sempre più a suo agio nei panni dello zio, sempre più piacevole protagonista (la break dance su “Apollo Medley”, vista anche a Firenze, è la sua consacrazione) delle attenzioni di Springsteen, che lo coccola e lo cerca su ogni canzone. Il brano tratto da “The Rising” è il pretesto per mostrare la nuova dimensione rock/blues/soul/folk della expanded E Street Band, con tanto di introduzione dei musicisti (ben sedici tra membri ufficiali e non) e di omaggio agli scomparsi Danny Federici e Clarence Clemons.
Springsteen chiede in un sofferto italiano “Manca qualcuno?” prima di intonare una serie di “Are we missing anybody?” che stendono un velo di tristezza sui i volti che affollano lo stadio. “Li posso sentire nelle vostre voci” dice Bruce, che ad ogni “come on, rise up” si butta sulle prime file, reclamando sempre più volume ad un pubblico, il suo pubblico, che non lo deluderebbe nemmeno potendo. La voce è palesemente in forma, forse più di Firenze, sicuramente più di Milano. La E Street Band, al solito, è un misto di tecnica ed incoscienza che fa del contrasto il proprio punto di forza. Con questa nuova vita, show dopo show, “My city of ruins” vince su tutti per k.o. tecnico, candidandosi al titolo di migliore brano del tour. Per l’inedita versione di “Spirit in the night” Springsteen si cala nei panni del predicatore di una messa gospel afroamericana, superando se stesso. La prima richiesta del pubblco è “Downbound train”, alla sua terza esecuzione in tutto il tour, tra le inattese insieme a “Murder inc.”, “Because the night”, “Youngstown” (con un meritato momento di gloria per il bellissimo solo di Nils Lofgren) e “Rosalita (come out tonight)”, anche questa su richiesta. Gli spettatori tirati sul palco per “Dancing in the dark” sono ben quattro, invitati a ballare con tutta la band, che torna seria per la chiusura con “Tenth Avenue Freeze Out”.
Nel mezzo semplicemente un concerto di Bruce Springsteen, con tanto di Elliott Murphy special guest alla chitarra ed ai cori su “Born to run” ed una commovente “Thunder road” in cui tutta la sezione fiati esegue all’unisono il celebre solo di sax. Non dev’essere bravo con la matematica il diavolo del New Jersey, sessantadue primavere sono difficilmente spiegabili per un performer di questo livello, che spinge se stesso e la E Street oltre il limite, in un vero e proprio sacrificio rituale del rock. Famiglie, coppie, amici, persone conosciutesi sul momento, si ritrovano tutti uniti in un grande abbraccio musicale, impossibile da vivere con artisti che non si chiamino Bruce Springsteen, mattatore e direttore d’orchestra, posseduto simultaneamente dagli spiriti di James Brown e Johnny Cash, Elvis e Woody Guthrie. Dopo i bis il pubblico si aspetta almeno una “Twist and Shout” degli Isley Brothers, suonata sia a Milano che Firenze, ma voltandosi verso i suoi magnifici sedici sulla chiusura di “Tenth avenue freeze out” l’americano più italo-irlandese di Freehold fa un solo e quasi impercettibile cenno di stop con le mani al fedele Max Weinberg; non ci saranno altre canzoni, tutto è stato dato, con buona pace dei presenti.
Nell’intento di Springsteen, forse, la volontà di chiudere i concerti tricolore con il brano dedicato a Clarence “Big Man” Clemons e l’applauso di tutto lo stadio allo scorrere delle immagini del sassofonista sui megaschermi. Anche se, possiamo scommetterci, il ministro del soul, il “future of the whole fuckin’ thing”, se interpellato, avrebbe detto “continua a suonare, Scooter.”
(Riccardo Canato)
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Live Report: Keane @ O2 Brixton Academy, Londra 09/06/12
Martedì, Giugno 12th, 2012
La data del 9 giugno alla O2 Brixton Academy di Londra ha posto fine al tour inglese dei Keane, ultimo step prima di affrontare le platee di tutto il mondo (non quelle italiane, salvo sorprese).
La serie di concerti, tutti nei club, è stata proposta all’indomani della pubblicazione del nuovo album “Strangeland”, il quarto lavoro della band inglese. Tim, Tom e Richard (con l’aggiunta del bassista Jessie) sono ritornati alle origini. Abbandonate le velleità elettroniche, hanno riabbracciato il loro pop melodico che aveva consentito di raggiungere un buon successo anche dalle nostre parti. Ripartire dalle piccole arene è stata una scelta prudente, considerate le perplessità suscitate in concomitanza con la pubblicazione dell’ep, “Night Train”, quando anche il pubblico più affezionato aveva iniziato a nutrire qualche dubbio sulle nuove scelte artistiche.
Il loro lavoro, composto da 12 pezzi (16 se aggiungiamo i 4 brani in più della deluxe edition) è davvero molto bello. Potenzialmente almeno una dozzina dei brani è un singolo da chart. Proprio la gradevolezza e la maturità dei pezzi ha trascinato il grande pubblico a vederli dal vivo, registrando sold out a ripetizione. Così è stato anche a Londra, dove i quattro hanno proposto due date e dove ritorneranno in autunno per un grande happening nella mastodontica London O2 Arena.
Andiamo a parlare della loro esibizione aperta dagli Hoodlums (scommettiamo che questi ragazzi a tutto pop faranno presto parlare di loro anche dalle nostre parti?). Alle 21 in punto in un tripudio salgono sul palco. In programma una scaletta composta da 22 pezzi.
Tom è caldo ed avrà ben due ore per incantare la folla con la sua voce fine ma potente. Lasciati dietro le spalle i suoi problemi di depressione e alcool di qualche anno fa, il frontman è tirato a lucido e per tutta la serata non avrà la minima esitazione. Le scenografie sono semplici, ma i giochi di luce sono invece particolarmente azzeccati. Bella anche l’idea di prevedere un’insegna con la scritta Strangeland, che si accende ogni volta che viene proposto un brano del nuovo album. E proprio con il brano di apertura del nuovo disco inizia lo spettacolo. “You are young” pare il pezzo ideale per scaldare le corde vocali, in attesa di “Day will come”, altro brano tratto da “Strangeland”. Poi inizia il tuffo nel passato e si ascoltano le note arcifamose (fin troppo) di “Everybody’s changing”, che in Italia colleghiamo allo spot di una compagnia telefonica e alla faccia di Megan Gale.
Il concerto prosegue forte ed è un continuo mix tra vecchio e nuovo, dove il nuovo spesso fa da traino, specialmente con quei due o tre lenti che paiono davvero azzeccati.
Cosa ci ricorderemo di questa serata, sicuramente il grande entusiasmo dei fan, giunti davvero da tutte le parti del mondo, la grande verve della band e la voglia di divertire e divertirsi. Se dobbiamo segnalare un brano allora il gradimento è tutto per “Disconnected”. Probabilmente se sul palco ci fosse stato Paul Mc Cartney l’avrebbe cantato volentieri anche lui, viste le sonorità.
Ottimo anche il bis, aperto da un sicuro singolo futuro “Sea Fog” e condito con “Silenced by the night” e dall’immortale “Crystall ball”.
Ritornati dalla bella notte londinese ci chiediamo se i Keane ritorneranno mai dalle nostre parti. La speranza c’è tutta, forse spetta ai promoter scommettere su questa band che merita davvero di essere seguita dal vivo.
(Vincenzo Nicolello)
Setlist
You Are Young;
Day Will Come;
Everybody’s Changing;
Leaving So Soon?;
The Starting Line; Spiralling;
Neon River;
Bend and Break ;
A Bad Dream;
Perfect Symmetry;
Strangeland;
On The Road;
We Might As Well Be Strangers;
Disconnected;
This Is The Last Time;
Somewhere Only We Know;
Is It Any Wonder?;
Bedshaped;
Sovereign Light Café.
Bis:
Sea Fog;
Silenced By The Night;
Crystal Ball
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Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Franchi, Firenze, 10/06/2012
Lunedì, Giugno 11th, 2012SETLIST
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Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio San Siro, Milano, 7/6/2012
Venerdì, Giugno 8th, 2012Scritto in Reports | 2 Comments »
Live Report: Soundgarden @ Arena Concerti, Rho, 04/06/12
Martedì, Giugno 5th, 2012
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Live Report: Cloud Nothings @ Locomotiv Club, Bologna 30/05/12
Venerdì, Giugno 1st, 2012
La rivincita dei nerd, quest’anno, arriva direttamente dall’Ohio.
Avete capito bene, proprio quell’Ohio da cui, LeBron James e Nine Inch Nails a parte, non è mai uscito niente di veramente degno di nota. Questa volta, però, sembra che qualcosa di davvero interessante sia in procinto di esplodere. I Cloud Nothings, con il loro “Attack on Memory”, si aggiudicano la palma di uno dei prospetti più interessanti di questo 2012, essendo già arrivati, nonostante gli appena diciannove anni di età, al secondo disco in carriera, prodotto, tra le altre cose, da nientemeno, Steve Albini. La lungimiranza del Locomotiv di accaparrarsi l’unica data in Italia del quartetto americano non viene però ripagata a dovere dal pubblico che, complice anche il terremoto, si presenta ben sotto le aspettative numeriche ad un evento che, per quanto mi riguarda, meritava una doppia sottolineatura rossa sul calendario.
Il programma della serata prevede, oltre ai Cloud Nothings, altri due gruppi: i Wolther Goes Stranger e gli His Clancyness.
Del primo gruppo, i Wolther Goes Stranger, non posso dirvi molto purtroppo, essendo arrivato giusto in tempo per ascoltare gli ultimi due minuti del pezzo di chiusura (sul sito ufficiale l’orario di inizio concerti era fissato alle 22.30, su facebook alle 21.30; la verità, come al solito, sta nel mezzo).
Gli His Clancyness, il secondo gruppo in programma, salgono sul palco alle 22.50, intrattenendo il pubblico per circa venticinque minuti; il progetto di Jonathan Clancy, già voce dei Settlefish e A Classic Education, presenta sei brani estremamente minimalisti, molto godibili e spensierati in cui le schitarrate rock ‘n roll e i loop vocali si intrecciano in piccoli episodi autobiografici. Niente di particolarmente innovativo, d’accordo, ma comunque gradevole.
Alle 23.25 arriva finalmente il turno dei giovanissimi Cloud Nothings; Dylan Baldi, ciuffo e occhialoni a montatura spessa, e compagni prendono posto sul palco in silenzio e, tradendo un certo imbarazzo, attaccano il primo pezzo in scaletta, “Stay Useless”, secondo singolo tratto da “Attack On Memory”. La poca intonazione vocale di Dylan nelle parti cantate lascia presto spazio a quell’urlato rabbioso su cui si basa l’intero disco, preferendo l’efficacia comunicativa alla precisione tecnica in sé.
La componente noise dei pezzi viene esasperata con continue divagazioni strumentali ad inizio e fine pezzi, in cui il quartetto statunitense dimostra una certa maturazione musicale rispetto ai primi lavori; la coda di “Wasted Days” per esempio, che vale da sola tutto il disco, si arricchisce di brutalità nella sua versione live, valendo, in altrettanta misura, il prezzo del biglietto, come dimostrato da pogo e roboanti applausi che la accompagnano.
Il concerto scivola via perfettamente come il sudore sulle stremate facce dei musicisti che, in circa quarantacinque minuti, ripercorrono totalmente (ed esclusivamente) l’ultimo, splendido, lavoro discografico, concludendo l’esibizione con la doppietta “No Sentiment”, brano che più di tutti incarna la rabbiosa attitudine espressa in “Attack On Memory”, e “No Future/ No Past”, un doloroso crescendo emotivo che si conclude con i ruvidi cori urlati da bassista e chitarrista.
Ma c’è tempo ancora per un encore di tre pezzi, introdotti da uno sketch del bassista che esorta il pubblico a chiamare gli altri membri della band; Dylan Baldi ritorna sul palco e annuncia “un po’ di roba vecchia” che viene, però, eseguita alla nuova maniera, come nel caso di “Can’t Stay Awake”, tratta dal primo EP “Leave You Forever”, che viene depredata di tutte le sue atmosfere più leggere ed eseguita a velocità doppia. L’attitudine punk rock dei brani meno recenti (non direi vecchi, dal momento che sono usciti nel 2011), non soddisfa in pieno il pubblico che rimane effettivamente un po’ basito e, volendo trovare una pecca all’esibizione (oltre alla durata), si potrebbe affermare che la scelta di lasciare questi tre pezzi insieme a fine concerto sia stata effettivamente discutibile.
Finisce cosi, dopo un’ora precisa, l’unica data italiana dei Cloud Nothings, che corrono subito al banchetto ad autografare e vendere personalmente dischi e magliette, intrattenendosi amabilmente con i fan e giurando di sperare di ritornare presto in Italia. Una cosa è certa: i presenti se lo augurano.
(Edoardo Gandini)
Setlist
1. Stay Useless
2. Fall In
3. Separation
4. Cut You
5. Wasted Days
6. Our Plans
7. No Sentiment
8. No Future / No Past
—bis—
9. Can’t Stay Awake
10. Not Important
11. Leave You Forever
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