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Archivio per Giugno, 2012

Live Report: Tom Petty @ Piazza Napoleone, Lucca, 29/6/2012

Sabato, Giugno 30th, 2012
Ad un certo punto si è perso il conto. Venticinque, forse di più, usate in 20 canzoni. 10-15 solo nelle mani di Mike Campbell. Quattro Rickenbacker diverse. Poi Gibson, Gretsch, Fender. Un sitar elettrico a 12 corde.
Il ritorno di Tom Petty in Italia dopo 25 anni è stato soprattutto la festa della chitarra elettrica. Ed è stato soprattutto la festa degli Heartbreakers: la migliore rock band “classica” in circolazione per suono, compattezza, stile.
La serata inizia verso le 7 e mezzo in Piazza Napoleone a Lucca: è la prima data del consueto Summer Festival, che quest’anno arriva alla 15° edizione. “Splendida cornice” è una pessima espressione, ma almeno questa sera è vera nei fatti: la piazza è circondata da alberi, un palco gigantesco a ridosso dei palazzi, una statua in centro che divide le tribune: guarda verso il palco e sembra aspettare la musica. Un bel po’ di gente è ferma ai varchi di accesso della piazza da tempo; appena si aprono i cancelli corre verso le prime file. Il pubblico non è giovanissimo: uno sguardo ai nomi sulle magliette indica che si tratta di un appuntamento imperdibile per gli appassionati di classic rock: sulle tante pancette in circolazione troneggiano Springsteen, Ramones, Hendrix, Dylan. Si arriverà a qualche migliaio di persone, con ampi spazi vuoti ai lati: tutto sommato, un ottimo risultato per un artista che non ha mai promosso i suoi dischi in Italia e che è passato l’ultima (e unica) volta come supporto di Bob Dylan nell’87, prestandogli gli Heartbreakers come band.
Sul palco alle 8 e mezza arriva Jonathan Wilson: magro, allampanato e capello lungo, maglietta tie dye da figlio dei fiori, occhiali a goccia: è perfettamente nella parte, e offre 45 minuti di pura psichedelia elettrica, tra California e Pink Floyd: chi segue Rockol lo conosce bene – lo conoscerà meglio: nei giorni scorsi ha filmato un mini set acustico in redazione che pubblicheremo in settimana. Poche canzoni, molto dilatate, tra cui una spettacolare versione di “Valley of the silver moon”. Nulla di innovativo, ma con uno stile e una musicalità di gran livello che il pubblico apprezza.
Poco prima delle 10 è la volta di Tom Petty: attacca subito forte con quattro classici che rimandano, come suono, soprattutto al primo periodo della carriera: Soprattutto “Liste to her heart” e “Here comes my girl” sono il trionfo del power-pop, del jingle-jangle e della Rickenbacker 12 corde (due diverse sul palco nella prima canzone).
Lui è uguale a se stesso da sempre: capello biondo e fluente, solo un po’ di barba in faccia, fisico esile, un accenno di pancetta nascosto sotto un completo gessato. Non è mai stato un animale da palcoscenico, Tom Petty e non lo diventa ora che ha superato i 60: ha un carisma tranquillo, canta, si muove poco e pensa alle canzoni. E’ un autore puro, e la “I won’t back down” messa in apertura lo dimostra.
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Il vero animale da palcoscenico è Mike Campbell, che fin da “You wreck me” inizia il suo show: cambia chitarra continuamente, ogni canzone è una lezione di stile e di suono. Dopo una “Handle with care” (Travelling Wilburys) arriva lo show nello show: la band torna al blues – grande amore di Petty e base dell’ultimo “Mojo”, uscito due anni fa, da cui però vengono pescati solo un paio di brani. Ed è lì che Campbell – capello rasta incolto, camicia rossa – dimostra tutta la sua sapienza, con assoli di un gusto e una tecnica senza pari: per suono e presenza scenica, è al livello dei vari Keith Richards, Pete Townshend e compagnia.
In scaletta Petty piazza una “Carol” di Chuck Berry e una “Oh well” dei Fleetwod Mac prima maniera ma il culmine del concerto è “It’s good to be king”, chilometrica e mozzafiato, con tre chitarre a intrecciarsi: quella di Campbell, quella di Petty e il supporto ritmico di Scott Thurston. Gli Heartbreakers sanno il fatto loro, soprattutto Benmont Tench alle tastiere e Steve Ferrone Non è un caso che i Pooh – si proprio i Pooh – alla ricerca di un batterista per sostituire Stefano D’Orazio, siano andati a pescare il migliore in circolazione, cioè lui.
Poi c’è tempo per far cantare la piazza con “Free fallin’” e “Learning to fly”: l’unica sorpresa in una scaletta speculare a quella delle altre date europee è una canzone inedita, “Two men talking”, un blues rock sulla vena di “Mojo”.
Poi arriva la festa finale: “American girl”.  Si potrebbe obiettare che, per il primo concerto italiano, in scaletta ci poteva stare qualcosa di diverso, qualche classicone lasciato fuori (una su tutti: “The waiting”, ma la lista è lunga).
Ma Petty si accomiata dicendo: “Torneremo presto”. Speriamo non sia la solita promessa da marinaio, anzi da rocker: quella di Lucca è stata una grande serata di rock americano.
(Gianni Sibilla)
SET LIST
Listen to Her Heart
You Wreck Me
I Won’t Back Down
Here Comes My Girl
Handle with Care
Good Enough
Oh Well
Something Big
Don’t Come Around Here No More
Free Fallin’
It’s Good To Be King
Carol
Learning to Fly
Yer So Bad
I Should Have Known It
Refugee
Runnin’ Down a Dream
Encore:
Mary Jane’s Last Dance
Two men talking
American Girl

Live Report: Madonna @ Stadio Meazza San Siro, Milano 14/06/12

Venerdì, Giugno 15th, 2012

Sono le 21.54 quando le luci di San Siro si spengono di colpo. Il pubblico, che ha atteso paziente il calare del buio e l’inizio ben oltre l’ora prevista, si fa sentire con un boato. L’immenso palco si trasforma in una cattedrale, con i megaschermi sullo sfondo che rappresentano un portone con una croce e la scritta “MDNA”. Dei figuri vestiti da monaci intonano canti, risuonano le parole “Oh my god”, si aprono le porte ed eccola, l’apparizione di Madonna. Partono le note di “Girl gone wild” e la cattedrale diventa un altrettanto immensa discoteca. Madonna è circondata dai monaci, che a loro volta diventano ballerini.
Il Madonna-show è un format già rodato e oliatissimo: lo si capisce fin dall’inizio. E lo dimostra il proseguimento: una sequenza mozzafiato di scene, micro-racconti, provocazioni balletti, cambi d’abito, duetti virtuali che dura per quasi due ore. Sul palco si vedono stanze di motel, majorette, armi, cori gospel, pedane luminose semoventi e chi più ne ha più ne metta.
Lo spettacolo è una produzione impressionante, ai limiti della perfezione. E lo è anche nella costruzione scenica, soprattutto nel modo in cui prende per mano il pubblico e lo conduce in balli, cori, ricordi: alla fine le canzoni più applaudite sono sempre le hits del passato, mentre le recenti hanno, in confronto, un’accoglienza tiepidina. San Siro non è esaruito ma quasi – poco prima del concerto i bagarini svendevano i biglietti fuori dallo stadio. Ma il pubblico è entusiasta: come sempre appare disposto a perdonare a Madonna anche le sue imperfezioni. Fisicamente è in formissima, ma la voce dal vivo è quella che è, soprattutto su  “Open your heart”, stonata in maniera clamorosa.
La band è per lo più nascosta nell’ombra sui lati del palco: viene illuminata per la prima volta solo a metà serata, su “Turn up your radio”, con Madonna che imbraccia la chitarra elettrica e dà qualche pennata, come aveva già fatto anche su “I don’t give a”.  Nel complesso i momenti migliori sono questi, quelli in cui la dimensione spettacolare è più equilibrata con la musica e non prende totalmente il sopravvento. Come la bella versione di “Masterpiece”, con Madonna circondata dai musicisti a centro palco o come in “Like a prayer” con Madonna affiancata da un coro gospel, come già avvenne al Superbowl.  “Like a virgin” viene invece cantata da sola, in ginocchio sulla passerella che va verso il centro del prato, con il semplice accompagnamento del piano e senza fronzoli : è il momento più riuscito della serata, quello in cui il carisma di Madonna viene fuori con tutta la sua forza.
Alla fine è uno spettacolo, non è un concerto, dicevamo del concerto di 3 anni fa in questo stesso stadio: vale la stessa considerazione anche per il MDNA tour, che replica senza grandi innovazioni strutturali ma con la consueta spettacolarità un modello già visto nei tour precedenti. La vera sorpresa, però sarebbe vedere un giorno Madonna fare un concerto vero, senza la copertura di quegli espedienti iperspettacolari di cui è e rimane maestra.

(Gianni Sibilla)

Setlist:
Girl gone wild
Revolver
Gang bang
Papa don’t preach
Hung up
I don’t give a *
Express yourself
Give me all your luvin’
Turn up the radio
Open your heart
Sagara Jo
Masterpiece
Vogue
The erotic candy shop
Human nature
Like a virgin waltz
I’m addicted
I’m a sinner
Like a prayer
Celebration

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Nereo Rocco, Trieste 11/06/12

Mercoledì, Giugno 13th, 2012

Nonostante minacciose nuvole coprano il cielo di Trieste per l’ultima italiana del Wrecking Ball Tour, la pioggia resterà a Firenze a curarsi le ferite, massacrata senza pietà la sera prima da Bruce Springsteen. Nessuna tregua invece per la E Street Band, chiamata a prestar servizio con meno riposo rispetto al solito.

Sono solo le 15.30 quando le note di “Spirit in the night” esplodono fino al di fuori dello stadio. Trattasi semplicemente del soundcheck, ritardato dallo spostamento senza dayoff del carrozzone in arrivo dal diluviio di Firenze della sera prima.

Alle 21.20 le note di Ennio Morricone annunciano l’inizio della maratona springsteeniana, fatta di 3 ore e mezza nonstop tra classici, sorprese ed i brani del nuovo Wrecking Ball. “Badlands” e “No surrender” aprono le danze, accolte con devozione dal pubblico prima del prevedibile spazio lasciato al trittico “We Take care of Our Own”, “Wrecking Ball” e “Death To My Hometown”, tracce che con la E Street Band acquistano un’anima tale da vincere anche l’affascinante scarnezza con cui sono registrate sull’album. “My City of Ruins” ci proietta il più vicino possibile al Temple of Soul del compianto Big Man, degnamente sostituito dal nipote Jake Clemons, sempre più a suo agio nei panni dello zio, sempre più piacevole protagonista (la break dance su “Apollo Medley”, vista anche a Firenze, è la sua consacrazione) delle attenzioni di Springsteen, che lo coccola e lo cerca su ogni canzone. Il brano tratto da “The Rising” è il pretesto per mostrare la nuova dimensione rock/blues/soul/folk della expanded E Street Band, con tanto di introduzione dei musicisti (ben sedici tra membri ufficiali e non) e di omaggio agli scomparsi Danny Federici e Clarence Clemons.

Springsteen chiede in un sofferto italiano “Manca qualcuno?” prima di intonare una serie di “Are we missing anybody?” che stendono un velo di tristezza sui i volti che affollano lo stadio. “Li posso sentire nelle vostre voci” dice Bruce, che ad ogni “come on, rise up” si butta sulle prime file, reclamando sempre più volume ad un pubblico, il suo pubblico, che non lo deluderebbe nemmeno potendo. La voce è palesemente in forma, forse più di Firenze, sicuramente più di Milano. La E Street Band, al solito, è un misto di tecnica ed incoscienza che fa del contrasto il proprio punto di forza. Con questa nuova vita, show dopo show, “My city of ruins” vince su tutti per k.o. tecnico, candidandosi al titolo di migliore brano del tour. Per l’inedita versione di “Spirit in the night” Springsteen si cala nei panni del predicatore di una messa gospel afroamericana, superando se stesso. La prima richiesta del pubblco è “Downbound train”, alla sua terza esecuzione in tutto il tour, tra le inattese insieme a “Murder inc.”, “Because the night”, “Youngstown” (con un meritato momento di gloria per il bellissimo solo di Nils Lofgren) e “Rosalita (come out tonight)”, anche questa su richiesta. Gli spettatori tirati sul palco per “Dancing in the dark” sono ben quattro, invitati a ballare con tutta la band, che torna seria per la chiusura con “Tenth Avenue Freeze Out”.

Nel mezzo semplicemente un concerto di Bruce Springsteen, con tanto di Elliott Murphy special guest alla chitarra ed ai cori su “Born to run” ed una commovente “Thunder road” in cui tutta la sezione fiati esegue all’unisono il celebre solo di sax. Non dev’essere bravo con la matematica il diavolo del New Jersey, sessantadue primavere sono difficilmente spiegabili per un performer di questo livello, che spinge se stesso e la E Street oltre il limite, in un vero e proprio sacrificio rituale del rock. Famiglie, coppie, amici, persone conosciutesi sul momento, si ritrovano tutti uniti in un grande abbraccio musicale, impossibile da vivere con artisti che non si chiamino Bruce Springsteen, mattatore e direttore d’orchestra, posseduto simultaneamente dagli spiriti di James Brown e Johnny Cash, Elvis e Woody Guthrie. Dopo i bis il pubblico si aspetta almeno una “Twist and Shout” degli Isley Brothers, suonata sia a Milano che Firenze, ma voltandosi verso i suoi magnifici sedici sulla chiusura di “Tenth avenue freeze out” l’americano più italo-irlandese di Freehold fa un solo e quasi impercettibile cenno di stop con le mani al fedele Max Weinberg; non ci saranno altre canzoni, tutto è stato dato, con buona pace dei presenti.
Nell’intento di Springsteen, forse, la volontà di chiudere i concerti tricolore con il brano dedicato a Clarence “Big Man” Clemons e l’applauso di tutto lo stadio allo scorrere delle immagini del sassofonista sui megaschermi. Anche se, possiamo scommetterci, il ministro del soul, il “future of the whole fuckin’ thing”, se interpellato, avrebbe detto “continua a suonare, Scooter.”

(Riccardo Canato)

Live Report: Keane @ O2 Brixton Academy, Londra 09/06/12

Martedì, Giugno 12th, 2012

La data del 9 giugno alla O2 Brixton Academy di Londra ha posto fine al tour inglese dei Keane, ultimo step prima di affrontare le platee di tutto il mondo (non quelle italiane, salvo sorprese).
La serie di concerti, tutti nei club, è stata proposta all’indomani della pubblicazione del nuovo album “Strangeland”, il quarto lavoro della band inglese. Tim, Tom e Richard (con l’aggiunta del bassista Jessie) sono ritornati alle origini. Abbandonate le velleità elettroniche, hanno riabbracciato il loro pop melodico che aveva consentito di raggiungere un buon successo anche dalle nostre parti. Ripartire dalle piccole arene è stata una scelta prudente, considerate le perplessità suscitate in concomitanza con la pubblicazione dell’ep, “Night Train”, quando anche il pubblico più affezionato aveva iniziato a nutrire qualche dubbio sulle nuove scelte artistiche.
Il loro lavoro, composto da 12 pezzi (16 se aggiungiamo i 4 brani in più della deluxe edition) è davvero molto bello. Potenzialmente almeno una dozzina dei brani è un singolo da chart. Proprio la gradevolezza  e la maturità dei pezzi ha trascinato il grande pubblico a vederli dal vivo, registrando sold out a ripetizione. Così è stato anche a Londra, dove i quattro hanno proposto due date e dove ritorneranno in autunno per un grande happening nella mastodontica London O2 Arena.
Andiamo a parlare della loro esibizione aperta dagli Hoodlums (scommettiamo che questi ragazzi a tutto pop faranno presto parlare di loro anche dalle nostre parti?). Alle 21 in punto in un tripudio salgono sul palco. In programma una scaletta composta da 22 pezzi.
Tom è caldo ed avrà ben due ore per incantare la folla con la sua voce fine ma potente. Lasciati dietro le spalle i suoi problemi di depressione e alcool di qualche anno fa, il frontman è tirato a lucido e per tutta la serata non avrà la minima esitazione. Le scenografie sono semplici, ma i giochi di luce sono invece particolarmente azzeccati. Bella anche l’idea di prevedere un’insegna con la scritta Strangeland, che si accende ogni volta che viene proposto un brano del nuovo album. E proprio con il brano di apertura del nuovo disco inizia lo spettacolo. “You are young” pare il pezzo ideale per scaldare le corde vocali, in attesa di “Day will come”, altro brano tratto da “Strangeland”. Poi inizia il tuffo nel passato e si ascoltano le note arcifamose (fin troppo) di “Everybody’s changing”, che in Italia colleghiamo allo spot di una compagnia telefonica e alla faccia di Megan Gale.
Il concerto prosegue forte ed è un continuo mix tra vecchio e nuovo, dove il nuovo spesso fa da traino, specialmente con quei due o tre lenti che paiono davvero azzeccati.
Cosa ci ricorderemo di questa serata, sicuramente il grande entusiasmo dei fan, giunti davvero da tutte le parti del mondo, la grande verve della band e la voglia di divertire e divertirsi. Se dobbiamo segnalare un brano allora il gradimento è tutto per “Disconnected”. Probabilmente se sul palco ci fosse stato Paul Mc Cartney l’avrebbe cantato volentieri anche lui, viste le sonorità.
Ottimo anche il bis, aperto da un sicuro singolo futuro “Sea Fog” e condito con “Silenced by the night” e dall’immortale “Crystall ball”.
Ritornati dalla bella notte londinese ci chiediamo se i Keane ritorneranno mai dalle nostre parti. La speranza c’è tutta, forse spetta ai promoter scommettere su questa band che merita davvero di essere seguita dal vivo.
(Vincenzo Nicolello)

Setlist
You Are Young;
Day Will Come;
Everybody’s Changing;
Leaving So Soon?;
The Starting Line; Spiralling;
Neon River;
Bend and Break ;
A Bad Dream;
Perfect Symmetry;
Strangeland;
On The Road;
We Might As Well Be Strangers;
Disconnected;
This Is The Last Time;
Somewhere Only We Know;
Is It Any Wonder?;
Bedshaped;
Sovereign Light Café.
Bis:
Sea Fog;
Silenced By The Night;
Crystal Ball

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Franchi, Firenze, 10/06/2012

Lunedì, Giugno 11th, 2012
Springsteen è lì, sulla passerella che dal palco lo porta in mezzo alla gente. Braccia allargate, viso rivolto verso l’alto. Urla “Come on!”, ma più che alla E Street Band – che è nel mezzo del break di “Born to run”, prima che la canzone riparta – urla alla pioggia, che si sta rovesciando su di lui e sul suo pubblico.
Ha iniziato a piovere alla prima canzone, allo Stadio Franchi di Firenze per la sua seconda data italiana, e non ha mai smesso. Anzi, più passava il tempo, e più pioveva. E più pioveva, più Springsteen scendeva a prendersi la pioggia con il suo pubblico.
Ci si sono messe le condizioni meteorologiche a rendere leggendaria anche questa serata, che arriva dopo la maratona di San Siro dell’altra sera. I dati del concerto di Firenze dicono 30 canzoni (questa volta con un bis vero e proprio), 3 ore e mezza di concerto. Ma i numeri  non raccontano la storia, non tutta.
La serata inizia fortissima: Springsteen sale sul palco e attacca con un “uno-due” mozzafiato: “Badlands” seguita da “No Surrender”: li sì capisce subito che, musicalmente, sarà un concerto diverso da Milano. Poi parte la “sequenza standard” del tour: ma questa sera la voce è in forma fin da subito, il concerto parte in quarta. La regia dei megaschermi  - uno dei veri punti di forza della produzione apparentemente minimale di questo tour – continua a regalare inquadrature verso lo stadio, con le colline e il cielo nuvoloso sullo sfondo, con Springsteen che dirige la band, spalle al pubblico, da cui però ritorna sempre, con frequenti incursioni sulle passerelle.
La prima sorpresa della serata è “Be true”, vecchia  canzone dei tempi di “Darkness on the edge of town” (ma che venne pubblicata solo dopo), al suo debutto in questo tour. Poi arriva “Trapped”, di Jimmy Cliff: sarà la prima di ben 6 cover, 7 se si considera “Honky tonk women”, che Springsteen quasi improvvisa sull’intro di “Darlington county”, tirandosi dietro la band. Questa sera le chicche sono tante, la scaletta è più ricercata e meno “greatest hits” rispetto a Milano: spicca una rara (di questi tempi) “Backstreets”, una canzone di Elvis, “Burning love”, richiesta dal pubblico, e l’Apollo Medley di canzoni soul, con Jake Clemons che improvvisa una break dance. Ha polmoni e carisma, il Little Big Man, e il pubblico già lo ama: andrà lontano.
E intanto continua a piovere, sempre di più. E’ una pioggia incessante: diversa da quella del famoso concerto di San Siro del 2003, che fu più breve e violenta. La gente tira fuori impermeabili, mantelle, ma le facce son le stesse: felici di assistere ad un altro evento unico. Il Franchi è pieno come un uovo: c’è meno spazio ai lati del prato per danze sfrenate, ma non c’è meno intensità.
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Poi arrivano i bis e si capisce che pure Springsteen è umano: la voce si incrina, ma non la carica. Perché lui continua a cantare e a prendersi pioggia con il pubblico, a compensare con le sue scenette, a intrattenere. Arriva “Tenth avenue freeze out”, con il tributo a Clarence Clemons (questa volta niente silenzio, come a San Siro: lo stadio applaude, a lungo). E ancora una volta, Springsteen va avanti: lo stadio si sta già svuotando, la curva in fondo è già vuota perché in molti non ce l’hanno fatta a prendere altra acqua. Ma Springsteen canta ancora, ancora una volta “Twist and shout”, e poi “Who will stop the rain” dei Creedence Clearwater Revival: “Siete duri a morire!”, dice a chi è rimasto. Nessuno ha fermato la pioggia, ma la pioggia non ha fermato nessuno, tantomeno Springsteen e il suo pubblico.
(Gianni Sibilla)

SETLIST

Badlands
No Surrender
We Take Care Of Our Own
Wrecking Ball
Death to My Hometown
My City of Ruins
Spirit in the Night
Be True
Jack of All Trades
Trapped
Prove It All Night
Darlington County/Honky Tonk Women
Burning Love
Working on the Highway
Shackled and Drawn
Waitin’ on a Sunny Day
Apollo Medley
The River
The Rising
Backstreets
Land of Hope and Dreams
Encore:
Rocky Ground
Born in the U.S.A.
Born to Run
Hungry Heart
Seven Nights to Rock
Dancing in the Dark
Tenth Avenue Freeze-Out
Twist and Shout
Who’ll Stop the Rain?

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio San Siro, Milano, 7/6/2012

Venerdì, Giugno 8th, 2012
Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente.  Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni,  uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.
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In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La  voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico,  alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99″, la sequenza mozzafiato “The promise”-”The River”-”The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per  uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
(Gianni Sibilla)
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99″
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

Live Report: Soundgarden @ Arena Concerti, Rho, 04/06/12

Martedì, Giugno 5th, 2012
Un festival di lunedí. il ritorno dei Soundgarden in Italia dopo quasi 16 anni è un ibrido: Il pubblico e la collocazione infrasettimanale sono da concerto classico,  l’abbondante e ottimo cartellone, il luogo sono da festival.
La band di Seattle, riunitasi nel 2010, torna in Europa per la prima volta dal 1996: per l’Italia, il luogo è Milano, per la precisione l’Arena Concerti della Fiera di Rho. La giornata, inizia molto presto, verso le 16, con i Triggerfinger, prima di quattro band di supporto. Ma è lunedì e si vede: i primi gruppi sono accolti da un pubblico molto esiguo, che diventerà cospicuo solo con l’arrivare della sera.
alle 17 arrivano i Gaslight Anthem – che pubblicheranno il quarto disco, “Handwritten”, a luglio. Forse innervositi dall’Arena ancora pressoché deserta,Brian Fallon e soci offrono però un set sottotono rispetto ai propri standard, che sono quelli di una delle migliori giovani rockband in circolazione. “E’ dura, aprire un concerto di qualcun altro, a quell’ora”, ci confesserà Brian Fallon nel backstage più tardi.
Verso le 18, Gli Afghan Whigs mettono in scena probabilmente il miglior concerto della giornata: freschissimi di reunion, dimostrano già di avere ritrovato una forma invidiabile, sia fisica (Greg Dulli è visibilmente dimagrito rispetto ai tempi recenti con i Twilight Singers), sia sonora. La sintonia con i vecchi compari Rick McCullum e John Curley è evidente, e la band rispolvera i suoi classici, da “Debonair” a “Going to town”, con un un tiro notevole, anche grazie al nuovo batterista e a Dave Rosser (già nei Singers). Dalla scaletta vengono eliminati tutti i lenti, con un set teso come pochi, perfetto per la situazione festivaliera. Il pubblico osserva abbastanza tiepido: in pochi si ricordano che i Whigs erano una delle band migliori degli anni ’90, con quella fusione tra rock e influenze black; solo qualche 30-40enne – in minoranza, come il sottoscritto – che non riesce a star fermo.  I Refused, pure riuniti da poco, sono attesi un piccolo manipolo di fan venuti appositamente per loro: la band svedese li ripaga con un set tosto, dominato dalla presenza scenica dello spiritato Dennis Lyxzen.
Finalmente alle 9 e mezza è la volta dei Soundgarden: il pubblico, che ora riempie la parte anteriore dell’immensa Arena, è tutto per loro. Il primo impatto visivo non è dei migliori: Chris Cornell è di bianco vestito, con una giacchetta blu  - quanto di più lontano dall’estetica rock, diciamolo. Ben Sheperd e Kim Tahyil appaiono un po’ imbolsiti, soprattutto quest’ultimo che nasconde i lunghi capelli sotto una cuffia blu. L’unico che non è cambiato è Matt Cameron, ciuffo biondo e sguardo intenso, dietro la batteria. Quando attaccano a suonare, i dubbi sul look svaniscono grazie all’ottimo sound e alla scaletta perfetta, che alterna le hit (“Spoonman” piazzata ad inizio set, ottiene il primo boato della serata) a quei brani potenti tesi, chitarristici e zeppeliniani che hanno contraddistinto la prima fase della loro carriera: “Loud love”, “Gun”, “Outshined”. Forse proprio i pezzi da quel periodo sono quelli che funzionano meglio, anche se il pubblico apprezza inevitabilmente di più “Fell on black days” e “Black hole sun”. Nessun nuovo brano in scaletta, come promesso da Matt Cameron nell’intervista a Rockol, se non “Live to rise”, la canzone per il film “The avengers”, che dal vivo suona decisamente meglio rispetto alla versione di studio.
Un concerto praticamente impeccabile, quello dei Soundgarden: hanno rispolverato il loro gran repertorio e il loro suono. E ciò era esattamente ciò che si voleva da loro in questa fase. Anche se ogni tanto si aveva la sensazione che Chris Cornell avesse un po’ il freno tirato: voce perfetta e potente come sempre, ma con un po’ meno carica e calore di quanto ci si poteva aspettare.  Matt Cameron rimane invece uno dei musicisti più rock ‘n’ roll in circolazione: la sua batteria è il motore sonoro della band.
La serata, comunque sia, finisce in gloria: dopo due ore di concerto, i bis concedono “Jesus Christ pose” e “Slaves and bulldozers”, e la gente sciama verso l’uscita dell’Arena. Ora che la reunion ha celebrato il passato, aspettiamo il futuro dei Soundgarden con il nuovo album, che uscirà ad ottobre.
(Gianni Sibilla)
Setlist Soundgarden:
Searching With My Good Eye Closed
Spoonman
Gun
Hunted Down
Live to Rise
Loud Love
Ugly Truth
Fell on Black Days
Blow Up the Outside World
My Wave
The Day I Tried to Live
Outshined
Rusty Cage
Burden in My Hand
Superunknown
Black Hole Sun
4th of July
Bis:
Jesus Christ Pose
Slaves & Bulldozers

Live Report: Cloud Nothings @ Locomotiv Club, Bologna 30/05/12

Venerdì, Giugno 1st, 2012

La rivincita dei nerd, quest’anno, arriva direttamente dall’Ohio.

Avete capito bene, proprio quell’Ohio da cui, LeBron James e Nine Inch Nails a parte, non è mai uscito niente di veramente degno di nota. Questa volta, però, sembra che qualcosa di davvero interessante sia in procinto di esplodere. I Cloud Nothings, con il loro “Attack on Memory”, si aggiudicano la palma di uno dei prospetti più interessanti di questo 2012, essendo già arrivati, nonostante gli appena diciannove anni di età, al secondo disco in carriera, prodotto, tra le altre cose, da nientemeno, Steve Albini. La lungimiranza del Locomotiv di accaparrarsi l’unica data in Italia del quartetto americano non viene però ripagata a dovere dal pubblico che, complice anche il terremoto, si presenta ben sotto le aspettative numeriche ad un evento che, per quanto mi riguarda, meritava una doppia sottolineatura rossa sul calendario.

Il programma della serata prevede, oltre ai Cloud Nothings, altri due gruppi: i Wolther Goes Stranger e gli His Clancyness.
Del primo gruppo, i Wolther Goes Stranger, non posso dirvi molto purtroppo, essendo arrivato giusto in tempo per ascoltare gli ultimi due minuti del pezzo di chiusura (sul sito ufficiale l’orario di inizio concerti era fissato alle 22.30, su facebook alle 21.30; la verità, come al solito, sta nel mezzo).
Gli His Clancyness, il secondo gruppo in programma, salgono sul palco alle 22.50, intrattenendo il pubblico per circa venticinque minuti; il progetto di Jonathan Clancy, già voce dei Settlefish e A Classic Education, presenta sei brani estremamente minimalisti, molto godibili e spensierati in cui le schitarrate rock ‘n roll e i loop vocali si intrecciano in piccoli episodi autobiografici. Niente di particolarmente innovativo, d’accordo, ma comunque gradevole.

Alle 23.25 arriva finalmente il turno dei giovanissimi Cloud Nothings; Dylan Baldi, ciuffo e occhialoni a montatura spessa, e compagni prendono posto sul palco in silenzio e, tradendo un certo imbarazzo, attaccano il primo pezzo in scaletta, “Stay Useless”, secondo singolo tratto da “Attack On Memory”. La poca intonazione vocale di Dylan nelle parti cantate lascia presto spazio a quell’urlato rabbioso su cui si basa l’intero disco, preferendo l’efficacia comunicativa alla precisione tecnica in sé.

La componente noise dei pezzi viene esasperata con continue divagazioni strumentali ad inizio e fine pezzi, in cui il quartetto statunitense dimostra una certa maturazione musicale rispetto ai primi lavori; la coda di “Wasted Days” per esempio, che vale da sola tutto il disco, si arricchisce di brutalità nella sua versione live, valendo, in altrettanta misura, il prezzo del biglietto, come dimostrato da pogo e roboanti applausi che la accompagnano.
Il concerto scivola via perfettamente come il sudore sulle stremate facce dei musicisti che, in circa quarantacinque minuti, ripercorrono totalmente (ed esclusivamente) l’ultimo, splendido, lavoro discografico, concludendo l’esibizione con la doppietta “No Sentiment”, brano che più di tutti incarna la rabbiosa attitudine espressa in “Attack On Memory”, e “No Future/ No Past”, un doloroso crescendo emotivo che si conclude con i ruvidi cori urlati da bassista e chitarrista.

Ma c’è tempo ancora per un encore di tre pezzi, introdotti da uno sketch del bassista che esorta il pubblico a chiamare gli altri membri della band; Dylan Baldi ritorna sul palco e annuncia “un po’ di roba vecchia” che viene, però, eseguita alla nuova maniera, come nel caso di “Can’t Stay Awake”, tratta dal primo EP “Leave You Forever”, che viene depredata di tutte le sue atmosfere più leggere ed eseguita a velocità doppia. L’attitudine punk rock dei brani meno recenti (non direi vecchi, dal momento che sono usciti nel 2011), non soddisfa in pieno il pubblico che rimane effettivamente un po’ basito e, volendo trovare una pecca all’esibizione (oltre alla durata), si potrebbe affermare che la scelta di lasciare questi tre pezzi insieme a fine concerto sia stata effettivamente discutibile.

Finisce cosi, dopo un’ora precisa, l’unica data italiana dei Cloud Nothings, che corrono subito al banchetto ad autografare e vendere personalmente dischi e magliette, intrattenendosi amabilmente con i fan e giurando di sperare di ritornare presto in Italia. Una cosa è certa: i presenti se lo augurano.

(Edoardo Gandini)

Setlist
1. Stay Useless
2. Fall In
3. Separation
4. Cut You
5. Wasted Days
6. Our Plans
7. No Sentiment
8. No Future / No Past
—bis—
9. Can’t Stay Awake
10. Not Important
11. Leave You Forever

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol