Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Nereo Rocco, Trieste 11/06/12
Mercoledì, Giugno 13th, 2012Nonostante minacciose nuvole coprano il cielo di Trieste per l’ultima italiana del Wrecking Ball Tour, la pioggia resterà a Firenze a curarsi le ferite, massacrata senza pietà la sera prima da Bruce Springsteen. Nessuna tregua invece per la E Street Band, chiamata a prestar servizio con meno riposo rispetto al solito.
Sono solo le 15.30 quando le note di “Spirit in the night” esplodono fino al di fuori dello stadio. Trattasi semplicemente del soundcheck, ritardato dallo spostamento senza dayoff del carrozzone in arrivo dal diluviio di Firenze della sera prima.
Alle 21.20 le note di Ennio Morricone annunciano l’inizio della maratona springsteeniana, fatta di 3 ore e mezza nonstop tra classici, sorprese ed i brani del nuovo Wrecking Ball. “Badlands” e “No surrender” aprono le danze, accolte con devozione dal pubblico prima del prevedibile spazio lasciato al trittico “We Take care of Our Own”, “Wrecking Ball” e “Death To My Hometown”, tracce che con la E Street Band acquistano un’anima tale da vincere anche l’affascinante scarnezza con cui sono registrate sull’album. “My City of Ruins” ci proietta il più vicino possibile al Temple of Soul del compianto Big Man, degnamente sostituito dal nipote Jake Clemons, sempre più a suo agio nei panni dello zio, sempre più piacevole protagonista (la break dance su “Apollo Medley”, vista anche a Firenze, è la sua consacrazione) delle attenzioni di Springsteen, che lo coccola e lo cerca su ogni canzone. Il brano tratto da “The Rising” è il pretesto per mostrare la nuova dimensione rock/blues/soul/folk della expanded E Street Band, con tanto di introduzione dei musicisti (ben sedici tra membri ufficiali e non) e di omaggio agli scomparsi Danny Federici e Clarence Clemons.
Springsteen chiede in un sofferto italiano “Manca qualcuno?” prima di intonare una serie di “Are we missing anybody?” che stendono un velo di tristezza sui i volti che affollano lo stadio. “Li posso sentire nelle vostre voci” dice Bruce, che ad ogni “come on, rise up” si butta sulle prime file, reclamando sempre più volume ad un pubblico, il suo pubblico, che non lo deluderebbe nemmeno potendo. La voce è palesemente in forma, forse più di Firenze, sicuramente più di Milano. La E Street Band, al solito, è un misto di tecnica ed incoscienza che fa del contrasto il proprio punto di forza. Con questa nuova vita, show dopo show, “My city of ruins” vince su tutti per k.o. tecnico, candidandosi al titolo di migliore brano del tour. Per l’inedita versione di “Spirit in the night” Springsteen si cala nei panni del predicatore di una messa gospel afroamericana, superando se stesso. La prima richiesta del pubblco è “Downbound train”, alla sua terza esecuzione in tutto il tour, tra le inattese insieme a “Murder inc.”, “Because the night”, “Youngstown” (con un meritato momento di gloria per il bellissimo solo di Nils Lofgren) e “Rosalita (come out tonight)”, anche questa su richiesta. Gli spettatori tirati sul palco per “Dancing in the dark” sono ben quattro, invitati a ballare con tutta la band, che torna seria per la chiusura con “Tenth Avenue Freeze Out”.
Nel mezzo semplicemente un concerto di Bruce Springsteen, con tanto di Elliott Murphy special guest alla chitarra ed ai cori su “Born to run” ed una commovente “Thunder road” in cui tutta la sezione fiati esegue all’unisono il celebre solo di sax. Non dev’essere bravo con la matematica il diavolo del New Jersey, sessantadue primavere sono difficilmente spiegabili per un performer di questo livello, che spinge se stesso e la E Street oltre il limite, in un vero e proprio sacrificio rituale del rock. Famiglie, coppie, amici, persone conosciutesi sul momento, si ritrovano tutti uniti in un grande abbraccio musicale, impossibile da vivere con artisti che non si chiamino Bruce Springsteen, mattatore e direttore d’orchestra, posseduto simultaneamente dagli spiriti di James Brown e Johnny Cash, Elvis e Woody Guthrie. Dopo i bis il pubblico si aspetta almeno una “Twist and Shout” degli Isley Brothers, suonata sia a Milano che Firenze, ma voltandosi verso i suoi magnifici sedici sulla chiusura di “Tenth avenue freeze out” l’americano più italo-irlandese di Freehold fa un solo e quasi impercettibile cenno di stop con le mani al fedele Max Weinberg; non ci saranno altre canzoni, tutto è stato dato, con buona pace dei presenti.
Nell’intento di Springsteen, forse, la volontà di chiudere i concerti tricolore con il brano dedicato a Clarence “Big Man” Clemons e l’applauso di tutto lo stadio allo scorrere delle immagini del sassofonista sui megaschermi. Anche se, possiamo scommetterci, il ministro del soul, il “future of the whole fuckin’ thing”, se interpellato, avrebbe detto “continua a suonare, Scooter.”
(Riccardo Canato)