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Archivio per Luglio, 2012

Live Report: Damien Rice @ Ferrara Sotto Le Stelle 27/07/12

Lunedì, Luglio 30th, 2012

E’ tornato in Italia Damien Rice. Esordio nel 2002 e due soli album pubblicati (più un live ed una raccolta di b-sides), eppure il richiamo che il cantante irlandese esercita nel nostro paese, e non solo, lo porta sempre nei pressi dei sold out dovunque si esibisca. Ferrara non fa eccezione, ultimi biglietti in cassa e motovelodromo con i posti a sedere pieni. Il concerto che chiude il Ferrara Sotto Le Stelle si svolge qui dopo l’annuncio dello spostamento dal Castello Estense per via delle conseguenze del terremoto. In effetti entrando il primo pensiero è che il luogo non si addica particolarmente ad ospitare un concerto intimo ed emotivo come quello che sta per cominciare; quando alle 21.45 Damien Rice si presenta dietro al microfono sembra piccolo e spaesato su di un palco così grande e di fronte ad uno spazio così aperto. Invece l’irlandese con naturalità in tre mosse cambia tutto: agguanta subito il pubblico buttandola sul ridere introducendo la sua interessante “teoria seminale”, accorda la chitarra e parte a cantare “The Professor & La Fille Danse”. Dalle casse esce nitida ed inconfondibile la sua voce ed i vuoti si riempiono. A questo talento non serve nient’ altro che una chitarra ed un microfono ed il gioco è fatto. Ecco forse giusto giusto un po’ di vino, ed infatti una bottiglia è ben visibile sul tavolino poco a sinistra. Alla seconda canzone intona “Delicate” e la platea già si scioglie nel sentimentale. In un luogo così dispersivo sembra incredibile che ci sia silenzio, solo qualche frase sottovoce, qualche timido tentativo di dare ritmo con le mani, ma per lo più tra le sedie regna il totale rapimento; fin quando finalmente possono esplodere spontanei gli applausi a fine canzone. Alla terza c’è già un ospite, Robbie Fry, amico fotografo del cantante che lo accompagna con uno scacciapensieri durante “Coconuts Skins”. E poi via, uno dopo l’altro si susseguono brani straccialacrime che il pubblico conosce a memoria e che canta solo muovendo le labbra. Damien parla molto, interagisce con il pubblico, racconta aneddoti; è uno di quei cantanti che con semplicità scherza quando parla e commuove quando canta. Tutto qua, un puro talento naturale della forma canzone e del saper comunicare emozioni, tra reminescenze musicale di Nick Drake, Jeff Buckley, Cohen e affinità con quei cantanti che sanno coinvolgere empaticamente gli spettatori. Rispetto al suo concerto di Grado, di due giorni prima, una piccola novità sul palco c’è ed è la batteria. Per “Woman Like a Man” e “Volcano”, che chiudono prima dei bis, si avvale infatti della presenza di Joel Shearer, amico e spesso collega on stage per i tour con band al seguito; il discorso per queste due canzoni si fa più rock e la voce più roca, a differenza della precedente “Cannonball” che invece Damien canta senza microfono, invitando le persone ad alzarsi ed avvicinarsi davanti.
Il finale è da antologia: subito dopo la famosissima e celebratissima “The Blower’s Daughter” ed il prevedibile putiferio di telefonini alzati, arriva dal backstage una bellissima ragazza, un’ amica colombiana del cantante, chiamata sul palco per partecipare ad una scenetta che introdurrà “Cheers Darlin’”. Protagonista principale però è la bottiglia di vino sul tavolo, che viene stappata per l’occasione da lui stesso appena dopo aver invitato la sorridente accompagnatrice a sedersi su di una poltroncina da pub. Il vino viene versato in due calici e, per farla breve, mentre lui racconta ed introduce la canzone con uno spiritoso racconto su un abordaggio finito male, finiscono la bottiglia pressapoco in tre bicchieri ciascuno, alla goccia. Beh ecco, Damien Rice, nei panni di un disperato che si è ubriacato per un due di picche, è terribilmente credibile, e la canzone che chiude il concerto può quindi cominciare con tutto il suo giusto contesto. Ed è proprio così questo artista, protagonista sincero delle sue canzoni, emozioni d’amore passionale che sembrano sempre vissute in prima persona e che gli spettatori facilmente condividono con lui; a volte addirittura ridendo, certo, ma con gli occhi nascosti e sempre un po’ lucidi.

P.S. un’ora dopo la fine del concerto c’erano ancora persone che aspettavano l’uscita dell’artista, il quale non è nuovo ad improvvisare un miniconcerto per i fan più pazienti ed accaniti. A Grado era successo, a Ferrara per ragioni di sicurezza hanno deciso che fosse meglio di no. Il cantante ha scambiato qualche chiacchera coi fan ma è dovuto scappare subito dopo. Vedremo se ci riuscirà per le date di Firenze e Roma.

(Marco Danelli)

Setlst:

1. The Professor & La Fille Danse
2. Delicate
3. Coconut Skins (with Robbie Fry)
4. Fool
5. 9 Crimes
6. I Remember
7. Elephant
8. Insane
9. Accidental Babies
10. Cannonball (unplugged)
11. Woman Like A Man
12. Volcano
13. Cold Water
14. The Blower’s Daughter
15. Cheers Darlin’

Live Report: Patti Smith @ Villa Arconati, Bollate (Mi) 23/07/12

Mercoledì, Luglio 25th, 2012

Carisma, classe, intensità. E mestiere. Patti Smith è molto di più di quei termini abusati, scritti e letti a profusione e con scarsa fantasia in questi suoi giorni italiani.
Patti Smith arriva a Villa Arconati nel bel mezzo del suo lungo tour italiano. Il suo rapporto con l’Italia è speciale (l’ultimo album “Banga” è stato registrato in buona parte nel nostro paese) e questo luogo lo è ancora di più: nel 1996 passò di qui nel suo primo tour europeo dopo 17 anni di assenza; chi c’era si ricorda ancora quella sera magica di luglio in cui – con Michael Stipe a farle da angelo custode – qualcuno le urlò “Dove sei stata?”. “A fare il bucato”, rispose lei, candida: dopo la morte del marito Fred Sonic Smith si era presa cura dei figli.
Patti Smith è disarmante, in ogni occasione. Arriva sul palco di Villa Arconati – che ora si trova in un campo all’esterno dell’edificio ora in ristrutturazione – che sono quasi le dieci e in un attimo spazza via tutto.
Attacca subito con i ritmi sinuosi di “Redondo beach”, seguita da “Dancing barefoot”. E pure lei è sinuosa, come sempre. Giacca nera d’ordinanza, accompagnata dalla solita band (Lenny Kaye, Tony Shanahan, Jack Petruzzelli), prende subito possesso del palco. Si vede che c’è qualche problema: sulla seconda canzone, mentre Kaye fa il suo assolo, si avvicina al banco del mixer e conversa con il tecnico, per il primo di diversi viaggi verso quella zona che avverranno durante il concerto.
Nelle canzoni successive, la band fatica a decollare, soprattutto quando si tratta di alzare un po’ i ritmi – come in “Fuji-san”, che nel nuovo disco è una fucilata, qua è un (forte) colpo a salve. Decisamente meglio nei brani “mid-tempo”, come “Ghost dance” e soprattutto “Beneath the southern cross” – con una bella coda elettrica – dove è l’intensità ad emergere con tutta la sua forza.
Patti Smith appare un po’ stanca, a tratti – lei stessa in conferenza stampa aveva ammesso di fare fatica a reggere i ritmi della vita on the road. Ma si dà con la consueta e proverbiale generosità, che sia quando dedica “This is the girl” ad Amy Winehouse (scomparsa esattamente un anno fa), che sia quando si interrompe un discorso con un “Oh, look” per seguire il volo di una farfalla, o quando rimane incantata da un ragnetto sul microfono del chitarrista e cerca di salvarlo dalle grinfie del roadie cattivo che vorrebbe ammazzarlo.
Il finale è un crescendo: la Smith esce dal palco per lasciare spazio a Lenny Kaye, che festeggia i 40 anni della storica compilation “Nuggets” (da lui curata) con un medley di canzoni garage rock degli anni ’60, poi ritorna per per “Nine” – dedicata a Johnny Depp e “Pissing in a river”.
Solo “Because the night” è un po’ tirata via  (e “People have the power” viene solo accennata alla fine di “Peaceable kingdom”);  ma  “Gloria” è la consueta cavalcata irresistibile, così come i bis di “Banga” e “Rock ‘n’ roll nigger”.
La classe, il mestiere: al di là delle definizioni trite e ritrite, Patti Smith è soprattutto una grande performer. Anche in serate un po’ sottotono come queste, compensa con l’esperienza e il carisma qualche calo di intensità suo e della band. Ma non c’è di che lamentarsi, perché Patti Smith, nei suoi numerosi concerti italiani degli ultimi 17 anni, ci ha abituati fin troppo bene. Essere ammessi al suo cospetto vale sempre il prezzo del biglietto.
(Gianni Sibilla)
PS: i termini abusati sono ovviamente “poetessa” e “sacerdotessa” Propongo una moratoria: la piantiamo di usarli ogni volta che compare il nome di Patti Smith? Mi impegno per primo a farlo, è l’ultima volta che li vedrete in qualcosa scritto da me.
SETLIST
“Redondo beach”
“Dancing barefoot”
“April fool”
“Fuji-san”
“This is the girl”
“Ghost dance”
“Distant fingers”
“Beneath the Southern cross”
“We three”
“Night time/ “(We aint’ got) Nothin’ yet/Born to lose/Pushin’ too hard”
“Nine”
“Pissing in a river”
“Because the night”
“Peaceable kingdom”/”People have the power (spoken)”
“Gloria”
Bis
“Banga”
“Rock’n'roll nigger”

Live Report: Soap & Skin + Apparat & Band @ Sexto ‘Nplugged, 21/07/12

Domenica, Luglio 22nd, 2012

Il SEXTO’NPLUGGED è un festival che si svolge a Sesto al Reghena (PN) che giunge con quella di quest’anno alla sua settima edizione. E’ strutturato sui weekend di luglio, ogni sabato presenta sul palco una coppia di artisti in qualche modo correlati tra loro. La data di sabato 21 luglio vedeva uno degli accoppiamenti più arditi di questa edizione con Soap&Skin e Apparat&Band. Per quanto siano delle proposte musicali apparentemente diverse, presentano invece non pochi punti in comune, oltre ad una vera e propria collaborazione per una traccia centrale del disco di Apparat (The Devil’s Walk, uscito per la Mute) dal titolo Goodbye.

La prima a salire sul palco è Anja Plaschg, in arte Soap&Skin. Artista ventiduenne che negli ultimi due anni ha fatto molto parlare di sè. La musicista austriaca si presenta sul palco appena cala il sole accompagnata da Deathmental, terza traccia del secondo disco (Narrow) connotata da forti caratteristiche techno-industrial. Quella sul palco è un’ artista che non si comporta in maniera canonica,  del “difetto” di sembrare timida e quasi dissociata nel comportamento, ne ha fatto ormai consapevolmente un’ arma a doppio taglio. Quando canta da in piedi, spesso barcolla e incespica, rimane a testa bassa e tira rare occhiate al pubblico solo in particolari momenti. Il tutto contribuisce a creare un’ atmosfera di tensione. Quando Anja si siede al pianoforte a coda, accompagnata da un Mac, esegue canzoni a volte particolarmente delicate, a volte decisamente frastornanti; solo raramente si concede il lusso di ringraziare il pubblico con voce flebile, il quale invece superato l’impatto iniziale, applaude sempre più con convinzione. L’ emotività nell’ interpretazione è notevole, l’uso della voce è altalenante tra melodie intonate, cantilene dissonanti, e vere e proprie urla. La setlist vede alternarsi brani del primo e del secondo album, con la presenza di quattro cover ricercate; viene proposta in chiave drammatica Voyage Voyage, la hit anni 80 di Desireless (già comunque pubblicata sul disco Narrow) e Danja(An Angel) della The Kelly Family, Meltdown di Chris Mansell e la chiusura con Pale Blue Eyes dei Velvet Underground. Su tre canzoni la seconda voce è affidata alla sorella, timidamente salita sul palco e presentata ufficialmente dall’artista durante il concerto.
L’esibizione procede con una sua teatralità,  tra lo spontaneo e il premeditato. Piccoli colpi di scena e decisi cambi di tono sembrerebbero caratteristiche innate della personalità della performer.Per esempio durante l’esibizione di Spiracle, brano dal tema forte del primo disco, le luci della platea si accendono e quelle del palco si spengono. Il pubblico rimane abbagliato dai fari ed in principio si pensa ad un problema tecnico; ma sarà chiaro di lì a poco trattarsi invece di un gesto voluto per accompagnare e spostare l’attenzione degli spettatori principalmente sulle parole di questa particolare canzone. Su Marche Funèbre invece, brano anche questo di derivazione industrial in stile Neubauten, l’artista austriaca si alza e si dimena sotto luci stroboscopiche, in movimenti meccanici e violenti perfettamente in linea con i tempi ritmici dei suoni campionati. Il concerto si conclude dopo circa un’ora e venti ed il pubblico è assolutamente soddisfatto.
E’ la volta di Sascha Ring e del suo progetto Apparat&Band. Forse è definitivamente lontano quel periodo in cui le persone andavano a sentire Apparat&Band aspettandosi il vecchio Apparat delle produzione techno-minimal. La platea di Sesto al Reghena sembra ormai assolutamente preparata al nuovo corso intrapreso da questo artista verso aperture melodiche e suoni più raffinati che con il clubbing centrano poco.  La cosa che si nota subito rispetto ai concerti italiani dell’anno scorso è la cresciuta sicurezza dei musicisti nell’esecuzione. La resa live dei brani ora dà molte più certezze sulla totalità di questo progetto musicale, rende più evidente la ricchezza sonora e la cura dei particolari del lavoro fatto per l’album The Devil’s Walk. Viene eseguito praticamente tutto il disco, più qualche piccolo accenno delle produzioni precedenti come Rusty Nails dei Moderat, il progetto coi Modeselektor del 2009 (primo EP 2002).
Dal vivo ogni brano si allunga in code trascinanti e galoppate che a volte ricordano alcune tracce del lavoro solista di Jónsi. Non tutto è perfetto, Sascha Ring non è un cantante fatto e finito e i musicisti non sono i Radiohead ma la proposta è così ricca  ed innovativa che i difetti risultano poco sensibili. Live di circa un’ora e mezza che convince, aiutato da un ottimo impianto, caratteristica spesso sottovalutata per questo genere di musica. Peccato solo che Soap&Skin e Apparat non abbiano colto l’occasione per eseguire dal vivo il brano che vede la loro collaborazione.
(Marco Danelli)

Live Report: Stone Roses/Mick Jones @ City Sound, Milano, 17/07/12

Mercoledì, Luglio 18th, 2012

Le reunion. Eventi capaci di fare notizia, capitalizzare soldi e interesse, fare impazzire i fan, lasciare scettici tutti gli altri.

Il concerto degli Stone Roses, riformati lo scorso ottobre dopo annunci e smentite, è stato per certi versi esemplare. Lo scenario è quello del City Sound, il festival che ha rimpiazziato l’Arena Civica per le note polemiche sul bando del Comune di Milano. Ottimo scenario, pensando che è stato allestito in pochissimo tempo: in mezzo all’Ippodromo del Galoppo, dal lato di Piazzale Lotto: un gran palco, una pedana di legno per il pubblico, una tribuna in fondo, baracchini per le vettovaglie varie, ottima organizzazione (non si fa in tempo a far cadere un bicchiere di plastica che un inserviente lo raccoglie), un buon battaglione di zanzare al calare del sole, molte postazioni sponsor (“E’ un cliente invitato da Philip Morris?” “No, sono un giornalista” “Non può stare qua, si deve spostare” – scena davvero successa mentre il vostro cronista cercava di mangiare due tartine ad un tavolo inutilizzato –  la stampa musicale conta meno di una cicca, si sa).

Ma per quanto bello, il City Sound non è in Inghilterra, dove gli Stone Roses hanno ottenuto quello che volevano nella traccia di apertura del loro capolavoro dei del 1989: “I wanna be adored”.  Alle 8, quando sale sul palco Mick Jones, la gente è pochina. Aumenterà per l’inizio del concerto degli Stone Roses: larghi spazi vuoti, per un totale dignitoso di qualche migliaio di persone (3000, dice l’organizzazione). Ma siamo lontani dalle folle che ancora attirano in patria.

Mick Jones, dicevamo: l’ex chitarrista dei Clash si presenta con la The Justice Tonight Band (feat. Pete Wylie & The Farm), ovvero un collettivo di 10 persone con alcune vecchie glorie del rock “minore” inglese. Il set è soprattutto un best of di classici dei Clash, compresi quelli che già cantava Jones, “Train in vain” e “Should I stay or should I go”, più altri come “Rock the Casbah”, “Bankrobber”, cantati a turno dai membri della band. L’effetto è un po’ di caciara – concerto tra amici al pub, ma molto divertente e trascinante. Il pubblico apprezza e balla.

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Verso le 9 e un quarto arrivano loro, gli Stone Roses: ed è qui che vedi l’esemplarità della loro reunion. Contemporaneamente invecchiati e ben riconoscibili: John Squire sotto una chioma di capelli  dal colore troppo nero per essere naturale, Mani un po’ ingrassato, Reni calato sotto un cappellino. Poi lui, Ian Brown: caschetto e faccia scavata, come sempre ma più del solito. Pantaloni larghi d’ordinanza, camicia militare.

Il set parte forte con “I wanna be adored” e prosegue con la scaletta classica del loro tour. I fan riconoscono ogni canzone al primo accenno e impazziscono. Ma con un po’ di distacco, è impossibile non notare come il sound della Madchester abbia ancora fascino ma sia anche invecchiato un bel po’. Musicalmente, gli Stone Roses si impegnano: soprattutto quando Squire e la sezione ritmica prendono il sopravvento, come nella bella e lunga versione di “Fools gold” piazzata a metà set, il concerto decolla.

Ma la sensazione è comunque che la band stia facendo il compitino: Ian Brown appare a metà tra la fascinosa strafottenza tipica inglese  e lo scazzo, ogni tanto si perde nel cantare (“She bangs the drum” grida vendetta, per la parte vocale). Insomma: quasi sempre inappuntabili, ma freddi e senza grande carica. Un po’ più di calore in più non avrebbe fatto male per non far pensare ad una reunion d’ordinanza: lo stesso ragionamento fatto per i Soundgarden qualche settimana fa.

Poco dopo le 11 il concerto è finito – con buona pace dei residenti. Anche qua, qualche lamentela: nei giorni scorsi è apparsa una lettera sulle pagine milanesi del Corriere che, non ci crederete, ipotizzava  che l’organizzazione fosse classista perché il palco è posizionato e rivolto verso i più popolari palazzi di Piazzale Lotto e più lontano dai bellicosi e tendenzialmente più benestanti abitanti di San Siro. E’ proprio vero che ci sarà sempre qualcuno che si lamenta, anche solo per una manciata di concerti d’estate.

Ma, tornando al concerto: fan entusiasti, ascoltatori meno appassionati che se ne vanno contenti ma senza avere sconfitto lo scetticismo tipico da reunion. Una reunion da copione, dicevamo.

(Gianni Sibilla)

Setlist:

I Wanna Be Adored
Mersey Paradise
(Song for My) Sugar Spun Sister
Sally Cinnamon
Ten Storey Love Song
Where Angels Play
Shoot You Down
Fools Gold
Something’s Burning
Waterfall
Don’t Stop
Love Spreads
Made Of Stone
This Is the One
She Bangs The Drums
I Am The Resurrection

LP live @ Hotel Manin, Milano, 16/7/2012

Martedì, Luglio 17th, 2012

C’era una volta lo “showcase”, e ogni tanto c’è ancora. Il concerto “per addetti ai lavori”, organizzato dalla casa discografica per far conoscere un artista nuovo, sconosciuto, nella migliore dimensione, quella live. E’ un’occasione rara al giorno d’oggi, dicono giustamente quelli della Warner, che ieri hanno portato in Italia la sconosciuta LP, per un mini concerto nel giardino di un hotel milanese. Laura Pergolizzi, in arte LP, è americana di origini irlandesi-siciliane; ha appena pubblicato un EP, “Live at EastWest studios”, e in autunno uscirà il suo disco d’esordio, prodotto da Rob Cavallo (al lavoro con Green Day e ora mega-capo della Warner stessa).

Ed è una buona occasione per scoprire un’artista diversa, con una grande personalità: minuta, androgina, nervosa, si nasconde dietro una folta chioma nera riccioluta. Fisicamente ricorda una versione meno bella di St. Vincent, un po’ Johnette Napolitano dei Concrete Blonde (chi se la ricorda?) o un qualche personaggio uscito dal CBGB’s degli anni ‘70. Sul palco si nasconde dietro un ukulele, ma non è la solita lagna folk a quattro corde: le sue sono canzoni dalle strutture oblique, con forti progressioni, che lei esegue con carica e presenza, accompagnata da una band di quattro elementi. Quella che colpiscono di più sono “Levitator” – potete vederne una versione dal vivo alla TV americana qua sotto: la voce che si impenna, quasi a ricordare una versione più rock di Cyndi Lauper; e poi “Into the wild”, il singolo (niente a che vedere con Eddie Vedder e con il suo ukulele)

Immagine anteprima YouTube

Una manciata di canzoni, ancora poche per farsi un’idea completa, più che abbondanti per capire che l’artista c’è e va seguita con molta attenzione, perché riserverà delle sorprese.

(Gianni Sibilla)

Setlist:

Levitator

Someday

Tokyo Sunrise

Salvation

Fighting with myself

Into the wild

Live Report: Paul Weller @ Castello di Vigevano, 12/07/12

Venerdì, Luglio 13th, 2012

Fosse stato un concerto reunion dei Jam sarebbe stato un trionfo. Il (poco) pubblico accorso ieri sera al Castello di Vigevano, sede del festival Dieci giorni suonati, per vedere Paul Weller non deve avere molto apprezzato la sterzata elettronica e sperimentale di “Sonik kicks”, a giudicare dall’accoglienza freddina riservata alle numerose selezioni (otto) dal nuovo album. E in tanti si sono risvegliati dal torpore solo durante i bis, quando il Modfather e il suo quintetto hanno sciorinato in pochi minuti “Art school” (con il tastierista Andy Crofts estemporaneo frontman, voce solista e chitarra), il riffone di “In the city” e una “Town called malice” con cui resta impossibile tenere fermi mani e piedi. L’atmosfera e il mood del concerto ne hanno un po’ risentito e chissà cosa ne pensa Paul, abituato a tirare sempre dritto e a non guardarsi indietro.

Aveva cominciato, un’ora e cinquanta minuti prima, con il rock&roll spiccio, abrasivo e marziale di “Wake up the nation”, “22 dreams”, “Moonshine” e “Kling I klang”, materiale dagli ultimi tre album, ma è indubbio che i primi veri brividi di piacere sono arrivati con una versione rallentata, funkeggiante e jammata di “Into tomorrow”, il singolo che a inizio anni ‘90 segnò la rinascita artistica di Weller dopo gli sbandamenti post scioglimento Style Council.

La formazione che lo accompagna è rodata e multitasking, solida anche sul versante vocale: Crofts, Steve Cradock (sempre puntuale con la sua bella collezione di chitarre), Andy Lewis (basso) e una sezione ritmica a doppia cassa (il picchiatore Steve Lewis è ora affiancato da Ben Gordelier, che suona in piedi le sue percussioni) gli permettono di giocare a tutto campo cavalcando la musica di almeno cinque decenni. Sul palco si fuma, si cambiano chitarre, ci si scambia strumenti e postazioni passando da pezzi di tre minuti tre a improvvisazioni dilatate, dal soul alla psichedelia, dal kraut rock al dub (“Study in blue” è l’intermezzo più anomalo ed enigmatico, con le sue melodiche, il suo incedere svagato e un ininfluente cameo vocale della giovane moglie Hannah Andrews). Ma è vero, come mormora qualcuno in platea, che i brani di “Sonik kicks” faticano un po’ a integrarsi con il resto del set e che il meglio arriva quasi sempre dal back catalog: una pianistica e tambureggiante “Stanley road” recuperata da un oblio immeritato, una “Start!” (ancora i Jam) che non fa nulla per nascondere la sua strettissima parentela con la “Taxman” dei Beatles, una furente “From the floorboards up” che si accende in un bel duello tra la Fender di Weller e la Gibson di Cradock.

Sono le loro chitarre elettriche (nessun intermezzo acustico, nel mini tour italiano) a firmare i momenti più esaltanti dello show. E la palma del pezzo più ispirato, stavolta, tocca alla recente e poco lodata “Pieces of a dream”, dilatatissima e con un bell’intreccio di tre voci (anche se quella di Weller non sembra sempre al massimo della forma): lui si accende una delle tante sigarette, legge il testo (o gli accordi?) da un foglio e poi lo butta via, siede al piano elettrico e poi imbraccia la sei corde per un assolo intenso e incisivo mentre lì dietro un organo Sixties rievoca l’epoca d’oro dell’acid rock californiano. Più tardi si va a colpo sicuro con la esaltante jam chitarristica di “Foot of the mountain” (Neil Young sempre dietro l’angolo), con le dolcezze di “You do something to me” (un evergreen, la più bella canzone d’amore in repertorio) e il trascinante gospel rock di “Broken stones”, ma a Weller sta stretto il ruolo del crowd pleaser, del piacione: e anche se ha rinunciato al gusto un po’ perverso di presentare l’album nuovo in blocco, il doo wop bowiano di “That dangerous age”, gli stridori dark di “Around the lake”, la combustione lenta di “Paperchase” e gli ubriacanti vortici sonori di “Drifters” non sono un piatto facile da digerire per chi è rimasto affezionato al suo periodo “classico”.

Sembra patire un po’ anche lui la compostezza trattenuta del pubblico (“gente, siete ancora con noi?”, chiede a un certo punto), e rinfrancarsi nel calpestare i sentieri più battuti di “Whirlpool’s end”, altro gran tourbillon chitarristico, e di “The changingman”. Un manifesto filosofico, una dichiarazione di intenti della sua continua volontà di cambiamento e di trasformazione. E pazienza se, prima e dopo, sotto il palco si applaude e ci si scalda soprattutto con i vecchi classici dei Jam, la band che lui ha giurato di non volere mai più riformare.

(Alfredo Marziano)

Setlist

“Wake up the nation”

“22 dreams”

“Moonshine”

“Kling I klang”

“Into tomorrow”

“Stanley road”

“That dangerous age”

“The attic”

“From the floorboards up”

“Start!”

“Around the lake”

“Pieces of a dream”

“Study in blue”

“Paperchase”

“Dragonfly”

“You do something to me”

“Foot of the mountain”

“Drifters”

“Broken stones”

“Whirlpool’s end”

Bis

“All I wanna do (is be with you)”

“Fast car/slow traffic”

“Art school”

“In the city”

“The changingman”

“A town called malice”

Live Report: Flaming Lips (+ Verdena) @ Sherwood Festival, Padova 10/07/12

Mercoledì, Luglio 11th, 2012

Questo 2012 è iniziato con poche certezze: una di queste era che, se fossi arrivato vivo al 10 luglio, sarei sicuramente stato a Padova, allo Sherwood Festival, per vedere Flaming Lips e Verdena darsi il cambio sul palco.

Come un bambino che conta i giorni che lo dividono dal Natale, ho aspettato questo evento fin dal suo annuncio i primi giorni di aprile e, man mano che i mesi passavano, l’ansia e l’attesa iniziavano a diventare sempre più pressanti. Ormai è andata. Finalmente anch’io ho visto suonare i Flaming Lips dal vivo e nessuno potrà più affermare, prendendosi gioco di me, il contrario. Il fatto, poi, che fossero accompagnati dai Verdena, ormai una vera e propria garanzia live, non ha fatto altro che rendere questa data ancora più imperdibile. Ma procediamo con ordine.

Alle 21.00 era previsto l’inizio dei concerti e cosi è stato, costringendo tutti a divorare il maxi kebab acquistato pochi secondi prima per non perdersi nemmeno una nota del set dei Verdena, in un’inedita versione di gruppo spalla.

La band bergamasca, che ha ripreso il fortunatissimo tour di “Wow” esclusivamente per accompagnare i Flaming Lips nelle due date italiane, si presenta sul palco in gran forma attaccando immediatamente con uno dei più interessanti brani del suo repertorio, quel “Sorriso in Spiaggia” che, diviso in due parti, chiude magistralmente il primo dei due dischi di “Wow”. Con un’apertura di questo genere vien da pensare che si tratterà di un set particolarmente tranquillo e invece i Verdena, che possono vantare una lunghissima quanto eterogenea scelta di brani, riusciranno a rendere la corta esibizione decisamente variegata e palpitante. Poche parole e tanti versi di un quanto mai eccitato Alberto Ferrari fanno da divisorio tra le tredici canzoni in scaletta, colte esclusivamente da “Requiem” e “Wow”, alternando la dolcezza compositiva di “Nuova luce” con la violenza di una “Muori delay” quanto mai ispirata (non si può proprio non citarla), per poi ricadere tra le suadenti note della delicata “Tu e me”. Il set, un po’ ruffiano nella scelta dei pezzi, dura appena un’ora; un’ora che sottolinea ancora una volta, caso mai se ne sentisse il bisogno, l’incredibile balzo tecnico-compositivo della band di Albino che si conferma come miglior prospetto alternativo italiano da diversi anni a questa parte.

Alle 22.30, appena mezz’ora dopo la fine del primo concerto, arriva il turno dei Flaming Lips e il pubblico, fino a quel momento abbastanza diradato, inizia a diventare sempre più fitto e insofferente fino a ridurre drasticamente lo spazio vitale a disposizione. Wayne Coyne, carismatico leader della band di Oklahoma, si presenta sul palco con una sciarpa di pelliccia (ci saranno stati cinquemila gradi) e due guanti a forma di enormi zampe da orso con cui tiene in mano un fucile dal quale fuoriescono delle stelle filanti che, sommate alle note di “Race for the prize” e ad una dozzina di ragazze e ragazzi danzanti ai lati del palco, contribuiscono a creare, fin dalle prime battute, l’atmosfera festosa tanto cara al gruppo. Se il primo brano è una festa, il secondo è un vero putiferio; “The yeah yeah yeah song”, accompagnata dagli “Yeah” del pubblico, libera sul piazzale dello Stadio Euganeo una quantità incredibile di stelle filanti, coriandoli e palloni, ripieni anch’essi di coriandoli, che lo stesso Coyne fa esplodere colpendoli con la paletta della sua chitarra all’ingresso di ogni ritornello, aggiungendo ulteriore pathos ad uno dei pezzi più coinvolgenti della band. Cosa si può fare di più? – viene da chiedersi; Wayne Coyne sembra accettare la sfida e al terzo brano in scaletta, la cover dei Pink Floyd “Out of run”, spara un’altra delle sue più pregevoli cartucce, entrando nell’ormai celebre palla gigante con la quale va a fare un giro sopra il pubblico, sorretto in aria dalle mani degli entusiasti fan. Da qui in avanti, come si può facilmente intuire, il concerto perde un po’ di intensità, acquisendo una forte componente psichedelica che sfocia nel finale di “See the leale”, brano dedicato ai Verdena, con il cantante che indossa due mani giganti dalle quali partono dei laser che illuminano pubblico e band.

I due encore scelti per salutare il pubblico italiano sono da pelle d’oca: l’elettronica ballata “Ashesi in the air” (originariamente suonata insieme a Bon Iver, uno spettacolo per le orecchie da non perdere) e soprattutto la celeberrima “Do you realize??” risultano essere i brani più indicati per congedarsi da questo incredibile concerto che si esaurisce lentamente tra le ultime stelle filanti e la voce rotta di Wayne Coyne che ripete ossessivamente “do you realize? that you have the most beautiful face”.

Cosa si può chiedere di più ad un martedì qualsiasi di luglio oltre alle sonorità di due tra i più pregevoli e ricercati gruppi in circolazione? I Flaming Lips, attivi da trent’anni, sembrano ragazzini sul palco, dispensando sorrisi e follie degne unicamente di una band che, citando Wikipedia, fu fondata dopo che Wayne Coyne rubò degli strumenti musicali in una chiesa. Il fatto di aver giocato subito tutte le migliori carte non è stata, probabilmente, la migliore idea possibile ma ha fatto in modo che ogni persona presente si ricorderà questo inizio di concerto come uno dei più esaltanti di sempre.

E finalmente anch’io potrò raccontare ai miei figli di quella volta che ho visto suonare dal vivo i Flaming Lips.

(Edoardo Gandini)

Setlist Verdena

  1. Sorriso In Spiaggia pt.1
  2. Sorriso In Spiaggia pt.2
  3. Scegli Me
  4. Il Caos Strisciante
  5. Badea Blues
  6. Nuova Luce
  7. Muori Delay
  8. Tu e Me
  9. Miglioramento
  10. È Solo Lunedì
  11. Canos
  12. Attonito
  13. Loniterp
  14. Isacco Nucleare

Setlist Flaming Lips

  1. Race For The Prize
  2. The Yeah Yeah Yeah Song
  3. On The Run (Pink Floyd Cover)

  4. Is David Bowie Dying

  5. Ego Tripping At The Gates of Hell

  6. See The Leaves

  7. Big Laser Hands

  8. Drug Chart

  9. What Is The Light?

Bis 1

  1. Ashes In The Air

Bis 2

  1. Do You Realize??

Live Report: Mumford & Sons @ Teatro Romano, Verona 02/07/12

Martedì, Luglio 3rd, 2012

Siamo sempre a caccia del concerto perfetto. Del resto è un po’ la speranza di tutti quelli che oltrepassano i cancelli: che la serata che ci si appresta a vivere abbia qualcosa di speciale, che sia diversa da tutte le altre. Perché questa è la nostra serata, il nostro concerto, la nostra occasione. Serate che poi iniziano tutte nello stesso identico modo: biglietto alla mano, controllo della borsa, grazie e buona serata. “Per me suoneranno questa”. “Cosa non darei perché facessero…”. “Ho sentito che una volta…”. Si sceglie il posto, ci si sistema, e si spera che il tizio altissimo che fa lo gnorri gironzolando con mezza birra in mano non si piazzi proprio di fronte a noi. Le luci infine si spengono, e tutte le aspettative, la tensione e le ansie covate durante l’attesa, si sciolgono in un unico, massiccio applauso liberatorio.

I Mumford & Sons fanno tappa a Verona, nella cornice del meraviglioso Teatro Romano, per rinfrescare a tutti le idee in vista della prossima pubblicazione (settembre a quanto pare) del nuovo, attesissimo disco. Una data “tecnica”, studiata per testare i pezzi nuovi di fronte ad un pubblico di devoti che ha già dato più volte prova di grande fedeltà. I Mumford sono il fenomeno indie folk del momento, la band imperdibile, il gruppo da sentire anche se non li conosci. Ecco allora che i biglietti per i sudatissimi live vengono bruciati nel giro di poche ore. Scongiurate le minacce di pioggia, poco prima delle nove sale sul palco Adam Stockdale aka Albatross, act singolo per voce e chitarra chiamato a fare da spalla alla band londinese. Il suo è un set minimale, una manciata di pezzi folk senza troppe pretese, accolti con entusiasmo dalla già carica platea veneta. Niente di trascendentale, questo va detto, ma l’aria che si respira è di grande festa: la gente sorride, canta, applaude e trasmette elettricità.

E mentre il cielo si fa via via più scuro, venti minuti prima delle dieci si spengono i fari che illuminano il proscenio. Sul palco salgono i Mumford & Sons, accompagnati da un piccolo trio di fiati e da un paio di altri turnisti chiamati a rendere ancora più corposo il sound del quartetto londinese (e sopperire alla menomazione di Marcus Mumford, recentemente infortunatosi alla mano: niente chitarra per lui). Nel silenzio di una platea rapita dai primi tocchi di banjo, il set decolla con il primo degli inediti della serata, “Lover’s eyes”. Inedito per modo di dire, perché a quanto pare l’intero Teatro Romano conosce a memoria le parole di quella che sembra essere l’ennesima poesia in parole e musica firmata Mumford e figli. Un prologo che lentamente cresce di spessore, fino all’esplosione finale che letteralmente catapulta buona parte della platea a ridosso del palco. Addio ai posti numerati, alle recinzioni e a qualsivoglia restrizione.

“Little lion man”, “Winter winds”, “White blank page”. Come in un video di Romanek, le luci calde sparate dal fondo del palco disegnano i controluce delle sagome delle mani costantemente alzate a sfiorare le cime dei cipressi che si stagliano sullo sfondo. “Non c’era mai capitato di trovare qualcuno che conoscesse a memoria i pezzi che non sono ancora usciti. O meglio, nessuno bene come voi. Questa cosa fa un po’ paura”. Hai ragione Marcus, questa cosa fa un po’ paura. Ma è anche la dichiarazione d’amore più pura e incondizionata che un pubblico possa regalare alla propria band. “Below my feet” è la quiete prima del balzo: “Roll away your stone” ma soprattutto “Lover of the light” trasformano definitivamente le gradinate in una bolgia che raramente ci è capitato di vedere. Irresistibili: i Mumford sono irresistibili. Punto. “Thistle & Weeds” e “Ghosts that we knew”, impeccabili, chiudono la parentesi sugli inediti. Inediti che, accoglienza a parte, sembrano già funzionare alla perfezione su un palco, fugando in anticipo le paure legate alla pubblicazione di un eventuale “Sight no more” versione due. Ok, lo stampo è quello, ma una parvenza di evoluzione sembra esserci, sia nel songwriting che nell’approccio interpretativo. Che poi era la cosa che ci premeva di più scoprire da una data come questa. “Awake my soul” spegne però qualsiasi pensiero sul nascere. Perché a una preghiera come questa, gridata verso un cielo tempestato di stelle, non si può non dedicarsi completamente. “Whispers” e “Dust bowl dance” chiudono infine il set principale, con band e platea in piena trance live. La gente salta, canta e si abbraccia. Ringrazia e chiede a gran voce un encore che però, stranamente, sembra farsi attendere. Un mistero immediatamente svelato. I Mumford escono dopo qualche minuto di meritato riposo, ma senza guadagnare il palco. Da un’uscita laterale, i quattro salgono le scale che portano ad una piccola terrazza posta dietro la platea. E qui, sullo sfondo della facciata di una chiesa, completamente in acustico e a voce alta, arriva la “Sister” che non ti aspetti, forse uno dei momenti più alti mai goduti in assoluto in un live. La platea si fa religiosamente silenziosa per lasciare spazio alle quattro voci dei Mumford che lambiscono la calda serata veronese quasi come un vento fresco, una brezza leggera e corroborante.

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Roba da lasciarci la pelle. Poco meno di cinque minuti da tenere stretti nei giorni, settimane e mesi a venire: “E’ stato davvero speciale per noi, quindi grazie per averci permesso di farlo”. Grazie a voi ragazzi. Dal più profondo del cuore. “The cave” a questo punto diventa la chiusura quasi ovvia, forse necessaria, di un set trionfale che difficilmente verrà dimenticato per tanti motivi.

Primo per la bellezza della location: il Teatro Romano è davvero una perla senza eguali, per atmosfera, splendore e per l’impatto che ha su chi si trova sul palco. Poi per l’incredibile platea veronese, a tratti fin troppo perfetta, responsabile in larga parte dell’incredibile serata: sono così tante le volte in cui ti immagini come sarebbe potuta andare se la gente fosse stata al top, che quando succede non sembra vero. E infine per la bravura di una band che non smette mai di stupire. Questo è stato il concerto dei Mumford & Sons a Verona. Certi concerti passano senza lasciare un segno, altri te li fanno rimpiangere da lontano perché quella maledetta sera tu non potevi esserci. Non questa volta. Non oggi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Lover’s eyes”

“Little lion man”

“Winter winds”

“White blank page”

“Below my feet”

“Roll away your stone”

“Lover of the light”

“Thistle & Weeds”

“Ghosts that we knew”

“Awake my soul”

“Whispers”

“Dust bowl dance”

ENCORE

“Sister”

“The cave”

Dal Vivo
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