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Live Report: Flaming Lips (+ Verdena) @ Sherwood Festival, Padova 10/07/12

Mercoledì, Luglio 11th, 2012

Questo 2012 è iniziato con poche certezze: una di queste era che, se fossi arrivato vivo al 10 luglio, sarei sicuramente stato a Padova, allo Sherwood Festival, per vedere Flaming Lips e Verdena darsi il cambio sul palco.

Come un bambino che conta i giorni che lo dividono dal Natale, ho aspettato questo evento fin dal suo annuncio i primi giorni di aprile e, man mano che i mesi passavano, l’ansia e l’attesa iniziavano a diventare sempre più pressanti. Ormai è andata. Finalmente anch’io ho visto suonare i Flaming Lips dal vivo e nessuno potrà più affermare, prendendosi gioco di me, il contrario. Il fatto, poi, che fossero accompagnati dai Verdena, ormai una vera e propria garanzia live, non ha fatto altro che rendere questa data ancora più imperdibile. Ma procediamo con ordine.

Alle 21.00 era previsto l’inizio dei concerti e cosi è stato, costringendo tutti a divorare il maxi kebab acquistato pochi secondi prima per non perdersi nemmeno una nota del set dei Verdena, in un’inedita versione di gruppo spalla.

La band bergamasca, che ha ripreso il fortunatissimo tour di “Wow” esclusivamente per accompagnare i Flaming Lips nelle due date italiane, si presenta sul palco in gran forma attaccando immediatamente con uno dei più interessanti brani del suo repertorio, quel “Sorriso in Spiaggia” che, diviso in due parti, chiude magistralmente il primo dei due dischi di “Wow”. Con un’apertura di questo genere vien da pensare che si tratterà di un set particolarmente tranquillo e invece i Verdena, che possono vantare una lunghissima quanto eterogenea scelta di brani, riusciranno a rendere la corta esibizione decisamente variegata e palpitante. Poche parole e tanti versi di un quanto mai eccitato Alberto Ferrari fanno da divisorio tra le tredici canzoni in scaletta, colte esclusivamente da “Requiem” e “Wow”, alternando la dolcezza compositiva di “Nuova luce” con la violenza di una “Muori delay” quanto mai ispirata (non si può proprio non citarla), per poi ricadere tra le suadenti note della delicata “Tu e me”. Il set, un po’ ruffiano nella scelta dei pezzi, dura appena un’ora; un’ora che sottolinea ancora una volta, caso mai se ne sentisse il bisogno, l’incredibile balzo tecnico-compositivo della band di Albino che si conferma come miglior prospetto alternativo italiano da diversi anni a questa parte.

Alle 22.30, appena mezz’ora dopo la fine del primo concerto, arriva il turno dei Flaming Lips e il pubblico, fino a quel momento abbastanza diradato, inizia a diventare sempre più fitto e insofferente fino a ridurre drasticamente lo spazio vitale a disposizione. Wayne Coyne, carismatico leader della band di Oklahoma, si presenta sul palco con una sciarpa di pelliccia (ci saranno stati cinquemila gradi) e due guanti a forma di enormi zampe da orso con cui tiene in mano un fucile dal quale fuoriescono delle stelle filanti che, sommate alle note di “Race for the prize” e ad una dozzina di ragazze e ragazzi danzanti ai lati del palco, contribuiscono a creare, fin dalle prime battute, l’atmosfera festosa tanto cara al gruppo. Se il primo brano è una festa, il secondo è un vero putiferio; “The yeah yeah yeah song”, accompagnata dagli “Yeah” del pubblico, libera sul piazzale dello Stadio Euganeo una quantità incredibile di stelle filanti, coriandoli e palloni, ripieni anch’essi di coriandoli, che lo stesso Coyne fa esplodere colpendoli con la paletta della sua chitarra all’ingresso di ogni ritornello, aggiungendo ulteriore pathos ad uno dei pezzi più coinvolgenti della band. Cosa si può fare di più? – viene da chiedersi; Wayne Coyne sembra accettare la sfida e al terzo brano in scaletta, la cover dei Pink Floyd “Out of run”, spara un’altra delle sue più pregevoli cartucce, entrando nell’ormai celebre palla gigante con la quale va a fare un giro sopra il pubblico, sorretto in aria dalle mani degli entusiasti fan. Da qui in avanti, come si può facilmente intuire, il concerto perde un po’ di intensità, acquisendo una forte componente psichedelica che sfocia nel finale di “See the leale”, brano dedicato ai Verdena, con il cantante che indossa due mani giganti dalle quali partono dei laser che illuminano pubblico e band.

I due encore scelti per salutare il pubblico italiano sono da pelle d’oca: l’elettronica ballata “Ashesi in the air” (originariamente suonata insieme a Bon Iver, uno spettacolo per le orecchie da non perdere) e soprattutto la celeberrima “Do you realize??” risultano essere i brani più indicati per congedarsi da questo incredibile concerto che si esaurisce lentamente tra le ultime stelle filanti e la voce rotta di Wayne Coyne che ripete ossessivamente “do you realize? that you have the most beautiful face”.

Cosa si può chiedere di più ad un martedì qualsiasi di luglio oltre alle sonorità di due tra i più pregevoli e ricercati gruppi in circolazione? I Flaming Lips, attivi da trent’anni, sembrano ragazzini sul palco, dispensando sorrisi e follie degne unicamente di una band che, citando Wikipedia, fu fondata dopo che Wayne Coyne rubò degli strumenti musicali in una chiesa. Il fatto di aver giocato subito tutte le migliori carte non è stata, probabilmente, la migliore idea possibile ma ha fatto in modo che ogni persona presente si ricorderà questo inizio di concerto come uno dei più esaltanti di sempre.

E finalmente anch’io potrò raccontare ai miei figli di quella volta che ho visto suonare dal vivo i Flaming Lips.

(Edoardo Gandini)

Setlist Verdena

  1. Sorriso In Spiaggia pt.1
  2. Sorriso In Spiaggia pt.2
  3. Scegli Me
  4. Il Caos Strisciante
  5. Badea Blues
  6. Nuova Luce
  7. Muori Delay
  8. Tu e Me
  9. Miglioramento
  10. È Solo Lunedì
  11. Canos
  12. Attonito
  13. Loniterp
  14. Isacco Nucleare

Setlist Flaming Lips

  1. Race For The Prize
  2. The Yeah Yeah Yeah Song
  3. On The Run (Pink Floyd Cover)

  4. Is David Bowie Dying

  5. Ego Tripping At The Gates of Hell

  6. See The Leaves

  7. Big Laser Hands

  8. Drug Chart

  9. What Is The Light?

Bis 1

  1. Ashes In The Air

Bis 2

  1. Do You Realize??

Live Report: Incubus @ Alcatraz Milano 16/09/2007

Lunedì, Settembre 17th, 2007


“Attenzione: durante lo spettacolo degli Incubus verranno usate luci strobo”, è la promessa/minaccia di un cartello all’entrata del locale, giusto di fianco al guardaroba. Un cartello messo lì forse per tutelarsi nei confronti di qualche animo sensibile – si sa, gli americani sono paranoici su queste cose, anche perché da quella parti basta un nonnulla per intentare una causa multimilionaria – ma che rivela molto delle contraddizioni di questa band. Un gruppo che promette effetti speciali fin dal nome, e che invece fa un rock onesto, persino troppo pulito.
Gli Incubus sono californiani, e per molto tempo sono stati una delle grandi promesse dell’hard rock. Alla fine, con gli ultimi due dischi, sono riusciti ad arrivare in cima alle classifiche americane. E anche nei cuori di molta gente, a giudicare dalla quantità di spettatori che affolla la discoteca milanese in cui si svolge il concerto. L’Alcatraz non è pieno, ma poco ci manca, ed è un risultato notevole in un momento della stagione in cui l’offerta cittadina sonnecchia ancora, e il pubblico è ancora intontito dalla sbornia musicale estiva all’aperto.
Un pubblico tenace, oltretutto: il concerto era stato originariamente programmato lo scorso marzo, ma un infortunio al chitarrista aveva costretto a rimandare tutta la tournée. Gli Incubus, prima di settembre, sarebbero dovuti tornare a giugno, ma il loro concerto era nuovamente saltato: era in programma all’interno del mega-festival di Venezia annullato per una tromba d’aria.
Da par loro, gli Incubus ripagano la pazienza della folla con un’esibizione che “sporca” il loro suono di studio, levando quella patina di perfezione che aveva rovinato soprattutto l’ultimo disco “Light grenades”e buona parte della loro carriera. Sul palco la formazione, così come in studio, incorpora un DJ, il cui compito è quello di dare un ritmo diverso ai brani, che sono di stampo hard-rock tradizionale. A funzionare è soprattutto la voce di Brandon Boyd, il cantante, e soprattutto su brani più melodici come “Drive”: il primo grande successo della band è accolto da un boato, e viene cantato a squarciagola dal pubblico.
Però, anche sul palco come in studio, la band continua ad essere un po’ contraddittoria: propone soprattutto un rock tirato che vorrebbe essere trasgressivo, e invece è tutto sommato prevedibile e molto rassicurante, troppo perfettino per essere vero. Sul palco è, appunto, un po’ più sporco perché la band sembra lasciarsi andare, incitata dall’adorante pubblico. Ma alla fine, per chi non è un fan, gli Incubus rimangono una promessa non mantenuta: un gruppo dalle grandi potenzialità parzialmente inespresse. Meglio dal vivo che su disco, ma non sempre basta.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Wilco @ Spazio 211 Torino 17/07/2007

Mercoledì, Luglio 18th, 2007

Neppure un black out ha fermato i Wilco, nel concerto che martedì 17 luglio ha chiuso il bel festival torinese organizzato allo Spazio 211. Proprio durante l’esecuzione di “Spiders”, il momento di massima tensione elettrica dello show, è mancata la corrente, sul palco è calata l’oscurità e gli strumenti si sono ammutoliti di colpo. Non tutti, perché il batterista Glenn Kotche ha continuato a pestare sui tamburi, mentre il pubblico e il resto del gruppo continuavano a cantare e a battere ritmicamente le mani per poi riprendere, dopo una pausa eterna, esattamente dal punto in cui avevano interrotto. Uno spettacolo nello spettacolo che ha regalato, inopinatamente, il momento più bello e intenso della serata. L’ultimo album della band di Jeff Tweedy, “Sky blue sky” ha diviso la critica, facendo rimpiangere ad alcuni lo sperimentalismo e il gusto postmoderno di dischi come “Yankee hotel foxtrot” e “A ghost is born”: ma in concerto vecchie e nuove canzoni, queste ultime proposte in abbondanza, si combinano senza problemi, grazie anche ad esecuzioni impeccabili e ai suoni nitidi e ben calibrati. Tweedy, paffuto e in camicione a quadri che fa molto America di provincia, sembra molto rilassato, salvo schivare risolutamente le richieste di brani “poco brillanti” dal vecchio catalogo e preoccuparsi continuamente delle sorti di uno sventurato che ha deciso di festeggiare il compleanno vomitando in prima fila. Il resto della band è un esempio di concentrazione, compattezza e cura del dettaglio: Kotche e John Stirratt (bella voce di controcanto) compongono una sezione ritmica vigorosa ma anche attenta alle sfumature, ai break, ai controtempi, alle sottili variazioni di tempo che spesso scompaginano le carte in tavola; il tastierista/rumorista Mikael Jorgensen (occhialini, maglietta a righe orizzontali e faccia da “nerd”) e il multistrumentista Pat Sansone (che assomiglia a Beck, fa una discreta scena e canta anche, oltre a suonare tastiere, chitarre, maracas e tamburelli) lavorano bene di copertura, colore e contrappunto mentre l’esperto chitarrista Nels Cline è il nuovo asso nella manica della band, abile nel pilotare feedback, pedali ed effetti e nello sciorinare assoli di volta in volta limpidi e frenetici (bellissimo quello di “Impossible Germany”), un po’ alt.country, un po’ avant jazz, un po’ Sonic Youth (su questo stesso palco dodici giorni prima).
Partono tranquilli con “Either way”, accarezzano morbide sonorità “Americana” con “Sky blue sky”, accelerano e spigolano con la vecchia “Handshake drums” (assalto a tre chitarre elettriche, ne seguiranno altri) e le nuove “You are my face” e “Shake it off”. “I am trying to break your heart” è un ricordo dell’estetica destrutturata dei dischi precedenti, e “Via Chicago” è il prototipo di quanto i Wilco sanno fare al meglio: chitarra acustica, melodia pigra e malinconica in stile country rock, steel sullo sfondo a disegnare panorami sconfinati, improvvise interferenze rumoristiche che travolgono e sommergono la canzone per poi dileguarsi nel nulla, in un emozionante alternarsi di pianissimo e fortissimo. Un’altra “highlight” della serata. C’è il soul morbido di “Jesus etc.” e il rock and roll di “I am the man who loves you”, il pop di “Hummingbird” e “Heavy metal drummer” e i riff un po’ Zeppelin un po’ boogie rock di “Walken”. Poi arrivano le sincopi e gli scatti nervosi di “Spiders”, che fanno venire in mente i Television di “Marquee moon” e scusate se è poco, e l’improvviso blackout di cui sopra. Ma siccome il coprifuoco scatta a mezzanotte precisa c’è ancora tempo per un paio di bis, altre melodie, altre chitarre, altra American music che sa un po’ di passato e un po’ di futuro e vive in un tempo e in un luogo tutto suo.

(Alfredo Marziano)

Live Report: Patti Smith @ Arena Civica Milano 16/07/2007

Martedì, Luglio 17th, 2007


La data di Milano chiude un tour che è durato oltre due mesi e mezzo e, come informa Patti, “Da domani sono in vacanza e la inizierò andando alla Scala a vedere la Traviata”. La giornata milanese della signora Smith era iniziata la mattina nelle stanze del comune di Milano dove viene premiata dalla municipalità per i meriti artistici e per il suo impegno in difesa dei diritti umani.
L’Italia ha sempre avuto un occhio di particolare riguardo per questa cantante statunitense, un affetto contraccambiato. Il concerto di Milano ne è ulteriore prova. Un set che sfiora le due ore, senza lesinare ugola, impegno, emozioni e sudore.
Il palco non ha una particolare caratterizzazione oltre alla band (della quale fa parte anche il figlio Jackson alla chitarra) e alla cantante, unica nota visiva: una bandiera palestinese è dispiegata su una cassa a bordo palco. Camicia bianca e giacca nera, che presto viene abbandonata in terra dato il gran caldo, Patti si lancia senza risparmio in un concerto deluxe.
La scaletta del concerto è condizionata da “Twelve”, la recente uscita discografica, rivisitazione molto personale di dodici brani composti da colleghi di grande fama. E proprio con una di queste hit, “Are you experienced?”, seguita dalla stonesiana “Gimme shelter”, dopo i primi venti minuti di riscaldamento il concerto molla gli ormeggi e prende definitivamente quota.
Patti è sovrana del palco, forte di un carisma infinito rapisce testa e cuore del pubblico, e mantiene alta la temperatura – come ce ne fosse bisogno ! – interpretando al meglio “Dancing barefoot”, mentre “Smells like teen spirit” è intensamente vissuta più che interpretata. Il celeberrimo attacco di “Because the night” coinvolge anche il più freddo e distante tra i presenti.
Patti ricorda ai presenti ciò che dovrebbe essere scontato ma che la millenaria storia dell’uomo ignora, vale a dire l’inutilità e la stupidità della guerra, di tutte le guerre, e un “No more war!!!” collettivo si leva alto nel cielo di Milano.
Il dolce ricordo dei fasti della New York della metà degli anni settanta dello scorso secolo, quella del CBGB e della chitarra di Tom Verlaine, quella Grande Mela di cui – con la sua voce scura e metropolitana – Patti Smith era la Musa, si materializza con un omaggio, molto gradito dal pubblico, ai Ramones, saltando felice sulle note di “Blitzkrieg pop”.
Si segnalano per l’ottima interpretazione l’inno “People have the power”, la doorsiana “Soul kitchen” e il vecchio cavallo di battaglia dell’uomo di Belfast “Gloria”.
Dopo la conclusione del concerto Patti è invitata dal gran vociare del pubblico ad uscire nuovamente sul palco per un bis. E viene accontentato, altrochè. Dapprima, dopo aver educatamente ringraziato Milano per l’affettuosa accoglienza, l’artista regala una commovente versione di “Perfect Day” seguita dai più romantici in platea con l’accendino acceso e, gran finale, con una totale e definitiva “Rock’n’ roll nigger” tirata come si deve e conviene.
Sorridente e soddisfatta Patti Smith lascia il palco pensando alle imminenti vacanze. Sorridente e soddisfatto il pubblico esce dall’Arena pensando che un concerto di Patti Smith è un balsamo per l’anima.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Who @ Arena di Verona 11/07/2007

Giovedì, Luglio 12th, 2007

La scena era perfetta prima che sull’Arena di Verona si scatenasse la furia degli elementi. Immagini da vecchia Britannia e epopea mod scorrevano sullo sfondo mentre due ultrasessantenni mitici che, in compagnia del talentuoso figlio di un illustre coetaneo (Zak Starkey, alla batteria), di un virtuoso del basso (Pino Palladino) e di qualche necessario comprimario, scandivano con convinzione i fondamentali del rock di fronte a 13.000 assatanati in attesa da trent’anni. Pete Townshend, in occhiali, polo e jeans neri; Roger Daltrey, tirato a lucido come al solito, erano in grande spolvero e, una via l’altra, sciorinavano “I Can’t explain”, “The seeker” e “Substitute” supportati da una formazione compatta e potente. Tale era l’abbrivio da perdonare anche la scelta di inserirvi la non irrinunciabile “Fragments”, tratta dall’album del ritorno “Endless wire” e clamorosamente parente di “Baba O’ Riley”.
Poi esplodeva “Who are you”, con un arrangiamento rivisitato e chitarre esplosive, un classico inconfondibile mascherato giusto quel poco che basta per rivendicarne la vita prima di ‘C.S.I.’. Bene Zak sui rullanti, chirurgico Pete, fantastico Roger, con microfono a mulinello e a pieni polmoni. (In verità, nelle prime file, non si parlava d’altro che della potenza delle sue corde vocali, e il paragone correva alla solidità di Springsteen).

“Ma dovrebbe piovere su di voi, non su di me!”, esclamava divertito all’improvviso Pete Townshend quando, alle 21.35, venti minuti dopo l’inizio folgorante degli Who, un nubifragio investiva pubblico e palco tutti.

Un’ora di interruzione, in attesa che l’acquazzone scemasse a pioggerellina, serviva per riflettere, attendere e sperare. La partenza era stata eccezionale e si apprezzava in modo particolare la saggezza con cui, per sostituire una sezione ritmica leggendaria assurta all’empireo del rock, i due Who superstiti abbiamo scelto un giovanissimo e un turnista: qualità, professionalità e zero paragoni, zero pressione.

Un’ora di interruzione, purtroppo, era fatale a Roger Daltrey che, dopo un minuto di “Behind blue eyes”, vanificava la ripresa dello show e, nervosissimo, abbandonava il palco spiegando che la sua voce era andata.

Le negoziazioni febbrili condotte da Townshend riportavano in scena il suo pard che, acclamato dal pubblico, decideva infine di mettere a rischio le prossime date del tour raschiando
il barile, commovente nel tentativo di sopperire con la presenza al volume. Pete raddoppiava gli sforzi e, tatticamente, riorganizzava la scaletta privilegiando i pezzi in cui poteva cantare lui: fantastica “Eminence front”, divertente “Magic bus” (con il suo “You can’t have it!” molto più poderoso del lamentoso “I want it, I want it” del cantante), e via da “Pinball wizard” fino agli ultimi faticosissimi brani.

Rockol presenziava all’evento con cinque elementi della sua redazione (gli altri: assenti ingiustificati, per definizione) e portava a casa il ricordo di una serata a suo modo memorabile, l’impressione del concerto che sarebbe potuto essere, l’amarezza per la sfortuna, l’euforia per la qualità e l’energia della musica, fino a che ce n’è stata, e la certezza di avere partecipato a un evento. Già, perché l’assenza lunghissima degli Who dall’Italia ha purtroppo una ragione strutturale che non potrà essere contrastata in futuro: le quotazioni dei ragazzi alla ‘borsa’ live sono talmente elevate da porli nella top 5 assoluta della graduatoria e renderne difficoltoso l’ingaggio in un mercato nel quale sono un’icona, un culto, una religione per (relativamente) pochi fans (altrimenti perché non portarli a suonare in uno stadio molto più capiente e/o per più date?).

Seguiranno, inevitabili, le polemiche sulla scelta di portare a termine lo spettacolo nonostante le condizioni menomate di Daltrey. Noi non ci uniremo. Grazie Ragazzi.

(Giampiero Di Carlo)

Live Report: Living Colour @ Transilvania Milano 09/07/2007

Martedì, Luglio 10th, 2007


Una serata storta, il tempo che passa, o una vecchia avanguardia che oggi non lo è più? Difficile dire quale sia la verità relativa al concerto dei Living Colour.
Emersi a fine anni ‘80 – vennero scoperti da Mick Jagger – furono un fulmine a ciel sereno: un quartetto di neri che faceva rock, duro ed elettrico, fondendolo con la cultura musicale afroamericana. Un suono davvero avanti, in quel periodo, che fece proseliti e fan duri e puri. Poi lo scioglimento, e il ritorno sulle scene qualche anno fa, prima con concerti poi con un disco – “Collideoscope” – più che dignitoso.
Un buon numero di quei fan si sono ritrovati a Milano la sera del 9 luglio, al Transilvania, e la prima notizia che hanno avuto non era buona: nel viaggio da Budapest – dove il gruppo aveva suonato la sera prima – il tour bus è andato in avaria, con conseguente ritardo. Il concerto così inizia alle 11 e mezza, con il soundcheck fatto a porte aperte e con solo un telo che copre il palco, mentre diversa gente aspetta da oltre due ore.
Quando finalmente il gruppo inizia a suonare, investe la platea con sventagliate di chitarra elettriche di Vernon Reid, alternate ai virtuosismi della sezione ritmica di Doug Wimbish e Will Calhoun. Infila anche diversi classici del passato, come “Middle man”, ma il suono è secco e scomposto. Anche delle melodie che spesso attenuavano il rock degli esordi c’è poca traccia. Il cantante Cory Glover – che tra poco lascerà temporaneamente la band per una parte nel musical “Jesus Christ Superstar, sostituito per le date di agosto dalla voce dei King’s X, altra gloria del black rock del periodo – si nasconde dietro capellino e occhiali da sole, e la sua voce non ingrana.
Chi conosce le dinamiche di una band sa che suonare in condizioni del genere – dopo un viaggio lungo e difficile, con il palco montato in fretta e furia senza quasi provare – è proibitivo. Insomma, hanno tutte le scusanti possibili, i Living Colour. Viene però il dubbio che oggi siano una band di hard rock qualunque, e che sopratutto dal vivo il loro suono sia invecchiato molto di più di quanto i dischi non lascino trasparire.

(Gianni Sibilla)

Live Report: R.E.M. @ Olympia Theater Dublino 30/06-01/07/2007

Lunedì, Luglio 2nd, 2007


I R.E.M. tornano al rock. La notizia era nell’aria, ma la conferma arriva da Dublino, dove la band americana ha tenuto i suoi “live rehearsal”, prove pubbliche dal vivo delle canzoni che andranno a comporre il nuovo disco. Rockol vi ha assistito e ve la racconta in esclusiva.
La band ha concluso da poco la prima fase di registrazione dell’album che seguirà “Around the sun” (2004), ultimo disco di studio e parte del trittico di album dopo l’uscita dalla band di Bill Berry, tutti contraddistinti da atmosfere prevalentemente intime e malinconiche. Sotto la guida del nuovo produttore Jacknife Lee, la band si è trasferita a Dublino. Il programma prevedeva 5 serate all’Olympia Theatre in cui portare di fronte ad un pubblico i nuovi brani. “Non è tanto la vostra reazione alle nuove canzoni che ci interessa”, ha spiegato Michael Stipe al pubblico, “Ma la nostra reazione a suonarle di fronte a qualcuno. Grazie per la pazienza”.
“This is not a show”: la scritta campeggia sul fondale del palco dell’Olympia, un piccolo e delizioso teatro tutto decorato, con una platea con posti in piedi stile club e una doppia galleria e palchetti con sedie in stile più tradizionale. “Non è un concerto tradizionale”, ci tiene a precisare la band, ma è comunque uno spettacolo: Stipe, Buck e Mills si presentano aiutati dal batterista Bill Rieflin e dal chitarrista Scott McCaughey mostrando da subito la ritrovata dimensione elettrica della band. Ogni sera attaccano con la nuova “Living well’s the best revenge”, un brano veloce che ricorda gli esordi della band, in cui a farla da padrone è la chitarra di Buck amalgamata con la voce di Stipe. Il cantante inforca gli occhiali e legge i testi da fogli stampati o dal suo computer portatile, spesso guardando poco la platea durante le canzoni, ma chiacchierando parecchio tra un brano e l’altro, per rimarcare la vena quasi confidenziale dell’evento: i biglietti sono stati venduti in buona parte agli iscritti al fan club, giunti da mezzo mondo per l’occasione. Ogni serata finiscono in scaletta 11 brani nuovi, più sette-otto brani vecchi. Le canzoni nuove sono quasi tutte veloci ed elettriche, solo in un paio di occasioni salta fuori una chitarra acustica, come per “Houston” e per “Until the day is done” (il cui titolo Stipe dice essere inconsciamente copiato da una canzone dei Coldplay). Tra i brani nuovi colpiscono “Mr. Richards”, mid-tempo con cambi di tempo, e “Accellerate”, più veloce. Le altre canzoni nuove si intitolano -almeno cosi erano segnate sulla setlist della prima serata- “On the fly” (lento elettrico in cui Buck per la prima volta in anni rispolvera la chitarra a 12 corde), “Men size wreath”, “Disguise”, “Horse to water”, “Staring down”, cui si aggiunge la conclusiva “I’m gonna DJ”, già suonata nel tour precedente. I brani vecchi, invece, sono prevalentemente pescati dal primissimo repertorio della band, addirittura da “Chronic town”, il primo ep del gruppo, da cui sbucano “1.000.000” la prima sera e “Wolves (lower)” la seconda. Così come spiccano, nel corso della prima data, “Second guessing” e “Little America”, da “Reckoning” e “Sitting still” (da “Murmurs”) e “Disturbance at the Heron house” (da “Document”) la seconda. Pochi i brani recenti, e un solo paio di “hit”, come “Drive” ed “Electrolite”. Una scelta significativa, quella dei brani vecchi, che con il loro piglio veloce si vanno ad accompagnare idealmente al suono di quelli nuovi.
Buck e Mills appaiono in grande forma: il primo salta tutto il tempo, il secondo si dedica prevalentemente al basso (sul palco è presente un piano, che viene usato solo in un paio di occasioni). In generale la band sembra avere ritrovato una compattezza di suono che negli ultimi tempi si era un po’ persa. Atmosfera più tesa la prima serata, zeppa di ospiti VIP (Bono e The Edge sono seduti in un palchetto ma non si presentano all’aftershow, a cui invece presenzia la band al completo e in cui imperversano discografici e amici); più rilassata la seconda, anche con qualche errore nell’esecuzione dei brani. “Ci stiamo ancora lavorando”, precisa Stipe in diverse occasioni. Quando un fan gli chiede quando uscirà il disco, lui risponde “Non lo so, non l’abbiamo neanche finito”. E’ probabile che parte di questi concerti (le prossime serate sono previste per martedì, mercoledì e giovedì) vengano usate in qualche modo, visto che diversi cartelli avvertivano i partecipanti delle riprese in corso, ed è altrettanto probabile che entro l’autunno il disco sia comunque pubblicato. Per chi vuole ascoltare qualche registrazione amatoriale delle nuove canzoni, dei video sono presenti su www.remdublin.com, blog messo in Rete dall’entourage della band.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Biagio Antonacci @ Stadio Meazza Milano 30/06/2007

Domenica, Luglio 1st, 2007


“Grazie di cuore a tutti, è stata una bellissima serata…grazie veramente, volevo dedicare questa serata a tutti voi e a chi non ci aveva creduto”.
Queste le parole, con il veleno sulla coda, con cui Biagio Antonacci si congeda dal pubblico dello stadio Giuseppe Meazza di Milano dopo aver concluso il suo show cantando “Convivendo” e dopo aver richiesto l’accensione di tutte le luci dello stadio. Uno stadio illuminato a giorno così da poter vedere negli occhi e abbracciare idealmente un pubblico caldo e numeroso oltre ogni previsione. Cinquantamila, anzi di più, sicuramente di più, i fans che hanno partecipato a questa vera e propria festa. La festa di un cantautore partito tanti anni fa dall’hinterland milanese – da Rozzano per la precisione – che aveva nella testa musica e speranze e che, canzone dopo canzone, album dopo album, concerto dopo concerto, un sabato trenta giugno ha materializzato un sogno: lo stadio della sua città gremito e festante tutto per lui.
Il palco posto di fronte alla tribuna è molto grande e ha tre lunghe propaggini, una centrale e due ai lati, così da poter raggiungere comodamente il centro del campo, per poter avvicinare il maggior numero di persone. Per tenere in pugno uno stadio e un palco del genere però non bastano le canzoni, ci vuole carisma e anche un fisico bestiale. Il cantautore milanese mostra una preparazione fisica perfetta correndo e saltando da un lato all’altro del grande palco e imprime, sin dalle prime note di “E’ soffocamento”, la canzone che apre il concerto, un ritmo indiavolato e molto rock alla propria esibizione, incitando il pubblico e se stesso con continui “Non fermiamoci!” “Ritmici!” e invitando tutti a cantare “Con il cuore!!!”.
Biagio trova requie, e un seggiolino, solamente dopo una buona mezz’ora accompagnando con lo djembè l’interpretazione di “Vicky Love”. Questa prima parte del concerto mostra la difficoltà di un uomo, ancor prima che di un cantante, nell’affrontare la serata più importante della sua vita artistica. La ricerca continua di stabilire un contatto con il pubblico parlando tra una canzone e l’altra mostrandosi nudo senza nascondere la grande emozione con tutte le tenerezze del proprio carattere, tenerezze di cui sono pervasi i testi delle sue canzoni. Il pubblico, per la stragrande maggioranza di sesso femminile, comprende il mix di emozioni così grandi e diverse che il proprio beniamino sta provando e lo sostiene cantando ogni brano proposto.
Canzone dopo canzone, Biagio si scioglie e trova il giusto ritmo così le molte hits del repertorio, alcune di vecchissima data, vengono interpretate: “Se io se lei”, “Liberatemi”, “Mi fai stare bene”, “Iris”, “Alessandra”, “Se è vero che ci sei”, “Coccinella”, “Danza sul mio petto”. Commozione e silenzio calano nello stadio quando “Dove il cielo è più sereno” viene dedicata a Adri, un amico scomparso ma per questo “ancora più vicino”. A sorpresa “Quanto tempo e ancora” viene accompagnata al pianoforte da Pippo Baudo. Concluso il brano, sollecitato dal padrone di casa, Pippo informa i presenti che sarà lui il presentatore della nuova edizione del festival di Sanremo.
Biagio si gode fino in fondo la sua grande notte e solo l’ordinanza comunale, che vieta lo svolgersi di manifestazioni oltre le 23.30 nel rispetto dei cittadini che abitano nelle vicinanze dello stadio, riesce nell’intento di sciogliere il lungo abbraccio con il suo pubblico. Lo sguardo immortalato e amplificato dal megascreen alle sue spalle non lascia spazio a fraintendimenti: Biagio ha vinto la scommessa, lo stadio è suo e il palco, questa sera, potendo, non lo avrebbe più abbandonato.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Daniele Silvestri @ Idroscalo Milano 26/06/2007

Mercoledì, Giugno 27th, 2007


Eccolo, il vincitore morale dell’ultimo Sanremo, venuto a reclamare il posto che gli spetta. Che, per inciso, non è soltanto quello di dominatore dell’airplay radiofonico con l’onnipresente “La paranza”. No, il vero posto di Daniele Silvestri dovrebbe essere, adesso più che mai, un palco. Gli anni di lontananza dalle scene vanno buttati alle spalle , e va ricordato al pubblico che Silvestri non è solo quello dei tormentoni (prima c’era stata “Salirò”), ma un musicista vero, capace di passare in rassegna diversi generi musicali, non solo il pop di qualità.
Ecco quindi “Il latitante tour 2007” che approda a Milano in una strana sera estiva, molto fresca ma comunque funestata dalle zanzare che solitamente infestano il lido della metropoli lombarda, l’Idroscalo: “Sono il vero pubblico”, scherza Daniele, “Sono più di noi, e stasera il concerto è per loro”. E dire che di gente ce n’è eccome: una buona parte è li per “La paranza” e Daniele la mette ad inizio concerto, quasi per levarsi il fastidio e far scaldare la gente. Presentandola, ammette di averla trovata troppo appiccicosa da subito dopo averla scritta, fino a che il suo produttore Enzo Miceli non ha trovato un po’ di musicisti latini che l’hanno rivitalizzata: i musicisti, gli stessi con cui Silvestri si è esibito al Festival sono gli ospiti speciali della serata, e si fermano per un paio di brani oltre a “La paranza”, che ovviamente fa ballare tutti.
Per il resto, il concerto conferma quanto già sa chi segue il cantautore romano tormentoni a parte. Daniele ha una capacità di scrittura e di performance come pochi altri in Italia: il concerto alterna il rock di “Seguimi” alla polemica sociale (l’1-2 di “Il mio nemico” e “Che bella faccia”) a divertissment scatologici come “Sogno-b”. Daniele parla molto prima delle canzoni, intrattiene il pubblico, ma più che le zanzare o le troppe parole il concerto sembra patire un po’ la scaletta altalenante tra i generi, che fa fatica a coinvolgere tutto il pubblico, sopratutto quello che conosce solo le canzoni più famose.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Renato Zero @ Stadio Meazza Milano 09/06/2007

Domenica, Giugno 10th, 2007


“Quattro-tre-due-uno-zeroooo, quattro-tre-due-uno-zeroooo”, questo il gioioso mantra intonato dai cinquantamila presenti nel tempio calcistico milanese per rendere più lieve e divertente l’attesa delle 21.00, allorquando sul palco si sarebbe palesato il gran Cerimoniere. La parola gioia, declinata in tutte le sue accezioni, è la più corretta per definire l’atmosfera che si respira al Meazza: un pubblico che trascende generazioni e ceti sociali attende in grande tranquillità lo spettacolo del suo artista preferito.
“.mpZero” è il nome dato al tour e il palco nelle sue fattezze non poteva che riprodurre la sagoma di un lettore mp3: display centrale contornato – ovviamente – di bianco, con tanto di casse ben visibili ai fianchi. “.mpZero” è uno spettacolo ideato, scritto e interpretato da Renato Zero, una ambiziosa produzione che ricorda i varietà musicali in onda il sabato in prima serata tanti anni fa. Una dozzina di ballerini di ambo i sessi introducono lo spettacolo ballando sulle note di una canzone “…tutti per Zero e Zero per tutti…” in puro stile sigla televisiva Canzonissima ’70.
Il display sopra citato si fa sipario e da esso compare, in un tripudio difficilmente descrivibile, l’artista romano sulle note di “Niente trucco stasera”, al termine della canzone saluta il pubblico con un “…è proprio bello il popolo degli Zerofolli!”.
In grande forma fisica e vocale, abbandona spesso il palco per guadagnare le quinte dove si reca per il cambio di abito di scena. La band che lo supporta rimane sullo sfondo nella penombra, lasciando campo libero al mattatore e al corpo di ballo che lo accompagna nella interpretazione coreografica delle canzoni pescate dal vecchio repertorio come “Sesso o Esse”, “Spiagge”, “Baratto”, “Triangolo” che fanno letteralmente esplodere in urla e balli tutti i sorcini presenti. Particolarmente riuscita “L’ambulanza” con Renato che compare sul palco ingessato con il braccio al collo e i ballerini in camice da medico e infermiere a mimare il tran tran lavorativo di una corsia d’ospedale. Mentre i brani più recenti e maggiormente intensi lo vedono solitario sul palco sottolineati da un occhio di bue ad illuminare oltre che l’artista anche la poesia delle parole che canta.
Alla vigilia era stata promessa una sorpresa e la sorpresa assomiglia più a un gioco di prestigio. Dal nulla si materializza Laura Pausini per duettare sulle note di “Nei giardini che nessuno sa” urlando al pubblico “Renato Zero, il nostro idolo!”.
Presentando la band e ringraziando i ballerini, dopo due ore e mezza, con “Il cielo”, si chiude lo spettacolo con Renato che incamminatosi verso l’uscita del palco si volta improvvisamente e, con grande ironia, rivolge al pubblico il classico “Non dimenticatemi, eh!”.
Il pubblico all’uscita è stanco ma felice dopo questo incontro con il proprio guru e non importa se grandi classici del repertorio come “Amico”, “Mi vendo”, “I migliori anni della nostra vita”, “Più su”, “Il carrozzone” non hanno trovato posto nella scaletta dello spettacolo di questa sera, altre occasioni ci saranno in futuro e si farà in modo che siano nuove notti d’amore.

(Paolo Panzeri)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol