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Live Report: Mark Lanegan @ Estragon, Bologna 24/03/12

Lunedì, Marzo 26th, 2012

Che l’arrogante bottegaio degli Offlaga Disco Pax si sbagliasse è chiaro e palese, soprattutto ai quasi duemila paganti che ieri sera hanno preso d’assalto l’Estragon di Bologna per assistere al concerto-evento di Mark Lanegan e la sua band, tornato finalmente in Italia per la promozione del nuovo ed interessantissimo “Blues Funeral”.

Un sold out annunciato e raggiunto proprio sul finale; di quelli che ti fanno pensare di poter comprare il biglietto ai botteghini prima del concerto risparmiando la prevendita, ma che proprio nelle ultime ore si trasformano in una “triste” realtà. Riempie comunque di felicità vedere cosi tante persone ad una data italiana del buon Mark, uno dei più dotati e longevi artisti in circolazione, autore di splendidi capolavori passati troppo spesso sotto il silenzio dei media nostrani.
La sala inizia a riempirsi poco per volta, creando un flusso di coda continuo ma veloce che ci permette addirittura il lusso di andare per ben due volte in fondo alla fila per finire le birre e le sigarette iniziate per ingannare un’ipotetica attesa. Entriamo, quindi, agevolmente alle 21.30 durante il set del gruppo spalla, tali Creature with the Atom Band, impegnati nell’intrattenere un pubblico già discretamente numeroso con il loro rock che, ironia della sorte (?), mi ricorda moltissimo il sound degli Screaming Trees, il gruppo con cui Lanegan ha iniziato la sua lunga e poliedrica carriera.

Alle 22.20, dopo una snervante attesa, Mark Lanegan si fa strada sul palco, andando a posizionarsi al centro della sua band, aggrappato, come di consueto, all’asta del microfono. Qualche sguardo d’intesa ed è subito “The gravedigger’s song”, inquietante e cadenzato singolo tratto da “Blues Funereal”; in pochi istanti cala il silenzio tra il pubblico e tutta la sala si riempie della profonda e graffiante voce dell’artista, fino ad esplodere in un violento applauso alla chiusura del pezzo. Da qui in avanti inizia un saliscendi di emozioni che passa dalle soffuse melodie di “Resurrection song” alle ben più ritmate atmosfere della nuova “Grey goes black”, regalando inoltre qualche inestimabile chicca del calibro di “One way street”, in cui la cavernosa voce di Mark Lanegan riecheggia nei duemila stomaci presenti, trasformandosi in strozzate note che accompagnano l’artista nell’esecuzione del brano, quando con il viso contratto arriva al massimo della sua estensione (“Adesso arriva la parte alta” – dice un mio amico, non considerando che si tratta comunque del più basso punto di un’umana estensione vocale). Sul palco, ormai si sa bene, l’artista americano non offre plateali segni di vita, rimanendo ancorato nella sua posizione sopra accennata sia che si tratti di hard rock (ho il piacere e la fortuna di ricordarlo in una paio di concerti con i Queens of The Stone Age) che di rock blues leggero, come in questo caso; quello che colpisce, però, è la presenza scenica che emana: pur restando assolutamente immobile non si può che restare a guardare questo pallido figuro dai capelli rossi e dalla voce grave. Quando si dice classe.
L’esibizione continua per un’ora e mezza circa in cui la Mark Lanegan Band ripercorre quasi interamente l’ultimo lavoro discografico, con l’aggiunta di qualche, graditissimo, vecchio successo come “Crawlspace”, cover degli Screaming Trees appunto, o la strepitosa “Pendulum”, composta addirittura nel 1990, eseguita durante un encore che contava altri tre brani.

L’unica critica negativa che si può fare al set è, come spesso accade di questi tempi, la scarsa durata; si e no novanta minuti in cui, però, la band mette in fila ben ventuno canzoni, suonate tra l’altro in maniera impeccabile. Novanta minuti intensi in cui lasciarsi coccolare dalle sinuose melodie di una delle voci più intriganti del panorama rock-blues mondiale, in un’atmosfera talmente intima che vede Lanegan scendere dal palco a fine concerto per autografare magliette e dischi in vendita nello store ufficiale.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. The Gravedigger’s Song
2. Sleep With Me
3. Hit the City
4. Wedding Dress
5. One Way Street
6. Resurrection Song
7. Wish You Well
8. Grey Goes Black
9. Crawlspace (Screaming Trees cover)
10. Bleeding Muddy Water
11. Quiver Syndrome
12. One Hundred Days
13. Creeping Coastline of Lights
14. Riot in My House
15. Ode to Sad Disco
16. St. Louis Elegy
17. Tiny Grain of Truth
—Bis—
18. When Your Number Isn’t Up
19. Pendulum
20. Phantasmagoria Blues
21. Methamphetamine Blues

Live Report: moe. @ Salumeria della Musica, Milano 25/03/12

Lunedì, Marzo 26th, 2012

Vecchi hippies in maglietta tie-dye che scuotono barbe e zazzere bianche in una improvvisata idiot dancing.  Giovani americani dall’aria trasognata che si baciano incuranti di quel che gli succede intorno. Microfoni a giraffa posizionati sopra il mixer a uso e consumo dei “traders” che si scambiano le registrazioni dei concerti con il beneplacito del gruppo. In piccolo, ieri sera alla Salumeria della Musica di Milano, si sono riprodotti tutti gli ingredienti tipici (mancava solo l’odore di cannabis…) del classico show da jamband. Come avviene con i Phish,  gli String Cheese Incident o i Widespread Panic, con cui i protagonisti della serata, i moe. di Buffalo (New York), condividono una lunga militanza sulla scena, vent’anni abbondanti di carriera, che negli Usa li porta a riempire stabilmente teatri e arene.
La loro prima apparizione in Italia coincide con  l’ultima data del loro tour europeo, versione “compact” di uno show che negli States dura normalmente tre ore suddivise in due set.  Qui il set è uno solo, ma alla fine le lancette segnano 120 minuti di concerto: e a dimostrare quanto dilatata sia la loro musica basti sapere che i pezzi in scaletta, completamente diversi da una sera all’altra, sono undici soltanto. Alla Salumeria, preceduti dal virtuoso della chitarra acustica Jeff Aug (un discepolo di Leo Kottke e Michael Hedges), i moe. servono il loro inebriante cocktail a base di Grateful Dead, Frank Zappa e college rock (si chiama ancora così?), forti di una affiatatissima formazione che mette in campo l’agile batteria di Vinnie Amico, le percussioni multiformi di Jim Loughlin,  il basso fusion di Rob Derhak (a centro palco), le pirotecniche chitarre elettriche di Chuck Garvey e Al Schnier e tre voci intercambiabili che sono in realtà l’elemento meno distintivo del sound.
Sembrano una vecchia fraternity band in rimpatriata, ex compagni di università con i capelli radi e le pancette prominenti complici le lattine di birra che ancora tracannano sul palco. Ma quando ingranano sanno fare piccole magie: suonano in scioltezza e relax, con un tiro spesso più rock di gran parte dei loro colleghi della scena jam e altrettanta propensione alla trance psichedelica. Il loro forte, la loro specialità, che li ha resi un pilastro di un genere sempre poco  praticato e frequentato in Italia, anche se la Salumeria, per fortuna, è abbastanza piena da non sembrare una riunione di carbonari.
L’inizio, a dire il vero, non è entusiasmante: il Southern shuffle con chitarra slide di “Stranger than fiction”, il pop rock accattivante di “Downward facing dog”, la ballata del border “Shoot first” (con più di qualche assonanza con i Calexico) e lo strambo valzer di “Chromatic nightmare” condotto dal vibrafono di Loughlin dimostrano che  il formato canzone verso cui inclina l’ultimo album  “What happened to the La Las” non è il loro forte, una vernice di facciata che dal vivo serve principalmente a scaldare i motori prima di sciogliere le briglie. A Milano succede dopo una ventina di minuti con “Puebla”, uno dei pezzi nuovi, e con il vecchio classico “Timmy Tucker”: è li che i moe. cambiano marcia e cominciano a incantare con il ritmo che sale, Derhak sorridente che strappa note slap dal basso e le due chitarre che si intrecciano in un’ipnotica ragnatela, più jazzy e ricercata quella di Garvey, più fluida e incline a progressioni trascinanti quella di Schnier che ogni tanto strimpella anche una tastiera. E’ l’inizio di un viaggio che non sai mai dove ti porterà, verso un break jazzato, una breve oasi reggae o il funk alla Sly Stone di “George”.
La versione di “Can’t you hear me knockin’ ” dei Rolling Stones offre ritmi dispari e spezzati, i vecchi cavalli di battaglia “Rebubula” e “Akimbo” stacchi, riff concentrici, power chords e fantasmi di Jerry Garcia, con una musica che col passare dei minuti è diventata un magma fluido e pulsante e che non lascia più tregua. Prendere o lasciare, le jamband sono così e i moe. in volo libero uno show spettacolare e acrobatico, senza virtuosismi fini a se stessi e una capacità irresistibile di coinvolgimento per chi sia disposto a lasciarsi andare. Musica ottimista, energizzante, luminosa: “joyful sounds”, secondo la definizione dei succitati String Cheese Incident. Speriamo che tornino, prima o poi.
(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Stranger than fiction”
“Downward facing dog”
“Shoot first”
“Chromatic nightmare”
“Puebla”
“Timmy Tucker”
“George”
“Can’t you hear me knockin’ ” (Rolling Stones cover)
“Rebubula”
(bis)
“Gone”
“Akimbo”

Live Report: Giardini di Mirò @ Sala Estense, Ferrara 22/03/12

Lunedì, Marzo 26th, 2012

Il Post-Rock è morto, viva il Post-Rock!
Sembrano passati secoli dalle sonorità post-rock di “Rise and fall of academic drifting”,  quando i Giardini di Mirò si affacciavano per la prima volta al grande pubblico con la loro innovativa idea di musica, fino a quel momento quasi totalmente ignorata in Italia. Ed effettivamente quindici anni non sono pochi, soprattutto se si parla di musicisti che hanno costruito la propria sensibilità artistica sulla continua evoluzione sonora, senza, però, strizzare l’occhio alle innumerevoli correnti, o mode, che nell’ultimo ventennio hanno spesso tratto in inganno gran parte degli artisti indipendenti italiani. Questa onestà stilistica riecheggia nei nuovi brani come naturale evoluzione di un genere che, chiaramente, non può più essere imbrigliato nel restrittivo contenitore del post-rock, ma che nemmeno ci si discosta in maniera decisa, dando la netta impressione di aver di fronte un gruppo che ha saputo evolversi senza però perdere il filo di un discorso iniziato molti anni prima.
Questa impressione è stata chiara e limpida a tutti gli affezionati che hanno assistito all’anteprima italiana del tour promozionale di “Good luck”, partito con i migliori auspici di un sold out (e con quel titolo non poteva essere altrimenti) dalla Sala Estense di Ferrara, nell’ambito della rassegna Data Zero di Ferrara Sotto le Stelle. Il pubblico è quello delle migliori occasioni, composto sia da appassionati che da alcuni tra i più stimati musicisti, soprattutto emiliani; ed anche il clima, intimo e informale, ha contribuito a conferire una dimensione festosa alla serata.
Alle 21.35 si presentano sul palco lasciando trasparire un’umiltà quasi al limite dell’assurdo, soprattutto per un gruppo con più di dieci anni di esperienza live alle spalle; ”Vediamo se siamo ancora in grado di suonare” – attacca Jukka Reverberi, mentre da un’ultima accordata alla sua chitarra ed aspetta che tutti gli altri membri prendano posizione. Il primo pezzo in scaletta è proprio “Good luck”, brano strumentale che sembra travolgere tutta la sala con una forte carica passionale, grazie alle vaporose aperture di synth e alle insistenti melodie chitarristiche; ”si, siete ancora perfettamente in grado”, sembra essere la risposta che fuoriesce dal roboante applauso successivo. Il primo particolare che salta all’occhio è l’avvicendamento alla batteria, con l’ottimo Andrea Mancìn al posto di Francesco Donadello, membro storico della band. Il giovane batterista, però, non fa rimpiangere il suo predecessore, mettendo in mostra una tecnica impeccabile ed un’intesa pressoché perfetta con il resto del gruppo, nonostante si tratti della prima uscita.
Il concerto si sviluppa su un costante crescendo emotivo con la partecipazione di due ospiti che, aggiunti ai sei membri “ufficiali”, riempiono lo spazioso palco della Sala Estense in tutta la sua superficie: il talentuoso Stefano Pilia e l’imbarazzata Giorgia, infatti, fanno più volte ingresso sul palco, addolcendo e riempiendo i brani della band. La setlist è, come ci si poteva aspettare, un’esplosiva miscela delle ultime composizioni e di pezzi storici, passando dai delicati arpeggi della nuova “There is a place” agli intrecci di tromba e clarinetto di “The swimming season”, miglior brano della serata ed esempio lampante della qualità compositiva del gruppo.
L’esibizione si conclude con un intenso encore di quasi mezz’ora in cui i Giardini di Mirò, accompagnati da Stefano Pilia, ripercorrono due dei più apprezzati successi passati, “The soft touch of Berlin” e “A new start”, intramezzati da deliranti improvvisazioni e impetuose scariche soniche che valevano da sole l’intero prezzo del biglietto. Un’ora e tre quarti abbondante di ottima musica in compagnia di uno dei maggiori esponenti dell’alternative rock italiana, per una data che, mi auguro, possa essere di buon auspicio sia per il gruppo che per il festival ferrarese.
Il Post-Rock è morto dunque, viva i Giardini di Mirò!
(Edoardo Gandini)
Tracklist:
1.    Good Luck
2.    Spurious Love
3.    Pet Life Saver
4.    Ride
5.    Clap
6.    The Swimming Season
7.    There is a Place
8.    Rome
9.    Time On Time
10.    Broken By
11.    Connect the Machine to the Lips Tower
–Encore–
12.    The Soft Touch of Berlin
13.    A New Start

Live Report: Subsonica @ SO36, Berlino 19/03/12

Martedì, Marzo 20th, 2012

Siamo a Kreuzberg, uno de quartieri più “underground” e vivi della città, nello storico locale SO36, dove negli anni ’80 le band punk – rock scatenavano i fan con le loro chitarre elettriche e le urla ribelli.

E’ il primo concerto dei Subsonica a Berlino. Sono qui con la versione europea dell’Istantanee Tour (partito due giorni fa da Bruxelles) , ideato per celebrare i 15 anni dall’uscita del loro primo omonimo disco del 1997. Il pubblico è caldo, l’atmosfera familiare.

“Come se” è la canzone di apertura e i Subsonica salgono sul palco (poco dopo l’orario stabilito) accolti da giovani per lo più italiani. Un po’ emozionati salutano i fan e dopo la seconda canzone, “Veleno”, quel palco e quella folla di gente diventano un tutt’uno. Si crea subito un’alchimia, un’empatia che lega indissolubilmente Samuel, C-Max, Boosta, Ninja e Bass Vicio a tutti i presenti con l’orgoglio (almeno per una sera) di essere italiani. Una leggera nostalgia di casa insomma, spazzata subito via dai suoni contagiosi e dinamici dei ragazzi di Torino.

“Aurora sogna”, “Depre”, un medley tratto da “Liberi tutti” e “Istrice” sono le canzoni che seguono e che contribuiscono a rafforzare l’impatto del gruppo piemontese sul pubblico giunto al SO36.

I Subsonica sono più scatenati che mai, seppur con l’eleganza che li contraddistingue: Samuel, ad esempio, intona le sue canzoni con un cappello Fedora dall’aria un po’ vintage. Seguono altre due canzoni tratte dal primo album come “Istantanee” ed “Onde quadre”, fino alla più recente “Benzina Ogoshi” tratta da “Eden”, il loro ultimo disco.

La decima canzone è “Disco Labirinto”, tratta da “Microchip emozionale”, il loro secondo e fortunatissimo album, e scritta in collaborazione con i Bluvertigo. Una sorta di esperimento musicale che le due band effettuarono nel lontano 1999 e che li rese “popolari” tra il giovane pubblico alternativo grazie al suo sound psycho-elettronico.

Il pogo è ormai iniziato da un pezzo e continua con i cambi di ritmo di “Nuvole rapide”, “Il Centro della fiamma” e la hit “Nuova ossessione” (dagli album “Amoretematico” e “L’eclissi”) fino a “Up patriots to arms”, rivisitazione della storica canzone di Franco Battiato, riletta con la collaborazione dello stesso artista siciliano per la versione Deluxe di “Eden”.

A quasi due ore dall’inizio del concerto nessuno è stanco, e quindi “Radioestensione” e la poetica “Tutti i miei sbagli” vengono accolte con grande fervore. Dopo “L’Angelo”, i ragazzi salutano affettuosamente i fan, sudati e non ancora pronti per la fine del concerto. Non manca il coro per incitare all’ultimo brano e i Subsonica regalano nuovamente al pubblico “Aurora sogna” e “Depre” e salutano così la città di Berlino e i suoi italiani, ripromettendosi di tornare presto.

Una serata che non si dimenticherà facilmente quella con i Subsonica, che ora proseguiranno per il loro tour europeo a Londra, Parigi, Barcellona e Madrid. In bocca al lupo e Auf Wiedersehen!

(Sara Zeverino)

Live Report: Ivano Fossati @ Teatro Strehler, Milano, 19/3/2012

Martedì, Marzo 20th, 2012

La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milano è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.

Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora,  dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.

Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).

La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.

La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.

La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.

Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento  la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band: eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “And in the end the love you take is equal to the love you make”.

L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.

Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.

E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.

Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere  le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Roger Daltrey @Teatro Colosseo, Torino, 12/3/2012

Martedì, Marzo 13th, 2012

Eravamo venuti a teatro per rendere omaggio a “Tommy”, più o meno come si fa quando si va a vedere l’ “Aida” o il “Rigoletto”.  Ma poi ci siamo scaldati, divertiti, entusiasmati con la seconda parte dello show, tra imprevisti e cambi di scaletta: la svolta arriva alle ultime battute della rock opera, con il canto liberatorio di “We’re not gonna take it/See me, feel me/Listening to you” che ai numerosi over 50 in sala evoca epiche immagini di Woodstock e di un cantante riccioluto con la giacca a frange. E’ in quel momento che il pubblico torinese, fino ad allora compito e composto come da copione, si alza in piedi e si butta verso il palco con buona pace di chi ha pagato salata la sua poltrona da prima fila. E’ lì che termina la rappresentazione e comincia il rock’n’roll. Roger Daltrey è un uomo onesto che dice pane al pane e spiega come stanno le cose. Questi non sono gli Who (“non ha senso far finta che sia così, senza Pete”), lui se ne frega dei confronti ed è qui per divertirsi. E’ così sincero da ammettere che cantare due sere di fila, ora che non è più un ragazzino, non fa bene alla sua voce (il giorno prima si era esibito a Genova). Ce n’eravamo accorti, a tratti,   durante l’esecuzione di “Tommy” riproposto per intero: i suoi ruggiti leonini qualche volta restano a mezz’aria e anche la band sembra un po’ intimidita, ingabbiata dai rigidi confini della partitura.

Il colpo d’occhio, all’entrata al Teatro Colosseo, era invitante: un’atmosfera intima e un palco vintage, da anni Settanta, con la batteria schermata da pannelli di plexiglas e uno schermo che durante l’esecuzione proietta immagini in realtà poco influenti sul valore dello show. Quando arrivano le note familiari dell’ “Overture” Roger, in camicia, pantaloni scuri e occhialini tondi, si presenta subito a centro palco percuotendo due tamburelli. Ma è nel roteare il microfono come un lazo che è ancora un vero maestro, un acrobata spericolato:  “Amazing journey” serve a ricordarcelo e a strappare applausi convinti. Alla sua destra, sul palco,  t-shirt col simbolo dei Mod e zuccotto in testa, c’è un altro tipo dal timbro vocale e l’aspetto vagamente familiare. E’ Simon Townshend, fratello minore di Pete venuto qui a fare le sue veci come voce di controcanto e chitarrista, mentre all’altro lato il solista e direttore musicale Frank Simes, cappello e maglietta col marchio Ferrari, tira fuori le unghie poco alla volta. In seconda linea un bassista in camicia a quadri e l’aspetto del ragazzino, Jon Button, un discreto tastierista dai capelli lunghi, Loren Gold, e un bravissimo batterista vecchio stampo, Scott Deavours, puntualissimo nelle rullate e negli stacchi. “Sparks” offre a Button l’occasione di esibirsi in qualche bella scala di basso, e nell’hard blues di “Eyesight to the blind” la voce di Roger comincia finalmente a uscirgli di gola aggredendoci come ai bei tempi. Sotto le sembianze del musical e del cabaret, “Cousin Kevin” e “Fiddle about” sono roba tosta che affronta temi di scottante attualità (il bullismo e gli abusi sessuali sui minori), la psichedelica “Acid queen” è affidata alla voce di Simon e il microfono torna a roteare nella leggendaria “Pinball wizard” (l’applauso, qui, scatta come un riflesso pavloviano). E’ un riff scolpito nella roccia come quello di “I’m free”, mentre  “Tommy can you hear me” e la amara parabola di “Sally Simpson” si colorano di country rock, con una coda di piano blues e chitarra flamenco.

Tutto bello: eppure manca qualcosa, fino a quando il pubblico non si alza in piedi, Roger imbraccia la chitarra acustica, la band scioglie i muscoli e si libera della tensione.   E’ un altro concerto, a partire da “I can see for miles”, anche se dopo “The kids are alright” la Rickenbacker dodici corde non ne vuol più sapere di restare accordata (“ecco perché la suonavamo poco, nei Who”) e Daltrey, dopo avere ingollato secchiate d’acqua ed essersi lamentato per il caldo, chiama un time out e cede la scena a Townshend jr. per “The way it is”, bella melodia pop che il pubblico mostra di apprezzare. Prima ci aveva regalato una bellissima “Behind blue eyes” con una preziosa armonia a tre voci; poi, dopo un affettuoso ricordo della sua adolescenza operaia e dei suoi weekend di baldoria (“Days of light”), rivolge una dedica al popolo greco in rivolta contro il “Big Man” sulle note della melodia irlandese di “Gimme a stone” ripescata da un vecchio progetto degli Hooters con Garth Hudson e Levon Helm (Largo). “Who are you” risveglierebbe anche i morti, anche perché Simes e Townshend, lì davanti, sono ormai padroni del palco e sembrano divertirsi un mondo. E pure gli arrangiamenti, in questa seconda parte, riservano belle sorprese: “My generation” in versione blues lento e in medley con la “Mannish boy” di Muddy Waters, crea un’atmosfera da club inglese ai tempi del blues revival primi Sessanta, e “Young man blues” è da antologia. “Oggi sono i vecchi ad avere in mano tutto il denaro/mentre i giovani non hanno nulla in questo mondo” sembrano parole scritte oggi, lo standard di Mose Allison (e degli Who) è potente e catartico con Deavours perfetto negli stop e ripartenze e Roger che chiosa con un sonoro “fuck off” da vecchio working class hero incazzato. Quando arriva “Baba O’ Riley” sono scoccate le due ore, Daltrey soffia forte nell’armonica, si sbottona la camicia e la platea è definitivamente conquistata. E’ al pubblico che il frontman dedica il pezzo finale “Without your love”, il suo maggior successo da solista che chiude il programma su toni quieti e sentimentali. E’ tempo dei saluti, “be happy, be healthy and lucky”. Grazie Roger, ma tu intanto copriti e riposati che hai ancora tante canzoni da cantare.

(Alfredo Marziano)

Setlist

“Overture”

“It’s a boy”

“1921”

“Amazing journey”

“Sparks”

“Eyesight to the blind”

“Christmas”

“Cousin Kevin”

“The acid queen”

“Do you think it’s alright?”

“Fiddle about”

“Pinball wizard”

“There’s a doctor”

“Go to the mirror!”

“Tommy can you hear me?”

“Smash the mirror”

“Sensation”

“I’m free”

“Miracle cure”

“Sally Simpson”

“Welcome”

“Tommy’s holiday camp”

“We’re not gonna take it/”See me, feel me/Listening to you”

“I can see for miles”

“The kids are alright”

“Behind blue eyes”

“The way it is”

“Days of light”

“Gimme a stone”

“Who are you”

“My generation/Mannish boy”

“Young man blues”

“Baba O’ Riley”

“Without your love”

Live Report: Elio e Le Storie Tese @ Conservatorio, Milano 09/03/12

Domenica, Marzo 11th, 2012

Seconda serata consecutiva alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano e secondo sold out: percorso netto, non che ci fossero dubbi al proposito. Vuoi per la non eccessiva capienza dell’auditorium solitamente dedicato alla musica classica, vuoi perché i ragazzi suonano nella loro città, vuoi perché Elio e le Storie Tese sono una band che da molto tempo e strameritatamente ha un largo e fedele seguito. Un seguito transgenerazionale che, dai primi vagiti fino all’età della pensione, segue le loro sempre meritevoli peripezie musicali.

Impeccabili in abito da sera per un paio d’ore abbondanti hanno intrattenuto un pubblico disposto a seguire divertito ogni sorta di provocazione, intellettuale e non, lanciata da Elio, gran maestro cerimoniere. Perché – lo ricordo a favore di chi stesse leggendo queste righe non avendo mai avuto la fortuna di averli visti dal vivo…in tal caso, tra l’altro, sono invitati a coprire questa mancanza al più presto – ogni loro concerto è un riuscito incontro tra musica e cabaret, un trionfo di intelligenti trovate sposate a una tecnica musicale di prim’ordine.

Un segreto di Pulcinella, facile a dirsi un po’ meno a farsi. Così il tormentone che farà da filo conduttore a tutta la serata è quello del “ne facciamo ancora una e poi andiamo” e lì Elio torna sempre a parare dopo essersi lasciato andare alle considerazioni più stralunate e divertenti. Sul palco con lui la voce femminile Paola Folli che lo asseconda e accompagna dando maggiore profondità alle canzoni, il pirotecnico batterista Christian Mayer, l’immancabile Faso al basso, il virtuoso Cesareo alla chitarra, il “quiet one” Jantoman e Rocco Tanica alle tastiere. Un Rocco Tanica meno ciarliero del solito, anche se viene chiamato in causa in qualità di voce solista della anthem “Shpalman”, per l’occasione diventata “Shpalmer”, e nella esposizione della spiegazione di questa cosa chiamata internet di cui tutti parlano ma che, in realtà, pochi sanno di cosa si tratta che introduce la nuova “Enlarge your penis”, incidentalmente nome di tutto l’intero tour. Da non dimenticare la presenza dell’indefinibile – pagliaccio, architetto, agitatore culturale, showman, artista – Mangoni che si occupa della parte visual-recitativa dello spettacolo travestendosi alla bisogna da mago Merlino, peperone, lap dancer, ragno, agente segreto dell’est europeo e molto altro ancora. La commozione sale alta in sala quando viene salutato l’indimenticabile Feiez presente con l’assolo di sax in “T.V.U.M.D.B.”. Il coro del pubblico accompagna l’esecuzione di “Parco Sempione”, “l’unica nostra canzone” dice Elio “dedicata a Milano, la nostra città”. Personalmente mi ha piacevolmente colpito il brano dedicato agli Area “Come gli Area”. La canzone dei saluti e della buona notte è “Tapparella”, uno dei classici del repertorio degli Elii, con il catartico coro da stadio finale Forza Panino urlato ad libitum.

Insomma, una gran bella serata, un gran bel concerto. Bravo Elio, bravi tutti !!!

(Paolo Panzeri)

SETLIST

Cavo

In the stone

La vendetta del fantasma formaggino

Shpalman

Aborto

Cartoni animati giapponesi

Come gli Area

Enlarge your penis

Plafone

Abbecedario

Nudo e senza cacchio

Cateto

T.V.U.M.D.B.

Discomusic

Born to be Abramo

Parco Sempione

Pippero

Tapparella

Live Report: Wilco @ Alcatraz, Milano, 08/03/2012

Venerdì, Marzo 9th, 2012

“C’è qualcuno a cui non è piaciuto questo concertooooo?”, urla qualcuno fuori dall’Alcatraz, in mezzo alla folla che sciama dal locale. Ci si guarda intorno e si vede solo gente con sorrisi a 32 denti stampati sul volto. Parli con qualche amico e i commenti sono “Cazzo!”, “Che roba!”, “Madonna santa!”. Chi li aveva già visti, sapeva cosa aspettarsi, ma a concerti così belli non ci si abitua mai. Chi non aveva mai visto i Wilco in concerto ha avuto conferma di quello che gli amici gli avevano raccontato: sono una delle migliori band live in circolazione. Punto.

Jeff Tweedy & co. arrivano all’Alcatraz a due anni e mezzo dall’ultima apparizione a Milano, un concerto al Conservatorio che è conservato nella memoria di chi l’ha visto – come ogni apparizione della band. Sono lontani i tempi in cui i Wilco passavano quasi innosservati in città – come in un concerto ai tempi di “Yankee hotel foxtrot”, con i Magazzini Generali semideserti. Saranno pure “dad rock”, come dice qualcuno – e infatti il pubblico è prevalentemente di 30-40enni – ma la loro credibilità ora è enorme. Ciò nonostante, stranamente la data di Milano è andata sold-out solo in mattinata, a differenza di quella di Bologna di stasera, per cui i biglietti sono esauriti da tempo.

Sia quel che sia, il concerto dell’Alcatraz si preannuncia subito come molto diverso da quello del Conservatorio. La scelta della location chiama rock e sudore. E rock è, fin dalle prime note. I Wilco non aprono con la chilometrica e delicata “One sunday morning”, come spesso fanno (e come avevan fatto la sera prima a Zurigo) . No, aprono le danze con le chitarre elettriche, ed è subito il “Nels Cline show”, che esplode in “Art of almost” e dura per tutta la serata. Il Nels Cline Show ha il suo culmine nell’assolo sempre emozionate di “Impossible Germany”, piazzata a metà concerto e accolta da un boato ai primi accordi: ho sentite molte versioni di quella canzone e di quell’assolo (il più bello dell’ultimo decennio?). Ieri sera è stato, se possibile, ancora più memorabile del solito. Nels Cline ha tutto: la grazia, la potenza, la tecnica, il tocco magico,  la presenza scenica.

Ma è tutta la band a girare a mille: lo si capisce anche dalla canzone precedente a “Impossible Germany”, una strepitosa versione semi-acustica di “Spiders (kidsmoke)”, suonata in punta di chitarre, che trattiene la sua consueta forza per giocare sulle armonie, e partire in quarta solo nel finale. Onore al merito a Pat Sansone, che suona qualsiasi cosa: dalle tastiere alle chitarre alle maracas.

E poi c’è lui: Jeff Tweedy. Con un cappellaccio che gli dà un look alla Jack White, dice poche parole come suo solito, ma canta e dirige la banda con silenziosa autorevolezza. Ed è proprio nella compattezza data dal suo leader che i Wilco mostrano di essere una band enorme,  come quando ripetono 30 volte “Nothing” in “Misunderstood”… E c’è in generale un momento, mi fa notare un collega, in cui lo capisci ancora di più: i finali delle canzoni. Canzoni che partono piano, si aprono e diventano cavalcate elettriche con due, tre chitarre. E che poi finiscono di colpo, lasciando una potenza e un’elettricità sospesa nell’aria che si trasferisce sulla canzone successiva. E così via fino alla fine.

Si potrebbe citare una canzone sola, o tutte quante. Si potrebbe dire quali sono quelle che hanno lasciato più il segno, almeno su di me: “At least that’s what you said”, con il crescendo alla Neil Young. “Handshake drugs”. Il finale travolgente, con la riscoperta di “Red eyed and blue” e “I got you” (da “Being there”) e “Hoodoo voodoo”, ripescata dalla collaborazione con Billy Bragg dedicata alle canzoni di Woody Guthrie (che presto verrà ristampata dalla Nonesuch con un cd di outtakes). Un finale in cui la band sembra non volersene andare mai, impreziosito da una scenetta con un non meglio identificato figuro con baffoni a manubrio e torso nudo si aggira sul palco suonando un coperchio di pentola.

E magari ci si potrebbe pure lamentare delle canzoni che non han fatto (le mie tre mancanze: “One wing”, “I am trying to break your heart” e soprattutto “Via Chicago”). Si potrebbero dire tante cose, ma davvero è un caso in cui le parole servono poco: di serate magiche come queste se ne vedono poche.

Allora, diteci: c’è qualcuno a cui non piacciono i Wilco? Come si dice solitamente di un altro artista: il mondo degli appassionati di rock si divide tra chi ama i Wilco, e chi non li ha mai visti dal vivo.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:

Hell Is Chrome

Art Of Almost

I Might

Misunderstood

Bull Black Nova

At Least That’s What You Said

Spiders (Kidsmoke)

Impossible Germany

Born Alone

Laminated Cat

Open Mind

Hummingbird

Handshake Drugs

Box Full Of Letters

Capitol City

War On War

Dawned on Me

A Shot in the Arm

Encore:

Whole Love

I’m the Man Who Loves You

Jesus, Etc.

Theologians

Heavy Metal Drummer

Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The Century)

Outtasite (Outta Mind)

Hoodoo Voodoo

Live Report: God Is An Astronaut @ Tunnel, Milano 06/03/12

Mercoledì, Marzo 7th, 2012

“Nello spazio, nessuno può sentirti urlare”. Una delle taglines migliori della storia del cinema, se non la migliore in assoluto. Pura verità, nessuno nello spazio potrà mai sentirti urlare. E se Dio fosse un astronauta? Immerso nello spazio profondo, in sospensione perenne nel buio infinito, teso a fissare la terra attraverso un casco con visiera a specchio… Forse lui potrebbe.

Scherzi a parte, sembra che qualcuno intorno all’immagine del Dio astronauta abbia davvero costruito il proprio “dogma”. Un dogma post rock fatto di quiete e tempesta, di partenze lente e scatti improvvisi, di effetti di chitarra tagliatissimi e galoppate inarrestabili di basso e batteria. Ed è in osservanza di tale dogma che il Tunnel di Milano ha affrontato la data dei God Is An Astronaut, band irlandese con dieci anni di onorata attività e cinque album sulle spalle; una delle realtà più concrete della scena post rock europea. Tanto concreta da far registrare il sold out quasi in tutte le date di questo tour.

Milano non è da meno: all’esterno del club la fila per entrare è di una trentina di metri nonostante le porte già aperte. Una volta entrati poi, è interessante osservare l’eterogeneità della platea, composta nello specifico da una buona quantità di fan agguerriti e da qualche post rocker barbuto e non, ma anche da sporadici metallari con chiodo d’ordinanza e t-shirt super truce, coppiette troppo prese a limonare per curarsi di tutto e di tutti, e da una cospicua quantità di adepti dell’ultima ora, coinvolti dal passaparola dell’imprescindibile “amico esperto” reperibile, manco a dirlo, in prima fila.

Poco prima delle dieci e senza nessuna apertura (dopo la defezione dei validissimi Tides From Nebula, purtroppo costretti ad annullare l’intero tour europeo), i fratelli Kinsella (tenderei ad escludere qualsiasi vincolo di parentela e/o legame con la nota scrittrice Madeleine Wickham, alias Sophie Kinsella) guadagnano il palco accompagnati come sempre dal fido batterista Lloyd Hanney e dalla new entry Jamie Dean, l’uomo addetto alle tastiere e ai sintetizzatori.

Un cenno di saluto e via, inizia la discesa. Si comincia con “When everything dies”, “Fragile” e “From dust to the beyond”. Arpeggi lenti, riff ad libitum, basso martellante e una parvenza di voce modulata a fare da legante, sono l’intro costante ad ogni pezzo, il preludio al “wall of sound” made in Ireland pronto a scoppiare una volta raggiunto il climax. L’impatto è buono: tecnica impeccabile, grande resa sonora dal vivo (molto bene in questo senso l’impianto del Tunnel). Tredici i pezzi segnati in lista per il set principale, più due da giocarsi al rientro, per un totale di un’ora e venti di musica ottimamente accolta dal pubblico milanese. “Age of the fifth sun”, “Echoes”, “Remembrance Day”, “Shadows”, “Worlds in collision”, “Zodiac”, “Snowfall”, vanno a costituire il corpo centrale del live accompagnate da una serie di visual proiettati alle spalle della band. Poca cosa: l’attenzione è completamente rivolta ai quattro sul palco, in modo particolare a Torsten Kinsella, il vero catalizzatore del gruppo. Tutto bene dunque? Sì e no. I God Is An Astronaut sono una band post rock, e come tale chiamata a stabilire un contatto empatico molto forte con il pubblico attraverso uno spettacolo in grado di rapire dall’inizio alla fine. Partecipare, vivere in pieno questo tipo di live, vuol dire riuscire a lasciarsi andare, farsi cullare dalla prima all’ultima nota, perdersi nei meandri del suono e godere degli stacchi improvvisi come dell’incedere lento, del tuono come brezza leggera. E se Mogwai ed Explosions In The Sky sono maestri assoluti nel creare questa magia, ecco, i God Is An Astronaut lo sono un po’ meno. Lo spettacolo è molto buono, per carità, lungi dal dire il contrario. Sulla lunga distanza però, si vede palesemente quanto i quattro fatichino molto a staccarsi dalla formula: intro, crescendo, stacco, tiratona finale e taglio netto in chiusura. Formula che una volta assimilata, scade vagamente nel ripetitivo. In altre parole il live poteva essere costruito meglio, con magari una prima parte più riflessiva e una seconda più tirata, per dirne una. Ad ogni modo la tripletta finale “Suicide by star”, “Forever lost” e “Route 666”, seguita da due dei pezzi migliori dell’intera discografia della band, “All is violent, all is bright” e “Fire flies and empty skies” (messa giustamente in chiusura di set), sono tutti buonissimi motivi per tornarsene a casa felici e contenti. Passate da poco le undici, infatti, le luci si accendono e la gente può guadagnare l’esterno.

In conclusione un buon live, con picchi di travolgente, ma anche con qualche momento debole. Dettagli: la data milanese ci ha regalato una band in palla e al top di forma e questo è ciò che conta.

Checché se ne dica, quello che stiamo vivendo è un buon momento per il post rock. E forse un po’ lo dobbiamo anche ai God Is An Astronaut.

Che il Dio spaziale continui a mandarcela buona.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“When everything dies”

“Fragile”

“From dust to the beyond”

“Age of the fifth sun”

“Echoes”

“Remembrance Day”

“Shadows”

“Worlds in collision”

“Zodiac”

“Snowfall”

“Suicide by star”

“Forever lost”

“Route 666”

“All is violent, all is bright”

“Fire flies and empty skies”

Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12

Lunedì, Ffebbraio 27th, 2012

A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.

Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.

St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.

“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.

Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surgeon”

“Cheerleader”

“Chloe in the afternoon”

“Save me from what I want”

“Actor out of work”

“Dilettante”

“Black rainbow”

“Cruel”

“Champagne year”

“Neutered fruit”

“Strange mercy”

“Marrow”

“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)

“Northern lights”

“Year of the tiger”

Encore

“The party”

“Your lips are red”

Dal Vivo
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