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Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.

Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.

Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.

Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.

A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.

I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.

In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore:

Everlasting light

Long gone

I got mine

Live Report: Mastodon @ Alcatraz, Milano 26/01/2012

Ggennaio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. Red Fang on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti adepti arrivati in anticipo appositamente per non perdersi cotanta grazia. Quando si dice la classe.

I quattro Red Fang, sudati e felici, ringraziano e introducono il set dei Mastodon nel miglior modo possibile. La speranza è di rivederli quanto prima, magari per una serata a loro esclusivamente dedicata.

Capitolo Mastodon: è sempre un piacere farsi piallare le orecchie dalla band di Atlanta. Disco nuovo fiammante sugli scudi, il buon “The hunter” pubblicato a settembre 2011, e quattro fratelli maggiori pronti a coprirgli le spalle. Risultato? Ventitré i pezzi in scaletta pescati magistralmente dall’intera discografia, un’ora e quaranta di furia cieca. Ottima la resa live: i ragazzi sono in palla, la band è rodata e gira come si deve, e si capisce già dalle prime battute, nello specifico “Dry bone valley”, “Black tongue” e “Crystal skull”, quale sarà il piglio della serata. Milano risponde con una platea furibonda: pogo costante e cori allo sfinimento. Altro che terremoto…

Troy Sanders e Brann Dailor sembrano i più attivi sul palco. Il primo offre un campionario di smorfie degne del miglior Luca Ferrari. Il secondo ha il suo bel da fare nell’aizzare una platea già comunque carica a mille. Più defilati invece Brent Hinds e soprattutto un particolarmente arcigno Bill Kelliher. Poco male: “Colony of birchmen”, “Megalodon”, l’ottima “Blasteroid”, e la doppietta micidiale “Spectrelight” / “Curl of the burl”, sono più che sufficienti per tenere in piedi la parte centrale dello spettacolo. Spettacolo che, a dispetto dell’ultima data milanese ai Magazzini Generali (ai tempi di “Crack the skye”, febbraio 2010, la prima da headliner nel nostro paese), è stato privato dei visual, sostituiti da un interessante gioco di luci e da un telone posto alle spalle della band, impreziosito dalla bella immagine di copertina di “The hunter”.

Pochissime le parole spese durante il set: l’idea è quella di tirare il motore al massimo fino alla fine per poi prendere fiato. Obiettivo centrato in pieno, e finale travolgente: da “Crack the skye” fino all’attacco del riffone di “Blood and thunder”, piazzata impeccabilmente in chiusura, le tremende zaffate di sudore delle prime file (la vera garanzia di qualità di un live di questo genere), arrivano implacabili fino in zona mixer.

Non c’è neanche il tempo di sgranchirsi le gambe che i Mastodon, dopo aver abbandonato il palco, rientrano immediatamente, accompagnati dai Red Fang e da alcuni fans, per la conclusione. “Creature lives”, indicata in setlist semplicemente come “The creature”, è il classico “La messa è finita, andate in pace”, il momento catartico: Alcatraz con le corna al cielo, un unico coro che spegne la serata in crescendo. Un momento da tramandare ai posteri. E a questo punto c’è anche il tempo per i ringraziamenti fatti come si deve. E’ Dailor a fare gli onori di casa, guadagnando il centro del palco per salutare l’incredibile platea milanese e dare appuntamento alla prossima estate. Perché ai Mastodon piace, ed è sempre più evidente con il passare del tempo e delle date, suonare nel nostro paese. E perché a noi piace da matti vedere i Mastodon. 2+2…

(Marco Jeannin)

SETLIST RED FANG

“Hank is dead”

“Throw up”

“Malverde”

“Wires”

“Into the eye”

“Number thirteen”

“Good to Die”

“Humans remain human remains”

“Sharks”

“Prehistoric dog”

SETLIST MASTODON

“Dry bone valley”

“Black tongue”

“Crystal skull”

“I am ahab”

“Capillarian crest”

“Colony of birchmen”

“Megalodon”

“Thickening”

“Blasteroid”

“Sleeping giant”

“Ghost of Karelia”

“All the heavy lifting”

“Spectrelight”

“Curl of the burl”

“Bedazzled fingernails”

“Circle of Cysquatch”

“Aqua dementia”

“Crack the skye”

“Where strides the behemoth”

“Iron tusk”

“March of the fire ants”

“Blood and Thunder”

Encore:

“Creature lives”

Live Report: Noel Gallagher @ Alcatraz, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Si possono rimproverare tante cose a Noel Gallagher, ma è difficile negare una cosa: in questi anni l’artista di Manchester ha creato un popolo, anche al di fuori dell’Inghilterra. E’ quello dei fan degli Oasis. Certo, i meriti vanno dati anche in parte a suo fratello Liam, che per tanti anni ci ha messo la faccia e la voce. Però le canzoni “pesanti” di fatto le ha firmate tutte “The chief”. E stasera una parte, seppur piccola, di questo popolo è proprio qui a gremire l’Alcatraz di Milano. Lo si nota dalle t-shirt dei Beatles, dalle pettinature a caschetto e perfino dalle magliette del Manchester City indossate da diversi spettatori.

Alle nove in punto si comincia, in pieno stile british. Parte la versione remix di “If I had a gun” realizzata dagli Amorphous Androgynous, un antipasto del nuovo album previsto per il 2012. Poi ecco Noel insieme ai suoi High Flying Birds: Jeremy Stacey, Russell Pritchard, Mike Rowe e Tim Smith. Il primo pezzo in scaletta è “It’s good to be free”, vecchia b-side degli Oasis che i maligni potrebbero quasi leggere come un messaggio ai vecchi compagni di avventura. Poi tocca a “Mucky fingers”, pezzo datato 2005 che omaggia i Velvet Underground e Bob Dylan. Un inizio nostalgico, ma che scalda subito gli animi. La prima canzone del nuovo repertorio è invece “Everybody’s on the run”, riproposta in una veste elettrica che convince. Così come “Dream on”, il pezzo più orecchiabile e felicemente pop del nuovo corso.

Dopo un “Buonasera Milano” di rito, parte invece “If I had a gun”, cantata da tutti come se fosse già un classico. Le nuove canzoni dal vivo funzionano, ma con qualche piccola eccezione. La scelta di renderle più rock, rispetto alla veste principalmente orchestrale del disco, fa bene ai pezzi sopracitati. Meno agli altri, come “Soldier boys and Jesus Freaks” e “Aka…Broken arrow”, che sentono la mancanze delle pennellate acustiche originali. Va meglio invece con “The death of you and me”, divertente spaghetti-western in salsa Kinks, e con il ritornello killer di “(I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine”, sicuramente tra i pezzi migliori del debutto solista di “The Chief”. A tratti poi Noel recupera volentieri le schegge del passato: il set acustico, con Noel alla chitarra e Mike Rowe al piano, per “Wonderwall” e “Supersonic” scatena un sing-along da brividi, che rende quasi difficile sentire la voce del cantante. Toccante invece l’esecuzione di “Talk tonight”, altra b-side che avrebbe meritato un destino ben diverso. La voce di Noel non è proprio al top e soffre a tratti, ma visto il contesto glielo si può perdonare.

Il pubblico è davvero uno spettacolo a parte. Quasi ogni canzone è cantata a squarciagola, mentre partono cori da stadio tra un pezzo e l’altro. Ad un certo punto c’è anche un simpatico siparietto. Gli spettatori chiedono al gruppo di suonare “The Masterplan”. La risposta è in pieno stile Gallagher: “La volete? Perfetto. Conoscete iTunes? Costa solo un euro”, risponde “The Chief” ridendo. Così in tutta risposta la platea dell’Alcatraz, approfittando di un momento di pausa, inizia a intonare la canzone per conto suo e si guadagna pure un applauso dalla band. Un minuto di divertimento puro.
“Noi amiamo Balotelli”, dichiara Noel prima di dedicare a Super Mario “Aka…What a life!”. Poi c’è la ballata folk “Half the world away”, ancora pescata dal repertorio degli Oasis, che apre la strada allo stomp rock-blues di “(Stranded On) The Wrong Beach”. Fine del set regolare.

Dopo qualche minuto di pausa, partono i bis. Neanche a dirlo, con tre singoli che in passato Noel ha scritto e cantato. Si parte con “Little by little”, bella e intensa anche grazie all’assolo di Tim Smith, l’unico americano della band e in passato già turnista di Sheryl Crow. “The importance of being idle”, uno dei tanti omaggi di Noel al genio di Ray Davies, è il secondo pezzo in scaletta estratto da “Don’t believe the truth”. E poi c’è il gran finale, che non poteva non essere “Don’t look back in anger”. Forse la canzone più bella mai scritta dal chitarrista di Manchester, da sempre uno dei momenti caldi dei suoi concerti. Una manna per il pubblico presente e un bel modo per chiudere le danze.

Insomma, Noel Gallagher ormai è un solista ma non ha dimenticato la sue vecchia band. E’ innegabile che i momenti migliori del suo live siano quelli pescati dal passato, anche se tra i pezzi nuovi ce ne sono almeno un paio che non sfigurano affatto. La sua sfida in futuro sarà quella di non rimanere troppo schiacciato dalla storia degli Oasis e di crearsi una seconda giovinezza artistica. Ma non è solo. Con questo popolo al fianco, per lui sarà tutto più semplice.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

1.   (It’s Good) To Be Free 
2.    Mucky Fingers
3.    Everybody’s on the Run
4.    Dream On
5.    If I Had a Gun…
6.    The Good Rebel
7.    The Death of You and Me
8.    Freaky Teeth
9.    Wonderwall 
10.    Supersonic 
11.    (I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine
12.    AKA… What a Life!
13.    Talk Tonight
14.    Soldier Boys and Jesus Freaks
15.    AKA… Broken Arrow
16.    Half The World Away 
17.    (Stranded On) The Wrong Beach

Encore:

18.    Little By Little
19.    The Importance of Being Idle
20.    Don’t Look Back In Anger

Live Report: Kasabian @ Alcatraz, Milano 20/11/11

Novembre 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tempismo. Questa stata è la miglior dote dei Kasabian. In un decennio in cui la scena rock inglese non ci ha regalato chissà quali band indimenticabili, i ragazzi di Leicester hanno saputo ritagliarsi piano piano un ruolo importante a suon di bei dischi e di solide performance live. Il fatto che l’Alcatraz di Milano, che stasera li ospita per la prima delle loro date italiane, sia sold out da più di un mese è solo l’ultimo pezzo del puzzle. Un puzzle che Serge Pizzorno, Tom Meighan e compagni hanno sapientemente costruito in questi anni, fino all’ultimo acclamato album “Velociraptor!”. Tutto merito, se volete, del loro approccio: grandeur e arroganza tutte inglesi, aggiunte al merito di saper rielaborare la tradizione rock antica e recente della Madre Albione con freschezza e ispirazione. Non poco, insomma.

Lo show dei Kasabian, lo si capisce subito, non punta ai palati fini ma la butta sui muscoli e sui ritornelli: la scelta di aprire con il singolone “Days are forgotten”, forte di una progressione ritmica alla Primal Scream, spiega tutto. La successiva “Shoot the runner” non fa che confermare il teorema. Tom Meighan, che si presenta con la solita “faccia da schiaffi” e un bel paio di occhiali scuri, sfoggia dei capelli rockabilly e dimostra subito di essere bravo ad accendere il pubblico milanese. Serge Pizzorno, o “Sergio” come invocano i fan, è invece di casa viste le sue origini genovesi e si sforza il più possibile di ringraziare gli spettatori in un italiano che tradisce palesemente l’accento brit.

Il suono del gruppo è forte e compatto, anche se a volte la chitarra di Pizzorno è troppo sacrificata nel mix, soprattutto nei momenti in cui i riff dovrebbero farla da padrone. Il pubblico dal canto suo è davvero scatenato, soprattutto sui brani vecchi: ecco che “Underdog”, il vero tributo dei Kasabian ai fratelli Gallagher, lo fa saltare per bene e apre la strada a “Where did all the love go?”. L’acidissima “I.D.” invece ci riporta al bellissimo e omonimo disco d’esordio del 2004, mentre “I hear voices” e “Re-wired” confermano che qualche nuovo brano non ha ancora trovato la sua dimensione definitiva dal vivo.

Ogni tanto, Tom Meighan si defila e “Sergio” si carica tutta la band sulle spalle. Tocca allora alla psichedelica “Take aim”, estratta da quel grande e ambizioso caleidoscopio sonoro chiamato “West rider pauper lunatic asylum”, dare un primo momento di pausa. Nell’introduzione del brano la tromba di Gary Alesbrook accenna perfino l’Inno di Mameli. Peccato che con la successiva “Club foot” la calma sia solo un ricordo lontano, presi come si è dalla bolgia che si scatena all’Alcatraz.
Si vi avanti tra le suggestioni marziali di “Empire” e l’ottima “La fée verte”, una storia di fate verdi e “Lucy in the sky” che ci fa capire come Pizzorno abbia studiato come un bravo scolaretto le atmosfere lisergiche di Syd Barrett e John Lennon. Con “Fast fuse” si finisce invece in territori cinematografici con l’omaggio a Quentin del secondo chitarrista Jay Mehler al tema di “Pulp Fiction”. Dopo la ballata pop “Goodbye kiss”, tocca alla trascinante “L.S.F.” chiudere il set regolare tra gli applausi del pubblico.

Il gruppo va nel retro per qualche minuto. Poi parte il synth di “Switchblade smiles” e più che all’Alcatraz sembra di essere all’Hacienda negli anni della Madchester. Sicuramente il più potente tra i nuovi brani, almeno dal vivo. Sulla stessa scia la favoletta horror “Vlad the impaler”, ancora con un groove trascinante. Il finale è affidato invece a “Fire”, costruita su chitarre seventies e su un ritornello che resta appiccicato alle orecchie. La band la prolunga il più possibile, facendo ballare il pubblico. Finisce qui, in attesa delle date di febbraio a Roma e Padova.

I Kasabian sono ormai una realtà consolidata. Sanno tenere il palco alla grande e hanno acquistato anche quel mestiere che gli permette di gestire i concerti con la giusta autorità. Forse sono pronti anche per locali più grandi dell’Alcatraz, visto che in Inghilterra li affrontano già da anni. Quindi, visto che l’autostima non gli manca, ci divertiamo a lanciare loro una sfida: perché non provarci in un palazzetto, la prossima volta? Da inglesi spacconi quali sono, siamo convinti che non si tireranno indietro.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Days Are Forgotten

Shoot The Runner

Velociraptor!

Underdog

Where Did All The Love Go?

I.D.

I Hear Voices

Take Aim

Club Foot

Re-wired

Empire

La Fée Verte

Fast Fuse

Pulp Fiction Theme (Dick Dale and His Del-Tones cover)

Goodbye Kiss

L.S.F. (Lost Souls Forever)

Encore:

Switchblade Smiles

Vlad The Impaler

Fire

Live Report: Kooks @ Alcatraz, Milano 27/10/11

Ottobre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Stasera, a Milano, si respirava una leggera brezza proveniente dalla costa inglese, che da Brighton è giunta sino all’Alcatraz. Questo piacevole venticello, che man mano incalza sino a diventare un uragano, si chiama Kooks. Sold out per la band capitanata da Luke Pritchard, giovane indie di belle speranze, che ha dato il meglio di sé sul palco meneghino. Tantissimi i fan, di un’età compresa tra i 18-20 (parecchi) e i 40 ed oltre, acconciati alla Pritchard maniera: maglietta bianca o a righe, cardigan o giacchetta slim, pantalone con risvolto e scarpa stringata. Questo per lui. Per lei, invece, vestitino o t-shirt abbinata a calzoncini/gonnellina, calza scura, stivaletto o parigina con tacco basso. Tra il pubblico, spunta anche Benedetta Mazzini, figlia di Mina e nota rocker e attrice. L’atmosfera è già bella calda e Luke e soci salgono sul palco intonando “Is it me?”. Cominciano le danze.

Una pedana rialzata, montata a bordo palco, permette al leader dei Kooks di farsi vedere da tutti, persino da quelli che il concerto se lo vogliono gustare in fondo, fuori dalla ressa. Arriva subito la cantatissima “Always where I need to be” e il pubblico è già in delirio. Al termine del brano Luke testa il suo italiano “Grazie, grazie”, e per ora non aggiunge altro. Arrivano veloci “Sofa song” e “Match box”, tutti saltano e si dimenano, band compresa. “State bene? Noi stiamo benone. E’ bellissimo essere qui con voi”, urla Luke in un inglese strettissimo. “Questa che stiamo per suonare fa parte del nostro nuovo disco, ‘Junk of the heart”, e il gruppo attacca “Rosie”. E’ un intonato vero Pritchard e il resto dei musicisti non è da meno in quanto a bravura. Incalza “She moves in her own way”, pezzo tra i più cantati, al termine del quale il frontman ride in segno di assenso e di felicità, poi ci riprova con la nostra lingua “Grazie, grazie, non parlo italiano, grazie”, cavandosela egregiamente. Si continua a danzare su “Killing me, “Eskimo kiss” e “You don’t love me”. Brevissima pausa, Luke imbraccia la chitarra acustica e sale sulla parte rialzata del palco: “Ora vi vedo tutti”, esclama e saluta con la mano. Da solo intona “Seaside” e “Tick of time”, momento molto romantico del live. Si scivola veloci verso la fine, ancora qualche brano come “How’d you like that “ e “Mr Nice Guy” fino a giungere ad uno dei primi episodi dei Kooks, “Ooh la”: “Questa canzone è tra le prime che abbiamo scritto” dice il cantante. Asciugandosi un po’ il sudore, Pritchard esclama “Mi servirebbe la fascetta ma non ce l’ho”. Per chi non lo sapesse, la fascetta a cui l’artista fa riferimento è quel cordino elastico portato per “domare” le proprie capigliature dai ragazzi filo hipster, gli MGMT possono essere un esempio ben rappresentativo. La fine del live sembra essere decretata da “Shine on” e da “Do you wanna”, ma Luke e soci, dopo essersi fatti un pochino acclamare tornano sul palco. Un sorso di birra e il gruppo attacca “Saboteur” e la title track dell’ultimo lavoro, “Junk of the heart”. La conclusione del live è tutta per “Naive”, che ha portato i Kooks nell’olimpo musicale, cantata da tutti i presenti. Un ragazzo, mentre usciamo dal locale esclama :”Mi è piaciuto da Dio”. Non si può trovare alcuna espressione migliore di questa.

(Rossella Romano)

Setlist:

1.Is it me?

2.Always where I need to be

3.Sofa song

4.Matchbox

5.Rosie

6.She moves in her own way

7.Killing me

8.Eskimo kiss

9.You don’t love me

10.Seaside

11.Tick of time

12.See the sun

13.How’d you like that

14.Mr Nice guy

15.Ooh la

16.Shine on

17.Do you wanna

18.Saboteur

19.Junk of the heart

20.Naive

Live Report: J-Ax @ Alcatraz, Milano 29/09/11

Settembre 30th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

C’era una volta un ragazzo di Cologno Monzese che sognava di fare musica e spaccare tutto. Insieme all’amico Vito, in arte DJ Jad, fonda, nei primi anni novanta, un duo rap, gli Articolo 31, il resto è leggenda. Sono passati anni da quando J-Ax intonava note d’amore alla sua “Maria bella”, ma il tempo sembra essersi fermato. Oggi Ax ha la stessa energia, lo stesso carisma e la stessa “aria cazzuta” degli esordi. Stasera, con il suo “rap’n'roll”, Alessandro ha letteralmente infiammato l’Alcatraz. Ad aprire le danze è stato chiamato Grido, il fratellino, che da qualche tempo cammina da solo, senza i suoi Gemelli Diversi: canta qualche pezzo tratto dal suo disco d’esordio solista, “Io grido”, e ringrazia Ax per aver creduto in lui. La folla scalpita, sembra già cotta a puntino. Si spengono le luci e parte un cortometraggio in cui un padre cattivo getta nella spazzatura il disco di J-Ax al figlio, ignaro del delirio che si scatenerà sul palco a breve. Lo stage si trasforma in un ring, passa qualche minuto e compaiono l’immancabile Space One e Guido Style, alla chitarra. Lo speaker annuncia l’ingresso del re, del campione: J-Ax entra saltando, accolto da un boato. L’atmosfera si scalda subito con “Ancora in piedi”, seguita da “Recidivo” e “Rapnroll”, pezzi cantati con Jake la Furia e Guè Pequeno, due dei Club Dogo, tra le molte sorprese della serata. I brani sono eseguiti alla perfezione, tantissima carica e molto coinvolgimento del pubblico, che è già in estasi. Ottimi i due DJ ed il batterista, che suonano letteralmente sulla testa di Ax. Si merita una menzione d’onore anche il visual artist che ha realizzato le splendide animazioni dello schermo sul palco. Un gradito regalo per i nostalgici degli Articolo sono “Spirale ovale” e “Domani smetto”, cantate a squarciagola da tutti i presenti, nessuno escluso. Sale l’adrenalina della data di apertura del tour di J-Ax con “Domenica da coma”, seguita a ruota da “I love paranoia” e “Tutta scena”. Il rap’n'roller non sbaglia un colpo, è davvero contento di essere tornato dal vivo con il suo nuovo lavoro, è gasato tanto quanto il pubblico, forse anche di più. Tutto scorre alla perfezione finchè arriva “Na bomba”, bella carica. E’ una notte da ricordare, d’altra parte “La notte vale tutto”: i ragazzi del pubblico sanno tutte le canzoni a memoria, e non sono solo giovanissimi, come sottolinea lo stesso Ax (e noi lo confermiamo, dato che, alle nostre spalle, c’era un gruppo di signore: potevano essere, presumibilmente, le zie dei fratelli Aleotti). La ciliegina sulla torta è “Più stile”, cantata in duetto con Guido, che fa impazzire letteralmente tutti, e anticipa “Farlo con te”, il “cosa” ve lo lasciamo ben immaginare. E’ da più di un’ora che l’ex Articolo 31 non smette di cantare, inneggiare e “tirare in mezzo” il pubblico aizzandolo. E’ il momento di un po’ di sana polemica: “Secondo la maggior parte della gente, voi dovreste essere tutti bimbi minchia e io un cattivo maestro… Qui se non stai attento da un giorno con l’altro diventi un mostro!” e lo dice mentre sul palco salgono Don Joe & Shalbo (altri della “Dogo gang” ). Insieme attaccano con “Il mostro sei tu”. Ma la “vecchia scuola” rimane la migliore, questo Ax lo precisa e fa un passo indietro con “Aumentaci le dosi”, a quando il rap’n roll era un concetto ancora da definirsi, a quando il rap puro della Spaghetti Funk ancora si faceva sentire. E il rap, lui, lo sa fare e, la gente, da lui, ancora lo vuole sentire. Immancabile il “terzetto” di canzoni romantiche: “Sei sicura” (accompagnato alla chitarra acustica dal produttore Franco Godi), “Non è un film”, “Ti amo o ti ammazzo” che preparano il campo all’entrata di Paolo Jannacci (figlio di Enzo) che con la sua fisarmonica supporta il rapper in “Altra vita”. Un fan particolarmente romantico si fa coinvolgere dall’atmosfera e, con una fugace incursione sul palco, dà un bacio ad Ax sulla guancia per poi sparire. Infine, è il momento del bis, è il momento di tornare a scatenarsi con gli ultimi pezzi. Dopo la potentissima “Musica da rabbia” arriva la domanda (e la canzone): “Allora! Era meglio prima?” Risposta: “No!!”. Il cerchio si chiude con “Deca dance” a dimostrazione del fatto che, sì, la dance anni’90 sarà anche finita, ma che non per questo si deve smettere di ballare. Almeno non stasera.

(Rossella Romano/Valeria Mazzucca)

“Ancora in piedi”

“Recidivo”

“Rap’n'roll”

“Fabrizio”

“Aqua nella scquola”

“Spirale”

“Uno di noi”

“Italianimal”

“Da Milano a Pizzo”

“Mi rifiuto”

“Domani smetto”

“Domenica da coma”

“I love paranoia”

“Tutta scena”

“Na bomba”

“Immorale”

“(La notte) vale tutto”

“Più stile”

“Farlo con te”

“Il mostro sei tu”

“Per una volta”

“I love my bike”

“Aumentaci le dosi”

“Questi ragazzini”

“Dentro me”

“Sei sicura”

“Non è un film”

“Ti amo o ti ammazzo”

“Altra vita”

“Accademia più snob”

“Musica da rabbia”

“Meglio prima”

“Deca dance”

Live Report: Bob Dylan @ Alcatraz, Milano 22/06/11

Giugno 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Bob Dylan è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo che lui potrebbe sicuramente concedersi molto più di chiunque altro. Eppure Dylan è così: il suo “Never ending tour” è di fatto in piedi dal 1988, salvo poche pause, e il fatto che stasera sia a suonare in Italia di per sé non è una novità sconcertante.
Eppure il luogo scelto per questo concerto milanese da tutto esaurito è proprio il motivo per cui ha senso essere qui, nonostante i 70 euro non proprio accessibili del biglietto. L’Alcatraz, per la capienza e il “contatto” tra palco e spettatori, è perfetto per Bob e la sua band. È un po’ come stare in un club americano, il luogo ideale per un cowboy settantenne che non ha la minima voglia di sentirsi più giovane.
Sono circa le 21.15 quando la voce di un roadie, come succede ad ogni data, annuncia l’inizio dello show: “Signore e signori, ecco l’uomo che ha costretto il folk ad andare a letto con il rock’n'roll. Signore e signori, l’artista della Columbia Bob Dylan!”, annunciano gli altoparlanti. Un’introduzione d’altri tempi. Ed ecco che compare Bob: giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cappello nero dove spunta una penna rossa. Quasi un Hank Williams dark. Con lui la band guidata dal bassista Tony Garnier, sideman e arrangiatore fidatissimo. Parte una versione blues e sporca di “Leopard-skin pill-box hat”: come al solito ci vuole qualche secondo prima di riconoscere le canzoni, ma questa è una delle tante sfide alle quali si va incontro nei live di Mr.Zimmermann.
Già dai primi pezzi però il cantautore dimostra di essere in serata e regala diverse chicche: non capita di sentire spesso “When I paint my masterpiece”, memoria dei tempi in cui flirtava con The Band. Bellissima “I don’t believe you (She acts like we never have met)”, un pezzo che nel ‘64 suonava come lo sfogo di un giovane innamorato e oggi, con la voce da orco che si ritrova Bob, sembra il lamento di un vecchio rancoroso. Una versione che sarebbe piaciuta a Tom Waits, per capirci.
Dopo l’ottimo inizio però c’è qualche discreto calo di tensione. Soprattutto nelle esecuzioni più “scolastiche” dei brani più recenti come “Spirit on the water”, estratta da “Modern times”, e “Tweedle dum & tweedle dee”. Ma non sempre le canzoni scritte negli ultimi anni sfigurano, anzi. “Can’t wait” ad esempio, pubblicata nell’anno domini 1997, è un vero tuffo al cuore con il suo riff tagliente e i ruggiti della voce di Dylan.
Il folksinger di Duluth, come detto, è in ottima forma: si muove spesso tra organo e chitarra, quando non impugna solo l’armonica improvvisando perfino qualche timido passo di danza. Sa di essere un po’ anacronistico, di trovarsi in un’epoca che non gli appartiene. Ma è astuto a trasformare questo aspetto in un punto a suo favore. Ogni tanto, udite udite, sorride pure. Tutti si aspettano i suoi classici, ovviamente. E i classici arrivano, purché si abbia l’abilità di riconoscerli. “Visions of Johanna” viene riproposta quasi come una ballata da prateria, mentre Mr.Tambourine la accarezza a tratti con la voce. Non immediata, ma in fondo molto toccante.
I momenti più intensi della serata in realtà arrivano dopo la prima ora di live: prima con “Forgetful heart”, contenuta nell’ultimo disco in studio “Together through life”, dove Dylan dà il meglio di sé aiutato da un violino in primo piano. E poi con una rauchissima “Ballad of a thin man”, dove quel “You don’t know what it is, do you Mr.Jones?” diventa quasi un rantolo accompagnato dal solito blues della band. Emozionante.
C’è ancora tempo per i bis, dove Dylan regala tre pezzi da Novanta come “Like a rolling stone”, neanche a dirlo la più cantata e apprezzata, e due versioni a stento riconoscibili di “All along the watchtower” e “Blowin’ in the wind”. Su quest’ultima in particolare tra il pubblico scatta perfino qualche risata, visto l’arrangiamento che trasforma lo storico inno in una specie di strano valzer folk.
Bob Dylan però è così, prendere o lasciare. La sua forza è quella di saper comunque intrattenere, a costo di un’imprevedibilità costante che può a volte diventare fastidiosa, soprattutto per chi non conosce bene le sue canzoni. Però riesce anche a dimostrare ogni volta che a lui piace davvero essere ancora sulla strada, non lo fa per lucrare su quello che è stato. Semplicemente suona, riarrangia e spesso storpia le meravigliose canzoni che ha scritto in tutti questi anni. Incurante del mito che lui stesso ha creato.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. When I Paint My Masterpiece (Bob on guitar)
3. ‘Til I Fell In Love With You
4. I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
5. Summer Days
6. Spirit On The Water
7. Tweedle Dee & Tweedle Dum (Bob on guitar)
8. Can’t Wait
9. The Levee’s Gonna Break
10. Visions Of Johanna
11. Highway 61 Revisited
12. Forgetful Heart
13. Thunder On The Mountain
14. Ballad Of A Thin Man

(encore)
15. Like A Rolling Stone
16. All Along The Watchtower
17. Blowin’ In The Wind

Live Report: Wombats @ Alcatraz, Milano 26/05/11

Maggio 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Era prevedibile che gli Wombats avrebbero attirato un pubblico di giovanissimi, dato che molto giovani lo sono anche loro. Ma andiamo con ordine. Alcatraz, ore 21. Una discreta folla di indie-lovers è disposta ordinantamente sotto al palco: c’è chi si fa foto, chi sorseggia una birra e chi scruta curioso i vicini di concerto. Camicie a quadri come se piovesse: ce ne sono di ogni tipo e sorta. In attesa dei tre inglesini arrivano sul palco gli Orange, gruppo capitanato da Francesco “Nongiovane” Mandelli, acclamatissimi dal pubblico. Tre quarti d’ora di indie rock sbarazzino ma ben suonato, un paio di battute tratte da “i soliti Idioti”(programma culto di MTV) e gli Orange lasciano il posto ai Wombats. La scaletta del concerto è ben strutturata, brani nuovi si mescolano ai pezzi che hanno portato “gloria e fama” ai tre musicisti. Si inizia con “Our perfect disease” e “Kill the director”, in “very school style”, dato che i nostri eroi si sono conosciuti sui banchi della Performing Art School fondata nientepopodimenoche da Sir Paul McCartney. Il concerto è un crescendo ritmico ed emotivo. I ragazzi sotto al palco sono davvero elettrizzati e cantano i brani senza sbagliare una parola, ricevendo i complimenti dagli stessi Wombats che esclamano:” Vorremmo farvi un applauso perchè siete preparatissimi, sapete tutte le parole delle canzoni, siamo super contenti”. E lo sono davvero. Tanto sudore, tanta energia e Dan Haggies che fa roteare se stesso e la chitarra, è talmente adrenalinico che nn riesce a smettere di saltellare da una parte all’altra del palco. Ben dosata anche la presenza della batteria, niente sbavature, e questo è da elogiare. “Jump into the fog” e “Techno fun” sono di certo i brani più apprezzati del nuovo “This modern glitch”, ultima fatica in studio dei Wombats. Ovazione generale per pezzi “storici” come “Moving to New York”, “Backfire at the disco” e “Let’s dance to Joy Division”, uno dei brani del bis insieme ad “Anti-D”, prossimo singolo in uscita. Il live si chiude con “Tokyo (Vampires e Wolves)”, dedicata, come dicono gli stessi Wombats, ad una città che rimmarrà sempre nel loro cuore (è la metropoli dove tutto ha avuto inizio). Insomma, un concerto sicuramente da ballare, musica ben suonata e “humour inglese”, a volte un po’ troppo tirato per le orecchie. Un plauso va sicuramente allo stoico Matthew Murphy: con i quaranta gradi presenti all’interno dell’Alcatraz ha resistito con la sua giacca bianca addosso per tutta la durata dello show, nonostante i capelli bagnati. Questo si che è stile.
(Rossella Romano)

Setlist

Our Perfect Disease
Kill The Director
Party In A Forest (Where’s Laura?)
Jump Into The Fog
Patricia The Stripper
How I Miss Sally Bray
Here Comes The Anxiety
Techno Fan
Schumacher The Champagne
Backfire At The Disco
1996
Moving To New York
My First Wedding
Tokyo (Vampires & Wolves)

Bis
Anti-D
Let’s Dance To Joy Division

Live Report: Animal Collective @ Alcatraz, Milano 25/05/11

Maggio 26th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sono le nove e un quarto circa: la gabbia si apre e gli animali scappano. Basta un attimo e prendono il possesso del palco dell’Alcatraz dando inizio alla loro giostra psichedelica di musica e colori. Eccoli gli Animal Collective, hipster newyorchesi che hanno illuminato questi anni 2000 con una musica folle, sperimentale ma dal fascino indiscutibile. I loro nomi d’arte sono tutto un programma: Avey Tare, Panda Bear, Geologist e Deakin.

Senza dire una parola, ognuno chino sul proprio strumento, spiazzano subito e presentano al pubblico milanese l’inedito “Change”, cantato da Deakin, mentre alle loro spalle uno schermo proietta immagini lisergiche. Poi tocca a “Stop thinking”, altro nuovo brano (vittima di una falsa partenza dovuta a qualche problema alla chitarra di Deakin, risolto senza l’ausilio di roadie), una specie di motivo tzigano intriso di elettronica acida e guidato dall’eclettica voce di Avey Tare sempre più “capo della cricca”. Questo è il succo degli Animal Collective: quando entrano in gioco, tutto diventa sogno, meraviglia, quasi un trip ad occhi aperti, e il tentativo di classificare i suoni del quartetto è tutt’altro che banale. Sarebbe un po’ come scrivere un articolo di cronaca partendo da un libro di Lewis Carroll.

Alla terza canzone ecco il primo pezzo conosciuto, accolto da una piccola ovazione: “Did you see the words”, tratto dall’album del 2005 “Feels”, dove fa capolino la splendida e più delicata voce di Panda Bear e il pubblico comincia a scaldarsi per bene. Come la band del resto, dopo un inizio con il freno a mano leggermente tirato. Forse, complice la complessità della loro musica e il fatto che la scaletta è composta quasi solo da canzoni nuove, serve solo un pochino di tempo per sintonizzarsi sulle giuste frequenze. Un discorso ugualmente valido anche per chi ascolta: superato il primo impatto, è più semplice (e piacevole) lasciarsi trascinare fino in fondo. Fatto che sta che il crescendo è innegabile e, lanciato dalla doppietta “A long time ago” / “Take this weight”, si manifesta alla grande con “Knock you down”, altro pezzo cantato da un Avey Tare in grande serata, che mette letteralmente al tappeto grazie ad una spirale di suoni elettronici fantastici. Il gruppo si conferma impeccabile anche dal punto di vista dell’esecuzione: Tare si destreggia tra synth e chitarra, Panda si occupa di percussioni e drum machine, Geologist pensa alla “regia” anche lui con i synth e Deakin suona la sua chitarra. E, da vero hippie moderno, balla ogni brano contento come un bambino, saltellando in lungo e in largo sul palco.

A conferma del fatto che ci troviamo nel momento migliore del concerto, arriva “Brothersport”, la prima delle (solo) due canzoni estratte dal quel piccolo capolavoro del 2009 che si chiama “Merriweather post pavillion”. Ora balla davvero tutto l’Alcatraz (per quanto possano far ballare gli Animal Collective, ovviamente).

Da qui in poi, con una scelta curiosa ma rispettabile, gli animaletti decidono però di stoppare il climax e mantengono un ritmo piuttosto basso: dopo le inedite “Mercury”, “Your choice” e “Frights”, spuntano altri due brani vecchi, “We tigers” e “Summertime clothes”, ma per il resto l’overdose di novità continua perfino nei bis, lasciandoci, dopo quasi un’ora e quaranta filata, con il duo stralunato “I’d rather”/”Little kid” a pensare e ripensare come sarebbe stato un finale diverso. Ma in realtà sbagliamo: la musica degli Animal Collective va presa così. È materiale sopraffino per creduloni sofisticati, per ascoltatori che non si fanno (e non devono farsi) troppe domande. Qui sta la magia di questi hipster newyorchesi: basta lasciarsi andare, abbassare la guardia e concedere le nostre orecchie. Al resto ci penseranno loro.

(Giovanni Ansaldo / Marco Jeannin)

SETLIST

“Change”

“Stop thinking”

“Did you see the words”

“A long time ago”

“Take this weight”

“Knock you down”

“Brothersport”

“Mercury”

“Your choice”

“Frights”

“We tigers”

“Summertimes clothes”

Encore

“I’d rather”

“Little kid”

Live Report: Belle & Sebastian @ Alcatraz, Milano 14/04/11

Aprile 15th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Poco prima delle nove salgono sul palco dell’Alcatraz gli Schwervon, duo americano (Major Matt Mason e Nan Turne rispettivamente a chitarra e batteria) classe 1999 di stanza a New York. A loro tocca aprire la data milanese dei Belle and Sebastian con una mezz’ora scarsa di indie abbastanza annoiato e fin troppo poco convinto, che permette però alla location di guadagnare tempo e riempirsi per circa tre quarti. Ci sono vecchi affezionati e nuovi seguaci della band scozzese, la vecchia e la nuova scuola riunite in assemblea sotto lo stesso tetto. I più giovani davanti, attaccati diligentemente alle transenne in attesa del set, i più vecchiotti quieti nelle retrovie a ricordare quando a fianco di Stuart Murdoch trovavano posto Isobel Campbell e Stuart David. Altri tempi, altri album. I Belle and Sebastian di oggi, in tour per promuovere l’ultimo “Write about love”, non sono più la band timida e riservata del passato: Murdoch balla disinvolto in giacca e foularino alla “Austin Powers”, scherza con la platea più giovane (talmente giovane da non potersi ricordare i tempi di “My wondering days are over”, suonata per la seconda volta in assoluto in questo tour), chiede brillantemente un gin tonic al bar e raccoglie persone dalle prime file invitandole a farsi quattro passi sul palco e premiandole infine con la consegna di una medaglia “al merito”. Un vero padrone di casa (legato all’Italia in modo particolare dopo aver trovato moglie nel nostro paese) che non disdegna però di lasciare il palco ai suoi compagni, Stevie Jackson e Sara Martin in primis, lungo tutta la durata del set: diciannove pezzi pescati bene o male dall’intera discografia dei B&S per un’ora e quaranta di musica.

E se si esclude qualche problema di acustica, amplificato da uno spiacevole rimbombo ben udibile specialmente dalla zona mixer in poi, i Belle and Sebastian hanno offerto un ottimo spettacolo. Partenza lanciata con la nuova e divertente “I didn’t see it coming” giusto per scaldare l’ambiente, seguita a ruota da “I’m a cuckoo” e “Step into my office, baby” (due pezzi molto ben accolti presi direttamente da “Dear catastrophe waitress” del 2003), e dalla già citata “My wandering days are over”. Una scaletta costruita ad arte per amalgamare il vecchio e il nuovo nel modo meno traumatico possibile (solo tre pezzi di “Write about love” nel conto finale), giusto per cercare di accontentare un po’ tutti. Operazione sostanzialmente riuscita: da un lato riempie di gioia veder risplendere ancora dopo tanti anni pezzi come “Piazza, New York catcher”, “Dear catastrophe waitress”, “The fox in the snow” e l’inarrivabile “Sleep the clock around” (posta strategicamente in chiusura di set). Dall’altro è incoraggiante vedere come i nuovi arrivi, “I want the world to stop”, “I’m not living in the real world” (cantata in collaborazione con la platea dell’Alcatraz) e i comunque recenti “Sukie in the graveyard” e “The blues are still blue” (primo pezzo dell’encore), siano in grado di reggere il confronto con un così sfavillante passato.

Serata chiusa sulle note incalzanti di “Me and the major”: l’anno era il 1996, l’album “If you’re feeling sinister” e tutti noi, ahimè, avevamo quindici anni di meno.

In definitiva un’esperienza piacevole, senza dubbio divertente e a tratti affettuosamente malinconica, gestita e orchestrata al meglio da uno Stuart Murdoch particolarmente ispirato e di buon umore.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“I didn’t see it coming”

“I’m a cuckoo”

“Step into my office, baby”

“My wandering days are over”

“I’m not living in the real world”

“Piazza, New York catcher”

“I want the world to stop”

“Lord Anthony”

“Sukie in the graveyard”

“The fox in the snow”

“Dear catastrophe waitress”

“I’m waking up to us”

“There’s too much love”

“The boy with the arab strap”

“If you find yourself caught in love”

“Simple things”

“Sleep the clock around”

“The blues are still blue”

“Me and the major”

Dal Vivo
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