Live Report: EELS @ Alcatraz, Milano 18/04/13
Aprile 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol
Chi sono gli eels, una band o il progetto di una cantautore californiano un po’ pazzo? Non esiste un’unica risposta, tutto nasce da Mr.E (Mark Everett), genialoide songwriter barbuto, figlio di un altrettanto geniale padre arrivato ad un passo dal nobel e di una famiglia di artisti di cui è l’unico discendente. Da lui parte il progetto eels che dal 1996 ad oggi viene incarnato da musicististi sempre diversi. Ora qualcosa sembra essere cambiato, E ha trovato una nuova famiglia da cui farsi adottare, una famiglia formata da due chitarristi, The Chet e P-Boo, il bassista Honest Al (anche se nell’ultimo disco il basso è stato suonato da Kool G Murder) e il batterista Knuckles.
E’ grazie a loro se gli eels sono di nuovo una band e non solo l’emanazione dell’ego di E, e questa grande sintonia, che già traspariva nell’ultimo disco “Wonderful, glorious”, è apparsa ancora più evidente nel concerto che ha infiammato, la scorsa sera, l’Alcatraz di Milano.
Nonostante l’attesa per il ritorno dal vivo degli eels, si temeva di assistere ad una replica del tour di “Tomorrow morning” in cui la band aveva portato in scena uno spettacolo tanto rumoroso quanto confuso. Fortunatamente i tanti concerti insieme hanno affinato l’amalgama tra i musicisti che si sono presentati sul palco vestiti con la medesima “divisa”, una tuta nera della Adidas che ricordava quella indossata da Adam Sandler ne “I Tenenbaum” di Wes Anderson, occhiali scuri e barba incolta.
Se l’impianto luci è piuttosto scarno, a stupire un gremito Alcatraz ci ha pensato l’originale disposizione dei musicisti sul palco in due file una seconda fila rialzata dove stazionavano i due chitarristi e il bassista e la prima fila con, da un lato, la batteria di Knuckles e, dall’altro, quasi in disparte rispetto al resto della band, E.
L’onore di aprire la serata è spettata alla cantautrice Nicole Atkins che ha presentato una manciata di canzoni dai suoi due album che ne hanno fatto apprezzare il talento e le indubbie doti vocali, nonostante l’assenza di una band a suo supporto, alla lunga, ha un po’ pesato sulla sua esibizione. Dopo pochi minuti è iniziato lo spettacolo degli eels che hanno iniziato da subito a schiacciare l’acceleratore con un gruppo di brani tra rock e blues come “Bombs away”, “Kinda fuzzy”, “Tremendous Dynamite” e la cover di “Oh well” dei Fletwood Mac. Nonostante l’avvio al fulmicotone, gli eels mostrano subito di aver trovato finalmente un ottimo equilibrio rispetto al precedente tour, dosando energia e melodia andando a ripescare anche tra dischi più vecchi, come nel caso di “The sound of fear” presa da “Daisies of the galxy” del 2000.
Man mano che lo show procede Mr.E inizia a mostrare quanto sia cambiato rispetto agli esordi, quando dichiarava apertamente di trovare i concerti una vera noia: dialoga con il pubblico e con i suoi fidi compari a cui chiede lunghi abbracci, perché, non smetterà di ripeterlo fino alla fine, vuole troppo bene a questi ragazzi. Lo spettacolo si fa ancora più folle quando su uno dei momenti più rumorosi del concerto anche i roadie entrano in scena simulando una discussione sul palco. Il momento più divertente vede come protagonista The Chet, che E definisce il suo “bro”, il suo fratello, con cui, in una cerimonia solenne celebrata dal bassista Honest Al, si scambia la promessa reciproca di suonare assieme per almeno altri dieci anni, sugellando il tutto con la segreta stretta di mano degli eels.
Nonostante le gag la band continua a macinare rock proponendo brani come “New Alphabet”, “Peach blossom”, “Prizefighter”, ma anche canzoni più melodiche come “In my dreams” e “On the rope”.
La prima parte del concerto si conclude con due proiettili rock: uno dal passato, l’oscura “Souljacker Pt.1”, e la più recente “Wonderful glorious”, ma non c’è il tempo di respirare che la band torna tra il clamore della folla per due bis dove E inizia a suonare una delle prime canzoni scritte per gli eels, la malinconica e romantica “My beloved monster” che viene mescolata con un altro grande classico, la bellissima “Mr. E’s Beautiful Blues”.
Il concerto volge al termine, ma quando la maggior parte del pubblico è uscita dal locale, la band, come da sua tradizione, torna sul palco per le ultime due canzoni, “Dog faced boy” e “Go eels!” un brano molto semplice che permette ai singoli componenti di presentarsi con i loro assoli.
Una volta conclusa anche quest’ultima parte dello show lasciamo entusiasti il locale con la consapevolezza che Mr.E non è più solo, ha un nuova famiglia con cui è tornato a fare della grande musica.
(Giuseppe Fabris)
L’escursione termica tra le strade di Milano e l’interno dell’Alcatraz è nell’ordine dei 30 gradi, forse più. Fuori siamo attorno allo zero, forse meno; dentro fa un caldo quasi soffocante. Ma entrando nella discoteca milanese le facce sono felici, prima ancora che cominci il concerto: si capisce subito che la serata è attesa come un evento.
Il variopinto e rauco popolo dei bagarini ciondola nervoso fuori dall’Alcatraz, seguendo un ipnotico movimento a pendola tra le due corpose file che ospitano ancora un centinaio di persone. Dentro, le luci si sarebbero già dovute spegnere, ma i lavori per gestire il flusso in entrata non stanno evidentemente procedendo come sperato. Anche perché il pubblico è numeroso, i biglietti esauriti da tempo e quindi ai bagarini di cui sopra non rimane che raschiare l’ultimo po’ di voce rimasto e messo in pericolo dal primo vero freddo (quasi) invernale meneghino: “compro biglietti!”. E li comprerebbero volentieri, se solo ce ne fossero… anche perché a chi chiede informazioni sui costi di “rivendita” hanno il sangue freddo e il piglio crudele a sufficienza per poter rispondere con un “100 Euro”.

di Gianni Sibilla
Programmazione intensa quella dell’Alcatraz di Milano in questo periodo. Come sempre, verrebbe da aggiungere. Nei giorni scorsi ci sono passati gli Europe, Bon Iver e i Band of Horses. L’immediato futuro prevede Gaslight Anthem e Bloc Party. In tutto questo più o meno vitaminico sferragliare di chitarre ieri sera si sono ricavati uno spazio gli
“Music is my saviour”, spiega Justin Vernon in una delle poche chiacchiere del suo concerto milanese, citando Jeff Tweedy, “Uno dei più grandi songwriter che abbiamo”. La musica dei