Live Report: Europe @ Alcatraz, Milano 29/10/12
Ottobre 30th, 2012 in Reports by Redazione Rockol
Joey Tempest. La chioma al vento. La camicia nera con l’imprescindibile inserto in pelle. Mic Michaeli e le sue tastiere, o meglio keyboards. Quel sound. Quell’incredibile, unico sound. Gli Europe. Il primo album degli Europe è uscito nel 1983, l’ultimo proprio nel 2012. In mezzo ventinove anni di palchi, trionfi planetari, crisi, abbandoni e infine reunion. Ventinove anni e non sentirne il peso addosso. Perché gli Europe visti a Milano per l’ultima data in Italia del tour legato alla promozione dell’ultimo, tra l’altro valido “Bag of bones”, hanno dato prova di essere una band come non se ne vedono più in giro. Ridete pure, liberissimi di farlo. Ma tenere il palco come hanno fatto questi cinquantenni per un’ora e cinquanta filata senza un attimo di tregua, non è cosa che si vede tutti i giorni.
Bastano due minuti per godere del primo assolo di John Norum, altri due per imparare a memoria l’opening “Riches to rags”. Tempest piomba sul palco facendo roteare l’asta del microfono, un giochetto evidentemente più che collaudato ma sempre estremamente efficace. Un colpo per così dire “Eighties”, riproposto più volte nei momenti topici della serata. “Not supposed to sing the blues” e “Firebox” arrivano praticamente a rimorchio: gli Europe sfoderano un rock massiccio e, per non farsi mancare proprio nulla, mettono in tavola altri due assoli, chiamando il primo coro della serata. Tempest da par suo deve ancora scaldarsi, la voce sempre essere non ancora al top. Detto fatto: “Superstitious”, il primo grande classico in scaletta, il pezzo con la linea melodica più abusata della storia del mondo. Tanto che a metà ecco arrivare l’inesorabile snippet di “No woman no cry” di Bob Marley. Divertente? Certo, vedere dei rockers ex cotonati made in Svezia citare Bob Marley è senza dubbio divertente. Sparata la prima quadriglia, Tempest si prende qualche secondo per salutare la platea milanese e aizzarla il giusto per introdurre il secondo classicone di fila: “Adesso faremo un pezzo un po’ tranquillo, abbiamo bisogno di qualcosa di tranquillo. Oppure di ‘Scream of anger’?” E via: intro, riff, strofa, ritornello e solo. “I won’t live to see tomorrow / There won’t be another breath”, praticamente “My generation” in salsa Europe. La formula è sempre la stessa. Abusata? Trita? Vecchia? Intanto pezzi degli Europe, vecchi o nuovi, hanno il pregio di arrivare immediatamente. Li senti, li impari, li canti. “No stone unturned”, “New love in town” (quasi interrotta da una improvvisa invasione di palco) e la potente “Demon Head” ne sono la prova tangibile.
Chiuso il primo set, si passa ad una piccola parentesi acustica introdotta da un Tempest particolarmente divertito alle prese con il dialetto meneghino: “Che robe de macc, se a Milàn!”. Il palco nel frattempo viene allestito a dovere e la scena passa a John Norum e al blues per chitarra e voce di “The world keep on turning” dei Fleetwood Mac (segnata in scaletta solamente come “Blues”). Arrivano poi molto velocemente “Drink and a smile” e la sempre meravigliosa “Dreamer”, qui proposta con quattro chitarre e percussioni. Impossibile non pensare ai Tesla di “Five man acoustical jam” (1990). Si torna poi alla normalità con la titletrack dell’ultimo lavoro, “Bag of bones”, e soprattutto con due dei pezzi più attesi della serata, presi da due degli album più amati dai fan: “Girl from Lebanon” da “Prisoners in paradise” (1991), ma soprattutto “Carrie”, da “The final countdown” (1986), il prototipo del pezzo Europe, la ballata cotonata per eccellenza, e l’Alcatraz lo sa bene: cori su cori, bambini (parecchi), ragazzi, giovani e meno giovani con il chiodo rattoppato, rapiti come neanche avessero visto la Madonnina in persona scendere a piedi dal Duomo. La luciferina “The beast” lancia la volata finale, nello specifico “Ready or not”, altro evergreen classe 1988 che, per come l’abbiamo sentita, potrebbe tranquillamente essere uscito dall’ultimo “Bag of bones”, seguita dal rock’n’roll di “Doghouse” (e dall’ennesima uscita milanese di Tempest che prima scherza con un biondissimo roadie per poi sfoderare un “ciumbia” che a quanto pare in svedese si dice “ciumbria”) e da quello che probabilmente possiamo eleggere pezzo migliore della serata, “Rock the night”, 1986. Un perpetuo sfinirsi di ugole ad alto tasso di coinvolgimento, condito dal diciottesimo assolo su diciotto pezzi. Ditemi poi come si fa a non volergli un gran bene. La band a questo punto si prende un meritato congedo, anche solo se per pochi minuti.
Il rientro è accompagnato da un piccolo preludio che introduce “Last look at eden”, particolarmente ben accetta, e il pezzo che più di tutti ha contribuito a consegnare gli Europe alla storia. La mega hit per eccellenza: “The final countdown”. L’avranno suonata miliardi di volte, l’avremo sentita miliardi di volte. Eppure eccola li, con quel suo tananà-na tananannannà inconfondibile. Pensi agli Europe, canti “The final countdown”. È matematico. Quello che poi colpisce è che “The final countdown” neanche rappresenta al meglio gli Europe, sembra quasi scollegata dal resto dei loro pezzi. In questo senso possiamo davvero chiamarlo un Singolo con la “S” maiuscola. Senza età, senza tempo.
Il concerto si chiude con i saluti di Tempest che ringrazia l’Italia per l’accoglienza e si complimenta con la platea milanese per l’entusiasmo e il grande supporto che non ha mai fatto mancare lungo tutta la serata. I complimenti però vanno fatti agli Europe per aver imbastito una scaletta così equilibrata e così varia. L’inizio tirato, i classici ben dosati, l’inserto acustico e il finalone in crescendo: davvero mosse d’altri tempi. Complimenti anche agli Stonerider per la graditissima apertura (e tanto, tantissimo rispetto per aver atteso la fine del concerto all’esterno per cercare di vender qualche copia del loro disco). E complimenti infine al tecnico luci e ai tecnici del suono: anche qui qualità d’altri tempi. A chi pensa che gli Europe siano solamente una band per nostalgici, per tutti quelli che “li vedrei ma solo per farmi quattro risate”, a questa gente auguro seriamente di vederli almeno una volta dal vivo, anche solo per capire cosa vuol dire essere musicisti professionisti. Gente da palco. Non saranno dei fenomeni in senso assoluto, ma sfido chiunque ad arrivare alla loro età con trent’anni e passa di carriera sulle spalle e tirare fuori un disco, e soprattutto dei live di questo genere. Altro che bolliti, altro che indie, dubstep, elettronica, alternative o quello che volete. Tutta un’altra pasta.
(Marco Jeannin)
SETLIST
“Riches to rags”
“Not supposed to sing the blues”
“Firebox”
“Superstitious” (No Woman No Cry snippet)
“Scream of anger”
“No stone unturned”
“New love in town”
“Demon Head”
“The world keep on turning” (cover acustica dei Fleetwood Mac)
“Drink and a smile” (acustica)
“Dreamer” (acustica)
“Bag of bones”
“Girl from Lebanon”
“Carrie”
“The beast”
“Ready or not”
“Doghouse”
“Rock the night”
ENCORE
“Prelude”
“Last look at eden”
“The final countdown”
“C’è qualcuno a cui non è piaciuto questo concertooooo?”, urla qualcuno fuori dall’Alcatraz, in mezzo alla folla che sciama dal locale. Ci si guarda intorno e si vede solo gente con sorrisi a 32 denti stampati sul volto. Parli con qualche amico e i commenti sono “Cazzo!”, “Che roba!”, “Madonna santa!”. Chi li aveva già visti, sapeva cosa aspettarsi, ma a concerti così belli non ci si abitua mai. Chi non aveva mai visto i 



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