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Live Report: The Killers @ Arena di Verona 08/06/09

Giugno 9th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

All’Arena di Verona una birra costa sei euro. Già. Una misera lattina di birra, sei euro. Cos’è? C’è ancora da finire di pagare l’arena come la Salerno – Reggio Calabria? Ma non c’era la crisi? Quale strana magia ha permesso un così esplicito furto alla luce del sole? Ci penso mentre prendo posizione in uno dei sedili sacrificatissimi della tribuna numerata. L’Arena è bella, impossibile negarlo, e suonarci deve fare uno strano effetto. Ecco, sommando i vari indizi si può capire il livello che i Killers hanno raggiunto in Italia (e nel mondo): possono permettersi l’Arena tre mesi dopo essere venuti a Milano, la riempiono con gente dagli otto agli ottant’anni e la birra costa sei euro (l’ho già detto lo so, ma questa non la passano liscia).
I Killers hanno fatto il botto, riempiendo quel vuoto lasciato dalla scomparsa delle – oramai vecchie – boyband e tanti saluti: il momento giusto per vederli è proprio questo, mentre ancora cavalcano un’onda di dimensioni considerevoli e prima del passaggio agli stadi e a ben altre platee, cosa che dopo quello che ho visto ieri, mi sento di dare quasi per certa. Il concerto dell’Arena in questo senso ha emesso il suo verdetto.
Apertura in mano a Juliette Lewis che con il suo nuovo gruppetto, i The New Romantiques, riesce a caricare bene un po’ tutti. Non mi entusiasma troppo, ma sa stare sul palco come si deve e ha il piglio da vecchia rock star glam.
I Killers attaccano ad un quarto alle dieci sotto un cielo carico di nuvoloni neri che minacciano pioggia. Il fan club ha provveduto a distribuire il necessario per la coreografia che dovrebbe consistere in un tricolore gigante per le tribune e una K di stagnola per la platea. Alla gente sembra importare poco: l’eccitazione è già fuori controllo (parte la “ola”, si battono i piedi, l’Arena sembra scoppiare in un colpo d’occhio meraviglioso) e il tutto si perde appena i quattro di Las Vegas mettono piede sul palco addobbato con palme e luci degne della città natale.
Un’ora e mezza il set, completo di un rientro con tre pezzi. Ora e mezza costantemente accompagnata da mani alzate, applausi e salti. Uno dei concerti più partecipati a cui mi è capitato di assistere: i Killers hanno di che essere contenti. Dal punto di vista musicale la scaletta è buona. Inizio al fulmicotone con “Human” e “Somebody told me”, per poi calare di ritmo nella parte centrale, almeno fino alla bella cover dei Joy Division, “Shadowplay”. E qui non posso esimermi dal notare che, nonostante venga proiettato un video con gli estratti da Control di Anton Corbijn, addetti ai lavori e qualche sparuto gruppetto a parte, nessuno ha riconosciuto il pezzo. Questo per ridimensionare un po’ i facili entusiasmi: non tutti sono tenuti a conoscere i Joy Division, ma vedere la storia della musica ignorata clamorosamente mette in luce i limiti evidenti di un pubblico oramai evidentemente pop, con tanti saluti a Ian Curtis a cui i Killers, come tanti altri, devono la vita (Il nome della band, per chi non lo sapesse, deriva da un video dei New Order, “Crystal”, in cui è presente una band fittizia, appunto denominata The Killers). Comunque. Basta poco per riprendersi: “Spaceman” fa letteralmente tremare gli spessi muri dell’Arena e apre la via al finale in cui spiccano “Mr. Brightside” e il nuovo inno indie pop eletto per acclamazione “All these things that I’ve done”. Niente da dire: a questo punto sono convinto che se si candidassero alle europee, questi assassini vincerebbero a mani basse. Mietute migliaia di vittime, colpite al cuore senza via di scampo, i Killers si concedono pochi minuti di pausa per concludere con la bella “Bones” accompagnata dal video diretto nientepopòdimenochè da Tim Burton (ma anche questo all’Arena lo sanno in pochi…), seguita da “Jenny was a friend of mine” e dalla spettacolare “When you were young”, condita da fiamme sul palco e cascate di scintille (e una fulminea invasione di palco di un ragazzo “amabilmente scortato” nelle segrete dell’Arena).
Ore undici e un quarto e tutti a casa. Me ne esco accompagnato dai cori di chi non è ancora sazio, convinto dalla bontà di un live molto divertente e ben condotto da Brandon Flowers (la cui voce cristallina, va detto, sta migliorando sempre di più con il passare del tempo) che ha incoronato indubbiamente i Killers come beniamini assoluti di un pubblico che forse non se li merita fino in fondo, ma che d’altro canto forse si sono anche un po’ cercati.

(Marco Jeannin)

Live Report: Who @ Arena di Verona 11/07/2007

Luglio 12th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

La scena era perfetta prima che sull’Arena di Verona si scatenasse la furia degli elementi. Immagini da vecchia Britannia e epopea mod scorrevano sullo sfondo mentre due ultrasessantenni mitici che, in compagnia del talentuoso figlio di un illustre coetaneo (Zak Starkey, alla batteria), di un virtuoso del basso (Pino Palladino) e di qualche necessario comprimario, scandivano con convinzione i fondamentali del rock di fronte a 13.000 assatanati in attesa da trent’anni. Pete Townshend, in occhiali, polo e jeans neri; Roger Daltrey, tirato a lucido come al solito, erano in grande spolvero e, una via l’altra, sciorinavano “I Can’t explain”, “The seeker” e “Substitute” supportati da una formazione compatta e potente. Tale era l’abbrivio da perdonare anche la scelta di inserirvi la non irrinunciabile “Fragments”, tratta dall’album del ritorno “Endless wire” e clamorosamente parente di “Baba O’ Riley”.
Poi esplodeva “Who are you”, con un arrangiamento rivisitato e chitarre esplosive, un classico inconfondibile mascherato giusto quel poco che basta per rivendicarne la vita prima di ‘C.S.I.’. Bene Zak sui rullanti, chirurgico Pete, fantastico Roger, con microfono a mulinello e a pieni polmoni. (In verità, nelle prime file, non si parlava d’altro che della potenza delle sue corde vocali, e il paragone correva alla solidità di Springsteen).

“Ma dovrebbe piovere su di voi, non su di me!”, esclamava divertito all’improvviso Pete Townshend quando, alle 21.35, venti minuti dopo l’inizio folgorante degli Who, un nubifragio investiva pubblico e palco tutti.

Un’ora di interruzione, in attesa che l’acquazzone scemasse a pioggerellina, serviva per riflettere, attendere e sperare. La partenza era stata eccezionale e si apprezzava in modo particolare la saggezza con cui, per sostituire una sezione ritmica leggendaria assurta all’empireo del rock, i due Who superstiti abbiamo scelto un giovanissimo e un turnista: qualità, professionalità e zero paragoni, zero pressione.

Un’ora di interruzione, purtroppo, era fatale a Roger Daltrey che, dopo un minuto di “Behind blue eyes”, vanificava la ripresa dello show e, nervosissimo, abbandonava il palco spiegando che la sua voce era andata.

Le negoziazioni febbrili condotte da Townshend riportavano in scena il suo pard che, acclamato dal pubblico, decideva infine di mettere a rischio le prossime date del tour raschiando
il barile, commovente nel tentativo di sopperire con la presenza al volume. Pete raddoppiava gli sforzi e, tatticamente, riorganizzava la scaletta privilegiando i pezzi in cui poteva cantare lui: fantastica “Eminence front”, divertente “Magic bus” (con il suo “You can’t have it!” molto più poderoso del lamentoso “I want it, I want it” del cantante), e via da “Pinball wizard” fino agli ultimi faticosissimi brani.

Rockol presenziava all’evento con cinque elementi della sua redazione (gli altri: assenti ingiustificati, per definizione) e portava a casa il ricordo di una serata a suo modo memorabile, l’impressione del concerto che sarebbe potuto essere, l’amarezza per la sfortuna, l’euforia per la qualità e l’energia della musica, fino a che ce n’è stata, e la certezza di avere partecipato a un evento. Già, perché l’assenza lunghissima degli Who dall’Italia ha purtroppo una ragione strutturale che non potrà essere contrastata in futuro: le quotazioni dei ragazzi alla ‘borsa’ live sono talmente elevate da porli nella top 5 assoluta della graduatoria e renderne difficoltoso l’ingaggio in un mercato nel quale sono un’icona, un culto, una religione per (relativamente) pochi fans (altrimenti perché non portarli a suonare in uno stadio molto più capiente e/o per più date?).

Seguiranno, inevitabili, le polemiche sulla scelta di portare a termine lo spettacolo nonostante le condizioni menomate di Daltrey. Noi non ci uniremo. Grazie Ragazzi.

(Giampiero Di Carlo)

Dal Vivo
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