Blog

Live Report: Peter Gabriel @ Arena Verona 26/09/10

Settembre 27th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sull’ultimo disco di cover e sul tour orchestrale “no drums, no guitars” i fan di Peter Gabriel si sono divisi, molti sostenitori ma anche qualche detrattore. Il pubblico presente ieri sera all’Arena di Verona (molto numeroso, a differenza di quanto sta accadendo in altre date del tour europeo: colpa dei prezzi molto salati, probabilmente, anche se l’entourage dell’artista ha accusato alcuni promoter di cattiva promozione) non è sembrato d’altra parte avere molti dubbi: pollice alzato per Peter e per la sua scoppiettante New Blood Orchestra, anche se dagli urletti di approvazione, dai battimani e dalle standing ovations è chiaro che tutti – magari anche Zucchero, avvistato in platea – erano lì per ascoltare soprattutto la seconda parte dello show, quella riservata al repertorio riarrangiato per ensemble di archi ed ottoni.

Anche dal vivo “Scratch my back” si è rivelato un disco intrigante ma ostico, a tratti poco comunicativo. D’altronde – con l’album e con il tour – Gabriel ha fatto una volta ancora una scelta rischiosa, coraggiosa, non routinaria, apprezzabile dal punto di vista artistico e giustificabile anche sotto il profilo “fisiologico”: a sessant’anni compiuti ha senso aspettarsi ancora i balzi scimmieschi di “Shock the monkey”, le montagne russe del “Secret world tour” o del “Growing up tour”? In Italia, dove Peter gioca praticamente in casa, è più facile per lui gettare il guanto della sfida: per questo, e anche in virtù della cornice irripetibile dell’Arena, Verona è stata scelta come location di un “possibile” Dvd/documento audiovisivo del tour. Grazie a una scenografia minimale ma elegantissima e a sapienti giochi di luce di prevalente tonalità rosso sangue, dominante cromatica dello show e dell’intero “concept” di “Scratch my back”, la resa spettacolare dovrebbe essere assicurata. Quando partono le note di “Heroes” (decisamente meglio in questa versione live) i musicisti sono nascosti da uno schermo LED: al suo sollevarsi, Peter appare sulla sinistra del palco, con l’orchestra raccolta alle sue spalle e il pianoforte a coda collocato sul lato destro; in mezzo si sistemeranno poi le due coriste, Melanie Gabriel e la norvegese Ane Brun, una quasi-Kate Bush dal vibrato operistico che – introdotta come al solito dal generoso “padrone di casa” – aveva aperto la serata con due sue canzoni per voce e chitarra acustica. Il problema, almeno all’inizio, è la voce di Peter: reduce da un forte raffreddore che quattro giorni prima aveva reso difficoltoso lo show di Madrid, Gabriel sembra intimidito e leggermente afono, o forse solo timoroso di giocarsi subito le corde vocali. Il fatto che canti all’aperto a fine settembre con una temperatura di poco superiore ai dieci gradi non aiuta di certo: fatto sta che su “The boy in the bubble”, su “Listening wind” o su “The power of the heart” si rimpiange l’emissione chiara e potente delle versioni di studio, e quel che gli esce dalla gola a volte somiglia a un flebile sussurro. Su “Mirrorball” degli Elbow e su “My body is a cage” degli Arcade Fire ci pensa comunque l’orchestra a dare spettacolo, in entusiasmanti saliscendi tra delicati contrappunti ed esplosioni sonore sotto la bacchetta spiritata del giovane direttore Ben Foster. Peter se la cava meglio in “Flume” di Bon Iver (bellissima), mentre nella succitata “The power of the heart” (Lou Reed) abbandona finalmente la sua postazione fissa per deambulare lungo il fronte del palco; quando, in “My body is a cage”, caccia il primo urlo dei suoi ci si sente decisamente rinfrancati. Impeccabile, come da tradizione, la parte “visual” del concerto: le figure umane di “Listening wind” denudate e passate alllo scanner, la città al contrario di “Downside up”, gli omini stilizzati di “The book of love” (dove Gabriel gioca con la sua immagine con sense of humour), mentre anche la teatralità drammatica di “Après mois” trova la sua migliore espressione sul palco. Non tutti sembrano avere familiarità con il repertorio (molti applausi scattano a canzone non ancora conclusa), e meno male che dopo l’involuta e contorta cover dei Radiohead, “Street spirit”, arriva una piccola e semidimentica gemma melodica dal quarto album, “Wallflower”, a scaldare i cuori. Niente paura: alla ripresa, dopo quindici minuti di intervallo, il concerto sale subito, e molto, di tono. Il pianoforte distilla gocce di note alla maniera di Ravel e Debussy, Peter e i musicisti all’inizio sono visibili solo attraverso le pupille di un animale (un’aquila? O un coyote?): “San Jacinto” è il solito brano maestoso e il finale, tra echi e respiri profondi, regala brividi autentici: Gabriel “scova” la folla con uno specchio riflettente secondo un suo vecchio, semplice ed efficacissimo trucco di scena.

“Digging in the dirt”, così come più tardi “Red rain”, conserva una carica ritmica rock e scatena i primi battimani mentre nella intensa “Signal to noise”, orchestrale già di suo, la Brun fa tutto quel che può per non scomparire al cospetto di Nusrat Fateh Ali Khan. Leggendo stentatamente i suoi foglietti in italiano, Gabriel introduce la canzone con una delle sue riflessioni utopiste, auspicando che le comunicazioni permesse dai telefoni cellulari possano trasformare l’energia umana in una “fornace solare” come certi specchietti collocati per produrre calore tra le montagne dei Pirenei. Segue un altro show dell’orchestra, che entusiasma soprattutto nei colori accesi, violenti, di “Darkness” e nei pezzi più scuri, drammatici e ritmici estratti dal terzo e quarto album (una “Intruder” sottolineata da inquietanti occhi umani ed elettronici, mentre il timer ci informa che sono le 23 e 36; una fantastica “The rhythm of the heat” che scatena giustamente una standing ovation al termine della indemoniata coda orchestrale). “Mercy Street” e “Blood of Eden” sono talmente belle da scivolare senza sforzo sul velluto orchestrale, la sempre emozionante “Washing of the water” regala un breve spotlight a Melanie, Solsbury hill” è il “crowd pleaser” che permette al pubblico infreddolito di scaldarsi e a Peter di accennare persino qualche passo di danza su e giù per il palco. Fine del concerto, dopo il programma extralarge richiesto dal progettato Dvd. E’ tempo di “encore”? Da dietro le quinte, una mano disegna su carta una faccina sorridente suggerendo una risposta affermativa: ecco l’immancabile e sovraesposta “In your eyes”, dove la bacchetta passa momentaneamente nelle mani dell’arrangiatore John Metcalfe (che ha seguito il concerto dietro le quinte), ecco “Don’t give up”, con la Brun ben calata nella parte, e poi il sommesso commiato con “The nest that sailed the sea”, sognante strumentale da “Ovo” (Gabriel al pianoforte) che manda tutti a casa su lunghezze d’onda morbide e tranquille. Pochi visi contrariati, all’uscita, e molto entusiasmo. Speriamo che Peter lo faccia uscire, questo benedetto Dvd, e che non lo ricanti tutto in studio…Noi presenti preferiamo ricordarlo così questo concerto così diverso dal solito, “warts and all”.

(Alfredo Marziano)

Setlist:

Prima parte

“Heroes”

“The boy in the bubble”

“Mirrorball”

“Flume”

“Listening wind”

“The power of the heart”

“My body is a cage”

“The book of love”

“I think it’s going to rain today”

“Après mois”

“Philadelphia”

“Street spirit (Fade out)”

“Wallflower”

Seconda parte

“San Jacinto”

“Digging in the dirt”

“The drop”

“Signal to noise”

“Downside up”

“Darkness”

“Mercy Street”

“Blood of Eden”

“The rhythm of the heat”

“Washing of the water”

“Intruder”

“Red rain”

“Solsbury Hill”

bis

“In your eyes”

“Don’t give up”

“The nest that sailed the sky”

Live Report: Stevie Wonder @ Arena Verona 05/07/10

Luglio 6th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ore 21.50, le luci dell’Arena di Verona si abbassano e, nel buio, da solo, parte un potentissimo e “funkettonissimo” riff di tastiera. Solo dopo 30 secondi buoni l’occhio di bue illumina il palco, un boato di applausi ed eccolo lì, Lui, Stevie Wonder, in piedi, da solo, cammina piano ma deciso, con il suo inconfondibile dondolio a tempo di musica, arriva al centro del palco e attacca “My eyes don’t cry”. A quel punto si illumina l’intero palco, la formazione è grossomodo quella dell’ultimo tour che l’aveva visto in Italia due anni fa al Forum di Assago ed è di tutto rispetto. Verso la fine del pezzo Stevie inizia un assolo, si inginocchia, suona da sdraiato e, credetemi, con quella chitarra/tastiera mi ricorda Jimi Hendrix per l’attitudine, per quello che combina! (http://www.youtube.com/watch?v=44CdqzSwTB8)

L’entrata in scena è di quelle che non si dimenticano, Stevie dimostra subito di essere in grandissima forma e parte in quarta infilando una dietro l’altra: “Master Blaster”, “We Can Work It Out” (cover dei Beatles già rifatta da Stevie nel 1970, a cinque anni dall’originale) e “As If You Read My Mind”.

Siamo già al regime massimo, si può solo rallentare, infatti da qui segue una “cinquina” di lentoni che, per quanto possano smorzare i toni, mettono ancora più in risalto le doti dell’artista, ancor più esaltate dall’acustica dell’Arena. La voce di Stevie è cristallina, pura, pulita; lui lo sa e ci gioca, stravolge i pezzi, ripete le strofe con delle variazioni di tonalità, sembra un jazzista che improvvisa con il suo strumento.

Si rasenta il punto in cui un altro lento potrebbe essere decisamente troppo e, puntualmente, arriva “Higher Ground” a trasformare il posto in una bellissima balera e da qui in poi lo spettacolo si manterrà su ritmi abbastanza alti ed omogenei senza gli sbalzi iniziali.
Stevie, come detto, è a casa sua sul palco e la musica è il suo pane, fa quello che vuole con un’apparente naturalezza che ti lascia a bocca aperta, trova il tempo per giocare, scherzare tra una canzone e l’altra e anche durante i pezzi ed è proprio in questi momenti che noto un paio di nei: una regia video poco attenta a “seguire” gli spunti dell’artista e gli assoli dei singoli (alla fine, durante i ringraziamenti il regista sbaglierà persino le inquadrature dei membri della band). Il secondo neo è un pubblico forse poco in confidenza con l’inglese o forse timido (chissà?!) che non asseconda sufficientemente le richieste di Wonder a creare cori o sottofondi: due anni fa al Forum si era creata quasi una situazione da chiesa nera con coro gospel, mentre questa volta Wonder sembra tagliar corto capendo che non funziona… pazienza!
I tributi a Michael Jackson,(praticamente ad un anno esatto dalla sua scomparsa) saranno due: “Human Nature” con tanto di assolo di tromba (anche il grande Miles Davis ne aveva fatto una cover) e “I Want You Back” dei Jackson Five a dimostrazione che l’artista in oggetto oltre ad essere un mostro sacro della musica black dagli anni 60 ad oggi e che in parte ne ha scritto la grammatica, non dimentica i tributi ai grandi che lo hanno affiancato, percorso strade parallele: anche da queste cose si “pesa” il valore di un’artista che, come sempre, dimostra sempre di avere il sole dentro.

Siamo oltre il giro di boa e il concerto si avvia alla fine, il pubblico impazzisce ai primi accordi di “Signed, Sealed, Delivered I’m Yours”; colui che scrive invece impazzirà successivamente all’attacco di “My Cherie Amour” (uno dei miei pezzi preferiti che Stevie lascia cantare al pubblico, oltre diecimila persone, per tutta la prima strofa con i risultati sopra citati!), seguono i due superclassici “I Just Call To Say I Love You” e “Superstition” che regala l’ultimo momento danzereccio della serata.

Il concerto si chiude con un medley tra “Another Star” e “Happy Birthday” ed l sottoscritto non può che pensare di aver assistito ad una di quelle cose che non capitano tutti i giorni, però questa volta è successo, di lunedì per di più… esiste un modo migliore per iniziare la settimana?

(Nicola “Webster” Zito)

Setlist:

1. My Eyes Don’t Cry

2. Master Blaster (Jammin’)

3. We Can Work It Out (The Beatles)

4. As If You Read My Mind

5. If You Really Love Me

6. Ribbon In the Sky/Send One Your Love

7. When I Fall In Love (Nat Kin Cole)

8. Just The Way You Are

9. Higher Ground

10. Don’t You Worry ‘Bout A Thing

11. Living For The City

12. Human Nature (Michael Jackson)

13. Uptight

14. For Once In My Life

15. Fingertips

16. I want You Back (Jackson Five)

17. Signed, Sealed, Delivered I’m Yours

18. Isn’t She Lovely

19. My Cherie Amour

20. Sir Duke

21. I Wish

22. I Just Called To Say I Love You

23. Superstition

24. Free

25. Another Star/Happy Birthday

Live Report: Alicia Keys @ Arena Verona 02/05/10

Maggio 5th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

In Italia non c’è nessuno che si avvicina nemmeno lontanamente ad Alicia Keys (a livello di estetica artistica, ma soprattutto a livello culturale e pop). La fidanzatina di Swizz Beatz è ormai l’esemplare più rappresentativo del r’n’b brillante e bello anche per il mainstream. Per il concerto all’Arena di Verona sicuramente non ha dovuto comprarsi un k-way a 5 euro per proteggersi dall’interminabile pioggia. Prima di lei ha suonato Melanie Fiona, la tipica cantante pop di cui puoi aver sentito un paio di canzoni, ma non sai come si chiama. E infatti come fosse consapevole di questo ripeterà più volte durante la sua esibizione “Ciao Verona, my name is Melanie Fiona”. Lei invece, Alicia, arriva dentro una gabbia trasportata da un ballerino che ogni tanto durante lo show, quasi decidesse lui di volta in volta quando e come entrare, farà delle coreografie. A volte anche Alicia lo seguirà, col suo giubbottino nero sbrilluccicoso che poi cambierà nella seconda parte dello spettacolo con una giacca rossa. Il famoso e allargato fondoschiena sarà sempre al centro del palco. In movimento mentre canta, fermo quando parla al pubblico ringraziando e dicendo più volte di essere eccitata da una location così stupenda, e piazzato sul seggiolino quando si siede al pianoforte. Alicia Keys è il pianoforte. Ad un certo punto, tra una versione anormale di “Falling”, vecchie hit come “Karma”, “If I ain’t got You” o “Diary” e nuovi pezzi tipo “Doesn’t mean anything”, “Unthinkable (I’m ready)” o “Pray for forgivenens”, la scalinata centrale si apre ed entra lui. No Jay-Z, ma il pianoforte. Con la scritta a led “play me”. Solo gli americani riescono a pensare di fare cose così, il pianoforte che parla e che chiede di essere suonato. E lei si siede. E il pianoforte che fa? “Thank you”. Ringrazia. Capite? Alicia Keys fa parlare i pianoforti. Poi attacca con i vari “Empire state of mind” e vari altri momenti di arpeggi e bravura totale. Perché va bene tutto, ma un pezzo come “Try to sleep with a broken heart” lo fa talmente bene e appassionato che non fai nemmeno caso alla tristezza del testo. Forse è già solo questo un buon motivo per seguire Alicia Keys dal vivo. Perché è talmente dolce e delicata che non ci si accorge di quanto la realtà fuori sia struggente. Lì, all’Arena di Verona, non si sente nemmeno la pioggia. Tutti in amore con tutti. “No one” è uno degli ultimi pezzi. E poi va. “Mi dà di una che quando la band è ancora sul palco lei è già via in macchina verso l’albergo” dice un giornalista, uno di quelli veri. Meglio crederci, lui si avvicina molto all’Italia (a livello di estetica artistica, ma soprattutto a livello culturale e pop). Per fortuna Alicia Keys non è italiana.

(Michele Wad Caporosso)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol