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Live Report: Band Of Horses @ Alcatraz, Milano 04/11/12

Novembre 5th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Potevano essere il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Invece è stato uno dei migliori concerti rock dell’anno.
La band arriva a Milano in un periodo zeppo, pure troppo, di concerti di “nuovo rock”: Bon Iver, Gaslight Anthem, Calexico – solo per citare i nomi più grossi di una lunga sfilza di questi giorni. E poi loro, i Band Of Horses. La serata è sonnacchiosa, di quelle da divano e copertina: freddo, pioggia battente, strade allagate e fine di un ponte, con il ritorno al lavoro che incombe.
Entrando all’Alcatraz la vista sembra sconsolante, soprattutto pensando al tutto esaurito di Justin Vernon qualche giorno fa. Invece saranno 1000 e passa persone – quel tipo di numeri per cui Milano non ha locali se non l’enorme Alcatraz che sembra semivuoto anche se non lo è. Di fatto, è la migliore condizione possibile per vedere un concerto: spazi per girare, per vedere la band senza soffocare.
Bastano pochi secondi di  per capire che sarà una grande serata, le prime schitarrate di “The Great Salt Lake”. I BoH ono in 5, e alzano un muro che fa impallidire il pur ottimo suono su disco. Perché questo è il punto, che la serata dimostra in pieno: su album i BoH sono una buona band, molto “media”; riassumono tante cose di “classic rock” prese qua e là, e piacciono proprio per questo. Ma dal vivo si trasformano, tirano fuori una carica che è raro vedere in giro.
E si divertono. E’ la prima data del tour europeo, c’è qualche problema tecnico, le prime canzoni sono un parlottio con i tecnici. “Laredo” – una delle migliori canzoni-canzoni rock degli ultimi anni – esce un poco indebolita da questi problemi. Ma il sorriso non va mai via dalla faccia di Ben Bridwell e soci. Che trasferiscono l’allegria nelle canzoni, verso il pubblico.
Il fondo del palco è un enorme telo su cui passano ora immagini, soprattutto di paesaggi americani: è un semplice accorgimento visuale che rende più suggestiva la musica. Ma non ce n’é bisogno: a metà concerto arriva una strepitosa versione di “Powderfinger”, canzone “minore” di Neil Young. I Band Of Horses la suonano come e – eresia – meglio del suo autore. Poi Bridwell specifica “That’s a Neil Young song, by the way”. E probabilmente fa bene, perché il pubblico è giovane, e probabilmente non ha masticato alla nausea buona parte dei classici a a cui i  BoH si rifanno. Poco male: è bello, che li apprenda attraverso questa band.
A tratti, vedendoli, sembra di essere trasportati un concerto degli anni ’70: camicione di flanella, barbe lunghe. Bridwell ha il look da “blue collar” del midwest- tipo benzinaio o camionista, fate voi – con un cappellino di baseball che si mette e si toglie in continuazione. Ogni tanto ti aspetti qualcuno che urli “freeebiiiird” dalle retrovie. Le urla ci sono, sono quelle di un gruppetto di ubriachi in fondo alla sala – avvistato un ragazzo in minigonna verde lamé e camicia aperta su ventre prominente, per dire – che sporcano l’inizio di “The funeral”. Ma basta lasciar passare l’inizio sussurrato: la canzone parte e le chitarre, e un sorriso di Bridwell coprono tutto.
C’è ancora tempo per un paio di bis, un finale quasi soul con un’altra cover, “Am I a Good Man” (Them Two). Tutti a casa, sotto la pioggia, verso la nuova settimana. Chi è rimasto a casa ha fatto  male, perché l’energia di concerti così te la porti addosso per giorni.

(Gianni Sibilla)

SETLIST
The Great Salt Lake
Islands on the Coast
(On setlist as “Too Soon”)
NW Apt.
Laredo
Dilly
(On setlist as “Motor”)
On My Way Back Home
A Little Biblical
Powderfinger

Long Vows
Infinite Arms
Is There a Ghost
Weed Party
Everything’s Gonna Be Undone
Knock Knock
Ain’t no good
No One’s Gonna Love You
The General Specific
Ode to LRC
The Funeral

Encore:
Heartbreak on the 101
Cigarettes, Wedding Bands

Am I a Good Man

Live Report: Band of Horses @ Estragon, Bologna 11/02/11

Ffebbraio 12th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

L’Estragon di Bologna è una location ben più capiente del modesto Musicdrome, teatro della prima esibizione dei Band Of Horses dalle nostre parti. Era il dodici marzo del 2008, un set meraviglioso suonato per duecento persone scarse. Le cose oggi sono cambiate: tre anni dopo la band di Seattle raccoglie un migliaio di persone al suo capezzale senza troppe difficoltà. “Infinite arms” ha allargato considerevolmente il bacino di “utenti” del folk rock dei Nostri, consentendo alla band di fare un netto salto di quantità, mantenendosi (e parlo da fan del gruppo), su buoni livelli di qualità. La data all’Estragon è dunque un’occasione per rivedere dei vecchi amici di cui si conserva un prezioso ricordo che si spera non diventi troppo ingombrante. Un po’ come con i National, anche loro con un precedente spettacolare sempre al Musicdrome (novembre 2007), e oggi in grado di riempire palazzetti ma ahimè, con un’intensità diversa rispetto agli inizi (sono uno di quelli che non sono usciti troppo convinti dalla recente data all’Alcatraz). Alle dieci sale sul palco Mike Noga con i suoi “Gents”. Il progetto solista del batterista dei Drones è un rock classico, un po’ folk, non esageratamente brillante e fin troppo Dylaniano. La platea di Bologna sembra comunque apprezzare e tanto basta. I Band Of Horses salgono sul palco alle undici e cinque, o meglio, Ben Bridwell e Tyler Ramsey. I due si sistemano davanti al microfono per “Evening kitchen”: un inizio folgorante, davvero bellissimo. Due voci e una chitarra che zittiscono l’Estragon sancendo l’inizio di un set di un’ora e quaranta circa per ventuno pezzi in scaletta. Il resto del gruppo raggiunge il palco per l’inedita “Bats”, il ritmo si alza, le chitarre iniziano a scaldarsi. I Band Of Horses visti a Bologna sono una band cresciuta e tecnicamente impeccabile, con un Creighton Barret assolutamente fenomenale alla batteria e Ryan Monroe, anche se coperto dalle tastiere, a fare da secondo band leader al pari di Bridwell. I BOH sono una band live: ottimi i dischi, straordinari su un palco. Esemplari “Cigarettes, wedding bands” e “Marry song”, mentre con “The great Salt Lake”, “Is there a ghost?”, “NW apt.” e “The general specific” si tocca il primo apice del set. Platea conquistata, temperatura in aumento. Fa caldo all’Estragon, vuoi per quello che arriva dal palco, ma più in generale per il clima in platea (dove peraltro si fuma copiosamente e in totale libertà). Benissimo “Laredo”, accolta con un boato, e uno dei pezzi migliori di “Infinte arms”, quella “Older” che sembra passare un po’ in sordina ma che a conti fatti, è uno dei momenti migliori, se non il migliore in assoluto, del concerto. “No one’s gonna love you”, introdotta da Bridwell come una “canzone per le persone tristi”, fa piangere anche i baristi e apre agli ultimi due pezzi in scaletta (due e mezzo a dire il vero): “Snow” e “Monsters” arricchita dal finale di “Neighbor”. Piccola pausa e rientro in crescendo magistrale con “Ode to L.R.C.”, “Wicked gil” e ovviamente “The Funeral” (“forse il nostro pezzo più famoso”) che chiude la serata in pieno tripudio mandando a casa tutti contenti poco prima dell’una. I Band Of Horses si sono tolti le camicione di flanella a quadretti, spogliandosi di quell’aria da boscaioli che era un po’ il loro marchio di fabbrica. Sono diventati una band “importante”, dando l’addio ai vecchi palchetti circondati da indie barbuti. Una nuova veste che però, per una volta, calza a pennello alla band. La loro musica non ha perso un centesimo in quanto a sincerità e forza: erano una grande band live, ora sono dei grandissimi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Evening kitchen”

Bats”

Cigarettes, wedding bands”

Factory”

Blue beard”

Compliments”

Marry song”

The great salt lake”

Is there a ghost?”

NW Apt.”

The general specific”

Islands on the coast”

Laredo”

Part one”

Older”

No one’s gonna love you”

Snow”

Monsters / Neighbor”

Encore

Ode to L.R.C.”

Wicked gil “

The funeral”

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol