Live Report: Robert Plant + Ben Harper @ Arena Civica, Milano 20/07/11
Luglio 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol
Alla fine il duetto non c’è stato, Ben Harper non ha cantato “No quarter” (come in altre date del tour) e si è limitato a ringraziare a fine concerto il “musical hero” Robert Plant, che ieri sera l’ha preceduto sul palco dell’Arena Civica di Milano. Incognite e speranze mal riposte da “double bill” come quello, assai breve, che i due stanno condividendo in questo spicchio d’estate tra Italia e Francia (domani si replica a Nimes). Il vecchio leone inglese, in jeans e camicia blu, ha aperto con il sole e chiuso su un bellissimo tramonto facendo vedere le stelle a chi ha apprezzato la svolta in chiave “Americana” degli ultimi due dischi.
Alle 20 in punto il groove di una quasi irriconoscibile “Black dog” preannuncia il tono della serata, in cui “Angel dance” dei Los Lobos e “House of cards” di Richard e Linda Thompson, estratti dall’eccellente Band of Joy che dà nome alla band che lo accompagna, aprono la strada a una reinterpretazione rootsy e molto inventiva del vecchio repertorio (soprattutto Led Zeppelin, cui è dedicata oltre metà della scaletta). Plant sa come usare al meglio la sua voce dei sessant’anni, modulata su timbri suadenti e carezzevoli, assecondato da una band di scafati session men nashvilliani che lo segue in qualunque territorio decida di avventurarsi: country e blues, rock ed etnico, folk e psichedelia. Per il vocalist è come avere in mano cinque assi. Patty Griffin, vestita come una squaw in stivali, fa le veci di Alison Krauss cantando all’unisono strofe e ritornelli. Darrell Scott, faccione country e camicione bianco decorato a tema, è uno straordinario jolly capace di svariare tra un intero arsenale di strumenti a corda. E l’incredibile Buddy Miller, occhialini tondi e capelli bianchi spioventi da scienziato pazzo, accarezza e maltratta la sua meravigliosa collezione di chitarre vintage con un tocco che è soltanto suo. Jazzano “What is and what should never be” (dal secondo album Zep, prima sortita di Scott alla pedal steel) prima di buttarsi nelle braccia del rock cosmico di “Down to the sea” e nel fuzz di “Monkey”, con Miller capace di estrarre note brucianti, feedback e studiate dissonanze dalle sue sei corde (compresa una bellissima mandoguitar). Il mood è sereno e rilassato, Plant sorride spesso e, aiutato da un tal Gino (amico italiano di lunga data) e dal batterista di chiare origini nostrane Marco Giovino organizza un siparietto con tanto di omaggi floreali per il venticinquesimo anniversario di matrimonio del bassista Byron House. E’ uno show di dettagli e raffinatezze, questo, sicuramente più adatto a un teatro che a un festival all’aperto sotto la luce del sole, ma pazienza: per i vecchi zeppeliniani “Tangerine” è un colpo al cuore (un pizzico più country che sul terzo album del ‘70), “Bron-yr-aur stomp” una festa da ritmare con mani e piedi e “Misty mountain hop” il momento di celebrare gli inconfondibili “oooh yeah” e gli urletti d’antan di mr. Plant. Il quale, oggi, è un vero globe trotter della musica: nella antica “In the mood” infila una citazione dei Fairport Convention di “Liege and lief”, in “Please read the letter” (“Walking into Clarksdale” riletto nel premiato disco con la Krauss) alza il volume e la distorsione delle chitarre. Ancora Zep nell’incandescente finale: una fantastica “Ramble on” che il mandocello di Scott trascina sulle strade assolate del Marocco e una “Gallows pole” (Darrell al banjo) trasformata quasi in uno spiritual chiudono un set purtroppo dimezzato per esigenze di tempo e di copione.
Non è facile salire sul palco dopo una simile performance, ma i giovanissimi fan di Ben Harper che hanno rimpiazzato i vecchi gourmet rock nelle prime file della platea sono qui per lui. Sciolto e carismatico, vestito semplicemente in jeans e maglietta bianca, si manifesta alle 21.46 come da programma aprendo quieto e in solitaria con la chitarra acustica (“Burn one down”) prima di una “Diamonds on the inside” un po’ troppo dentro le righe: i Relentless 7 che lo accompagnano in tour (Jason Mozersky chitarra solista, Jesse Ingalls basso, Jordan Richardosn batteria, Justin Pate pedal steel e tastiere) confermano di non valere i vecchi Innocent Criminals. E’ socievole e loquace come sempre, Ben, si sente “the luckiest musician in the world” (“perché siete ancora qui, e io sono ancora qui”) prima di introdurre una nuova canzone d’amore, “Masterpiece”, ispirata al suo amico skateboarder Mike V (più avanti un altro inedito, “Vein in vain”). Poi, finalmente, ci ricorda che il rock’n'roll è gratis e si scatena alla lap steel (“Burn to shine”) evocando i fantasmi hendrixiani che più tardi si manifestano compiutamente in “Ground on down”. Con “Don’t trust a woman” si sale sul treno sbuffante del soul, il basso pulsa nelle gambe delle prime file e c’è spazio anche per un breve assolo di batteria; Harper però sembra più incline all’acustico, e ringrazia il pubblico per la devozione silenziosa capace di riprodurre in un’arena affollata l’atmosfera intima di un piccolo club (“Walk away”). Dopo l’omaggio a Roy Orbison (e Tom Petty) di “Don’t give up on me” arriva il momento magico dello show: in “Where could I go” (dal disco con i Blind Boys of Alabama) Ben evoca lo spirito dei grandi shouter, di Otis Redding e di Solomon Burke cantando senza microfono, sfoggiando falsetti e ruggiti di gran classe e tirando fuori l’anima. Giustamente il momento più applaudito del set, che apre la strada ai crowd pleaser finali: “Better way”, una vigorosa e convincente cover della “Ohio” di Neil Young e la chiosa delicata, di nuovo voce e chitarra acustica, di “With my own hands”. Davanti a un pubblico giovane e adorante Harper vince a mani basse con un concerto equilibrato, impeccabile, magari un filo troppo “educato” e breve (un’ora e quaranta minuti) per le attese di qualche fan più smaliziato. Ma scusate il vecchio cronista, se ha ancora in testa le magie da medicine show dei Band Of Joy, e i brividi a fior di pelle per quella “Tangerine” di qualche ora prima…
(Alfredo Marziano)
“Era tanto tempo che non facevo un set intero solo con la chitarra. Forse dovrei fare un tour acustico intero”. E’ visibilmente emozionato,
Sembrava dovesse accadere di nuovo. Sul palco dell’Heineken Jammin’ Festival al Parco San Giuliano di Venezia stanno suonando i 