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Live Report: Glen Hansard @ Apostel Paulus Kirche, Berlino 13/12/12

Dicembre 14th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Glen Hansard è uno di quei musicisti che quando li scopri non lasci più. Quando ascolti la sua voce, o quando lo vedi con quella sua figura ‘bonacciona’, tipica da irlandese, ti sembra di ritrovare un vecchio amico. E’ rassicurante sapere che c’è.

La carriera del frontman dei Frames ha avuto una svolta (soprattutto negli Usa) dopo la vittoria dell’Oscar nel 2008 per la miglior canzone originale con “Falling slowly” (dal film “Once”, in cui recita anche come protagonista), dopo del quale si è dedicato al progetto Swell Season sempre con la pianista Marketa Irglova e poi al suo primo album solista “Rhythm and repose” (diciamola tutta, non proprio un disco indimenticabile).

Dal vivo però dicono sia sempre un uragano, ed allora eccoci all’Apostel Paulus Kirche: si tratta di una chiesa protestante pienamente in funzione situata nell’ovest berlinese, dallo stile gotico ed imponente. La location è affascinante, tra volte, colonnati e banchi; le luci sono perfette e tutto lascia presagire che potrebbe essere il luogo perfetto per un concerto del buon Glen.

La serata inizia con l’apertura della cantautrice irlandese Nina Hynes: ottima voce per un set coinvolgente che sembra l’ideale riscaldamento per attendere l’arrivo di Hansard.

La chiesa si riempie, i banchi sono colmi di ‘fedeli’, così come le navate laterali ed i soppalchi. Sono le 21 circa quando dalla folla spunta la chioma rossa del cantautore e la sua band (che poi altro non sono che i fidi Frames, più due fiati e tre giovanissimi archi berlinesi): attaccano subito con quattro brani tratti proprio dall’ultimo disco, tra cui l’ottima “You will become”. L’atmosfera inizia a scaldarsi con l’arrivo di “When your mind’s made up”, canzone facente parte sia del repertorio Frames che Swell Season. Il pubblico canta, Glen approva e si scioglie. La setlist spazia in tutti i progetti di Hansard, ed uno dei momenti più emozionanti è quando rimane da solo con la sua caratteristica chitarra acustica bucata per eseguire tre brani, tra cui una ‘furiosa’ versione di “Astral weeks” di Van Morrison (guarda video qui sotto). Potrebbe benissimo tenere un intero concerto così, con voce e chitarra, e non ci si annoierebbe un attimo.

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Lo show prosegue con il cantautore dublinese che diventa sempre più ’storyteller’ e racconta come nasce ogni pezzo. La prima parte si chiude con una coinvolgente e danzereccia cover del classico funk “Baby don’t you do it” di Marvin Gaye.

Durante il break una parte di pubblico si sposta davanti al palchetto e quando si ricomincia c’è una gradita sorpresa: on stage arriva la pura bellezza di Lisa Hannigan, che ha aperto quasi tutte le date del tour di Hansard, ma a causa di impegni personali non quella berlinese. Insieme eseguono due canzoni, tra cui una “Falling slowly” letteralmente da brividi. Standing ovation, gente in lacrime e finale affidato ad uno dei pezzi storici dei Frames come “Fitzcarraldo”.

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Tutti in piedi a saltare e salutare Glen, che però di smettere di suonare non ne ha proprio voglia. Così, ad impianto staccato, esegue una cover di “Passing through” di Leonard Cohen, con tutta la ciurma (Hannigan compresa) al seguito, il pubblico ai cori e la ‘banda’ che se ne va passando ‘in processione’ tra i banchi della chiesa.

Dopo uno show del genere ci si sente al caldo anche se fuori ci sono –5 gradi ed un sorriso ti si stampa sulla faccia, anche se la giornata è stata pesante. Se tutte le volte che si esce da una chiesa ci si sentisse così, credo che la Messa sarebbe sempre sold-out. Grazie Glen, alla prossima.

(Ercole Gentile)

ps. Glen Hansard sarà in Italia il 20 febbraio a Milano, il giorno successivo a Roma ed il 22 a Firenze.

Live Report: Litfiba @ SO36, Berlino 05/03/11

Marzo 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sentire i Litfiba a Berlino è come fare un viaggio indietro nel tempo di quasi trent’anni, quando la band suonava in posti piccoli, caldi e sudati. Provate a immaginare se Piero Pelù e soci suonassero ai Magazzini Generali di Milano o al Circolo degli Artisti di Roma: ecco, così avrete più o meno l’idea dell’atmosfera che si poteva respirare (anche se da respirare c’era un gran poco) al SO36, locale storico della scena punk-rock berlinese, situato in quella Oranienstrasse che è il centro nevralgico del quartiere alternativo di Kreuzberg.

Fin dalla fila fuori dal club si capisce che sarà un concerto tra compatrioti, dato che, tranne rare eccezioni, non si sente altra lingua al di fuori dell’italiano. Poco male, e comunque c’era da aspettarselo. I Litfiba sono un’icona del rock made in Italy, Berlino pulsa di italiani e l’equazione è presto fatta. Sono passate da pochi minuti le 21 quando Pelù e Renzulli, accompagnati da Daniele Bagni al basso, Federico Sagona alle tastiere e Pino Fidanza alla batteria, fanno il loro ingresso sul palco scaldando il locale (che ancora si sta riempiendo) con “Proibito” e l’attuale singolo “Barcollo”. La venue è lunga e stretta e allo scoccare del terzo brano “Resta” si presenta quasi piena in ogni ordine di posti, anche se non è difficile raggiungere le prime file. Fa davvero una bella impressione vedere i Litfiba in un posto così intimo, su un palco piccolo dove paiono quasi schiacciati, ma allo stesso tempo si trovano a loro agio, “sentono” il pubblico. Pelù è sempre in uno stato di forma incredibile ed il feeling ritrovato con Ghigo è palpabile.

La setlist include molti episodi della prima ora come le intriganti “Paname” e “Apapaia”, il rock senza sconti di “Tex” (con Piero che indossa un cappello da guardia canadese e Ghigo che si lancia in uno psichedelico assolo) e la desertica “Louisiana”. Non mancano anche episodi meno longevi come “Sparami” e “Ritmo #2” ed anche la recente “Sole nero”, cantata a squarciagola da buona parte dei presenti, segno che la reunion della band ha davvero fatto breccia negli aficionados.

Iniziando “Lulù e Marlene” Piero ricorda uno show berlinese di venti anni fa (al Loft-Metropol il 23 giugno 1984, di cui esiste anche un rarissimo bootleg del 1985 intitolato “Live in Berlin”) e ovviamente nel corso del concerto non risparmia frecciate alla classe politica italiana: alla Lega Nord tirando fuori una bandiera della Padania (“Questa gente vorrebbe sparare sui migranti in fuga dalla guerra”) e su “Dimmi il nome”, quando indossa la maschera di Berlusconi, appena dopo aver recitato il funerale della loggia massonica P2. Ed è pazzesco pensare che questo brano, composto appena dopo il “terremoto” Tangentopoli nel 1993, suoni ancora così attuale.

Vengono snocciolati altri pezzi storici come “Fata Morgana”, “Cangaceiro” e quella “Gioconda” in cui Piero non risparmia le usuali frecciate al Papa e alla Chiesa.

Prima del bis il caldo è davvero asfissiante e lo stesso Pelù invoca una birra dal bar per resistere. I Litfiba più volte ringraziano Berlino e chiudono con un tris di fuoco tratto dall’album “Spirito”: l’omonima canzone, “Lacio drom” (con dedica a lui e Ghigo “che da trent’anni portano in giro la carovana Litfiba”) e “Lo spettacolo” con ripetuti stage diving di Pelù sulla folla.

Un’ora e mezza abbondante senza un attimo di pausa, un concerto tirato e sudato come pochi e la sensazione di aver assistito a qualcosa di emozionante e speciale. I Litfiba in un club così intimo. A Berlino. Chi l’avrebbe mai detto…

(Ercole Gentile)

Live Report: Anna Calvi @ Privatclub, Berlin 12/02/11

Ffebbraio 15th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tanto clamore non sempre aiuta. Quando la stampa ti elegge come la nuova PJ Harvey, come il nome da non farsi sfuggire nel 2011, ancor prima che il tuo disco d’esordio esca, la pressione può rivelarsi un boomerang. Per il momento la cantautrice inglese, di origini italiane, Anna Calvi sembra reggere a tutto. Il suo omonimo album di debutto ha conquistato anche i più scettici, seppur con alcune riserve, condivisibili, dovute agli evidenti riferimenti musicali a Polly Jean, ma anche a qualcosa di Patti Smith ed al rock anni Settanta. E dal vivo? Come se la cava la Nostra?

L’attesa è alta anche in quel di Berlino e così entrambe le date della Calvi (la seconda sarà la sera successiva) vanno sold-out. E’ anche vero che il Privatclub è un locale abbastanza piccolo, ma questo – per noi che siamo riusciti ad assicurarci la presenza allo show – è cosa assai gradita, vista l’inevitabile intimità che si viene a creare con l’artista (che per salire sul palco deve passare in mezzo alla folla, tanto per dire).

Il set comincia alle 22: Anna è in mezzo al piccolo palco, pettinata esattamente come nelle foto promozionali, elegante (forse un po’ troppo posata), accompagnata sulla sinistra da un compostissimo batterista (e seconda voce) e alla destra da una timida (e bruttina, diciamolo) tastierista. La Nostra, minuta e di poche parole, imbraccia una grande (almeno al suo cospetto) chitarra elettrica.

Ovviamente il set è incentrato sulle canzoni del suo primo e unico lavoro. L’inizio è affidato, come su disco, alla strumentale “Rider to the sea” e altri episodi degni di nota si rivelano indubbiamente la cupa “Suzanne & I”, la teatrale “Blackout” e l’intensa e oscura “Love won’t be leaving”.

Anna Calvi ha una dote che può fare la differenza: sa usare la sua voce in modo sublime, scavando nelle buie radici del blues e del rock ed è questo a lasciarci incondizionatamente incantati. Poi certo, ci sono alcuni elementi da correggere, come la presenza scenica da migliorare (ancora deve imparare a “riempire” il palco ed essere maggiormente disinvolta) e avere il giusto carisma col pubblico. Insomma, si vede che Anna è giovane ed ancora poco esperta nella dimensione live, ma i 55 minuti di concerto non si discutono perchè la sua voce è una vera forza della natura e l’atmosfera del piccolo Privatclub è calda al punto giusto. Tenetela d’occhio nelle imminenti date italiane.

(Ercole Gentile)

Live Report: Best Coast @ Magnet Club, Berlin 14/12/2010

Dicembre 15th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante la distanza, il pensiero in una giornata come questa corre all’Italia ed ai disastri parlamentari. Ma non è questo il luogo e il momento per parlarne ed anzi il concerto dei Best Coast cade a fagiolo per distrarsi dalle brutte notizie. A Berlino la neve scende copiosa e l’esterno del Magnet Club, che si trova sul confine tra le zone di Kreuzberg e Friedrichschain, è spazzato da un vento che definire gelido è poco.

Il locale si riempie pian piano è quando tocca al gruppo d’apertura c’è abbastanza pubblico: gli special guest non sono un nome sconosciuto, bensì gli inglesi Sky Larkin. La formazione di Leeds presenta il secondo album “Kaleide”, dato alle stampe la scorsa estate: i tre sul palco, capitanati da Katie Harkin, sembrano inizialmente timidi e impacciati, in realtà sfoderano mezz’ora di ottimo rock, con sferzate chitarristiche e qualche eco malinconico. Certo, sono ancora un po’ acerbi, ma indubbiamente promossi.

Alle 22 in punto ecco salire sul palco i Best Coast: la frontman Bethany Cosentino a sinistra, il bassista Bobb Bruno (un tuttofare: al banchetto del merchandising all’ingresso e roadie) alla destra e dietro a tutti la maestosa presenza della batterista (ex Vivian Girls, da pochi mesi con i BC) Ali Koehler.

La formazione californiana ha all’attivo un solo album (“Crazy for you”), stampato per Wichita Records, grazie al quale ha conquistato numerosi consensi in patria e all’estero, ricevendo anche i complimenti di colleghi come Rivers Cuomo degli Weezer e Mark Hoppus dei Blink 182.

Il loro sound è una riuscita miscela di atmosfere pop Sixties solari e leggere, chitarre garage, il tutto sfumato qua’ e la’ da una vena più cupa, quasi new-wave. Sul palco i tre riescono a ricreare con la stessa intensità le atmosfere del disco d’esordio, con Bethany protagonista assoluta della scena: la sua voce spicca su tutto, soprattutto in episodi come “Summer mood”, “Crazy for you” e “I want to”.

Il singolone “Boyfriend” (forse una della canzoni più belle del 2010, visto che siamo in tempi di classifiche) arriva a metà e ovviamente scatena il pubblico, ben disposto a dialogare con la band e ballare ove necessario: in alcuni tratti il timbro vocale della cantante di Los Angeles ricorda qualcosa di Courtney Love.

When the sun don’t shine”, “Bratty B”, “Goodbye” e la title-track del disco sono altri episodi che rimangono impressi in testa e che è facile riconoscere durante il set, interpretati senza troppe novità, ma in modo diligente.

Piccola pausa e ritorno a grande richiesta per gli ultimi tre pezzi che, se la memoria non tradisce, dovrebbero essere “That’s the way boys are”, “So gone” e “This is real”: ovviamente la scaletta comprende anche diverse b-side per completare la setlist che altrimenti sarebbe stata di sole undici canzoni.

Insomma, un concerto divertente e spensierato quello dei Best Coast: la formazione californiana ha suonato un’ora di ottimo pop, con il giusto peso specifico per stare con la testa per aria ed i piedi ben piantati al suolo.

(Ercole Gentile)

Live Report: Vampire Weekend @ Astra Berlin 18/11/2010

Novembre 19th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

E’ un piovoso, ma mite (soprattutto per essere metà novembre), giovedì sera berlinese quello che accoglie i Vampire Weekend nella capitale tedesca. La location è stata fortunatamente, dato il clima, spostata all’ultimo momento proprio a 300 metri dalla mia abitazione, in quell’Astra che fa parte del gigantesco complesso di locali ricavati in una vecchia area industriale proprio al confine tra i quartieri di Kreuzberg e Friedrichschain. Atmosfera post-industriale quindi, forse non proprio la più adatta al sound fresco e leggero dei Vampire Weekend, più consono ad un bel party sul fiume Sprea nel mese di giugno. La formazione di New York è qui per presentare i brani del secondo disco “Contra”, pubblicato ormai parecchi mesi or sono, ma anch’esso come l’eponimo album d’esordio, ben accolto da pubblico e critica.

Il locale è ben strutturato: ottime luci, prezzi economici e soprattutto un sound davvero ineccepibile. Lo si scopre fin da subito con gli special guest Jenny & Johnny, ovvero Jenny Lewis dei Rilo Kiley ed il fidanzato cantautore Jonathan Rice. Nonostante la splendida acustica del locale, il loro sound a metà tra rock americano, indie e pop non convince del tutto, risultando abbastanza banale e troppo derivativo. L’obbiettivo riesce solo con le ultime due canzoni, ovvero quando si spinge il piede sull’acceleratore o quando si frena del tutto. Comunque ottima presenza scenica e band da rivalutare alla prima occasione utile.

L’Astra a questo punto è gremito, ma ordinato, e quando scattano le 21,30 ecco salire sul palco i Vampire Weekend, con il frontman Ezra Koenig ed il chitarrista Rostam in camicia, mentre i due Chris (Thomson al basso, Baio alla batteria) indossano una classica canotta da giocatore NBA. Si comincia con “Holiday” e “White sky”, prima di tornare al passato con l’acclamata “Cape Cod” e “I stand corrected”. I Vampiri non interagiscono molto con il pubblico se non per i classici saluti di rito e anche sul palco si muovono quanto basta per non annoiare. Soffrono un po’ sui lenti i ragazzi, con esecuzioni a volte quasi sonnolente e troppo lineari, come per “Diplomat’s son”, mentre vanno alla grande su brani più ritmati e veloci come “Cousins” e “Giving up the sun” e sulla conosciutissima “One (Blake’s got a new face)” dove riescono a coinvolgere nei cori anche la folla.

Il set include diciotto brani, praticamente quasi tutti quelli stampati fino ad ora da Koenig e soci: i picchi di gradimento, urla e sudore vengono toccati sulla sempreverde e veloce “A-Punk” e su “Oxford comma” che chiude anche la prima parte del concerto. La band si ripresenta per eseguire gli ultimi tre pezzi: la frizzante prima traccia dell’ultimo lavoro “Horchata” e le collaudate “Mansard roof” e “Walcott”.

Dopo un’ora e mezza precisa i Vampire Weekend si ritirano definitivamente nei camerini, lasciando dietro di se’ pareri discordanti: c’è chi da vero fan ha apprezzato tutto quanto fatto dal gruppo senza battere ciglio, mentre altri possono averlo trovato leggermente noioso in alcuni tratti, ma nel complesso buono. Seconda ipotesi che rispecchia in pieno il mio pensiero: un concerto piacevole, in un bel locale, che ha rallegrato un giovedì piovoso. Niente di più.

(Ercole Gentile)

SETLIST:

Holiday”

White sky”

Cape Cod Kwassa Kwassa”

I stand corrected”

M 79”

Bryn”

California english”

Cousins”

Taxi cab”

Run”

A-punk”

One (Blake’s got a new face)”

Diplomat’s son”

Giving up the gun”

Campus”

Oxford Comma”

Encore

Horchata”

Mansard roof”

Walcott”

Live Report: Linkin Park @ o2 World Berlino 20/10/10

Ottobre 21st, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ormai va stretta, ai Linkin Park, l’etichetta di cantori dei suburbs, che dietro le staccionate immacolate nascondono disperata alienazione. E quale posto migliore, per risorgere a nuova vita, se non Berlino, capitale indiscussa della Mitteleuropa (post)moderna, migliaia di miglia lontana dagli orizzonti appiattiti della provincia statunitense? Nell’ex città del Muro la band capitanata da Chester Bennington si palesa per presentare dal vivo “A thousand suns”, nuova fatica in studio prodotta da Rick Rubin, disco difficile, di rottura, che segna una svolta netta nella carriera del gruppio che con “Hybrid theory”, dieci anni fa, deflagrò sul panorama mondiale. E alla 02 World, modernissima arena posta a pochi metri dall’ex Cortina di Ferro, questi dieci anni si fanno sentire tutti. Nel bene, dovranno ammettere anche i non estimatori della creatura di Bennington e Shinoda, perché le reminiscenze old school miscelate al nu metal che segnarono gli esordi della band ormai sono acqua passata. Se nel nuovo disco è l’elettronica a farla da padrona, dal vivo il ruolo del chitarrista Brad Delson non pare eccessivamente ridimensionato: anzi, alle sei corde (abbracciate, seppur occasionalmente, anche da Shinoda e dallo stesso Bennington) rimane pure sempre delegato il compito di aggredire il pubblico – numeroso ed entusiasta, per la cronaca – benché coadiuvate da un poderoso impianto elettronico che stratifica armonie e, soprattutto, ritmiche, andandosi a sovrappore ad un basso e batteria compatti e decisamente essenziali. I Linkin Park optano per un live set serrato, che concede poco o nulla al pubblico (neanche un “ciao”, al microfono, rivolgono i due frontman alla platea, seppur incalzata senza sosta dai cantanti), dosando con rigore nuovo materiale – l’apertura è affidata a “The Requiem” e “Radiance” – e brani più collaudati di repertorio (con “Given up” e “Papercut” messe direttamente terza e quarta, in scaletta, subito seguita da “New divide”, dalla colonna sonora di “Trasformers”).

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L’effetto sorpresa, soprattutto per chi li conosce dal vivo, è inevitabile: arrivati alla quarta prova sulla lunga distanza, e forti di un catalogo ormai consistente, i californiani possono permettersi di sperimentare soluzioni nuove, alternando momenti più spigolosi ad altri decisamente più accessibili. Il coraggio non manca, soprattutto nel cercare di non stravolgere i capitoli meno recenti – si pensi a “Crawling” o a “In the end”, applauditissima tra i bis – pur impostando l’intero live sul nuovo assetto adottato dal gruppo: via libera, quindi, a loop e sintetizzatori, che – complice anche un ottimo impianto audio – arricchiscono senza dubbio le nuove “The Catalyst”, “Empty spaces” e “Waiting for the end”, pur non rinunciando ad intervenire anche sui brani più datati. E proprio quando i Linkin Park cercano di traslare dal vivo quanto prodotto in studio, però, che qualcosa di irrisolto si manifesta, nel live set elaborato da Shinoda e soci: pur con una produzione impeccabile e con una compatezza strumentale assolutamente degna di nota, quando la presenza dell’elettronica inizia a farsi ingombrante diventano evidenti le ridondanze, soprattutto sulle ritmiche. Certo, i limitatori imposti per legge all’impianto e la compressione sul master d’ordinanza non aiutano a mettere in risalto le dinamiche, presenti ma imbrigliate dalla presenza delle basi: rimane tuttavia la curiosità di vedere come Chester e compagni affronteranno il palco più avanti, in questo tour, quando la macchina scenico-musicale sarà oliata e rodata alla perfezione. Perché se l’evoluzione, iniziata su disco con “Minutes to midnight”, arrivati a “A thousand suns” può dirsi – se non totalmente compiuta – almeno ad uno stadio più che avanzato, è sulle assi delle ribalte che i ragazzi tristi e arrabbiati di dieci anni fa potrebbero ancora riservare sorprese.

Setlist:

“The requiem” / “The radiance”
“Wretches & kings”
“Papercut”
“Given up”
“New divide”
“Faint”
“Empty spaces”
“When they come for me”
“No more sorrow”
“Jornada del muerto”
“Waiting for the end”
“Wisdom, justice and love”
“Iridescent”
“Numb”
“Breaking the habit”
“Shadow of the day”
“Crawling”
“One step closer”

Bis:

“Fallout”
“The catalyst”
“The messenger”
“In the end”
“What I’ve done”
“Bleed it out”

Dal Vivo
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