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Live Report: Subsonica @ SO36, Berlino 19/03/12

Marzo 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Siamo a Kreuzberg, uno de quartieri più “underground” e vivi della città, nello storico locale SO36, dove negli anni ’80 le band punk – rock scatenavano i fan con le loro chitarre elettriche e le urla ribelli.

E’ il primo concerto dei Subsonica a Berlino. Sono qui con la versione europea dell’Istantanee Tour (partito due giorni fa da Bruxelles) , ideato per celebrare i 15 anni dall’uscita del loro primo omonimo disco del 1997. Il pubblico è caldo, l’atmosfera familiare.

“Come se” è la canzone di apertura e i Subsonica salgono sul palco (poco dopo l’orario stabilito) accolti da giovani per lo più italiani. Un po’ emozionati salutano i fan e dopo la seconda canzone, “Veleno”, quel palco e quella folla di gente diventano un tutt’uno. Si crea subito un’alchimia, un’empatia che lega indissolubilmente Samuel, C-Max, Boosta, Ninja e Bass Vicio a tutti i presenti con l’orgoglio (almeno per una sera) di essere italiani. Una leggera nostalgia di casa insomma, spazzata subito via dai suoni contagiosi e dinamici dei ragazzi di Torino.

“Aurora sogna”, “Depre”, un medley tratto da “Liberi tutti” e “Istrice” sono le canzoni che seguono e che contribuiscono a rafforzare l’impatto del gruppo piemontese sul pubblico giunto al SO36.

I Subsonica sono più scatenati che mai, seppur con l’eleganza che li contraddistingue: Samuel, ad esempio, intona le sue canzoni con un cappello Fedora dall’aria un po’ vintage. Seguono altre due canzoni tratte dal primo album come “Istantanee” ed “Onde quadre”, fino alla più recente “Benzina Ogoshi” tratta da “Eden”, il loro ultimo disco.

La decima canzone è “Disco Labirinto”, tratta da “Microchip emozionale”, il loro secondo e fortunatissimo album, e scritta in collaborazione con i Bluvertigo. Una sorta di esperimento musicale che le due band effettuarono nel lontano 1999 e che li rese “popolari” tra il giovane pubblico alternativo grazie al suo sound psycho-elettronico.

Il pogo è ormai iniziato da un pezzo e continua con i cambi di ritmo di “Nuvole rapide”, “Il Centro della fiamma” e la hit “Nuova ossessione” (dagli album “Amoretematico” e “L’eclissi”) fino a “Up patriots to arms”, rivisitazione della storica canzone di Franco Battiato, riletta con la collaborazione dello stesso artista siciliano per la versione Deluxe di “Eden”.

A quasi due ore dall’inizio del concerto nessuno è stanco, e quindi “Radioestensione” e la poetica “Tutti i miei sbagli” vengono accolte con grande fervore. Dopo “L’Angelo”, i ragazzi salutano affettuosamente i fan, sudati e non ancora pronti per la fine del concerto. Non manca il coro per incitare all’ultimo brano e i Subsonica regalano nuovamente al pubblico “Aurora sogna” e “Depre” e salutano così la città di Berlino e i suoi italiani, ripromettendosi di tornare presto.

Una serata che non si dimenticherà facilmente quella con i Subsonica, che ora proseguiranno per il loro tour europeo a Londra, Parigi, Barcellona e Madrid. In bocca al lupo e Auf Wiedersehen!

(Sara Zeverino)

Live Report: Blueneck @ Lovelite, Berlino 12/10/11

Ottobre 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I Blueneck trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo di relax, intenti a farsi un paio di birre per riprendersi dalla lunga traversata. Contro ogni previsione sono di ottimo umore, felici di poter fare due chiacchiere nel pre concerto. Faccio il mio esordio acquistando l’intero catalogo della band post rock di Bristol (tre album compreso il nuovissimo e ottimo “Repetitions”) per la modica cifra di venti euro, prima di iniziare a parlare del nuovo lavoro del quintetto inglese. “In realtà quando abbiamo scritto i primi pezzi, il progetto era di pubblicare solamente un ep per dare un seguito a “The fallen host”, album uscito verso la fine del 2009. Poi il materiale ha iniziato a essere sempre più consistente e a prendere una direzione nuova. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un album completo e ci è sembrato ovvio pubblicarlo così com’è venuto”. Un album più malinconico del precedente, meno aggressivo. “Ogni volta che scriviamo dei pezzi nuovi, contano molto i sentimenti che proviamo nel momento che stiamo vivendo. “The fallen host” è un album istintivo, pieno di rabbia, la stessa copertina ha un qualcosa di demoniaco, quasi inquietante. “Repetitions” invece è una riflessione sul dolore, sul ripetere coscientemente certi errori a tal punto dal diventarne quasi dipendenti. È un disco molto triste. Per me (Dunkan) è come una droga, come essere sotto morfina dopo che ti sei rotto un braccio: senti il dolore, sai di avere un osso rotto, ma contemporaneamente provi quasi piacere. Tendenzialmente è così che nascono i nostri album. Di base siamo una band post rock ma il prossimo disco potrebbe essere super pop oppure la cosa più pesante che abbiamo mai fatto, chi lo sa. In questo periodo stiamo ascoltando molto Bon Iver e l’ultimo dei Low (giusto per staccare un po’) e cavolo, quelli si che sanno scrivere canzoni”. Per una band post rock è meglio lavorare in studio o suonare dal vivo? “Quando ci troviamo a lavorare a qualcosa di nuovo, di solito pensiamo solo a quello e non a come questo potrà suonare di fronte ad un pubblico. È un processo molto intimo e personale, i pezzi li scrive Dunk ma è tutta la band che poi lavora agli arrangiamenti e ognuno ci mette del suo. Quando arriva poi il momento di andare in tour ogni serata è differente, e tutto dipende da dove sei e come ci sei arrivato. E’ tutta una questione d’interpretazione, cambia di volta in volta. C’è capitato di andare a suonare in Polonia e Ucraina e passando con il furgone in autostrada vedi questi paesaggi immensi e desolati che ti mettono addosso una tristezza incredibile. Ci siamo detti: ecco perché la gente da quelle parti apprezza molto la nostra musica, perché la vive da vicino”. Vi apprezzano così tanto che, da quello che so, avete deciso di imbarcarvi in un viaggio interminabile pur di suonare a Kiev. “Abbiamo avuto qualche problema con chi ci affitta il furgone per il tour, più che altro problemi con l’assicurazione. L’unica soluzione era optare per quindici ore di treno per raggiungere Kiev affittando la strumentazione una volta arrivati. Sarà dura, ma contiamo di farcela e suonare per chi vorrà sentirci”. E in Italia? “La verità è che un sacco di gente continua a dirci che dovremmo venire a suonare in Italia, ce lo ripetono in continuazione. Speriamo di poterlo fare l’anno prossimo, magari a Milano, sempre che ce ne sia la possibilità”. Possibilità in senso economico? “I tour come questo non sono fatti per fare soldi. A dirla tutta è già un successo se torni senza averci rimesso qualcosa, quindi cerchiamo di prenderla come se fosse una vacanza: domani saremo a Dresda e poi a Lipsia, una città che adoriamo e dove abbiamo un sacco di amici. Poi a Varsavia, Kiev, Praga… Il bello dell’essere in tour è poter viaggiare, vedere un sacco di posti e conoscere bella gente con cui stringere contatti. E’ questo ciò che conta, ed è quello che alla fine ti porti a casa”. Circondati da magliette, stampe, vinili e cd, la chiacchierata finisce con i cinque presi ad abbozzare la scaletta per il set berlinese: un’ora e dieci di post rock da manuale, molto melodico e zeppo di crescendo, stacchi ed esplosioni improvvise. Nove i pezzi in totale, su tutti le meravigliose “Lilitu”, “UB2” e la doppietta conclusiva “Epiphany” / “Revelations”, accompagnati da poche parole giusto per ringraziare la non troppo nutrita, ma ben predisposta, platea tedesca. Poco prima di mezzanotte il Lovelite chiude i battenti, il concerto finisce ma ci si può fermare a tirare le somme sorseggiando un’ultima birra in compagnia di Attwood e soci. I Blueneck sono una band meritevole di palchi ben più consistenti di quello del pur gradevole club tedesco. Una band con tre album a dir poco interessanti all’attivo e pezzi in grado di catturare l’attenzione anche di chi non fa del post rock il suo genere di riferimento. Dal vivo hanno saputo confermare tutto il confermabile, abbastanza da augurarci di non dover aspettare troppo prima di vederli all’opera dalle nostre parti. Per ora “accontentiamoci” di una bella serata di ottima musica passata in compagnia di persone assolutamente deliziose.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Hank”

“Oig”

“Low”

“Sheila”

“Lilitu”

“Venger”

“UB2”

“Epiphany”

“Revelations”

Live Report: Verdena @ Comet Club, Berlino 29/09/11

Settembre 30th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il Comet è un club dieci metri per quindici, o giù di li. Intimo, berlinese, tinto completamente di nero. Ci suonano i Verdena, e fa un po’ impressione vederli così “raccolti” sul palco dopo i trionfi di “Wow” nel nostro paese. Sembra di essere tornati indietro di almeno quattro dischi (perché il tempo, si sa, si misura in musica), quando le location dove suonare erano quello che erano, e i Verdena ancora in tre. Al Comet la formazione ovviamente è quella più recente, con Luca, Alberto e Roberta affiancati oramai in pianta stabile dal fido Omid. I Quattro salgono sul palco alle nove precise, in tipico stile tedesco. Qui i concerti iniziano puntuali e finiscono relativamente presto, giusto per permettere a chi il giorno dopo lavora di non perdersi una data, e a tutti gli altri di aprire la serata con un po’ di musica. Ci sono tanti italiani in platea, qualche tedesco e un paio di curiosi passati a buttare un orecchio, fa caldo e l’unico rimedio ad una temperatura destinata inevitabilmente a salire è trovare teutonicamente conforto in qualche birra. Luca è il primo a sistemarsi on stage per un ultimo ritocco alle pelli, seguito da Roberta, Omid e da un Alberto particolarmente allegro. Il set inizia con la doppietta “Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”, la sempre ottima “Miglioramento” e “Rossella roll over”. I Verdena sono in serata: sound pieno e compatto, zero menate tecniche, nessuna interruzione di sorta tra un pezzo e un altro. Una bellezza. Evidentemente la Germania fa bene ai bergamaschi, talmente bene che la “Starless” sentita a Berlino entra direttamente nella top 5 dei pezzi live visti quest’anno. Intensa, carica, pesante, degna dei migliori Motorpsycho: “… e sarò così falso / io sarò così solo per te / è giusto che sia immorale il male che vorrei per te”. Una botta che scuote la Germania intera, picco assoluto di un concerto che da qui in poi si manterrà costante in quanto ad intensità. Diciannove in totale i pezzi in scaletta, su tutti “Lui gareggia”, “Scegli me”, la parentesi acustica “Angie” (Alberto: “Com’è che fa questa?”) e “Razzi, arpia, inferno e fiamme”, “Don Callisto” e una tiratissima “Loniterp” in chiusura di set. Al rientro, acclamatissimo, Luca si accomoda per un breve drum solo che lancia la volata finale “Lei disse” / “Il Gulliver”, due pezzi che chiudono la serata in crescendo dopo un’ora e quaranta di musica. Mesi e mesi di tour hanno reso i Verdena una macchina live perfettamente rodata, in grado di girare a mille: Alberto indiscusso fenomeno carismatico, Roberta impeccabile e particolarmente presa, Luca strepitoso come ormai d’abitudine e Omid “semplicemente” necessario. Poi vederli così, per pochi intimi in terra straniera, ha avuto il suo peso. Peso per una band che in questo mini tour europeo sta ritrovando una dimensione che da troppo tempo (e sul palco si è visto palesemente) le mancava. Peso per noi che per questo motivo abbiamo potuto godere dei migliori Verdena possibili, e che per una volta, senza vergogna, abbiamo provato davvero più gusto nell’essere italiani.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”

“Miglioramento”

“Rossella roll over”

“Starless”

“Il caos strisciante”

“Badea Blues”

“Nuova luce”

“Lui gareggia”

“Caños”

“Castelli per aria”

“Angie”

“Razzi, arpia, inferno e fiamme”

“Scegli me”

“E’ solo lunedì”

“Don Callisto”

“Loniterp”

“Lei disse (un mondo del tutto differente)”

“Il Gulliver”

Live Report: Friendly Fires @ Lido, Berlino 22/09/11

Settembre 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

La prima volta che vidi i Friendly Fires dal vivo fu nel giugno del 2009, nella medesima location dove si tiene il concerto di questa sera. Il Lido, club indie-rock berlinese nel pieno centro di Kreuzberg.

A quel tempo i tre giovanotti inglesi stavano promuovendo il loro primo eponimo album, uscito nel settembre del 2008 e caratterizzato da un’ottima miscela tra elettronica, funk e new-wave. Quel concerto mi lasciò in bocca un bel sapore, apprezzai la bella carica sul palco della band di St.Albans ed il loro sound fresco e ballabile anche dal vivo.

Sono trascorsi due anni ed è passata parecchia acqua sotto i ponti. I Nostri hanno girato per il mondo in tour ed hanno dato alle stampe il secondo album “Pala”, un lavoro che ha confermato le buone qualità del disco d’esordio.

I primi a salire sul palco sono gli anglo/berlinesi I Heart Sharks, trio che propone un’interessante miscela tra elettronica, indie-rock e sfumature dubstep. Indubbiamente da tenere d’occhio per il futuro.

Sono quasi le 22 quando i Friendly Fires fanno il loro ingresso sul palco dell’ex teatro berlinese, a questo punto bello pieno per lo show. I ragazzi sono cresciuti e si presentano in sei, con due fiati ed un tastierista in più, mentre il frontman Ed MacFarlane spicca per la camicia variopinta e la sua faccia da ragazzo imberbe.

Uno si aspetta un inizio all’insegna del nuovo disco ed ecco invece una bella doppietta tratta da “Friendly Fires”: la funkeggiante “Lovesick” e la tribal/new-wave dell’ottima “Jump in the pool”. Si capisce subito che i Nostri non sono cresciuti solo di numero, ma anche sotto altri aspetti: tengono il palco da band sicura ed esperta ed hanno acquisito una personalità invidiabile. Ad esempio il cantante dopo tre brani scompare ed è già tra le prime file del pubblico a cantare a squarciagola la recente “Blue cassette”.

E’ difficile staccare gli occhi di dosso da MacFarlane che pare quasi indemoniato per come si muove e saltella da una parte all’altra del palco. Lo show alterna gli episodi dei due album all’attivo, con picchi di gradimento per il primo singolo estratto dal secondo album “Love those days tonight” e per quella che è forse la canzone più amata in assoluto dei FF, la sognante “Paris”.

Piccola pausa e la band torna on stage in quattro, lasciando i fiati negli spogliatoi. Il bis è affidato ad uno degli episodi migliori di “Pala”, ovvero la danzereccia “Hawaiian air” ed all’ultimo singolo tratto dal primo disco, “Kiss of life”, qui proposta in una coinvolgente e prolungata versione tribale e psichedelica. A fine concerto, dopo altre due passeggiate tra la folla, Ed è sudato e spompato all’inverosimile, mentre il pubblico può ritenersi più che soddisfatto: settanta minuti carichi, senza soste o cadute di stile, ed una band capace di una grande prova di maturità. Adesso possiamo dirlo senza titubanze: i Friendly Fires sono pronti per i grandi palcoscenici e c’è da scommettere che non tarderanno ad arrivare.

(Ercole Gentile)

SETLIST:

Lovesick”

Jump n the pool”

Blue cassette”

True love”

On board”

Chimes”

Skeleton boy”

Show me lights”

Hurting”

Live those days tonight”

Pull me back to earth”

Paris”

Encore

Hawaiian air”

Kiss of life”

Live Report: Afterhours @ Magnet Club, Berlino 06/06/11

Giugno 8th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Solo qualche mese fa, per la precisione a marzo, uno dei nomi storici del rock made in Italy come i Litfiba, tenne un infuocato concerto in quel di Berlino. Il pubblico, come era lecito aspettarsi, era composto nella quasi totalità da italiani. Proprio in quell’occasione spuntarono dei manifesti che annunciavano l’arrivo nel mese di giugno di un’altra band simbolo del rock italiano, quelli Afterhours da molti anni tra i capostipiti della scena indipendente del Belpaese.

La serata è arrivata, e si tiene al Magnet Club, un piccolo tempio per l’indie-rock berlinese. Il clima dentro al locale è torrido e sono le 21 quando l’ottima Marta Collica (che risiede ormai da qualche anno in città) intrattiene i primi arrivati. La sala si riempie lentamente e quando scocca l’ora degli After ci sono un centinaio di persone circa. La prima sorpresa è scoprire che con Agnelli, Prette, Dallera, D’Erasmo e Ciccarelli, c’è anche lo storico chitarrista Xabier Iriondo, rientrato nella line-up per alcune date nell’estate del 2010 ed ancora presente al fianco della band. Si comincia con un brano provocante come “Estate” tratto da “Non è per sempre” cui seguono diverse canzoni in inglese tratte da “Ballads for little hyenas”, versione anglosassone di “Ballate per piccole iene”: “White whidow” (“La vedova bianca”), “The thin white line” (“La sottile linea bianca”), “Andrea’s birthday” (“Il compleanno di Andrea”) e “Judas’ blood” (“Il sangue di Giuda”). Brani che in inglese funzionano bene, come già su disco. Però il pubblico (composto da compatrioti) li vorrebbe cantati nella madrelingua, (perchè è così che li hanno amati ed imparati a memoria) e non perde occasione di urlarlo ad Agnelli (significativo un “Facci sentire a casa!”). La band torna all’italiano con  “Le verità che ricordavo” e “Milano circonvallazione esterna” (tratte ancora da “Non è per sempre”), “Pochi istanti nella lavatrice (da “I Milanesi ammazzano il sabato”), la splendida “Bye bye Bombay”, cantata a squarciagola dal pubblico (strappando anche un sorriso a Manuel) e “Quello che non c’è” (che invece chiude il secondo bis e di conseguenza lo show), entrambe dall’omonimo album. Insomma, gli Afterhours sono sempre una garanzia di uno show rock carico ed emotivo, anche fuori dalla “comfort zone” di un concerto in Italia. Spiace soprattutto per la durata breve del set (poco più di un’ora) e per la poco nutrita presenza di pubblico internazionale che gli After avrebbero sicuramente saputo conquistare.

(Ercole Gentile)

Live Report: Pearl Jam @ Wuhlheide Arena Berlin 15/08/09

Agosto 16th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

A Berlino hanno la loro Arena Civica. Si chiama Wuhlheide. Ovviamente ci si arriva tranquillamente in metropolitana, pur essendo decisamente fuori città e circondata da un bosco enorme. Niente da fare, in Germania sono avanti. E non ci sembra di aver sentito polemiche sull’audio. Ai Pearl Jam piace suonarci, non è la prima volta.
Prendere il biglietto al volo è stata una grande idea, dato che questa è una delle cinque date di preparazione al vero e proprio tour per “Backspacer”, il nuovo album in uscita il 18 settembre. Certo è un Ferragosto un po’ diverso dagli altri. Per raggiungere l’Arena si deve affrontare una camminata di almeno un quarto d’ora in mezzo alla natura, accompagnati dagli immancabili venditori di birra e bratwurst pronti a soddisfare le impellenze alcoliche dei fan. Si viene incanalati all’ingresso per il controllo meticoloso della sicurezza. Il programma dice che alle sette è l’ora di attaccare e alle sette in punto salgono sul palco i Gomez. Fa un po’ strano vederli come spalla, un gruppo che ha una buona schiera di affezionati e che non sfigurerebbe come headliner in qualche festival estivo. Qui ci danno dentro per quaranta minuti, ammaliati dalla bellezza dell’Arena mentre propongono i pezzi del disco uscito da poco e un paio di classici, vedi “How we operate”. Facce sorridenti, saluti di rito e l’augurio affinchè la serata sia pazzesca. Durante il set dei Gomez fa capolino Eddie Vedder, spunta dal lato destro del palco, scatenando la curiosità e l’entusiasmo della curva, con buona pace del resto dell’Arena che si chiede cosa stia succedendo. Bravi Gomez. Il testimone passa ai Pearl Jam intorno alle otto e venti. Formazione tipo con Vedder, Gossard, Ament, McCready e Cameron più un tastierista dalle fattezze di Jon Lord, Kenneth “Boom” Gaspar. Due ore e mezza per un set aggressivo. Vedder confessa di voler vedere come si reagisce ai pezzi, come suonano dal vivo perchè c’è un tour da preparare, scalette da stendere e pezzi da scremare. Fosse per noi staremmo tutta la sera ad ascoltare anche la più sconosciuta delle b-sides. Il set di Berlino è duro, con poco spazio alle ballatone. Si parte con “Why go” ed “Hail Hail” per la gioia dei fan di vecchia data. “The fixer “è il primo dei nuovi pezzi ad essere presentato: un brano deciso, in pieno Pearl Jam style con abbondanza di chitarra e una melodia immediata. Funziona dal vivo, anche se soffre di un minimo di mancanza di rodaggio complessivo. La band è ancora in fase di riscaldamento e serve qualche pezzo per poter ingranare come si deve: appare evidente che questa mini tournèe non è altro che la prova generale. Nella parte centrale del set spiccano pezzi da novanta come “Corduroy”, “Untitled/MFC” ed “Even Flow” supportati da una solida spina dorsale a base di rock con la quale la band si sente particolarmente a proprio agio. E qui vanno citati almeno due brani, “God’s dice” e “Light years”. “Unemployable” è accompagnata da una piccola introduzione di Vedder in merito alla situazione economico-lavorativa negli Stati Uniti degli ultimi anni, con la speranza che Mr. Obama riesca a cambiare le cose. Il set si mantiene su buoni livelli, toccando picchi con la meravigliosa “Daughter” accompagnata dai cori della platea tedesca, che in realtà è decisamente variegata: spuntano bandiere italiane, irlandesi, ceche, portoghesi, austriache e persino turche. L’Europa ha risposto nel migliore dei modi. La prima parte del set si chiude in crescendo con almeno tre chicche. “Brother” pescata direttamente dal lato “b” di “Ten”, la nuova “Got some” che riprende alcune sonorità grunge di “Vs.” e la sempre molto amata “Do the evolution”. I Pearl Jam chiedono time out per tirare il fiato. Si ripresentano dopo pochi minuti solo Eddie e Jeff alla chitarra per “Bee Girl”, perla nascosta datata 1993 (già edita sulla raccolta di b-side e rarità “Lost dogs”), anno in cui suonarono proprio qui prima dei Bad Religion. Il resto della band si aggrega per “Better man”, “Given to fly”, “Hard to imagine” e l’inno ufficiale dei PJ dai tempi di “Ten”, quella “Alive” che praticamente conoscono anche i sassi e scatena i cori dal prato alle tribune. Seconda pausa e rientro con dedica a Daniele, uno dei feriti di Venezia, quando il palco del Jammin Festival crollò sotto i colpi del tifone. E mentre un boato tutto italiano si leva dalla platea (evidentemente siamo in molti dal Belpaese e i PJ lo hanno notato), Eddie non perde occasione per raccomandare al pubblico una certa cautela, di stare attenti a come ci si muove nelle prime file, sicuramente segnato dalla famosa tragedia di Roskilde del 2000. Le parole lasciano poi il posto all’intro di “Angie” dei Rolling Stones che lancia la volata alla splendida “Elderly woman behind a counter in a small town”. In stile Springsteeniano, Eddie raccoglie la richiesta delle prime file dove compare un enorme striscione che inneggia a “Faithfull”. La palla passa poi a “Sonic Reducer” (cover dei Dead Boys) e alla classica doppietta finale a luci accese: “Rockin’ in the free world” sulle orme del padre dichiarato Neil Young, e la ballata che spesso chiude i loro set, “Yellow ledbetter”. La band saluta il pubblico tedesco inchinandosi ripetutamente con la promessa di un arrivederci. La raccolgono tutti i presenti alla Wuhlheide Arena pronti a portarla nei propri paesi d’origine, consci che l’anno che verrà potrebbe portarsi appresso un gran concerto della band di Seattle. E’ la nostra speranza e il pensiero che ci accompagna lungo il vialone che conduce alla metropolitana. Assistere alle prove generali di uno spettacolo significa perdere qualcosa (chiariamo: molto poco) in termini di precisione, ma se questi sono i limiti dei Pearl Jam versione estiva beh, il gustoso antipasto ha scatenato in noi una gran fame.

(Marco Jeannin / Ercole Gentile)

SETLIST

Why Go
Hail Hail
The Fixer
Corduroy
I Am Mine
Nothing As It Seems
Untitled/MFC
Gods’ Dice
Even Flow
Unemployable
Severed Hand
Light Years
Daughter
Got Some
Glorified G
Brother
Insignificance
Do The Evolution

1st encore
Bee Girl
Better Man
Given To Fly
Hard To Imagine
Alive

2nd encore
Angie / Elderly Woman Behind A Counter In A Small Town
Faithfull
Sonic Reducer
Rockin’ In The Free World
Yellow Ledbetter.

Dal Vivo
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