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Live Report: Bob Dylan @ Alcatraz, Milano 22/06/11

Giugno 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Bob Dylan è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo che lui potrebbe sicuramente concedersi molto più di chiunque altro. Eppure Dylan è così: il suo “Never ending tour” è di fatto in piedi dal 1988, salvo poche pause, e il fatto che stasera sia a suonare in Italia di per sé non è una novità sconcertante.
Eppure il luogo scelto per questo concerto milanese da tutto esaurito è proprio il motivo per cui ha senso essere qui, nonostante i 70 euro non proprio accessibili del biglietto. L’Alcatraz, per la capienza e il “contatto” tra palco e spettatori, è perfetto per Bob e la sua band. È un po’ come stare in un club americano, il luogo ideale per un cowboy settantenne che non ha la minima voglia di sentirsi più giovane.
Sono circa le 21.15 quando la voce di un roadie, come succede ad ogni data, annuncia l’inizio dello show: “Signore e signori, ecco l’uomo che ha costretto il folk ad andare a letto con il rock’n'roll. Signore e signori, l’artista della Columbia Bob Dylan!”, annunciano gli altoparlanti. Un’introduzione d’altri tempi. Ed ecco che compare Bob: giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cappello nero dove spunta una penna rossa. Quasi un Hank Williams dark. Con lui la band guidata dal bassista Tony Garnier, sideman e arrangiatore fidatissimo. Parte una versione blues e sporca di “Leopard-skin pill-box hat”: come al solito ci vuole qualche secondo prima di riconoscere le canzoni, ma questa è una delle tante sfide alle quali si va incontro nei live di Mr.Zimmermann.
Già dai primi pezzi però il cantautore dimostra di essere in serata e regala diverse chicche: non capita di sentire spesso “When I paint my masterpiece”, memoria dei tempi in cui flirtava con The Band. Bellissima “I don’t believe you (She acts like we never have met)”, un pezzo che nel ‘64 suonava come lo sfogo di un giovane innamorato e oggi, con la voce da orco che si ritrova Bob, sembra il lamento di un vecchio rancoroso. Una versione che sarebbe piaciuta a Tom Waits, per capirci.
Dopo l’ottimo inizio però c’è qualche discreto calo di tensione. Soprattutto nelle esecuzioni più “scolastiche” dei brani più recenti come “Spirit on the water”, estratta da “Modern times”, e “Tweedle dum & tweedle dee”. Ma non sempre le canzoni scritte negli ultimi anni sfigurano, anzi. “Can’t wait” ad esempio, pubblicata nell’anno domini 1997, è un vero tuffo al cuore con il suo riff tagliente e i ruggiti della voce di Dylan.
Il folksinger di Duluth, come detto, è in ottima forma: si muove spesso tra organo e chitarra, quando non impugna solo l’armonica improvvisando perfino qualche timido passo di danza. Sa di essere un po’ anacronistico, di trovarsi in un’epoca che non gli appartiene. Ma è astuto a trasformare questo aspetto in un punto a suo favore. Ogni tanto, udite udite, sorride pure. Tutti si aspettano i suoi classici, ovviamente. E i classici arrivano, purché si abbia l’abilità di riconoscerli. “Visions of Johanna” viene riproposta quasi come una ballata da prateria, mentre Mr.Tambourine la accarezza a tratti con la voce. Non immediata, ma in fondo molto toccante.
I momenti più intensi della serata in realtà arrivano dopo la prima ora di live: prima con “Forgetful heart”, contenuta nell’ultimo disco in studio “Together through life”, dove Dylan dà il meglio di sé aiutato da un violino in primo piano. E poi con una rauchissima “Ballad of a thin man”, dove quel “You don’t know what it is, do you Mr.Jones?” diventa quasi un rantolo accompagnato dal solito blues della band. Emozionante.
C’è ancora tempo per i bis, dove Dylan regala tre pezzi da Novanta come “Like a rolling stone”, neanche a dirlo la più cantata e apprezzata, e due versioni a stento riconoscibili di “All along the watchtower” e “Blowin’ in the wind”. Su quest’ultima in particolare tra il pubblico scatta perfino qualche risata, visto l’arrangiamento che trasforma lo storico inno in una specie di strano valzer folk.
Bob Dylan però è così, prendere o lasciare. La sua forza è quella di saper comunque intrattenere, a costo di un’imprevedibilità costante che può a volte diventare fastidiosa, soprattutto per chi non conosce bene le sue canzoni. Però riesce anche a dimostrare ogni volta che a lui piace davvero essere ancora sulla strada, non lo fa per lucrare su quello che è stato. Semplicemente suona, riarrangia e spesso storpia le meravigliose canzoni che ha scritto in tutti questi anni. Incurante del mito che lui stesso ha creato.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. When I Paint My Masterpiece (Bob on guitar)
3. ‘Til I Fell In Love With You
4. I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
5. Summer Days
6. Spirit On The Water
7. Tweedle Dee & Tweedle Dum (Bob on guitar)
8. Can’t Wait
9. The Levee’s Gonna Break
10. Visions Of Johanna
11. Highway 61 Revisited
12. Forgetful Heart
13. Thunder On The Mountain
14. Ballad Of A Thin Man

(encore)
15. Like A Rolling Stone
16. All Along The Watchtower
17. Blowin’ In The Wind

Live Report: Bob Dylan @ Forum Assago 15/04/09

Aprile 16th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Ho cercato di presentarmi al Mediolanum Forum di Assago (Milano) senza alcuna aspettativa e senza lasciarmi condizionare da tutto ciò che si dice sul conto di Bob Dylan e dei suoi concerti.
Non l’avevo, ahimé, mai visto prima dal vivo, per cui un po’ emozionata ho preso posto e ho aspettato.
L’attesa poco è durata visto che alle 21.00 in punto il palco si è illuminato e la band è magicamente comparsa, tutti ai loro posti, Dylan compreso.
Pensavo facesse molti brani dell’ultimo disco, invece la carrellata di canzoni è stata quella delle più conosciute (poi bisognava identificarle sotto arrangiamenti stralunati, ma questo è un altro discorso).
Si parte con “Wicked messenger” di “John Wesley Harding” del ‘67, ma è nel mezzo del concerto, tra classici (“Desolation row”) e pezzi rockabilly (“Thunder on the mountain”) che il pubblico si scalda un po’. Un pubblico un po’ ridotto, con un parterre pieno per un terzo.
Qualcuno balla, qualcuno applaude, qualcuno non sta fermo e continua avanti e indietro tra il bar e il sottopalco, dove ognuno è libero di saltellare, muoversi e danzare a piacimento, specie verso fine concerto su brani come “Memphis blues” e “Honest with me”.
Dylan non dice una parola, non saluta, non fa cenni. La band (cinque elementi), sembra più attenta a guardare e a cercare approvazione dal buon vecchio Bob piuttosto che interagire, per come si può, con il pubblico e con i propri strumenti.
Sembrerebbe un po’ tutto dispersivo, un po’ tutto fermo. Sembrerebbe, dico, perché poi sulla mitica “Like a rolling stone”, poco c’è da fare, l’emozione balza alle stelle e a Bob perdoni un po’ tutto.
Riusciresti a perdonargli anche il resto, se a fine concerto, al terzo bis, tenesse fede alla scaletta e improvvisasse “Blowing in the wind”, ma invece niente.
Oppure l’ha fatta e non l’ho riconosciuta, chi lo sa.

La scaletta del concerto:
1. The Wicked Messenger
2. Just Like Tom Thumb’s Blues
3. Just Like A Woman
4. Rollin’ And Tumblin’
5. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
6. High Water (For Charley Patton)
7. Sugar Baby
8. Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again
(Bob on keyboard)
9. Blind Willie McTell
10. Desolation Row
11. Honest With Me
12. Ballad Of A Thin Man
13. When The Deal Goes Down
14. Thunder On The Mountain
15. Like A Rolling Stone

(encore)
16. All Along The Watchtower
17. Spirit On The Water
18. Blowin’ In The Wind

(Daniela Calvi)

Live Report: Bob Dylan @ Datchforum Milano 27/04/2007

Aprile 29th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

In perfetto orario, come annunciato nel programma, alle ore 21.00, le luci del Datch Forum di Assago si spengono. Nel buio salgono alte le voci eccitate dei seimila presenti. Dopo alcuni squilli di tromba una voce fuori campo introduce lo spettacolo di Bob Dylan. Le luci sul palco si accendono e Bob, chitarra a tracolla, giacca e cappello calato in testa, inizia il concerto. Trascorsa una mezz’ora lascerà la sei corde per portarsi, dando il fianco al pubblico, dietro un organo: da quella postazione non si muoverà più e da lì porterà a termine lo show. Ben spalleggiato da una band di cinque elementi: basso, batteria, tre chitarre. Ma anche, alla bisogna: banjo, violino, contrabbasso e armonica.
Ogni concerto è figlio delle canzoni incise nell’ultimo disco e dalla loro bontà dipendono le sue fortune. “Modern Times” è un cd di grande valore che ha riportato Bob Dylan a frequentare la cima delle classifiche di vendita a trent’anni di distanza da “Desire”. Il concerto, quindi, sillogisticamente, è di grande valore.
Un concerto nel quale trovano posto molte delle sfumature musicali della storia di Dylan: il blues come il rock, accenni country mescolati alle atmosfere “fifties” dell’ultimo lavoro.
La serata si apre con “Cats in the well”e si chiude con “All along the watchtower”. Tra l’inizio e la fine trovano dimora classici come “It ain’t me, babe”, “To Ramona”, “Highway 61 revisited”, “Desolation row”, “It’s alright, ma” e “Like a rolling stone” a fianco delle nuove “Nettie Moore”, “Thunder on the mountain”, “Spirit on the water” e “When the deal goes down”.
Dylan, in buona forma vocale, al solito, offre versioni arrangiate nei modi più diversi dei suoi brani più famosi, come a voler esplorare completamente le potenzialità delle canzoni e a voler regalare al pubblico emozioni sempre uniche in questo “NeverEnding Tour”, iniziato una ventina di anni orsono, che lo porta ad esibirsi dal vivo non meno di un centinaio di volte l’anno
Alle 23.00 le luci del palco si spengono per qualche secondo, al loro riaccendersi Bob Dylan e i suoi cinque compagni sono uniti a centro palco per salutare, ringraziare e ricevere il giusto tributo da un pubblico che ha gradito quanto visto e, soprattutto, ascoltato.

(Paolo Panzeri)

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