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Live Report: Motorpsycho @ Zona Roveri, Bologna 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Li avevamo lasciati un po’ perplessi dopo il concept live di un anno fa circa al Bronson di Ravenna, influenzati dalla scelta poco condivisa di eseguire per intero il nuovo particolare disco “The Death Defying Unicorn”; li ritroviamo dodici mesi dopo a Bologna come se quel concerto non ci fosse mai stato. Stiamo parlando dei Motorpsycho, band norvegese culto del rock psichedelico, che ha infiammato palco e platea del Zona Roveri Club.

Quando si tratta dei Motorpsycho si può andare sul sicuro e poco importa la mia totale mancanza di preparazione sull’ultimo disco “Still Life with Eggplant”; come le migliori tradizioni: quando il trio norvegese suona nei dintorni, bisogna andare a vederli. Il motivo principale è che difficilmente tradiscono le aspettative.

Come al solito non sono previsti ritardi e alle 22.00 precisissime la band scandinava, accompagnata da un quarto elemento, si presenta sul palco, accolta dagli applausi del numeroso pubblico presente. L’inizio è dei migliori con “Überwagner or a billion bubbles in my mind” e “The ocean in her eye” in rapida successione, seguite dalla violenta esplosione di “S.T.G.”, cadenzata dall’innalzamento degli strumenti al cielo durante gli stacchi del ritornello: spettacolo. La scaletta un po’ leccaculo inizia a dare i frutti sperati ed il pubblico dimostra tutta la sua riconoscenza sommergendo i quattro musicisti di applausi e urla alla fine e all’inizio di ogni brano.

Le cinque lampade posizionate dentro dei padelloni da soffitto, costruite in Italia e acquistate l’anno scorso dopo lo show al Cage di Livorno, spiccano tra la consueta muraglia di amplificatori, scandendo e rafforzando le numerose divagazioni progressive strumentali del quartetto. Con una media di dieci minuti a pezzo i Motorpsycho mettono in fila gran parte dei loro più grandi successi, arricchiti dalla presenza di ben quattro dei cinque brani totali dell’ultima fatica discografica “Still Life With Eggplant”.

Gli acuti di “Greener” (i fanatici del “bel canto” stiano alla larga), i riff hard rock di “Hogwash” e le veloci stilettate di “You lied (aka walking on the water)” scaldano il pubblico a tal punto da regalare i primi accenni di pogo, sempre molto apprezzato dalla band scandinava.

Dopo due ore tiratissime, con quattordici brani alle spalle, il quartetto si prende una meritata pausa di due minuti prima dell’encore; la sensazione è che il tempo passato sul palco e il caldo torrido del locale non siano affatto sufficienti per stancare il gruppo al punto che, con il passare delle ore, sembra che la qualità e l’intensità dell’esibizione raggiunga livelli sempre più alti. I due brani che seguono sono di circa un quarto d’ora ciascuno e danno la forte impressione che il gruppo non abbia alcuna intenzione di scendere dal palco; i Motorpsycho si divertono sul palco e il pubblico lo percepisce, suggellando quella che si potrebbe definire la perfetta “transazione” artistica.

L’esibizione si chiude definitivamente dopo due ore e trenta di suono intenso, vero e coinvolgente; i Motorpsycho, che in Italia non godono sicuramente della fama che meriterebbero, non deludono le aspettative nemmeno questa volta ed è per questo motivo che tornerò a vederli al prossimo concerto, perché sono sicuro che non deluderanno nemmeno la prossima.

(Edoardo Gandini)

SETLIST:

  1. Überwagner or a Billion Bubbles in My Mind
  2. The Ocean In Her Eye
  3. S.T.G.
  4. Sail On
  5. Starhammer
  6. Ratchatcher
  7. August
  8. Barleycorn
  9. Greener
  10. Hell, part 1-3
  11. Hogwash
  12. Walking On the Water (You Lied)
  13. Up’ Gainst The Wall (High Time)
  14. X-3 / The Getaway Special

Encore

  1. The Bomb-proof Roll & Beyond

Encore 2

  1. Taifun

Live Report: Wild Nothing @ Covo Club, Bologna 23/11/12

Novembre 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Risolvere i problemi tecnici è facile se sai come farlo. Solo un fastidioso ronzio frena leggermente i Wild Nothing in concerto al Covo Club di Bologna, durante una delle due tappe italiane del tour promozionale del nuovo disco “Nocturne”.

La giovane band statunitense è salita alla ribalta già dopo il primo lavoro,” Gemini”, classificandosi tra i migliori cinquanta dischi del 2010 per l’autorevole Pitchfork e, proprio in quello stesso anno suonarono per la prima volta in Italia, sempre al Covo, facendo registrare un tutto esaurito; passano gli anni, dunque, ma la musica non cambia. Per dirla tutta, in realtà, la loro musica cambia eccome in questa nuova produzione dai suoni ben più curati e da una capacità compositiva di gran lunga più matura, ma il risultato è sempre lo stesso: sold out.

I Wild Nothing salgono sul palco alle 23.00 precise per accordare i loro strumenti, subito dopo un breve set degli italiani Brothers In Law, terzetto indie rock/new wave composto solamente da due chitarre e una batteria suonata in piedi, come tanto sembra andar di moda oggi.

Il primo brano in scaletta è “Shadow”, la traccia di apertura del nuovo disco; una composizione dalle forti sonorità sognanti tipiche del gruppo, sorretta da una melodia che ricorda le produzioni più solari degli Smashing Pumpkins. Il pubblico del covo, sempre attento agli astri nascenti dell’indie rock, risponde positivamente all’introduzione di Jack Tatum e soci, accompagnando l’esibizione con battiti di mani, cori e applausi, regalando un’accoglienza che sembra lasciar un po’ esterefatti gli stessi musicisti.

Il timido quintetto americano suona che è un piacere, risultando addirittura più incisivo rispetto alle registrazioni e concedendosi poche pause per chiacchierare con il pubblico, nascondendosi dietro un atteggiamento introspettivo e, forse, leggermente troppo freddo. Senza inutili convenevoli, infatti, il gruppo continua la propria esibizione svariando tra i brani contenuti nei primi due lavori discografici, concedendo lo stesso spazio ad entrambi.

La voce di Jack Tatum è molto incisiva e particolare e, sebbene mai espressamente enfatizzata come nella tradizione shoegaze, valorizza pienamente le soavi e sognanti melodie vocali, che rimangono ben impresse nella memoria degli ascoltatori; brani come l’allegra “Chinatown” e la ridondante “Nocturne” ne sono due tra gli esempi più lampanti. Il set prosegue senza alcun intoppo per circa quarantacinque minuti fino a quando, proprio prima di “Gemini”, si presenta un problema tecnico alla chitarra di Nathan Goodman che condiziona il finale dell’esibizione: non si capisce bene la natura del problema che genera il fastidioso ronzio e il fonico di palco sembra disinteressarsene tanto che si decide di continuare cosi, con buona pace (e tanto fastidio) del giovane Nathan.

Il finale, come spesso accade al Covo, non prevede encore proprio per la conformazione del locale bolognese, privo di “backstage”; Jack lo specifica fin dall’inizio e propone un armistizio con l’esecuzione di altri due brani. Dopo “Our composition book”, sui cori della splendida “Summer holiday” si chiude il gradevolissimo concerto di una delle band rivelazione di quest’anno; una di quelle giovanissime e talentuose band di cui ci si augura di sentir parlare ancora a lungo.

(Edoardo Gandini)

SETLIST

Shadow”

Confirmation”

Counting days”

Golden haze”

Only Heather”

Chinatown”

Nocturne”

This chain won’t break”

Live in dreams”

Rheya”

Gemini”

The blues dress”

Our composition book”

Summer holiday”

Live Report: Muse @ Unipol Arena, Casalecchio (Bo) 16/11/12

Novembre 17th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il palazzetto di Bologna è gremito. Il pubblico è eterogeneo e vede persone di ogni età. Sono appena state annunciate due date estive negli stadi, Torino e Roma, che rappresentano la chiara conferma che i Muse sono tutt’ora sulla cresta dell’onda della notorietà.

Il trio britannico arriva sul palco puntuale e parte col botto. Archi rapidi e solenni ne accompagnano l’entrata e cori drammatici trasformano per alcuni istanti l’Unipol Arena di Bologna in una maestosa cattedrale. Il palco si illumina, Dominic Howard si siede alla batteria, Wolstenhome e Bellamy si piazzano poco avanti, giusto il tempo di prepararsi all’impatto che esplode la violenza del brano, gli amplificatori urlano distorsioni e gli spalti vibrano per la violenza dei bassi dubstep. Si tratta chiaramente di The 2nd Law: Unsustainable, una traccia dell’ultimo lavoro quanto mai adatta come intro del concerto e perfetta per descrivere cosa rappresentano i Muse oggi.

In essa confluiscono sinfonia classica, rock ed elettronica. Intrecciate con gran mestiere ed arguzia, ed un occhio strizzato al suono da club del momento. La canzone ha tutte le caratteristiche per rappresentare l’incipit di uno spettacolo che ha i requisiti per essere definito un’ “Opera Pop Contemporanea”. Per quanto riguarda il termine “Opera” è facilmente riconducibile al fatto che i Muse non hanno mai lesinato nei loro album elementi tipici della Classica Operistica di grande respiro; “Pop” invece non è tanto riferito al genere musicale quanto al ruolo culturale che hanno deciso di occupare da quando il successo li ha portati alla ribalta. I Muse molto hard-rock degli inizi hanno avuto una naturale evoluzione verso scelte stilistiche e diversi approcci musicali, aprendosi a contaminazioni e spesso a risultati più radiofonici, ed un proficuo allargamento di pubblico. Proprio per questo è quasi rassicurante che la prima parte del concerto sia decisamente energica, giusto per dimostrare che il suono focoso e tosto degli inizi non è andato perso. E’ così che dopo la prima canzone si continua con un altro pezzo tirato dell’ultimo disco, Supremacy, e che già alla terza canzone ci sia modo di suonare un cult per gli amanti del lato più duro, cioè Hysteria.

I volumi sono eccellenti, i tre musicisti sono in forma, la voce di Bellamy pare addirittura ripulita di alcuni difetti di respirazione che ne appesantivano le perfomances, gli altri due sono semplicemente delle straordinarie macchine ritmiche. C’è un quarto elemento più nascosto che si occupa delle parti elettroniche e di pad percussivi. I quattro musicisti sono così al centro di una struttura ad anfiteatro rialzato, ogni parete verticale o obliqua è riempita da schermi luminosi. Una piramide semovibile sulle loro teste costituita da altrettanti schermi restituisce visuals in simbiosi con le canzoni ed immagini da telecamerine on-stage. Il concerto del trio del Devon è uno spettacolo a tutto tondo. La parte visiva costituisce un elemento importante e aiuta il coinvolgimento. Il pubblico risponde alla grande, il parterre illuminato dalle luci e dai laser è una calca che ribolle di braccia al cielo. Brani nuovi come Animals, Explorers o Follow me sono ben accolti e si alternano alle certezze come SuperMassive Black Hole o Time Is Running Out. Alcuni piccoli difetti nella parte centrale sugli attacchi sono alla fine solo aghi in un pagliaio, la band dimostra carisma e destrezza, e questa non è di certo una novità. Certo è che i Muse di questo decennio o si amano o si odiano. Sono tanto barocchi, quanto citazionisti (alcuni più malignamente direbbero copioni). Panic Station potrebbe essere tranquillamente un brano degli Inxs, Madness, il primo vero singolo dell’ultimo album, è invece decisamente più depechemodiano. Liquid State presenta chitarre in pieno stile Queen Of the Stone Age/Foo Fighters che incalzano il cantato un po’ indeciso di Wolstenholme (in 2nd Law due canzoni sono a sorpresa cantate proprio da lui). Il pianoforte sale da una botola sul palco e parte la ballatona Undisclosed Desires, che rappresenta una boccata d’aria tranquilla prima della seconda parte tirata con le celebri Plug In Baby e New Born (scelta in ballottaggio con Stockholm Syndrome da una fantomatica roulette russa mandata dagli schermi in tempo reale). I Muse lasciano così il palco per una piccola pausa, la piramide dall’alto scende ed inghiotte lo stage coi suoi musicisti. Naturalmente non finisce così e gli encore non tardano ad arrivare, il video di Isolated System invade gli schermi della piramide, musica elettronica ad alto volume si propaga nel palazzetto e subito dopo parte il singolone Uprising. La gente è in visibilio e tiene il tempo con le mani. Man With Harmonica introduce ormai tradizionalmente l’inconfondibile coro iniziale di Knights Of Cydonia,ed il pezzo sia su disco che live è una vera e propria bomba. L’ esibizione si chiude leggermente più morbida con Starlight e la nuova Survival, con annessi saluti in un italiano stentato da parte di Bellamy. Non c’è molto da aggiungere, i Muse sono un gruppo che divide, la loro stessa natura li porta a facili critiche. La loro musica attuale ha riferimenti talmente forti che è facile additarli di emulazione e quando ciò a cui ti avvicini si chiama Queen, o Depeche Mode, o Radiohead, o Bowie o Debussy,Chopin…la critica sarà facilmente portata a fare il suo lavoro identificandone i modelli.

Ciò che però rimane alla fine di questo concerto è che il trio è capace di proporre un repertorio eterogeneo e spettacolare ad un grande pubblico, con un fortissimo impatto; e se è vero che copiano, beh bisogna ammettere che copiano con gusto e spessore, ed eseguono con professionalità ed intelligenza.

(Marco Danelli)

SETLIST:

The 2nd Law: Unsustainable
Supremacy
Interlude + Hysteria
Resistance
Supermassive Black Hole
Panic Station
Animals
Explorers
Falling Down
Time is Running Out
Liquid State
Madness
Follow Me
Undisclosed Desires
Plug in Baby
New Born
Encore:
The 2nd Law: Isolated System
Uprising
Man With Harmonica + Knights of Cydonia
Starlight
Survival

Live Report: Liars @ Locomotiv Club, Bologna 27/10/12

Ottobre 29th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Una elle tridimensionale sullo sfondo di un palco consumato dall’energia e dal sudore dei Liars è ciò che rimane di una delle serate più interessanti della nuova stagione di concerti del Locomotiv Club di Bologna.

L’uscita del nuovo disco WIXIW (si pronuncia “Wish You”) e il conseguente tour europeo sono il più semplice pretesto per riportare ancora una volta a Bologna il trio newyorkese, che, come prevedibile, è stato accolto da un gran numero di appassionati. Gli spazi sicuramente non esorbitanti del Locomotiv vengono, infatti, occupati completamente in pochi minuti da un pubblico estremamente eterogeneo.

The Haxan Cloak (pseudonimo del musicista inglese Bobby Krlic) è l’artista chiamato per aprire il concerto e scaldare gli animi degli spettatori in vista del gruppo principale della serata; il suo esordio discografico è l’interessante “The Man Parted the Seat o Devour the Water”, un unico brano di circa trenta minuti che l’artista britannico riproduce interamente nella sua esibizione live.

Avvalendosi di una semplice stazione di produzione musicale e di un proiettore di immagini, l’incappucciato Bobby Krlic accompagna i presenti in un’esperienza estremamente intimista, nella quale le atmosfere ambient lasciano spesso il posto alle perturbazioni elettroniche. La fruizione sensoriale dell’opera viene facilitata dal video proiettato sullo sfondo, che traduce in linguaggio visivo ciò che gli ascoltatori sentono, arricchendo e definendo il brano in tutte le sue connotazioni; l’idea è che i due livelli non siano scindibili l’uno dall’altro senza perdere di significato.

Alle 23.15, dopo una breve pausa di venti minuti, arriva il turno dei Liars; in completi eleganti e capigliature eccentriche, i tre americani iniziano immediatamente a far vedere di cosa sono capaci. “Vox”, un inedito, è il primo brano in scaletta che investe ogni centimetro quadrato del locale con violente raffiche elettroniche; l’atmosfera da club sembra galvanizzare il terzetto che in meno che non si dica diventa padrone assoluto del palco. Sul maxischermo alle loro spalle viene proiettato un video dei tre impegnati nello svuotare una stanza piena di amplificatori e strumentazioni dietro alle quali inizia ad intravedersi il logo tridimensionale del gruppo, disegnato sul muro. I Liars, quelli in carne ed ossa davanti a noi, invece continuano a impressionare inanellando pezzi, tratti in gran parte dall’ultimo disco come la title track “WIXIW”, tanto palindroma nel nome quanto ridondante in una melodia chiaramente ispirata a Thom Yorke.

La voce, comunque incisiva anche se decisamente lontana dalla perfezione del bel canto, viene contrastata dalla furia strumentale dei brani e dalla foga esecutiva del terzetto; le impetuose scariche soniche di “Let’s Not Wrestle Mt. Heart Attack” e la caducità melodica di “Flood to Flood” (durante il quale si può scorgere sul video il cantante Angus Andrew orinare sulla batteria) rappresentano i due picchi più elevati dell’intero set, concluso nel migliore dei modi con “Plaster Casts of Everything”, sostenuta dai martellanti colpi di batteria e da riffoni noise di chitarra che concorrono a farne uno degli episodi di maggiore attitudine punk dell’intero concerto.

Quando Angus, Aaron e Julian abbandonano il palco, il caldo inizia a diventare opprimente (anche se il Locomotiv fosse posizionato dentro un iceberg ci sarebbe comunque sempre caldo) e l’ossigeno pian piano viene meno; ma a mozzar definitivamente il fiato ci pensano immediatamente i tre, rientrati sulla scena dopo nemmeno un minuto, con due dei brani più apprezzati del loro repertorio: “The Other Side of Mt. Heart Attack” e “Broken Witch”, ovvero come concludere un concerto nel migliore dei modi in due semplici mosse.

A mezzanotte e mezza, dopo un’ora e un quarto di altissimo livello, i Liars scendono definitivamente del palco, lasciando il pubblico pienamente soddisfatto di quanto visto e sentito nonostante l’amarezza per la brevità dell’esibizione. Mentre usciamo dal locale, però, i commenti sono estremamente positivi e il giudizio sembra essere unanime: gruppo meraviglioso.

Sul palco e nella testa dei presenti rimane solo quella “L” tridimensionale: la “L” di Liars. La dimensione punk che si scontra prepotentemente con quella elettronica ne crea un’altra, la terza, estremamente sperimentale, che identifica il sound del gruppo; un sound innovativo che spicca per originalità. In un panorama musicale, infatti, dove tutto sembra essere già sentito e risentito, i Liars si distinguono dalla maggior parte degli altri gruppi per audacia e genialità.

(Edoardo Gandini)

Setlist

  • Vox
  • Brats
  • WIXIW
  • Let’s Not Wrestle Mt. Heart Attack

  • Octagon
  • Scarecrows On a Killer Slant
  • Flood to Flood
  • Who Is the Hunter
  • No. 1 Against the Rush
  • Kingdom
  • Plaster Casts of Everything

—bis—

  • The Other Side of Mt. Heart Attack

  • Broken Witch

Live Report: Cloud Nothings @ Locomotiv Club, Bologna 30/05/12

Giugno 1st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La rivincita dei nerd, quest’anno, arriva direttamente dall’Ohio.

Avete capito bene, proprio quell’Ohio da cui, LeBron James e Nine Inch Nails a parte, non è mai uscito niente di veramente degno di nota. Questa volta, però, sembra che qualcosa di davvero interessante sia in procinto di esplodere. I Cloud Nothings, con il loro “Attack on Memory”, si aggiudicano la palma di uno dei prospetti più interessanti di questo 2012, essendo già arrivati, nonostante gli appena diciannove anni di età, al secondo disco in carriera, prodotto, tra le altre cose, da nientemeno, Steve Albini. La lungimiranza del Locomotiv di accaparrarsi l’unica data in Italia del quartetto americano non viene però ripagata a dovere dal pubblico che, complice anche il terremoto, si presenta ben sotto le aspettative numeriche ad un evento che, per quanto mi riguarda, meritava una doppia sottolineatura rossa sul calendario.

Il programma della serata prevede, oltre ai Cloud Nothings, altri due gruppi: i Wolther Goes Stranger e gli His Clancyness.
Del primo gruppo, i Wolther Goes Stranger, non posso dirvi molto purtroppo, essendo arrivato giusto in tempo per ascoltare gli ultimi due minuti del pezzo di chiusura (sul sito ufficiale l’orario di inizio concerti era fissato alle 22.30, su facebook alle 21.30; la verità, come al solito, sta nel mezzo).
Gli His Clancyness, il secondo gruppo in programma, salgono sul palco alle 22.50, intrattenendo il pubblico per circa venticinque minuti; il progetto di Jonathan Clancy, già voce dei Settlefish e A Classic Education, presenta sei brani estremamente minimalisti, molto godibili e spensierati in cui le schitarrate rock ‘n roll e i loop vocali si intrecciano in piccoli episodi autobiografici. Niente di particolarmente innovativo, d’accordo, ma comunque gradevole.

Alle 23.25 arriva finalmente il turno dei giovanissimi Cloud Nothings; Dylan Baldi, ciuffo e occhialoni a montatura spessa, e compagni prendono posto sul palco in silenzio e, tradendo un certo imbarazzo, attaccano il primo pezzo in scaletta, “Stay Useless”, secondo singolo tratto da “Attack On Memory”. La poca intonazione vocale di Dylan nelle parti cantate lascia presto spazio a quell’urlato rabbioso su cui si basa l’intero disco, preferendo l’efficacia comunicativa alla precisione tecnica in sé.

La componente noise dei pezzi viene esasperata con continue divagazioni strumentali ad inizio e fine pezzi, in cui il quartetto statunitense dimostra una certa maturazione musicale rispetto ai primi lavori; la coda di “Wasted Days” per esempio, che vale da sola tutto il disco, si arricchisce di brutalità nella sua versione live, valendo, in altrettanta misura, il prezzo del biglietto, come dimostrato da pogo e roboanti applausi che la accompagnano.
Il concerto scivola via perfettamente come il sudore sulle stremate facce dei musicisti che, in circa quarantacinque minuti, ripercorrono totalmente (ed esclusivamente) l’ultimo, splendido, lavoro discografico, concludendo l’esibizione con la doppietta “No Sentiment”, brano che più di tutti incarna la rabbiosa attitudine espressa in “Attack On Memory”, e “No Future/ No Past”, un doloroso crescendo emotivo che si conclude con i ruvidi cori urlati da bassista e chitarrista.

Ma c’è tempo ancora per un encore di tre pezzi, introdotti da uno sketch del bassista che esorta il pubblico a chiamare gli altri membri della band; Dylan Baldi ritorna sul palco e annuncia “un po’ di roba vecchia” che viene, però, eseguita alla nuova maniera, come nel caso di “Can’t Stay Awake”, tratta dal primo EP “Leave You Forever”, che viene depredata di tutte le sue atmosfere più leggere ed eseguita a velocità doppia. L’attitudine punk rock dei brani meno recenti (non direi vecchi, dal momento che sono usciti nel 2011), non soddisfa in pieno il pubblico che rimane effettivamente un po’ basito e, volendo trovare una pecca all’esibizione (oltre alla durata), si potrebbe affermare che la scelta di lasciare questi tre pezzi insieme a fine concerto sia stata effettivamente discutibile.

Finisce cosi, dopo un’ora precisa, l’unica data italiana dei Cloud Nothings, che corrono subito al banchetto ad autografare e vendere personalmente dischi e magliette, intrattenendosi amabilmente con i fan e giurando di sperare di ritornare presto in Italia. Una cosa è certa: i presenti se lo augurano.

(Edoardo Gandini)

Setlist
1. Stay Useless
2. Fall In
3. Separation
4. Cut You
5. Wasted Days
6. Our Plans
7. No Sentiment
8. No Future / No Past
—bis—
9. Can’t Stay Awake
10. Not Important
11. Leave You Forever

Live Report: Chk Chk Chk @ Locomotiv Club @ Bologna 22/05/12

Maggio 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per qualcuno sono addirittura meglio del sesso, per qualcun altro, invece, soltanto un’incognita; per tutti gli altri,comunque, un live semplicemente imperdibile.

Non c’è da stupirsi, quindi, di tutta la curiosità ed eccitazione diffusasi alla notizia del mini-tour italiano dei Chk Chk Chk, band effettivamente poco conosciuta nel nostro paese che, comunque, forte delle strepitose esibizioni passate, riscuote sempre grande successo tra gli appassionati. La formula di base è relativamente semplice: imprescindibile impostazione funky, forte componente elettronica ed un inarrestabile front-man, davanti al quale è impossibile rimanere seri e composti.
Già all’ingresso del Locomotiv Club di Bologna si percepisce quella forte attesa tipica dei grandi concerti, con il pubblico impegnato a riempirsi i polmoni di tutta l’aria possibile prima di chiudersi all’interno del club, celebre anche per le sue temperature tropicali.

Alle 23.00 in punto fa il suo ingresso sul palco la band californiana, creando un tappeto funky che, fin dalle prime battute, promette tanto sudore e movimento. Sudore e movimento che arrivano, poco dopo, con l’ingresso di Nic Offer, subito protagonista dei suoi inconfondibili balletti a bordo palco. Il pubblico, dopo pochi secondi, è già visibilmente in estasi, accompagnando con applausi e urla i gesti e le smorfie del cantante che, a sua volta, si infiamma ulteriormente, come in una sorta di circolo vizioso, solo molto più sudato e divertente.

Il primo brano in scaletta è “Creamy, tratto dal nuovo lavoro che vedrà la luce in estate e testimone di un più radicale passaggio al funk, impreziosito dai plateali baci che il front-man riserva ai presenti. Nic è il vero trascinatore del gruppo: salta da una parte all’altra del palco, amoreggia con i tendoni arrotolandosi dentro e, anche se non particolarmente dotato dal punto di vista vocale, riesce a coinvolgere continuamente il pubblico, tenendolo sempre nel vivo del concerto e scendendo in mezzo alla folla in ben tre occasioni nell’arco di nemmeno novanta minuti.

Il set dura circa un’ora e venti in cui la band ripercorre i suoi maggiori successi tratti in larghissima parte dal più celebre “Myth takes, come nel caso di “Must be the moon”, brano che alterna strofe al limite del rap con autentiche esplosioni funky, intramezzati da potenti crescendo di intensità che un mai domo Offer enfatizza nella sua prima escursione tra la folla. Bisogna, però, aspettare molto poco per rivedere nuovamente in platea l’esile cantante che, durante la più recente “Jamie, my intentions are bass”, si lascia andare in “sensuali” abbracci alle ragazze e si intrattiene in una sorta di elica umana che costringe i divertiti spettatori più vicini (anche il sottoscritto) a chinarsi per evitare una manata.

Il gruppo si congeda dal suo pubblico con l’irresistibile “Heart of hearts”, preceduta da un incalzante intro che esplode con il cantato di Nic, impegnato nel “procurarsi” dalla prima fila un paio di occhiali da sole e una cravatta zebrata, poi restituiti al termine del delirante finale strumentale.

Dopo pochi minuti, la band si ripresenta sul palco per un altrettanto potente bis, tratto dal nuovo disco (”uscirà intorno ad agosto; compratelo, scaricatelo, chi se ne frega” – dice), in cui danno fondo a tutte le forze rimaste da questo incredibile live; Nic, neppure a dirlo, scende di nuovo tra il pubblico e, ballando come un forsennato si versa addosso un bicchiere di birra continuando a coinvolgere chiunque gli si avvicini.
Questa volta è davvero la fine e i Chk Chk Chk si apprestano ad uscire dal palco; ”è stato veramente un piacere suonare per voi, Bologna” sembra la classica frase di fine concerto, ma la sensazione reale è che per questi ragazzi sia ancora una fortissima emozione esibirsi su un palco, nonostante i quasi quindici anni di attività.

Non so dire se un concerto dei !!! possa effettivamente considerarsi meglio del sesso, ma posso assicurarvi che tutti quanti, all’uscita dal locale, una sigaretta se la sono accesa.

(Edoardo Gandini)
Setlist:
1. Creamy
2. Get That
3. All My Heroes Are Weirdos
4. Byron
5. Except Death
6. Must Be The Moon
7. Jack Ruby
8. Jamie, My Intentions Are Bass
9. Myth Takes
10. Yadnus
11. Heart of Hearts
—bis—
12. Intensified

Live Report: Mark Lanegan @ Estragon, Bologna 24/03/12

Marzo 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che l’arrogante bottegaio degli Offlaga Disco Pax si sbagliasse è chiaro e palese, soprattutto ai quasi duemila paganti che ieri sera hanno preso d’assalto l’Estragon di Bologna per assistere al concerto-evento di Mark Lanegan e la sua band, tornato finalmente in Italia per la promozione del nuovo ed interessantissimo “Blues Funeral”.

Un sold out annunciato e raggiunto proprio sul finale; di quelli che ti fanno pensare di poter comprare il biglietto ai botteghini prima del concerto risparmiando la prevendita, ma che proprio nelle ultime ore si trasformano in una “triste” realtà. Riempie comunque di felicità vedere cosi tante persone ad una data italiana del buon Mark, uno dei più dotati e longevi artisti in circolazione, autore di splendidi capolavori passati troppo spesso sotto il silenzio dei media nostrani.
La sala inizia a riempirsi poco per volta, creando un flusso di coda continuo ma veloce che ci permette addirittura il lusso di andare per ben due volte in fondo alla fila per finire le birre e le sigarette iniziate per ingannare un’ipotetica attesa. Entriamo, quindi, agevolmente alle 21.30 durante il set del gruppo spalla, tali Creature with the Atom Band, impegnati nell’intrattenere un pubblico già discretamente numeroso con il loro rock che, ironia della sorte (?), mi ricorda moltissimo il sound degli Screaming Trees, il gruppo con cui Lanegan ha iniziato la sua lunga e poliedrica carriera.

Alle 22.20, dopo una snervante attesa, Mark Lanegan si fa strada sul palco, andando a posizionarsi al centro della sua band, aggrappato, come di consueto, all’asta del microfono. Qualche sguardo d’intesa ed è subito “The gravedigger’s song”, inquietante e cadenzato singolo tratto da “Blues Funereal”; in pochi istanti cala il silenzio tra il pubblico e tutta la sala si riempie della profonda e graffiante voce dell’artista, fino ad esplodere in un violento applauso alla chiusura del pezzo. Da qui in avanti inizia un saliscendi di emozioni che passa dalle soffuse melodie di “Resurrection song” alle ben più ritmate atmosfere della nuova “Grey goes black”, regalando inoltre qualche inestimabile chicca del calibro di “One way street”, in cui la cavernosa voce di Mark Lanegan riecheggia nei duemila stomaci presenti, trasformandosi in strozzate note che accompagnano l’artista nell’esecuzione del brano, quando con il viso contratto arriva al massimo della sua estensione (“Adesso arriva la parte alta” – dice un mio amico, non considerando che si tratta comunque del più basso punto di un’umana estensione vocale). Sul palco, ormai si sa bene, l’artista americano non offre plateali segni di vita, rimanendo ancorato nella sua posizione sopra accennata sia che si tratti di hard rock (ho il piacere e la fortuna di ricordarlo in una paio di concerti con i Queens of The Stone Age) che di rock blues leggero, come in questo caso; quello che colpisce, però, è la presenza scenica che emana: pur restando assolutamente immobile non si può che restare a guardare questo pallido figuro dai capelli rossi e dalla voce grave. Quando si dice classe.
L’esibizione continua per un’ora e mezza circa in cui la Mark Lanegan Band ripercorre quasi interamente l’ultimo lavoro discografico, con l’aggiunta di qualche, graditissimo, vecchio successo come “Crawlspace”, cover degli Screaming Trees appunto, o la strepitosa “Pendulum”, composta addirittura nel 1990, eseguita durante un encore che contava altri tre brani.

L’unica critica negativa che si può fare al set è, come spesso accade di questi tempi, la scarsa durata; si e no novanta minuti in cui, però, la band mette in fila ben ventuno canzoni, suonate tra l’altro in maniera impeccabile. Novanta minuti intensi in cui lasciarsi coccolare dalle sinuose melodie di una delle voci più intriganti del panorama rock-blues mondiale, in un’atmosfera talmente intima che vede Lanegan scendere dal palco a fine concerto per autografare magliette e dischi in vendita nello store ufficiale.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. The Gravedigger’s Song
2. Sleep With Me
3. Hit the City
4. Wedding Dress
5. One Way Street
6. Resurrection Song
7. Wish You Well
8. Grey Goes Black
9. Crawlspace (Screaming Trees cover)
10. Bleeding Muddy Water
11. Quiver Syndrome
12. One Hundred Days
13. Creeping Coastline of Lights
14. Riot in My House
15. Ode to Sad Disco
16. St. Louis Elegy
17. Tiny Grain of Truth
—Bis—
18. When Your Number Isn’t Up
19. Pendulum
20. Phantasmagoria Blues
21. Methamphetamine Blues

Live Report: Explosions In The Sky @ Estragon, Bologna 29/05/11

Maggio 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“…l’Italia è la terra dell’amore e della passione no? Quindi è con l’amore e la passione che suoneremo per voi questa sera… noi siamo esplosione nel cielo…”.

Le parole rapite e trepidanti di Munaf Rayani introducono l’arpeggio di “Yasmin the light” sul palco dell’Estragon di Bologna. E come sempre, la magia si compie. Non so bene come funziona: prima eri fuori, poi in un lampo ci sei dentro fino al collo. Gli occhi si chiudono, le chitarre iniziano a volteggiare e inizia una discesa, lenta ed inesorabile, verso le radici del suono. Il suono degli Explosions In The Sky, un flusso continuo che scivola dagli amplificatori e penetra nella testa attraverso le orecchie, il viso, i capelli, giù fino allo stomaco.

Un’ora e venti quasi in apnea, vissuta fino in fondo, respirata, goduta in ogni suo singolo momento sul palco tanto quanto in platea. “Last known surroundings”, “Catastrophe and the cure”, “The only moment we were alone”, “Postcard from 1952”, “Greet death”, “Your hand in mine”, “The birth and death of the day”, “Let me back in”. Suoni lenti, distorti, sussurrati, che deflagrano improvvisamente, si fanno prima cupi e poi incredibilmente solari. Senza mai dire una parola, senza staccare gli occhi dalla pedaliera in un ondeggiare costante quasi in balia del vento, un battito cardiaco che reclama vita (Chris Hrasky: batteria monumentale). Il “primo respiro dopo il coma”.

Gli Explosions In The Sky sono questo: un momento che ognuno dovrebbe ritagliarsi, almeno una volta nella vita. Per prenderci cura di noi stessi, per fare il punto della situazione, per spolverare qualche vecchio ricordo, o solamente lasciarsi andare completamente e vedere dove si arriva. Assaporare la libertà. “Take care, take care, take care”, mano nella mano, la nostra nella loro, dal sorgere del sole fino a vedere la giornata che muore. Un concerto da perdere la testa, dolce e aggressivo, innamorato e triste, da cui si riemerge storditi quando tutto finisce e la voce Nina Simone rompe il silenzio: gli Explosions hanno detto grazie e si sono guadagnati il backstage. C’è chi ne vuole ancora, ma la serata si chiude com’era iniziata, con le parole di Rayani: “Grazie, grazie davvero, ma questa è davvero la fine. Come l’ultima scena di un film, avete presente? The end. Siamo molto stanchi, abbiamo dato tutto e tornare sul palco beh, a cosa servirebbe? Non sarebbe certo la stessa cosa. Grazie a tutti, torneremo presto, ve lo prometto”.

Una persona. Un libro. Un film. Un colore. Un sapore. Un’idea. Un luogo. Un ricordo. Un amico. Un disco. A volte basta un suono, per ricordarsi cosa si ama.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Yasmine the light”

“Last known surroundings”

“Catastrophe and the cure”

“The only moment we were alone”

“Postcard from 1952”

“Greet death”

“Your hand in mine”

“The birth and death of the day”

“Let me back in”

Live Report: Bee Hive @ Estragon, Bologna 20/05/11

Maggio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Ritornano tutti prima o poi! Lo hanno fatto i Take That, i Litfiba, i Backstreet Boys e persino i Blue all’ultimo Euro Festival Anche la pantera nera Skin è tornata dai suoi Skunk Anansie. E in Italia? Dopo essere sopravvissuti all’addio di uno dei componenti dei Pooh e al divorzio dei Luna Pop, avevamo bisogno di qualcuno che riportasse una ventata di freschezza. Perché diciamocelo, la situazione in Italia è pesante! Ci vuole qualcosa per staccare la spina e per ridare un po’ di leggerezza. Sono andato a vedere i Bee Hive all’Estragon di Bologna. Ve li ricordate? Il famoso gruppo musicale, dei telefilm ispirati al cartone animato Kiss Me Licia. Direte voi: operazione amarcord! E invece no! Questa sera ho assistito a qualcosa d’incredibile. Un pubblico trasversale che si riuniva per celebrare uno dei gruppi musicali fenomeno degli anni ottanta. I Bee Hive riescono a fare impennare le vendite della parrucche, molti presenti avevano lunghe chiome viola come Satomi, ciuffi rossi come il mitico Mirko e caschetti neri in onore dell’assente Cristina D’Avena. I Bee Hive riescono a unire sotto lo stesso tetto orde di ragazzine come vent’anni fa, rockettari crudi e puri e radical chic della prima ora. Ebbene sì: i Bee Hive sono un fenomeno. “Maturati” molto bene e appesa la loro “parrucca” al chiodo si sono reinventati con un look più pulito e pop ma come un’anima rock. Mai avrei pensato che Pasquale Finicelli, alias Mirko e doppiato all’epoca da Enzo Draghi, sfoggiasse una voce così originale. E che dire del batterista e polistrumentista Manuel de Peppe “Matt” vero leader del gruppo. A lui va il merito di questa reunion. Stupisce Luciano De Marini “Paul” con il suo assolo di chitarra che fa infuocare i rockettari presenti. Il più acclamato è Sebastian Harrison, nella serie Satomi, arrivato direttamente da Malibù per questi concerti. Infine ci sono due new entry: il talentuoso Tony Amodio al basso e la vocalist Julce Giuliana Rescigno, che strega l’Estragon con i suoi duetti con Pasquale. Questi ragazzi hanno la fortuna di avere due nomi, quello reale e quello di fantasia. La loro carriera sembra così ripartire da quel binario che era il mondo dell’animazione e della celebrità televisiva per proseguire verso nuove strade. Dispiace se qualcuno arriccia il naso o li considera musica di serie B. Ma gli snob, si sa, di nascosto apprezzano questo genere. Sono riuscito ad avvicinarli durante le prove per fargli qualche domanda. La loro disponibilità e la loro educazione mi lascia di stucco. Quasi non ti viene neanche voglia di provocarli, in fondo sono stati “nostri amici” per metà degli anni ottanta, perché dovrei? Abbiamo parlato di musica, di progetti futuri e di voglia di fare. Hanno mille idee per la testa e credo sia giusto investire e tutelare un gruppo che non fa altro che generare solo bei momenti. Così sottolinea Tony Amodio: “Ci piace sapere che la gente esca con un sorriso e divertita”. Il concerto è stato un tripudio di hit di quegli anni. Sicuramente le più applaudite sono state “Freeway”, “Fire” e “Baby, I Love You”, ma anche le ballad più mielose come “Mio dolce amore” e “La poesia sei tu” venivano cantate dai capelloni con le magliette dei Ramones. Non ricordo tutte le canzoni dei Bee Hive ma alcune riaprivano dei ricordi ormai scomparsi nella mia mente. E se ci sono riusciti con me, figuriamoci con quella pazza sovrappeso che mi urlava di fianco e che mi ha schiacciato i piedi! Se riescono ancora in questo intento o sono dei bravissimi manipolatori delle emozioni o hanno ancora qualcosa da dire. Credo la seconda! Mi piacciono questi concerti e quel senso di appartenenza che si respira e, credetemi, nel momento storico che stiamo vivendo ne abbiamo veramente bisogno! Ah! I Bee Hive sono altissimi, dovevano stare gobbi per parlare dentro il mio cellulare!

(Gabriele De Risi)

Live Report: Mogwai @ Estragon, Bologna 09/03/11

Marzo 10th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I fan dei Mogwai sono come un fiume carsico. Non ne senti parlare, scorrono quasi interamente sottoterra per poi riemergere con forza in superficie, ma solamente in rigorose occasioni ben selezionate, vedi i live, quando ti accorgi che sono una quantità bella consistente. Che poi non tutti siano coscienti di che cosa sia un live dei Mogwai, questo è un altro paio di maniche: il pubblico dell’Estragon spazia dal feticcione ipercompetente in tenuta da scafato post rocker (maglia degli Slint e compagnia bella), al neofita che scalda l’attesa con chiacchiere da bar (della musica, non dello sport). Gli stessi che al banchetto del merchandising si fanno due risate perché, con le magliette, le felpe e quant’altro, si vendono per la modica cifra di due euro i tappi per le orecchie marcati Mogwai. Poco dopo le nove sale sul palco RM Hubbert, massiccio chitarrista acustico, sul cui sito ufficiale compare un’iniziativa quantomeno curiosa denominata “We play for food”. Bene: volete organizzare una serata con RM Hubbert? Niente di più facile. Vi basterà invitare in casa (o dove volete) un po’ di gente amante della musica, preparare la cena per tutti e il buon “Hubby” sarà lieto di suonare un set informale per chiunque sia così gentile da averlo come ospite. Un ragazzone così non si può che adorarlo al primo colpo. E a giudicare dalla stazza, deve averne fatte di date… Ad ogni modo, per quanto riguarda la serata con i Mogwai (che non credo l’abbiano convinto a suonare promettendogli una cena), “Hubby” si presenta sul palco accompagnato solamente da una chitarra acustica. Un set d’apertura completamente strumentale, di una mezz’oretta abbondante: fingerpicking di qualità, molto soft e delicato, ma purtroppo ignorato da buona parte della platea, troppo impegnata a fare altro e a farlo maleducatamente ad alta voce. A mettere tutti a tacere ci pensano i Mogwai, sul palco bolognese dieci minuti dopo le dieci. Il saluto è sempre lo stesso, “We are Mogwai from Glasgow”. Stuart Braithwaite appare visibilmente dimagrito, mentre Dominic Aitchison sfoggia un bel barbone quasi folk. L’attacco spetta a “White noise”, seguita dalla meravigliosa “Killing all the flies” e da “Death rays”. Lentamente l’Estragon si svuota di parole e si riempie di volume, di quel famoso muro sonoro denso e impenetrabile che ha reso celebre il quintetto scozzese. Benvenuti a un set dei Mogwai, dove l’unica cosa che conta è ciò che si sente. Benché l’Estragon non sia dotato di un’acustica delle migliori, il lavoro fatto in zona mixer dai tecnici dei Mogwai è come sempre ottimo. I primi tre pezzi servono per assestare il tiro, mentre “How to be a werewolf” (straordinariamente coinvolgente, accompagnata dal bel video ufficiale che scorre sul fondale) e “San Pedro”, iniziano a scardinare le difese uditive del pubblico. Pochissime parole come di consueto, solamente qualche “grazie” pronunciato da Stuart e niente di più. “I’m Jim Morrison” (leggermente riarrangiata) è accolta con lo stesso entusiasmo riservato ai pezzi dell’ultimo “Hardcore will never die, but you will”, segno che per quanto sulla via del cambiamento (pezzi più corti e nettamente più diretti), la fanbase dei Mogwai ha comunque apprezzato i due lavori più recenti del gruppo. Entusiasmo supportato da una resa live impeccabile, che trasforma anche un pezzo apparentemente innocuo come “White noise” in una cavalcata post rock notevolmente più massiccia che su disco.

Che i Mogwai fossero una live band però già si sapeva, non l’ho scoperto io e in ogni caso, non l’ho scoperto oggi. “New path to Helicon, pt.1” è un pezzo che merita un capitolo a parte. Dominic cede il basso a Stuart che si siede defilato in zona amplificatori. Parte in silenzio quello che a conti fatti è uno dei pezzi migliori dell’intera discografia. Pulita, incredibilmente travolgente, esaltante: la quintessenza dei Mogwai. Da qui in poi il set si mantiene su livelli ottimi, senza però eguagliare i picchi della prima parte. Spigolosa ad hoc “Rano pano”, accolta ovviamente come si compete a un singolo, più delicata invece “Friend of the night”, forse l’unico pezzo che perde qualcosina in versione live in quanto ad energia. Ad accompagnare la band, aggiungendo una chitarra in “You’re Lionel Richie”, sale poi sul palco Luke Sutherland, musicista e scrittore scozzese di chiare origini africane, già al lavoro con la band ai tempi di “Cody”. Una specie di sesto Mogwai se consideriamo che su “Hardcore will never die” suona e canta (ebbene si), in cinque pezzi su dieci. A questo punto Stuart ringrazia per la serata “amazing”, e introduce gli ultimi due pezzi in scaletta. “Hunted by a freak” è ormai un grande classico e si comporta da tale, mentre “Mexican Gran Prix” con Sutherland a dividersi le parti vocali con il solito Barry Burns, è la sorpresa più bella della serata (giustamente tenuta in caldo per il gran finale di prima parte), così grintosa da non far rimpiangere le vecchie chiusure alla “Batcat” e “We’re no here” tanto per intenderci. Piccola pausa per far riposare le orecchie e rientro quasi immediato con il divertissement elettronico vocoderizzato “George Square Thatcher death party” che riscalda l’ambiente prima del finale di “My father, my king”: una tirata elettrica unica di più di trenta minuti, quasi insostenibile a livello uditivo, post rock come raramente capita di sentire. Una maratona interminabile e forse per questo da considerarsi eroica, in primis per il pubblico visibilmente provato dell’Estragon. Caos a livelli audio improponibili: la cassa di destra cede dopo dieci minuti sotto i colpi della chitarra di Braithwait, un’accetta affilata. Uno dopo l’altro, i Mogwai lasciano il palco arrivati quasi a due ore di concerto, nel bel mezzo di una tempesta drone fatta di distorsioni lancinanti, lasciando al solo John Cummings il compito di tramortire definitivamente la platea bolognese arrivata al termine del set quasi completamente priva di udito. Una chiusura incredibile, ostica e senza ombra di dubbio, memorabile. Appuntamento dunque a Milano e poi chissà: andare ai live dei Mogwai ogni volta che se ne presenta l’occasione, è sempre un piacere. E dopo un concerto come questo è facile ricordarsi il perché.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“White noise”

“Killing all the flies”

“Death rays”

“How to be a werewolf”

“San Pedro”

“I’m Jim Morrison, I’m dead”

“New path to Helicon, pt.1”

“Rano Pano”

“Friend of the night”

“You’re Lionel Richie”

“Hunted by a freak”

“Mexican Gran Prix”

Encore

“George Square Thatcher death party”

“My father, my king”

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol