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Live Report: Pete Doherty (+ Jules Not Jude) @ Latte Più, Brescia 22/02/13

Ffebbraio 25th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Il ritardo accumulato ancora prima di cominciare è di quarantacinque minuti. La coda all’esterno del locale bresciano rumoreggia e si augura, da brava coda sotto la neve, che il gioco valga la candela. Ci sarà però da fare i conti con Pete Doherty, con la sua imprevedibilità, il suo carisma; la sua forza attrattiva a prescindere. Perché è di questo che si parla, di forza attrattiva. Non di musica ma di richiamo, di “icone” e perché no, anche di moda. Pete Doherty? Lo vado a vedere, si sa mai che ne combina una delle sue. Ho già il cappellino pronto. Ecco cosa pensa la coda, ecco come si presenta la serata. Una serata più simile ad un minifestival che ad un live tradizionale: sono infatti ben quattro le band chiamate ad aprire il set del menestrello inglese. Con ordine. Il primo a salire sul palco è Fabrizio Consoli; lui, la sua chitarra, e un’altra chitarra a supporto. Poco da dire, ed è meglio così: Fabrizio ammette fin da principio di essere al suo primo live, e si sente. C’è emozione, c’è tensione, ci deve essere comprensione. A seguire tocca poi ai nettamente più rodati Moscow Raid e al loro indie rock “proletario”: sound asciutto, riff tagliati e rimandi continui alla “madre Russia” e alla parte est di Berlino. Avremmo gradito che non si esprimessero simulando l’accento russo, questo sì, ma per il resto la performance è onesta e tanto basta.

La platea inizia quindi a smuoversi e si prepara ai Jules Not Jude, il nome più succulento in cartellone dopo quello del padrone della serata. I Jules sono una band che noi di Rockol stiamo seguendo da vicino da ormai parecchio tempo, in modo particolare attraverso The Observer, il nostro osservatorio sulla musica emergente e il loro live al Latte Più li conferma come una delle realtà più interessanti della scena indie italiana. Simone Ferrari, da bravo frontman, si prende la briga di sciogliere il rigor mortis di chi nelle prime file è ancora imballato dal freddo, mentre il resto del gruppo sfodera un sound ormai perfettamente collaudato. Una sensazione che saranno poi gli stessi Jules a confermarci una volta scesi dal palco. C’è il tempo infatti per una chiacchierata mentre la ribalta è presa da una giovane cantautrice francese di nome Melody Says (pochi pezzi, belle melodie, tanto fascino). A caldissimo è Andrea “Panfu” Buffoli, la new entry del gruppo, a raccontarci com’è andata: “E’ stata una cosa veloce; siamo saliti sul palco e via. Giusto così, doveva essere una cosa rapida, bella e intensa”. Una delle ultime del tour legato alla promozione del loro ultimo Ep (che abbiamo recensito per Rockol su The Observer)… “Ormai i pezzi dell’Ep filano lisci” ammette Simone. “Stasera abbiamo suonato anche un inedito, ‘Orphan’, che farà parte del prossimo disco. E’ l’unico pezzo del nuovo album, attualmente in fase di mixaggio, che abbiamo inserito in scaletta, e sul disco suonerà leggermente differente rispetto quanto sentito stasera. Nei prossimi live le cose potranno quindi avere un aspetto ulteriormente diverso”. Siamo dunque in piena fase “lavori in corso” in casa Jules. “La testa è tutta sul disco” prosegue Simone. “Il live attuale è in pratica un format che abbiamo messo appunto con il tempo e con molto lavoro. Oggi è perfettamente rodato: era questo a Salerno e lo è stato a Berlino. Ciò non toglie che si faccia comunque un po’ più fatica del solito a salire sul palco mentre sei contemporaneamente preso dalle registrazioni: è capitato spesso di lavorare in studio fino alle cinque di mattina e poi partire direttamente per fare qualche data in giro per l’Italia”. Per concludere l’estemporanea, e prepararci al main act della serata, riusciamo a strappare qualche informazione di prima mano sul nuovo disco. A confessarsi a Rockol è il batterista Daniel Pasotti: “Sul nuovo album non troverete i Jules Not Jude che potreste aspettarvi di sentire. Con ‘Tuesday’ è stato fatto un passo in avanti rispetto al disco precedente; il discorso si è fatto più rock, più alla ‘spacchiamo tutto’, tanto per capirci. Oggi lo ‘spacchiamo tutto’ è diventato ‘concentriamo tutto’. Se ‘Tuesday’ è stato lo sfogo (di un nuovo sound), il nuovo disco sarà anch’esso uno sfogo, ma controllato, cosciente”.

Dallo “sfogo cosciente” dei Jules al primo accordo di chitarra di Pete Doherty passano solamente pochi minuti. Ormai è mezzanotte e venti, ma l’ora ormai tarda pare non essere un problema on stage. Le sensazioni purtroppo non sono buone: Pete si presenta in tenuta classica con magliettina a righe e occhiaie ben pronunciate, accompagnato solamente dalla sua chitarra e da una violinista. Sembra leggermente ingrassato, parla a cenni e dà costantemente l’impressione di essere fuori dal mondo. I primi tre pezzi in scaletta vengono pescati direttamente dai repertori di Libertines e Babyshambles: “Don’t look back into the sun”, “At the flophouse” e “Beg, steal or borrow” sono il biglietto da visita di una serata ai limiti del disagio. Doherty non è quel gran chitarrista, se non fuma è sbronzo (o entrambe le cose) e ha la straordinaria capacità di non finire mai i pezzi: sono i pezzi che, arrivati ad un certo punto, si finiscono da soli. Su “For lovers” intervengono due ballerine classiche per imbastire un minimo di coreografia. Non capisco il nesso con tutto il resto, ma mi adeguo. Mi adeguo anche al fatto che il pubblico accorso a inneggiare a quello che a tutti gli effetti è da considerare un idolo, pare essere preda di una sorta di trance caciarona e iper entusiasta. Pete piace, Pete è amato. Pete è un simbolo. Pete va oltre il suo essere poco più che un intrattenitore da pub; è la trasgressione a renderlo un eletto. E la gente lo osserva curiosa e stupita, amandolo non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Un mistero che con pezzi come “Lost art of murder”, “Music when the lights go out”, “Down for the outing” e soprattutto l’acclamatissima “Last of the english roses”, non mi aiutano a comprendere. Partono reggiseni quando scatta lo stagediving; che poi è semplicemente lui che si lascia cadere sulle prime file, estasiate. Scene che si ripetono su “Can’t stand me now”, anche questa particolarmente ben accolta, su cui Pete recupera un cappello dalle prime file e lo indossa per qualche secondo. Basta e avanza. Doherty + cappello = visibilio. Lui passeggia, fuma, beve, ringrazia, accenna qualche accordo e porta avanti il set senza porsi troppe domande. “The ballad of Grimaldi” rinfranca chi è venuto per la musica, così come la conclusiva “Fuck forever”, forse il pezzo migliore della serata; il ritratto di ciò che Pete Doherty potrebbe essere, ma non è: uno che le canzoni, quando è lucido, le sa scrivere. Purtroppo a rendere le cose ulteriormente più difficoltose ci si mette anche l’orario: all’una, e con ancora un buon venticinque minuti di setlist da smaltire, nella “saletta” adiacente parte il dj set. Sul palco Doherty non se ne accorge neanche, ma la gente delle retrovie sì. In questo clima surreale. l’encore è riservato interamente a una cover di Sandie Shaw, “Always something there to remind me”, interrotta da un paio di invasioni di palco, che chiudono la serata senza aggiungere nulla a quanto fin qui detto.

Torniamo quindi al principio e alla coda infreddolita in attesa di entrare: il gioco, a conti fatti, è valso la candela? Per chi è venuto per vedere il fenomeno (non musicale) Pete Doherty, ad occhio la maggior parte dei presenti, direi assolutamente sì. Per tutti gli altri…

(Marco Jeannin)

SETLIST

Don’t look back into the sun” (The Libertines)

At the flophouse” (Babyshambles)

Beg, steal or borrow” (Babyshambles)

For lovers”

Lost art of murder” (Babyshambles)

Music when the lights go out” (The Libertines)

Down for the outing”

Last of the english roses”

Can’t stand me now” (The Libertines)

The ballad of Grimaldi”

Death on the stairs” (The Libertines)

What Katie did” (The Libertines)

Fuck forever” (Babyshambles)

Always something there to remind me” (cover di Sandie Shaw)

Live Report: Converge @ Latte Più, Brescia 11/06/11

Giugno 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Converge live: un’esperienza, un pugno in faccia, un’ora di violenza da assimilare lentamente e far decantare. Jacob Bannon si presenta sul palco del Latte Più intorno alle undici e trenta per l’unica data italiana della band di Salem: giacchetta “The north face” chiusa incredibilmente fino al collo (tatuatissimo), pantaloncini corti e adrenalina a livelli altissimi. Durante il soundcheck passeggia nervosamente lungo il palco del locale bresciano come un leone in gabbia. Poi, senza quasi preavviso, scatta la violenza: luci accese per tutto il set e fiato agli amplificatori. Venti pezzi in scaletta, contando i due al rientro. Metalcore grezzo, aggressivo, incredibilmente feroce. Un sound perfetto che entra nelle viscere e scuote le fondamenta: vedere i Converge suonare è impressionante. Newton e Ballou non stanno fermi un secondo, si dimenano continuamente lanciando imperterriti secchiate di sudore che vanno a benedire le prime file. Koller alla batteria pesta senza tregua e Bannon, beh, lui è il fuoriclasse, il leader carismatico, un Henry Rollins altrettanto furibondo ma molto più asciutto in quanto a muscoli, padre indiscusso di quel muro sonoro che dal lontano ’91 lede gentilmente i timpani di generazioni di giovanotti conquistati dalla furia omicida di questa band oggi seminale. Perché i Converge sono questo: la gente poga, si ammazza, volano scarpe e denti, e loro se ne stanno beati con gli occhi iniettati di sangue a deflorare basso e chitarra, abbaiando al microfono, dedicando pezzi tutt’altro che teneri addirittura alla persona amata (“On my shield”). Ci mancavano solo le dediche amorose dei Converge. Bannon ringrazia il foltissimo pubblico bresciano che, incassato il primo, tremendo blocco (“Concubine”, “Dark horse”, “Heartache” e “Hellbound”), è già in forte debito d’ossigeno. Il set, come già accennato, dura un’oretta circa. Giusto il tempo di presentare un ottimo mix di pezzi pescati sostanzialmente dagli ultimi quattro album – stupende “Worms will feed/Rats will feast”, “Damage”, “Cutter”, la titletrack dell’ultimo lavoro, “Axe to fall”, più “The high cost of playing God” da “When Forever Comes Crashing” del 1998 – e una gustosissima novità, “Runaway”, appena pubblicata su un sette pollici in comproprietà con i Dropdead, band hardcore punk di Providence, Rhode Island. Suonate le dodici e trenta (tabella di marcia imposta dall’incombere di un lungo viaggio notturno che da Brescia porterà la band in quel di Parigi) arrivano i saluti con “Eagles become vultures” e “The broken vow”. Due minuti di pausa e di nuovo sul palco (con Koller che aizza simpaticamente la platea suggerendo il classico “two more songs!”) per “Drop out” e “Last light” che chiudono definitivamente il set. Le luci si spengono, le orecchie ottengono una meritata tregua e chi vuole può avvicinarsi al palco per salutare la band che, come da tradizione, si ferma ad amplificatori spenti a stringere mani, elargire copiosamente abbracci e fare quattro chiacchiere con i fan più calorosi. Senza girarci intorno, i Converge visti a Brescia, guidati da un Bannon in formissima, hanno dimostrato per l’ennesima volta (non che ce ne fosse bisogno) di essere la band di riferimento in campo metalcore. Non per chissà quale motivo: semplicemente sono meglio di tutti gli altri. E dal vivo la differenza è ancora più lampante. Provare per credere.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Concubine”

“Dark horse”

“Heartache”

“Hellbound”

“Lonewolves”

“Runaway”

“Bitter and then some”

“The high cost of playing God”

“Reap what you sow”

“Cutter”

“Worms will feed/Rats will feast”

“On my shield”

“Axe to fall”

“Wishing well”

“Damage”

“First light”

“Eagles become vultures”

“The broken vow”

“Drop out”

“Last light”

Live Report: Meat Puppets @ Latte Più, Brescia 21/05/11

Maggio 24th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Data storica per Brescia: al Latte Più passano i Meat Puppets. Seguono alcune considerazioni preliminari, giusto per fare il punto della situazione. Il 24 marzo del 2006, Curt Kirkwood lancia un sondaggio sulla sua pagina myspace: “A qualcuno può interessare la reunion della formazione originale dei Meat Puppets?”. Piovono commenti a dirotto e la seconda reunion ufficiale nel giro di venticinque anni diventa realtà, sebbene solo per due terzi (niente Derrick Bostrom, sostituito provvisoriamente da Ted Marcus). I Meat Puppets, quelli di “Meat Puppets II”, “Up on the sun”, “Mirage” e via dicendo, esistono ancora. Quei Meat Puppets che piacevano tanto a Kurt Cobain, tanto da inserire ben tre pezzi (“Lake of fire”, “Plateau” e “Oh me”) nella scaletta dell’immenso “Unplugged” dei Nirvana. Nel 2011 i fratelli Kirkwood pubblicano un album di inediti intitolato “Lollipop”, tredicesimo in carriera, a quasi trent’anni di distanza dall’esordio eponimo. Trent’anni, in pratica una vita. Il set di Brescia è obiettivamente una data storica per la città, ma forse lo è più per me. Tanto importante da, non me ne vogliano, trascurare i Dandies quasi nella loro interezza. La domanda a questo punto nasce quasi spontanea: trent’anni, tredici album e due reunion sulle spalle. Che cosa resta dei Meat Puppets? Condivido le mie perplessità con una platea relativamente attempata. Spunta qualche chioma argentata e una discreta quantità di magliette griffate Sub Pop. Poco importa che i Meat Puppets non abbiano mai pubblicato con la Sub Pop (fondata nel 1986…). Quello che conta è lo spirito, il tentare di rievocare altri tempi che oramai non ci sono più. I tempi dell’indie, dell’hardcore, dei Minutemen e degli Hüsker Dü, quando ancora il grunge doveva nascere, crescere e morire.

Curt e Cris Kirkwood salgono sul palco intorno alla mezzanotte, accompagnati dal fido Shandon Sahm dietro ai tamburi. Il set dura la bellezza di un’ora e quaranta abbondante. Un set solido, aggressivo, meravigliosamente country, alternative, hardcore, a tratti lisergico e fondamentalmente un sacco divertente. Curt e Cris (il più sudato in assoluto) si divertono, si cercano e si trovano a meraviglia, lontani anni luce dal fare la figura dei bolliti in cerca di redenzione. In un susseguirsi di assoli sbilenchi e tirate di basso grondanti sudore a fiumi, arrivano in fila: “I’m a mindless idiot”, “Touchdown king”, le acclamatissime “Plateau” e “Up on the sun”, “Comin’ down”, “Sam”, “The monkey and the snake”, “Oh me”, “Backwater”, “Hot pink” (meravigliosa) e “Hey baby que paso”. Arrivati dove sono ora, i Meat Puppets se ne sbattono altamente della forma e badano ovviamente alla sostanza. Curt Kirkwood: “Abbiamo mai suonato a Brescia prima d’ora? Non ne ho davvero idea. I don’t care at all. Thank you very much”. “Lake of fire”, tirata all’inverosimile, è lanciata da una cover (accennata per scherzo da Curt e immediatamente ripresa da Cris) di “Sloop John B” dei Beach Boys, una combinazione letale ed esaltante. Doppio encore, con la strumentale “Seal whales” e “Lost” (quinto pezzo pescato da “Meat Puppets II”) messe sul piatto al primo rientro e la cover del classicone di Freddy Fender “Wasted days wasted nights” al secondo (cercato e voluto con insistenza dalla affettuosissima, anche se non troppo popolata, platea bresciana) e fine dei giochi.

Curt esce dal minuscolo backstage pochi minuti dopo la fine del set per firmare autografi e scattare qualche foto. Che cosa chiedere di più? I Meat Puppets sono vecchi, si vede ed è inutile negarlo, ma hanno dimostrato di meritare (e reggere) ancora un palco, e questa è stata in assoluto la conferma più importante. Non avranno più lo smalto dei primi tempi, ma poco importa: loro se la godono e fanno benissimo. Chi è venuto per sentire i tre pezzi grazie ai quali probabilmente raccolgono ancora gente ai concerti – perché la sensazione, alla fine della fiera, purtroppo è questa – ergo “Lake of fire”, “Plateau” e “Oh me”, è stato ampiamente accontentato. Per quanto mi riguarda lascio il Latte Più con una foto di me e Curt Kirkwood abbracciati, felici e coperti di sudore dopo un live che fino a ieri marciva nella lista dei desideri di una vita. Avevo quindici anni quando sono tornato a casa con “Meat Puppets II” nella borsa. Da allora non l’ho più mollato.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“I’m a mindless idiot”

“Touchdown king”

“Plateau”

“Up on the sun”

“Comin’ down”

“Sam”

“The monkey and the snake”

“Oh me”

“Backwater”

“Hot pink”

“Hey baby que paso”

“Sloop John b” (Beach Boys cover)

“Lake of fire”

Encore 1

“Seal whales”

“Lost”

Encore 2

“Wasted days wasted nights” (Freddy Fender cover)

Live Report: Marta sui Tubi @ Latte Più, Brescia 09/04/11

Aprile 12th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

A distanza di un annetto dall’ultimo passaggio dei Marta a Brescia, la band di Giovani Gulino torna a calcare il palco del Latte Più nuovamente con l’intento di “terronizzare” la platea lombarda, abbastanza almeno da non sentire la nostalgia della tanto amata Sicilia. Che poi Gulino viva a Milano e il nuovo disco dei Marta sui Tubi, “Carne con gli occhi”, sia stato concepito e registrato tra Pordenone e Reggio Emilia è un altro discorso: quello che conta è lo spirito. E lo spirito dei Marta arriva dal profondo sud, è innegabile. La data bresciana ha registrato una buona affluenza nonostante il caldo estivo da “sabato sera al lago”, segno che la voce si è sparsa e che la band di Marsala oramai ha ingranato, complice forse anche la pubblicità ottenuta dalla mancata partecipazione al festival di Sanremo a fianco di Anna Oxa, per quello che sarebbe stato un duetto quantomeno interessante. Latte Più tirato a lucido dunque, e set che prende il via poco prima della mezzanotte. La band si presenta con l’ormai consolidata formazione a cinque con Gulino alla voce (e che voce), Carmelo Pipitone e Ivan Paolini rispettivamente chitarra e batteria, Paolo Pischedda alle tastiere e la new entry Mattia Boschi al violoncello. Formazione a cinque che consente ai Marta di ottenere un sound molto più omogeneo e ricco rispetto al passato, ottimamente reso in veste live e molto efficace anche grazie al buon lavoro svolto al mixer. Hanno fatto una bella figura i pezzi presi dal nuovo album, in modo particolare la titletrack “Carne con gli occhi”, “Di vino”, “Basilisco” in apertura, il singolo “Cristiana” (secondo pezzo dell’encore accolto con una piccola ma significativa ovazione), e le folli “Muratury”, coadiuvata da un bel cartellone alzato on stage da Boschi con il coro finale in siculo scritto a chiare lettere per aiutare la platea “lumbarda” a cantare, e “Camerieri”. Due pezzi che rendono bene l’idea dell’atmosfera goliardica che la band sa creare dal vivo, uno spettacolo a metà strada tra la critica sociale/comizio (anti leghista) e il cabaret puro. Discorso che si ripete per “Le cose più belle son quelle che durano poco” che chiude la prima parte del set accompagnando la band nel backstage mentre le voci registrate del credito telefonico continuano a battibeccare on air, mandandosi a quel paese in una gag divertente stile “Aereo più pazzo del mondo”. Ottime anche “Cromatica” e “Coincidenze”, più riflessive e intense, e spazio poi al vecchio repertorio, quello più atteso dai fan della prima ora: “Cinestetica”, “L’abbandono” (“un pezzo vecchio, ma che suoniamo sempre con gran piacere…”), “La spesa”, “Arco e sandali” e “Vecchi difetti” tanto per citarne cinque andate clamorosamente a segno (anche perché già rodate). I Marta con il passare del tempo suonano sempre meglio (sono davvero degli ottimi musicisti, Pipitone e Paolini in testa), divertono, intrattengono e lo fanno in maniera assolutamente originale. Caratteristiche queste che fanno la differenza, tanto per non essere solamente “Carne con gli occhi” (modo di dire siciliano: essere “carne con gli occhi” significa, in sintesi, essere uno che si unisce alla massa). Brescia da par suo si è comportata bene, rimanendo però sempre un pelo freddina, con qualche coro sui pezzi più noti e poco altro. Del resto si sa, non è un’impresa facile terronizzare questi lombardi…

(Marco Jeannin)

Live Report: Verdena @ Latte Più, Brescia 12-13/03/11

Marzo 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nel 1997 avevamo tredici anni di meno. I Verdena erano una novità, in tour a Brescia per presentare alcuni pezzi incisi su demo e in procinto di esordire con l’eponimo “Verdena”. Roberta girava ancora con la tracolla zebrata del basso e le occhiaie di Luca e Alberto erano un po’ meno pronunciate di come lo sono adesso. Oggi i Verdena sono una band da sold out, che si tratti di Milano, Roma o Brescia. Doppia data al Latte Più, per un totale di circa milleseicento presenze chiamate a raccolta dallo strepitoso successo di “Wow”, un fenomeno che sta assumendo lentamente contorni nazional popolari, propagandosi a macchia d’olio in tutta la penisola. I live dei Verdena promettono fuoco e fiamme, con scalette che si aggirano intorno ai ventisei, ventisette pezzi manco stessimo parlando di Bruce Springsteen all’Olimpico di Torino. La sensazione? Quello di “Wow” è Il Tour dei Verdena, quello con “I” e “T” maiuscole. Si dirà: “I Verdena? Eh, io li ho sentiti ai tempi di Wow…”. Grandi attese dunque per il trio di Albino, fattosi quartetto con l’aggiunta di Omid Jazi giusto per dare corpo al sound e rendere giustizia a un album come “Wow”. Doppia data in quel di Brescia si diceva, e immancabile doppio sold out anche in terra “teoricamente” ostile (retaggio calcistico) ai bergamaschi, ma in realtà da sempre molto vicina ad Alberto e soci. Segue un breve resoconto di entrambe le serate, due date molto diverse sebbene accomunate dalla stessa location e da una platea tendenzialmente simile.

Sabato 12. Inizio concerto schedulato per le dieci e trenta. Poco prima delle undici attaccano i Torquemada a fare da spalla e i Verdena salgono sul palco verso mezzanotte, dopo un interminabile cambio palco. Di sabato si può parlare come di una di quelle serate in cui già alle prime battute ti rendi conto che c’è qualcosa che non gira. La prima ora di concerto è martoriata da una serie di problemi tecnici che rendono nervoso Alberto, notoriamente pignolo nel suo mestiere, rendendo disomogeneo il live. Un viavai quasi continuo di tecnici alle prese con un sound che non ha intenzione di ingranare: servono tre false partenze (accompagnate da altrettante occhiatacce di Alberto) prima di poter sentire “Nuova luce”. La band è nervosa, è chiaro, non soddisfatta della prestazione. La maggior parte della platea sembra però non preoccuparsi dei problemi on stage: la predisposizione è talmente buona che i Verdena potrebbero steccare tutta sera e probabilmente nessuno si metterebbe a fischiare. Una sensazione che la dice lunga sul credito che la band bergamasca ha accumulato con la pubblicazione di “Wow”. La seconda metà del concerto invece è di tutt’altra pasta. I problemi sembrano essersi risolti, e parte anche qualche sorriso. Molto bene dunque “Miglioramento”, “Le scarpe volanti” e “Ovunque”, accolta con un boato. Il sospetto che la platea bresciana si faccia prendere però solo dai Verdena prima maniera, quelli di “Verdena” e del “Suicidio del samurai”, è netto: i Verdena sono cresciuti, hanno tredici anni in più e cinque dischi sulle spalle, ma i presenti al Latte Più sono un po’ tutti fermi al 1997, e ci scommetto, avrebbero fatto carte false per sentire “Valvonauta”. Il set si chiude in crescendo con l’ottima “Isacco nucleare” e “Morbida”, prima di lasciare spazio all’encore dove va segnalata una spettacolare “Il gulliver”. Eccoli qui i Verdena di cui tanto si era sentito parlare: pesanti, affascinanti e letali. Finale con “Lei disse” e “12,5 mg” con il solo Luca rimasto sul palco. Una serata con più ombre che luci e condizionata pesantemente dai problemi tecnici. Verdena ridimensionati da una sufficienza piena guadagnata solo nel finale. Promosso invece a pieni voti Luca alla batteria: il suo personale show di smorfie evidentemente è una garanzia di qualità.

Domenica 13. Tutto un altro paio di maniche. Ad aprire ci pensano i piemotesi Fhu, una mezz’ora buona che si chiude intorno alle dieci e un quarto. Il set dei Verdena è anticipato alle dieci e quaranta (domenica è sempre domenica), per la durata oramai standard di quasi due ore. Nessun problema tecnico questa volta, e tanta, tanta qualità. La band gira, il suono arriva pulito e corposo e tutto va come dovrebbe: una bella differenza rispetto a sabato. Setlist che si fregia della presenza di pezzi come la meravigliosa “Nova”, “Logorrea” e in chiusura “Il caos strisciante”, ed encore in cui spicca la trionfante “Luna”, ai vertici del gradimento bresciano. Alberto chiacchiera e si diverte con le prime file: un’altra persona rispetto al giorno prima. Incazzatura nel dimenticatoio anche per Roberta e Omid, finalmente più presente e integrato a proprio agio on stage. Per quanto riguarda Luca, qui vanno solamente rinnovati i complimenti a un batterista di grandissimo livello. Accontentato anche chi chiedeva alla band “più linguaggio del corpo” sul palco, quella di domenica va registrata come una seconda data superiore alla prima in tutto, che ha regalato momenti altissimi nonostante il caldo torrido del locale bresciano. Peccato ancora per la platea, composta in parte da gente poco interessata alla musica (soprattutto ai pezzi più recenti), e più votata alla ricerca del pogo a tutti i costi: a questi signori si consiglia un bel greatest hits ad hoc da ascoltare in automobile.

In conclusione: due date, due concerti molto diversi. I Verdena visti a Brescia sono una band matura, al culmine del loro successo e vederli oggi vuol dire toccare con mano questo apice, goderseli al top. In una situazione del genere, il rischio di lasciarsi prende dall’entusiasmo è però fin troppo facile. Il trio bergamasco è sicuramente una delle migliori realtà italiane attualmente in circolazione, e “Wow” ha innegabilmente segnato un passo importante nella maturazione del gruppo. Il sabato del Latte Più ha però riportato sulla terra i Verdena dopo un’indigestione continua di elogi. E forse è stato un bene: da grande band si sono ripresi nel giro di ventiquattr’ore, regalandoci un set pressoché perfetto.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Sabato 12

Adoratorio”

Scegli me”

Per sbaglio”

Rossella Roll Over”

Il tramonto degli stupidi”

Non prendere l’acme, Eugenio”

Badea blues”

Nuova luce”

Lui gareggia”

Canos”

Spaceman”

Muori delay”

Il nulla di O.”

Castelli per aria”

Canzone ostinata”

Razzi arpia inferno e fiamme”

Miglioramento”

Le scarpe volanti”

Ovunque”

Loniterp”

Isacco nucleare”

Morbida”

Sorriso in spiaggia pt I e II”

Il gulliver”

Lei disse”

12,5 mg”

Domenica 13

Scegli me”

Per sbaglio”

Rossella roll over”

Nova”

Logorrea”

Badea blues”

Nuova luce”

Lui gareggia”

Canos”

Mi coltivo”

Muori delay”

Tu e me”

Letto di mosche”

Razzi arpia inferno e fiamme”

È solo lunedì”

Miglioramento”

Grattacielo”

Viba”

Loniterp”

Il caos strisciante”

Sorriso in spiaggia pt I e II”

Luna”

Non prendere l’acme, Eugenio”

Lei disse”

Live Report: Le Luci della Centrale Elettrica @ Latte Piu’, Brescia 14/01/11

Ggennaio 16th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Brescia il 14 gennaio è coperta di nebbia. Visibilità ridotta a pochi metri, temperatura vicino allo zero. Condizioni del campo da gioco decisamente sfavorevoli per la data di Vasco Brondi al Latte Più. Immagino poca gente appostata all’esterno del locale, solo qualche temerario pronto a sfidare il clima avverso. E invece al mio arrivo, un paio d’ore prima dell’inizio del set, con grande stupore noto che i temerari sono molti, moltissimi. La coda all’ingresso è importante, in barba alla nebbia densa che non accenna a diradarsi. Il set inizia poco prima della mezzanotte, rumori di traffico che introducono Le Luci della Centrale Elettrica sul palco mentre la gente si assesta nel caldo torrido del locale bresciano. “Cara catastrofe” e “Quando tornerai dall’estero”, sono i pezzi scelti come apertura, direttamente dall’ultimo “Per ora noi la chiameremo felicità”, uscito a novembre per La Tempesta. Il titolo dell’album è tratto da una frase di Leo Ferré, anarchico monegasco morto nel 1993, e sarà la voce di Ferré a fare da intermezzo tra un pezzo e l’altro per quasi tutta la setlist. Setlist che vede protagonisti ovviamente i pezzi dell’ultimo album tanto quanto le ballate dell’esordio “Canzoni da spiaggia deturpata”. Vasco Brondi è un ragazzo con qualcosa di valido da dire, e solo questo potrebbe essere un buon motivo per starlo a sentire. Ogni generazione ha il suo cantautore “fuori dai denti”, quello che riesce a dipingere lo stato d’animo di un momento senza scendere a compromessi con il mercato o il perbenismo del senso comune. Quello di questi “ca… di anni zero” si chiama Vasco Brondi, arriva da Ferrara e sembra che con le parole sputate sul microfono riesca a cogliere in pieno lo stato d’animo di chi questo momento lo sta vivendo da ragazzo, con quel briciolo di malinconia in più che trasforma il “pezzo” in una “ballata”, quasi in un inno. Ecco spiegato il pienone. La versione live delle Luci è aggressiva, molto più che su disco, si concede qualche tirata elettrica inedita accompagnata dall’immancabile (e imprescindibile) violino di Rodrigo D’Erasmo. Capita dunque di sentirsi davvero parte di “L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici” esattamente nel momento in cui a Mirafiori si sta votando per un referendum che deciderà del lavoro di migliaia di operai, e sentire densa la carica di verità che un pezzo come questo racchiude al suo interno. Ecco la forza di Vasco Brondi, il “nostro” Rino Gaetano che canta la “Lotta armata al bar” di ogni santo giorno. Qualche sprovveduto capitato per caso abbandona la platea, convinto che le immagini, le figure retoriche, le parole che arrivano dal palco siano solamente il vociare di un ragazzo sconnesso. Per tutti gli altri il set di Brescia è un momento lucido di intima condivisione. Il set dura il tempo necessario per non iniziare ad accusare il colpo, circa un’oretta. In altre parole lo stesso Brondi è cosciente del fatto che i suoi pezzi sono certo un concentrato di parole da assimilare con gusto ma ahimè, anche un po’ tutte della stessa pasta. Intonando “Bene” di De Gregori il commento è: “Questa è leggermente diversa dalle altre… lo so che le mie sono un po’ tutte uguali”. Parole sue. Le luci si alzano, il palco si svuota per qualche minuto. Al rientro i pezzi in lista sono tre: “Una guerra fredda”, “I nostri corpi celesti” e “Le ragazze Kamikaze”. Vasco ringrazia chi ha sfidato la nebbia per poterci essere, la gente ricambia perché finalmente c’è un “Vasco” dal cognome diverso da poter amare. Quando tutto sembra finito c’è ancora tempo per un nuovo rientro, in solitaria. Il pezzo è “Stagnola”, un pezzo che “non volevo fare perché di solito taglia le gambe a tutti definitivamente”, ma che rende l’idea del set di Brescia. Arrivato a “…chiudi lo scrigno dei tumori, e i tuoi 40 cuori…”, Vasco abbandona il microfono, si sporge in platea a canta ad alta voce accompagnato da tutti i presenti in sala che ripetono le parole fino a consumarle. Per molti questo è stato il primo concerto del 2011, e se il buongiorno si vede dal mattino, probabilmente è perché abbiamo trascorso una splendida notte di nebbia illuminata dalle luci di una centrale elettrica.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Cara catastrofe”

Quando tornerai dall’estero”

Piromani”

Per respingerti in mare”

L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici”

Fuochi artificiali”

Bene” (cover di Francesco De Gregori)

La lotta armata al bar”

Anidride carbonica”

Primo encore

Una guerra fredda”

I nostri corpi celesti”

Le ragazze Kamikaze”

Secondo encore

Stagnola”

Live Report: Il Teatro degli Orrori @ Latte Più, Brescia 03/12/2010

Dicembre 4th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

La serata è veramente da lupi:  vento e pioggia prima, ed una bufera di neve poi, rendono i giochi più complicati, ma il pubblico bresciano offre comunque un’ottima risposta, facendo trovare al gruppo un Latte + pieno e carico, pronto a ricevere lo schiaffo sonoro del Teatro Degli Orrori. Il gruppo, che già si esibì su questo palco lo scorso mese di febbraio, si presenta verso mezzanotte, preceduto dal grunge di una storica formazione locale come i Minio Indelebile. Il Teatro è giunto alle ultime date del più che lusinghiero tour di “A Sangue Freddo” ottimamente rodato, dove il singolo elemento della band riesce già dal primo pezzo a diventare, con gli altri, un’unica amalgama che si chiude in un pugno pronto a colpire in piena faccia la platea. Cosa che puntualmente accade con “E’ colpa mia”, la prima di una lunga scaletta che vede seguire a raffica “A sangue freddo” ,“In due”, “Vita mia”, “Dio Mio!” e “Padre Nostro”: una cinquina che lascia un segno rosso sulla guancia di ogni spettatore.
Il set vola via rapido ed aggressivo, personificato dal liricamente ringhiante frontman Pierpaolo Capovilla, che prende ogni pezzo, lo smonta, lo rimonta come vuole, alza i toni per poi sedarli: un vero leader, un vero attore che ha in mano il pubblico, modellandolo a suo piacimento, stimolandolo, criticandolo e percuotendolo verbalmente e non solo (famigerato è il bisogno di contatto fisico di cui Pierpaolo necessita per esternare tutta la sua classe furente). “Majakovskij” è un sunto eccelso della teatralità di Carmelo Bene a cui la vocalità del gruppo attinge a piene mani. “Carrarmatorock!”, non eseguita nella prima parte del tour, “Il Terzo Mondo”, “Compagna Teresa”,”Mai Dire Mai” e la meno violenta “La Canzone Di Tom” sono elettricità pura per la gente sotto il palco e la scossa la sentono davvero tutti. Poi c’è solo Ken Saro-Wiwa e la sua poesia: “Poeta nigeriano, impiccato il 10 novembre 1995 dal regime militare alleato USA perché  aveva denunciato la Shell che dal 1958 estrae petrolio nel territorio del delta del fiume Niger”.
E qui Capovilla ci ricorda che sul delta del Niger la fa da padrona la “nostra” ENI, inquinando e distruggendo come nessun altro.
Per Ken Saro viene recitata splendidamente la sua “La Vera Prigione” portando Pierpaolo Capovilla al limite delle lacrime da tanta intensità.
“Lezioni Di Musica”, anch’essa eseguita solo in questa seconda tranche del lungo tour del Teatro, chiude tutto questo turbinio d’emozioni e passione lasciando tutti stravolti e segnati, e in tutto questo c’è ben altro che semplici lezioni di musica.

(Alessandro Piva)

Live Report: Gaslight Anthem @ Festa Radio Onda d’Urto Brescia 18/08/10

Agosto 19th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Fino a poco più di un anno fa, manco si sapeva chi fossero i Gaslight Anthem. Avevano pubblicato il secondo disco, qualcuno ne aveva parlato, e finita lì. 18 mesi dopo ti ritrovi a fare centinaia di km nel bel mezzo delle tue ferie solo per vederli suonare, perché sono diventati una delle tue band preferite. E perché sono una delle band, anzi LA band, da vedere e ascoltare per chi ama il rock americano.

Non è la prima volta che i Gaslight arrivano in Italia: l’anno scorso sono passati al Rock In Idro, a inizio 2009 suonarono allo Zoe, amena discoteca della periferia milanese. Anche questa volta la scelta può sembrare strana: Brescia, poco dopo ferragosto. In realtà, mi spiegano quelli della casa discografica, la festa di Radio Onda D’Urto è probabilmente l’unico posto dove si può far suonare, in questo periodo dell’anno, una band americana che è di passaggio in Europa per i Festival inglesi.

L’atmosfera è quella da festa dell’Unità di 20 anni fa: stand, gente che gira beve mangia e se ne frega della musica. E un buon numero di persone in attesa del concerto, su una spianata all’aperto.  I Gaslight salgono sul palco, attaccano forte con “American slang”, la title-track dell’ultimo disco. E lì capisci che  i chilometri fatti sono serviti a qualcosa. Brian Fallon e soci hanno una carica, un’urgenza nel suonare e nel cantare le loro storie che ha pochi eguali, in questo momento tra le band “giovani”.

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La scaletta è costruita per alternare i brani dell’ultimo disco – più riflessivi, meno incazzati – alle cose della prima fase che sono un po’ più punkettone, di quel punk immerso nel rock americano epico e classico. Fallon lascia la chitarra ad un roadie in diversi momenti per concentrarsi sul cantato: la sua è una voce poco pulita, poco “bella” nel senso estetico puro, ma vera, che ha qualcosa da dire e ha la carica per farlo. “Mi ci sto abituando”, mi dirà dopo il concerto, gentile e quasi timido. Piccolino, esibisce le sue origini proletarie: ha la faccia e il taglio di capelli di un “blue collar”, se non fosse solo per quei tatuaggi che spuntano da sotto le maniche di una camicia a quadri arrotolata sugli avambracci. “Il nostro roadie è più bravo di tutti noi messi assieme, a suonare la chitarra. Un giorno l’ho sentito fare dei numeri durante le prove… Lui quasi si è scusato, ma poi siamo riusciti a convincerlo a riprendere e da lì a farlo suonare durante lo show”.

Quando la band attacca “The ‘59 sound” quasi ti aspetti che da un momento all’altro Bruce Springsteen salti fuori sul palco, come aveva fatto l’anno scorso in Inghilterra. Lui scherza sul conterraneo del New Jersey: quando qualcuno urla il nome dello stato, risponde: “Il nostro stato è carino, c’è l’oceano, ogni tanto il Boss viene a cena per il Ringraziamento… Ma siamo in Italia, per Dio!”. Però poi intanto lascia fuori dalla scaletta “Meet me by the river’s edge”, la canzone più springsteeniana di tutte, quella che nel ritornello fa “No surrender, my Bobby Jean”. Verso la fine, invece infila l’ormai solita cover dei Pearl Jam, “State of love and trust”, per un finale in crescendo che termina con un’altra canzone, “The backseat”, che racconta storie che si consumano sui sedili posteriori di una macchina, con un immaginario che parla da sé.

Chi non li ha visti a Brescia è giustificato, chi non li vedrà a Milano – torneranno ai primi di novembre, per una data che verrà annunciata nei prossimi giorni – non avrà scusanti. Il rock americano passa di qua.

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Live Report: Fatso Jetson @ Latte Più Brescia 08/04/10

Aprile 9th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Il tour italiano dei Fatso Jetson, storica band di desert rock, un po’ stoner, un po’ blues, è stato praticamente snobbato da tutti. Mi sono giunte voci di partecipazioni scarsissime alla data romana e un di un quasi “non pervenuti” a quella di Savignano sul Rubicone. Brescia ha fatto un po’ meglio, benché si trattasse di un anonimo giovedì sera estremamente primaverile. Presenti in platea una modesta quantità di affezionati venuti appositamente da fuori città per godere della band di Los Angeles, sufficienti a non mettere in imbarazzo i pochi immancabili nativi (alcuni però evidentemente di passaggio) e chi ha organizzato la data. E viene da dire buon per noi che c’eravamo, perché i quattro Fatso Jetson hanno messo in piedi un set di primissimo livello, sfoderando un sound potente e pieno come pochi. Eccolo allora il concerto che non ti aspetti, quello che meriterebbe ben altre platee per qualità ed intensità. I Fatso calcano le scene dal lontano 1994, alternando alla musica la gestione di un locale, il “Rhythm & Brews”, dove con pizze e compagnia bella i Nostri hanno di che sbarcare il lunario. Una band sui generis dunque, guidata dai due Lalli, Mario e Larry, osannati dai più accaldati come due star d’altri tempi. Questa è gente che ha suonato con Black Flag, Kyuss, Fu Manchu e Queen Of The Stone Age, e che all’alba del 2010 si ritrova ad esibirsi per uno sparuto gruppetto di irriducibili. Ma a quanto pare tanto basta a riempire d’entusiasmo il quattro sul palco: Mario ringrazia calorosamente per l’amore e l’affetto raccolto in questo mini tour italiano che la band aveva in mente da tanto tempo. Come un sogno che si realizza insomma, e a noi non resta che goderne. Un’ora di blues desertico contaminato dalle distorsioni stoner della chitarra di “Marione” Lalli accompagnata dal sax caustico di Vince Meghrouni. Un sound pieno, aggressivo e potente, riff pesanti e batteria di un altro livello pestata duro da Tony Tornay. Quattordici pezzi contando il rientro. Su tutti l’ottima “Orgy porgy”, e poi “Let go”, “Flames for all”, “Too many skulls”, “Rail job” e la conclusiva “Died in california” con cui la band prende congedo nel (piccolo) tripudio generale. Bel concerto insomma, inconcepibilmente passato in sordina. Va bene che il genere non è dei più attuali, ma come si dice, l’ottima musica non passa mai di moda. E questi suonano veramente da Dio.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Here lies…”
“Jet black”
“Archaic volumes”
“Itchy brother”
“Magma”
“Rail job”
“Orgy porgy”
“Let go”
“Flames for all”
“Play dead”
“Bronto”
“Bored Stiff”
“Too many skulls”

“Died in California”

Live Report: Il Teatro degli Orrori @ Latte Più Brescia 19/02/10

Ffebbraio 22nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Nel bel mezzo di un tour che sta toccando l’Italia intera, in contemporanea con il festival di Sanremo e con tutto quello che passa la televisione, Pierpaolo Capovilla si prepara al set del Latte Più (colmo di gente) passeggiando tra il pubblico, ascoltando i bresciani Marydolls, gente pronta a fare il salto e spiccare il volo. Capovilla ha quel “profilo della persona perbene” che lui stesso canta in “Io ti aspetto”. Quello che invece non ti aspetti e vederlo fare stage diving a ripetizione quando sul palco sale il Teatro, quando l’energia si moltiplica e le casse iniziano a pompare senza risparmiarsi. Nelle due ore di un set del Teatro si vive e si muore, si esulta e ci si lascia prendere dalle parole e da quei testi che ci hanno fatto innamorare… a sangue freddo. La nuova line-up che vede Favero fuori dai giochi (se non altro dal vivo) e dentro Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Tommaso Mantelli (Captain Mantell) sembra funzionare davvero alla grande, sembra quasi dare più risalto ai cambi di tempo tipici del gruppo. Poco importa poi che il microfono ceda sotto i colpi di chi ne vuole ancora e si aggrappa fisicamente alla band, non contano i fischi degli amplificatori provati allo stremo. E’ il bello della diretta, il bello dei concerti senza tregua. Capovilla e il Teatro, Capovilla che fa teatro e intrattiene, parla senza filtro e si abbandona al potere del palco, al sudore della gente. Passano i pezzi di “A sangue freddo”: “Io ti sapetto”, “Due”, “A sangue freddo”, “Majakovskij”, “Mai dire mai”, “Direzioni diverse”, “Alt”. Menzione speciale per la bellissima “Die Zeit”, un piccolo capolavoro che si rivela ogni volta in modo diverso, così come “Il terzo mondo” e “Padre nostro”. C’è spazio anche per la storia, per “La canzone di Tom”, “Il turbamento della gelosia”, “Vita mia”, “Compagna Teresa”, “Dio mio”. Il fischio che persiste in testa lascia spazio al silenzio quando tutto finisce. La band saluta, si fa abbracciare, si concede fino all’ultimo, a testimonianza che un concerto rock è più di semplice musica: è l’occasione per un incontro tangibile fuori dal “mondo della tv”, è cultura, è sfogo e collera, passione estrema. Resta poco da dire quando la voce viene a mancare dopo aver buttato fuori rabbia ed amore in modo così intenso nell’arco di pochi minuti. E’ questo il potere del Teatro, lasciarti senza altro da dire: “Angusto sarebbe il cielo, per potermi contenere…”

(Marco Jeannin)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol