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Live Report: Locanda delle Fate @ Teatro Alfieri, Asti 04/02/12

Ffebbraio 6th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività.

Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, iniziò a produrre musica di alto livello, al pari di altri gruppi dell’epoca. L’avventura si concretizzò con un Lp “Forse le lucciole non si amano più”, che ottenne un buon successo. Disco che ancora oggi è un vero e proprio “cult” tra i fan del prog giapponese. Quando stanno per finire gli anni ’70, il genere va in crisi e così anche le Fate, decidono di percorrere altre strade, non necessariamente legate alla musica. Tutto rimane in naftalina fino al 2010, quando i ragazzacci si ridestano e tornano con un trionfale concerto in occasione di Asti Musica.

Da quel momento, riparte la storia della band, che diventa protagonista in varie session live, prendendo parte a festival prog. L’appetito, vien mangiando, e così arriva anche il nuovo disco, il secondo della loro storia, “The missing fireflies”.

Proprio per presentare questo lavoro, composto da pezzi storici mai incisi e da un “bootleg” di ottima qualità, registrato in occasione di un concerto, la Locanda ha organizzato lo scorso 4 febbraio un live presso il Teatro Alfieri di Asti.

La sala è gremita, con un pubblico eterogeneo, fatto di tanti storici fan e da nuove generazioni, che hanno scoperto la forza del gruppo. La location regala un valore aggiunto ad un’esibizione di ottima qualità.

Leonardo Sasso alla voce, Luciano Boero al basso, Max Brignolo alla chitarra, Oscar Mazzoglio e Maurizio Muha alle tastiere e Giorgio Gardino alla batteria, hanno dato fondo a tutte le loro energie e gli applausi si sono sprecati.

La scaletta, dopo l’intro, “A volte un istante di quiete”, prosegue con il loro singolo più celebre: “Forse le lucciole non si amano più”. Il suono è tosto e pieno, ottimo il mixaggio. Leonardo Sasso, dopo un po’ di rodaggio si scalda e l’esibizione entra nel vivo. Via via vengono snocciolati i brani, intervallati dalle parole di presentazione di quanto stanno proponendo. Ci vuole circa un’ora per arrivare a “Crescendo”, primo estratto del nuovo disco. Il pezzo è tosto. Sebbene abbia 30 anni, graffia e convince, così come piace tutta la setlist che segue.

Da segnalare “Homo Homini Lupus”, altra chicca della Locanda, il cui testo è scritto in latino. Sasso, con la sua grande presenza scenica, si presenta con una maschera da Lucifero, quasi a spiegare cosa vogliano dire le parole che sta interpretando.

Siamo agli sgoccioli del concerto, ma c’è ancora lo spazio per altre soprese. Innanzi tutto arriva un “R.I.P”, che la band dedica al Banco del Mutuo Soccorso e a tutto il movimento prog italiano. Poi, per il bis arriva il brano che la Locanda ha inciso per l’allora “major” Polydor: il medley “New York-Nove Lune”. L’ultimo regalo è l’ennesima poesia di Alberto Gaviglio, “Vendesi Saggezza”. Il pubblico torna a casa entusiasta, le “fate” si preparano per un volo transcontinentale. Saranno a Tokyo con il loro prog, insieme ai Pooh e alla Formula Tre, giusto per testimoniare come nella terra dei samurai, Italians do it better.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

A volte un istante di quiete

Forse le lucciole non si amano più

Profumo di colla bianca

La fine

Sogno di Estunno

Crescendo

Sequenza circolare/La giostra

Cercando un nuovo confine

Non chiudere a chiave le stelle

Homo homini lupus

R.I.P.

New York/Nove lune

Vendesi saggezza

Live Report: Duran Duran @ Altitude Festival, Klosters (Svi) 21/01/12

Ggennaio 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa di paese, a pochi passi da Davos, paradiso degli economisti amanti dello sci.
Klosters non è certo una metropoli, semmai un paesino di montagna, posto a 1.200 metri sul livello del mare e completamente sepolto da una coltre nevosa spessa più di un metro. Nel corso del week end del 21 e 22 gennaio, si è tenuto, per l’appunto, l’Altitude Festival, che presentava come “headliner” i Duran Duran. Nella “line up” solo tre concerti e tutti pomeridiani. Primi a suonare i francesi Elona Kane, poi gli svizzeri Pegasus e per finire Simon e compagni.
Il palco era allestito in un tendone, in tutto simile a quelli che ospitano le sagre delle Pro loco e le fiere, con tanto di cucina che emanava odore di frittura e formaggio fuso, dove ad occhio la capienza sarà stata di 2 o 3 mila persone.
Chiaro che in un posto del genere, bello paesaggisticamente, suggestivo per chi vuole fare cose fuori dal normale, non sarebbe stato possibile assistere ad  un concerto dei Duran, “normale”.
Dal punto di vista tecnico la produzione era comprensibilmente limitata: niente scenografia, qualche luce (per la verità ben dosata), un buon impianto di amplificazione e mixer. Nulla di eclatante, visto che lo spettatore più lontano si ritrovava a 20 metri dal palco. Il pubblico era composto da una “ricca” rappresentanza di borghesi inglesi, giunti in zona per il campionato di “Snow polo”, qualche fan dei Duran e per il resto dalla gente del luogo, con una larga percentuale di bambini, increduli di poter assistere ad un evento del genere. Che ci fosse gente poco avvezza ai concerti rock lo si è capito anche dalla security, molto più impegnata a distribuire tappi per le orecchie, che a garantire l’ordine pubblico.
Dicevamo di un concerto “sui generis” che non ha deluso, anzi. La scaletta era composta da 14 brani, molti dei quali erano della vecchia produzione duraniana.
Si parte subito con “Planet Earth”, che per i non addetti è il singolo di debutto della band, per poi passare allo “spionaggio” di “A view to a Kill”, colonna sonora dell’omonimo film di 007. Quindi si arriva ai giorni nostri con “All you need is now”, singolo dell’ultimo e omonimo disco, inciso nel 2011. Il concerto prosegue con un nuovo tuffo nel passato e l’immortale “Reflex”, per poi tornare all’attuale “Safe”. Di seguito in rapida sequenza “Come undone” (dal “The Wedding Album”), “Girl Panic” (ultimo singolo estratto da “All you need is now”), “Is There Something I Should Know?” e “Girls on film” (entrambi estratti dall’album di esordio “Duran Duran”. Is there, in realtà è stato inserito in occasione della ristampa del disco).
Il gran finale prende corpo partendo da “Ordinary World” (“The wedding album”), per poi passare a “Hungry like the wolf” (“Rio”) e “(Reach Up For The) Sunrise” (da “Astronaut”), prima di intonare “Wild Boys” (“Arena”, in un medley con “Relax” dei Frankie goes to Hollywood).
Per il rientro Simon e soci hanno proposto “Rio”, tratto dall’omonimo album, per una chiusura in stile.
Insomma, una setlist studiata più per coloro che conoscono poco dei Duran, che per i fans, che forse avrebbero preferito altre chicche: poco male, per loro è rimasta l’esperienza di aver visto un concerto in montagna, piacevole, rilassato e a pochi passi dai favolosi quattro di Birmingham, che si sono adattati perfettamente all’atmosfera festaiola dell’Altitude e hanno salutato i presenti con una battuta di John Taylor: «Thank you for the cheese and goodnight» (e supponiamo che il cheese non fosse affatto il sorriso dei presenti).
(Vincenzo Nicolello)

Live Report: Cristina Donà @ Teatro Martinitt, Milano 17/01/12

Ggennaio 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di Cristina Donà. Eppure, nonostante numerosi concerti in giro per l’Italia, quello del 17 gennaio era il primo appuntamento milanese. Appuntamento evidentemente molto atteso dal pubblico che ha gremito il Teatro Martinitt, nonostante il freddo e la nebbia di questi giorni.

Il concerto inizia ripescando ne “La quinta stagione” ed è quasi una dichiarazione di intenti di quanto ci aspetta nel corso della serata: il rock graffiante di “Niente di particolare” e la ballata di “Universo”. Grande impatto di suoni ed eleganza, da sempre gli ingredienti principali della musica di Cristina Donà.

Dopo un breve tuffo nel passato con “L’aridità dell’aria” e “Goccia”, un piccolo gioiello nascosto della musica pop italiana, si arriva nel cuore del concerto dove sono i brani di “Torno a casa a piedi” a fare la voce del padrone.

E’ qui che Cristina Donà mostra compiutamente la sua grande vocazione pop , quello con la “P” maiuscola. “Miracoli”, in una versione scanzonata e divertente, “Più forte del fuoco”, cantata sottovoce dal pubblico quasi per non disturbare la splendida voce della Donà e l’ironia di “Giapponese”: tutte canzoni che ricordano piccoli cortometraggi, affreschi di vita quotidiana raccontati, e soprattutto interpretati, mai banalmente.

Cristina si diverte e fa divertire. Il suo modo di fare sul palco, sempre in bilico tra timidezza e ironia, trasmette autenticità e sincerità, sia quando racconta piccoli aneddoti, sia quando scherza con i suoi musicisti. La formazione è snella, ma di qualità: Piero Monterisi alla batteria, Emanuele Brignola al basso, Saverio Lanza (produttore, tra l’altro, dell’ultimo disco) a chitarre, tastiere e cori.

Grandi musicisti, la cui tecnica non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del gusto e delle canzoni.

Inoltre, sarà per la loro disposizione non convenzionale (la batteria è di fianco alla Donà, ma di profilo sulla destra del palco), sarà che il teatro è uno spazio piccolo e raccolto, ma la sensazione con il passare dei minuti è di essere sul palco con Cristina e la sua band. Quasi una sorta di saletta prove, ma ben rodata musicalmente.

I bis si aprono con una toccante “Settembre” riarrangiata per sole percussioni. Il finale, invece, è dedicato al crescendo irresistibile di “Invisibile”, per poi chiudersi con una travolgente “Triathlon”, dove il pubblico, finalmente, si alza dalle poltrone e inizia a ballare con la band.
In buona sostanza il concerto conferma per l’ennesima volta il talento di Cristina Donà e la magia che attraversa le sue canzoni e che negli ultimi tempi ha conquistato un po’ tutti, anche un certo Francesco De Gregori.

(Simone Bianchi)

SETLIST:

Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi)

Universo

L’aridità dell’aria

Stelle buone

Un esercito di alberi

Goccia

In un soffio

Giapponese (L’arte di arrivare a fine mese)

Miracoli

Più forte del fuoco

Torno a casa a piedi

The Truman Show

Tutti che sanno cosa dire

Settembre

Invisibile

Triathlon

Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11

Dicembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds & soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i dEUS stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want” (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds & soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The final blast”

“The architect”

“Costant now”

“Oh your God”

“Slow”

“Second nature”

“Instant street”

“If you get what you want”

“Dark set in”

“Magdalena”

“Ghost”

“Keep you close”

“Sister dew”

“Bad timing”

ENCORE

“The end of romance”

“Sun Ra”

“Fell of the floor, man”

“Hotellounge (Be the death of me)”

ENCORE 2

“Suds & Soda”

Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un concerto con aspettative basse è un’arma a doppio taglio. Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non ti aspetti.

Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni ‘90. Ma anche nel loro periodo d’oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte le diverse incarnazioni – la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso – e non ho mai visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine anni ‘90, il tour di “Ava Adore”, quando suonarono su un barcone attacato al molo – ma lì fece molto la scenografia.

Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come “Zeitgeist” – discutibile – e il progetto “Teagarden by kaleidoscope” che ha prodotto qualche buona canzone, ma insomma. Vedremo con “Oceania”. Riassumendo: il rischio era di trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il solo Billy Corgan attorniato da figuranti.
Invece.
L’arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti dell’Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello all’entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti contudenti. Bah.
Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode nell’inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano duro con una nuova canzone, “Quasar”. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma anche gli altri se la cavano bene.
Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal vecchio repertorio. Per dire: da “Siamese dreams” arrivano “Soma” e “Geek USA”. Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con “Muzzle”, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite benissimo.
Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo, gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni, ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione: pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente autocelebrativo – e questo fa loro grandissimo onore.
Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di queste lunghe jam: “Cherub rock”, seguita da “Tonight, tonight”. Poi “Zero” e “Bullet with butterfly wings” nei bis, tutte accolte da boati.
Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in un modo un po’ diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere – lo ripetiamo – è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni ‘90 che ad un palazzetto del 2011.
(Gianni Sibilla)
SETLIST:
Quasar
Panopticon
Starla
Geek U.S.A.
Muzzle
Lightning Strikes
Soma
Siva
Oceania
Frail and Bedazzled
Silverfuck
Pinwheels
Pale Horse
Thru the Eyes of Ruby
Cherub Rock
Tonight, Tonight
Encore:
For Martha
Zero
Bullet With Butterfly Wings

Live Report: Low @ Magazzini Generali, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tra gli Smashing Pumpkins al Forum di Assago e Noel Gallagher all’Alcatraz, i Low sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer e all’area del bar. E quando Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (voce e percussioni, che suona in piedi a centro palco) e il bassista Steve Garrington attaccano senza dire una parola due brani dal primo album di diciassette anni fa, “I could live in hope”, si capisce subito che è valsa la pena di essere venuti fin qui a vederli. L’incedere sepolcrale di “Lazy” e l’ondeggiante tessuto a maglie larghe di “Lullaby” fanno drizzare le antenne anche ai più scettici e disattenti, in un rispettoso e assorto silenzio che rende giustizia alle atmosfere sospese e al feeling  intenso che subito si sprigionano dal palco evocando gli aspri, rarefatti e gelidi paesaggi di Duluth, Minnesota da cui i tre provengono (il fantasma del conterraneo Bob Dylan, però, è lontano). Austeri e assorti, i Low usano bene i pochi arnesi a disposizione: le chitarre (due, non serve altro) da cui Sparhawk estrae liquidi arpeggi, vibrati, echi in delay e piccoli grumi di suoni distorti, una sezione ritmica all’osso e soprattutto  due voci nate per vivere in simbiosi: profonda e tenebrosa quella di Alan, limpida e maestosa quella di Mimi, che ammalia nei controcanti quanto nelle sortite soliste.
“Try to sleep”, il “singolo” dall’ultimo, eccellente album “C’mon” è, imprevedibilmente, l’unico pezzo zoppo della serata: la ninna nanna non ingrana, qualcosa non funziona anche a livello vocale, meglio passare oltre e farsi  catturare dagli  accordi younghiani  e il fragoroso fuzz bass di “Violent past” (Garrington vi ricorre spesso, nel corso dello show). Tra “You see everything” e “Witches”, altri piatti forti del disco nuovo, il pubblico riconosce e saluta con entusiasmo la minacciosa “Monkey”, uno dei due titoli che – ripreso da Robert Plant in studio e dal vivo con i Band Of Joy – ha traghettato il nome dei Low presso il pubblico mainstream del rock. E’ uno dei momenti forti di un concerto modellato sulla traccia melodica dell’ultimo album, resa tuttavia più scheletrica e spettrale dall’assenza delle sovraincisioni di studio. La desolata “Done” spettrale e scheletrica lo è di suo, mentre alla fine del  valzer di “On the edge of” Sparhawk si rivolge finalmente al pubblico con poche, sibilline parole (“Come state? Mi ricordo di ognuno di voi. Prima ancora che voi e io cominciassimo a parlare”).
Il termine “slowcore” non gli piace, ma in mancanza di espressioni migliori serve a descrivere il passo funereo di pezzi come “Majesty/Magic”, roba da hardcore fans. Con “Breaker” il ritmo aumenta e Sparhawk canta a pieni polmoni, mentre è logico che sia “Nothing but heart”, con la sua unica  frase ripetuta all’infinito, a chiudere la setlist con quel coinvolgente  crescendo che ne fa l’architrave di “C’mon”.
Sono battimani ad accogliere il primo bis, una delicata e quasi solare “Sunflower”, mentre il finale di “Laser beam”, con la voce potente e cristallina di Mimi di nuovo sugli scudi, ha la purezza e la solennità di un inno religioso o di un canto di montagna. Poco prima i Low hanno cantato dell’ “ultima tempesta di neve dell’anno”, e si capisce che la loro musica non potrebbe venire che da lì: dal Grande Nord americano battuto dal vento e dai ghiacci, dal suo senso di isolamento che ispira al trio una musica spaziosa, metafisica e trascendente. Appena terminata l’ora e mezza di esibizione, il pubblico corre numeroso al banchetto del merchandising a comprare cd e vinili (soprattutto vinili): indizio inconfutabile di uno show che ha lasciato il segno.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“Lazy”
“Lullaby”
“Try to sleep”
“Violent past”
“I see everything”
“Monkey”
“Witches”
“Especially me”
“Done”
“On the edge of”
“Murderer”
“Last snowstorm of the year”
“Majesty/Magic”
“Breaker”
“Nothing but heart”

Bis
“Sunflower”
“Laser beam”

Live Report: Paul McCartney @ Forum, Assago, 27/11/2011

Novembre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Quando mai ti ricapita di vedere un pezzo così importante di storia del rock?

Perché Paul McCartney mancava da 8 anni dall’Italia, e da molti di più da Milano. Così l’arrivo di quel che resta dei Beatles è stato un evento. Il secondo, in un anno: Ringo è passato quest’estate. Ma Paul è Paul.

L’ “On the run tour” sbarca a Milano dopo il debutto europeo della sera prima a Bologna. L’impatto con il Forum non è dei migliori: immerso nella nebbia della periferia milanese (magicamente scomparsa all’uscita), è facile perdersi persino nel parcheggio. Poi, una volta entrati, si viene accolti da musica improbabile: cover dei Beatles diffuse per ingannare l’attesa. Un po’ di cattivo gusto, diciamolo.

Poco dopo le nove, però, Macca sale sul palco e l’emozione del pubblico vola alle stelle in un nanosecondo.

Perché McCartney mette subito le cose in chiaro: arriva vestito con un completo nero e basso Höfner a tracolla, attacca “Hello goodbye”. Se non fosse per le rughe che gli segnano il volto, per l’improbabile colore rossiccio di capelli, si potrebbe quasi pensare ad un filmato d’epoca dei Beatles, reso a colori e proiettato su un megaschermo: lo sguardo è lo stesso di decenni fa. Hai immediatamente la sensazione di avere di fronte uno degli uomini più importanti non solo della storia della musica, ma della cultura popolare. Uno che in Italia non si fa vedere spesso: dettaglio che amplifica la sensazione.

E lui farà di tutto per tenerla viva per tutta la sera, quella sensazione, alternando molte canzoni dei Beatles, a numerose dei Wings. Ma la gente ha esattamente quello che vuole: i classici, cantati come Dio comanda. Perché a 69 anni suonati Macca dimostra una gran forma fisica, ed ha una band che sa il fatto suo. Lui, si alterna tra basso, chitarra elettrica ed  ukulele. Parla, e parecchio: accenna parole in italiano; sorride e fa smorfie, con il suo faccione rimandato dai megaschermi verticali a lato palco. Insomma, si diverte, e si vede.

Così gli perdoni tutto: persino qualche trovata trash, come i botti e i fuochi d’artficio su “Live and let die”, che per un attimo fanno pensare ad un concerto degli Ac/Dc (e che Macca liquida con una smorfia ironica mettendosi le dita nelle orecchie, come a dire “Che casino!”). Gli perdoni soprattutto il terribile megaschermo che incombe su un palco ampio e perfettamente costruito, se non fosse per quelle che immagini che accompagnano le canzoni. Immagini che ora sembrano dei brutti salvaschermi di Windows (galassie, foto che si animano), ora scivolano nell’inutile didascalia (aerei su “Jet”, autostrade e macchine su “Drive my car”, paesaggi su “The long and winding road”).

Ma le canzoni, il repertorio, la potenza dell’icona sono talmente forti che questi sono tutti dettagli secondari; è una festa, un jukebox collettivo: basterebbe il coro di “Hey jude” per giustificare la serata….

Immagine anteprima YouTube

Invece ci sono classici, qualche sorpresa dal repertorio, citazioni per gli amici scomparsi (“Something” per George, “Give peace a chance” messa in coda ad una strepitosa di “A day in the life”). C’è un concerto che nella seconda parte prende il volo per non fermarsi più, con i bis che sono una festa vera e propria. E c’è tanta emozione.

Perché lo spettacolo nello spettacolo è il pubblico: variegato, di ogni età. E felice, felice come una pasqua nelle quasi tre ore di concerto, non si può non guardarsi intorno e vedere i volti estasiati di chi ha atteso una vita per cantare a squarciagola quelle canzoni. Un pubblico che ha ottenuto esattamente quello che voleva, nel miglior modo possibile.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:

Hello, Goodbye
Junior’s Farm
All My Loving
Jet
Drive My Car
Sing the Changes
The Night Before
Let Me Roll It
Paperback Writer
The Long and Winding Road
Come and Get It
Nineteen Hundred and Eighty-Five
Maybe I’m Amazed
I’ve Just Seen a Face
I Will
Blackbird
Here Today
Dance Tonight
Mrs Vandebilt
Eleanor Rigby
Something
Band on the Run
Ob-La-Di, Ob-La-Da
Back in the U.S.S.R.
I’ve Got A Feeling
A Day in the Life / Give Peace A Chance
Let It Be
Live and Let Die
Hey Jude
Encore:
The Word/All You Need Is Love/She Loves You
Day Tripper
Get Back
Encore 2:
Yesterday
Helter Skelter
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End

Live Report: Lenny Kravitz @ Forum, Assago (Mi) 21/11/11

Novembre 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

E’ lunedì sera, fuori fa freddo e c’è la nebbia. Saranno stati in molti questa sera ad essersi chiesti se davvero ne sarebbe valsa la pena, spingersi fino alle porte di Milano per assistere allo spettacolo di quel ragazzone che ha fatto un nuovo disco e che ora è in giro per l’Europa per presentarlo. Tant’è. Poco ci manca a definire pieno il Mediolanum Forum di Assago, pronto ad accogliere Lenny Kravitz e il suo “Black & White America tour” che, eccezionalmente per le due tappe nel nostro Paese (quella di oggi a Milano e quella di ieri a Treviso), si tinge di verde bianco e rosso diventando “Black & White Italia”. A intorpidire gli animi – e non solo – del pubblico ancora infreddolito ci pensa l’eccellente rhythm and blues di Raphael Saadiq che si diverte con la sua band tanto che l’ampio spazio del Forum sembra trasformarsi per un attimo in un locale di musica dal vivo.

Un’ atmosfera decisamente diversa da quella che subito si crea con l’arrivo sul palco di Lenny, la rock star con la flemma misteriosa e finto-dimessa di chi indossa uno spesso cappello di lana e (il solito) paio di occhiali. Grossi, da sole, a specchio. Ma, a dimostrare che l’apparenza non è tutto, il nostro non perde troppo tempo e apre il concerto con “Come on get it”. Con il brano estratto dal suo ultimo lavoro in studio Lenny può facilmente dimostrare quanta dimestichezza lui abbia con la musica, con il rock e con la chitarra elettrica. Lui e il suo amico e braccio destro Craig Ross, che si presenta da solo, senza tante parole, ma con molti assoli che, accompagnati dalle vorticose e psichedeliche proiezioni alle spalle dei musicisti, preannunciano uno spettacolo dagli intenti tutt’altro che pacati.

E infatti subito la band attacca con un quartetto di grandi hit composto da “Always on the run”, “American woman”, “It ain’t over til it’s over” e una “Mr. cab driver” prolungata dagli esercizi di bravura dei tre fiati. Kravitz può facilmente tornare agli anni di “Mama said”, i primi ‘90, giocare con il passato dei tempi di “5″ – son già trascorsi 13 anni? – tornare al periodo rasta o funky. Si sta parlando della sua acconciatura perché in quanto ad attitudine Lenny è sempre uguale a se stesso: in bilico tra quel rock, soul e funky che hanno determinato la sua fortuna nonché la sua storia sin dalle origini, proprio quella che racconta con il brano “Black and white America”. Guardando lui e lo spettacolo che fa, un concetto appare evidente: consapevolezza. La piena coscienza delle proprie capacità e dei propri punti di forza porta l’artista a introdurre in scaletta brani come “Fields of joy” o “Fly away” e ad intonare strofe in falsetto con la stessa naturalezza con cui si mette in posa tra una canzone e l’altra, ostentando quel fare da modello tenebroso in attesa di essere immortalato dalle macchine fotografiche. Sguardo rivolto all’infinito (ma dove guarderà poi?), testa leggermente reclinata all’indietro e postura da divo. Esibizionismi a parte, solo con “Stand” si entra nel vivo dello spettacolo. Nonostante il singolo dal vivo riesca decisamente peggio che nella sua versione in studio, il pubblico lo aspettava da tempo e, contento comincia a scomporsi e sciogliersi un po’ di più seguendo la scia di uno di uno spettacolo che è come un diesel. Il brano è il giro di boa, in buona sostanza e, da ora in avanti, quell’energia rockeggiante rimasta un po’ troppo in sordina si fa decisamente sentire. L’onda verde del rock si innesca – che ironia – con il grande classico “Rock’n'roll is dead”, prosegue con “Rock star city life” e “Where are we running” per poi culminare nella potentissima “Are you gonna go my way”: senza dubbio il brano meglio riuscito di tutta la serata.

Dopo la pausa c’è il momento acustico: Lenny esegue per la prima volta dal vivo “Push”, il secondo singolo di “Black and white America” nuovo di pacca, e regala a seguire una piccola perla intonando una dolcissima “I belong to you” in versione unplugged. Il gran finale è tutto per “Let love rule” canzone che ben si presta ad essere prolungata abbastanza da poter scendere dal palco e salutare tutti i fan, quelli nel parterre e quelli sugli spalti. A destra e a sinistra, in prima fila e in fondo, Lenny ha proprio voglia di mostrare a tutti da vicino quanto è bello. Fa il giro completo del palazzetto dello sport e torna sul palco per il gran saluto finale. E allora, soddisfatto, finalmente sorride.

(Valeria Mazzucca)

Setlist:

Come on get it’

Always on the run’

American woman’

It ain’t over til it’s over’

Mr. cab driver’

Black and white America’

Fields of joy’

Stand by my woman’

Believe’

Stand’

Rock and roll is dead’

Rock star city life’

Where are we running’

Fly away’

Are you gonna go my way’

Encore:

Push’

I belong to you’

Lot love rule’

Live Report: Fleet Foxes @ Teatro Smeraldo, Milano 20/11/11

Novembre 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Al Teatro Smeraldo, ieri sera, è andato in scena un piccolo festival della musica (semi)acustica e dell’harmony singing, il canto armonico a più voci che – nel pop e nel rock- è una specialità in cui eccellono da sempre gli americani. Da Portland (dove vive oggi la californiana ventottenne Alela Diane) a Seattle, patria dei Fleet Foxes, pare questa una delle rotte preferite dai giovani musicisti del Nord Ovest statunitense che tengono d’occhio la tradizione.
La Diane, accompagnata dal marito Tom Bevitori e dal papà Tom Menig (con qualche comparsata delle Volpi, il batterista/arrangiatore/cantautore Joshua Tillman, il chitarrista babyface Skyler Skielset e l’hippy barbuto Christian Wargo) si è presentata in Europa e in Italia in formazione ridotta rispetto all’incarnazione elettrica da “full band” del terzo e più recente album prodotto da Scott Litt (a lungo sodale dei R.E.M.) : il set di nove canzoni, tutto sommato, ci ha guadagnato puntando molto sui delicati ed equilibratissimi intrecci vocali del trio che evocano antiche ballate appalachiane  e Alela ne è uscita fuori bene, come una specie di sintesi tra la Gillian Welch di oggi e le Michelle Shocked e Natalie Merchant dei tempi che furono (soprattutto in “The wind”, con “Long way down” uno dei pezzi migliori di un repertorio che necessita forse di un ulteriore salto di qualità per diventare davvero importante). Decisamente promossa, comunque, e meritevole di essere rivista fuori dalla posizione scomoda di opening act, con le luci accese a intermittenza per permettere ai ritardatari di prendere posto in attesa degli headliner della serata.

Attesissimi, perché in tre anni (era il 15 novembre del 2008 quando si esibirono ai Magazzini Generali di Milano) le aspettative e il passaparola sui Fleet Foxes sono cresciuti a dismisura, complice il sorprendente successo riscosso in Inghilterra prima ancora che in patria e la grande eco che sulla stampa specializzata italiana ha avuto il loro nuovo album “Helplessness blues”, gratificato in copertina da tutte le principali testate di settore. Davanti a un pubblico prevalentemente giovane e alternative-trendy, assorto, eccitato, e molto preparato sul repertorio, i sei di Seattle hanno sfoggiato una nuova e solida professionalità amplificata dall’ottima acustica dello Smeraldo: soprattutto nei celestiali impasti vocali pilotati dal frontman Robin Pecknold, timbro limpidissimo, camicione a quadri d’ordinanza e pochissime parole in direzione del pubblico (è timidezza, non arroganza).

I suoi compari non sono da meno, jolly intercambiabili capaci di riprodurre correttamente i raffinati arrangiamenti dei dischi passando con disinvoltura da uno strumento all’altro (soprattutto Morgan Henderson, minuto folletto con barbone e berretto di lana alle prese con violino, chitarra  acustica ed elettrica dodici corde, sax, flauto e contrabbasso a volte suonato con l’archetto). Mischiando la sequenza dei brani del primo e secondo album più un paio di selezioni dall’Ep di esordio “Sun Giant”, i Foxes sembrano intessere un’unica suite, un presepe di suoni incantati e luccicanti che evoca gli a cappella gregoriani degli Steeleye Span e proietta su scenari magici ed esoterici (gli stessi che compaiono sullo schermo alle loro spalle: montagne innevate, stelle luminose, simboli e figure geometriche) la vocalità solare dei Beach Boys e di Graham Nash (da solo e con Crosby, Stills & Young) in chiave più umbratile e intimista.

E’ il loro fascino e forse  anche il loro unico limite: sono neo hippie ma non improvvisatori né intrattenitori, e lo si capisce dalla concentrazione e le pause con cui si preparano tra un pezzo e l’altro. In “Mykonos” e “Lorelai” evocano paesaggi di fiaba (con sfumature dark, nel secondo caso), in “English house” addirittura reminiscenze di pop e doo wop anni Cinquanta mentre “Battery kinzie” è un salmo gioioso, “Bedouin dress” un folk un po’ gitano e “White winter hymnal” esattamente quel che promette il titolo, un inno laico alla stagione invernale che i ragazzi in platea e galleria non si fanno pregare per intonare. Introdotto da un giro di chitarra nello stile del compianto Bert Jansch, anche “Sim sala bim” si presta al battimani del pubblico, che si entusiasma per la radiosa melodia di “Your protector” (Simon & Garfunkel ne sarebbero andati fieri) e per il sogno ad occhi aperti di “Montezuma” (che inizia in trio, solo voci e chitarre) mentre il momento più “off” dell’esibizione (e della produzione discografica) è quella bizzarra coda di “An argument” in odor di free, con Henderson apparentemente lanciato all’inseguimento del fantasma di Archie Shepp.

E’ solo una breve parentesi, prima che il flusso armonico e delicato della loro musica ricominci a scorrere culminando nel finale galoppante di “Grown ocean”. In tutte le date europee la scaletta ha seguito un percorso sostanzialmente prestabilito, e dunque è una bella e inattesa sorpresa il primo bis, una cover di “These days” (Nico, via Jackson Browne) che Pecknold canta in duetto con Alela Diane lasciando a lei il presidio del registro più basso per sfoggiare il suo nitido falsetto. “Sun it rises” vede tornare in scena la band al completo per un folk rock marziale e molto psichedelico che spiana la strada a “Blue ridge mountains”, una delle più belle e riconoscibili melodie in repertorio mentre, a dispetto del titolo,  “Helplessness blues” è un finale “up” su note giubilanti accatastate nel finale cacofonico e liberatorio di uno show suadente e suggestivo  con l’unico difetto di essere forse  troppo ancorato a una partitura. Personalmente voto per più fuori programma alla “These days”, sognando di vederli un giorno ancora più liberi, più freak, più intrepidi e avventurosi.

(Alfredo Marziano)
Setlist:
“The Plains/Bitter dancer”
“Mykonos”
“English house”
“Battery kinzie”
“Bedouin dress”
“Sim sala bim”
“Your protector”
“White winter hymnal”
“Ragged wood”
“Montezuma”
“He doesn’t know why”
“Lorelai”
“The shrine/An argument”
“Blue spotted tail”
“Grown ocean”

Bis:
“These days” (Robin Pecknold e Alena Diane)
“Sun it rises”
“Blue ridge mountains”
“Helplessness blues”

Live Report: Incubus @ Forum, Assago (Mi) 15/11/11

Novembre 16th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Di questi tempi uscire da un concerto con il sorriso stampato sulle labbra e arrivare a casa con la stessa espressione, non è un’impresa facile. Stasera di sorrisi smaglianti ed occhi luccicanti ce ne saranno stati davvero parecchi, soprattutto sul volto delle ragazze presenti al live. In questo nebbioso inverno milanese è appena andata in scena la performance di uno dei gruppi più attesi di questa stagione, gli Incubus, il cui leader risponde al nome di Brandon Boyd. Forse ora avete capito il perché di cotanta gioia sui volti delle donzelle (e della sottoscritta). Ma Brandon non è solamente un bellissimo uomo, ha anche talento da vendere ed una voce che fa a dir poco venire i brividi. Ma andiamo con ordine. Il live inizia puntualissimo, a stemperare l’attesa ci sono i Fin, band alternative inglese, all’inizio quasi timida poi in notevole rialzo sonoro. Il pubblico, in attesa di Boyd e soci, chiacchiera, mangia un panino o sorseggia una birra tranquillamente, l’ambiente è pieno ma non all’inverosimile. A colpo d’occhio, si nota una forte maggioranza tra la folla di surfisti a riposo invernale e di snowboarder senza tavola, magari “parcheggiata” all’esterno. Camicie a scacchi come se piovesse e un tocco di glam, che non guasta mai. E’ giunta l’ora di vedere i nostri beniamini sul palco: il concerto si apre con “Megalomaniac”, ed è un boato generale. Si nota subito che la band è davvero in forma, i musicisti sono tutti carichi e Brandon doma il palco in maglietta bianca, giacca e jeans neri. Si capisce sin dall’inizio che sarà un live particolare: alle spalle degli Incubus si susseguiranno, nel corso della serata, tantissime video proiezioni artistiche: dalle foto, ai disegni animati, alle grafiche. Un live che rispecchia a pieno la passione per l’arte di Boyd è soci. Anche la copertina dell’ultimo “If not now when” è tratta da una mostra fotografica dell’artista e performer Petit.

Nel live si mescolano bene pezzi nuovi a brani del passato. “Promises promises” e la title track del disco sono le più apprezzate. Il concerto è molto intenso e Brandon si toglie la giacca. L’atmosfera diventa di fuoco alle prime note di “Anna Molly”. Boyd ringrazia mille volte il pubblico: “Grazie Milano”, e fa un inchino. Sono da togliere il fiato le immagini che lo immortalano, in primo piano, in bianco e nero sul mega-schermo alle spalle del gruppo. Incalza potente anche “In the company of wolves”, suonata alla perfezione. Momento romantico con due pezzi acustici: prima c’è “Defiance”, poi Brandon si siede accanto al chitarrista e intona la splendida “Love Hurts”, in cui passa il microfono al pubblico, che canta tutte le parole. C’è pure “Pardon me”, ed è qui che viene il bello: Brandon rimane a petto nudo, si scatena salta, balla, è davvero entusiasta. Tra le tante proiezioni, gli scratch di Chris Kilmore e la sua abilità ai piatti, nonché il suo braccialetto che riporta il titolo dell’ultima fatica in studio, le rullate di batteria del prode Jose Pasillas e le schitarrate del “ricciolone” Mike Einziger. Scariche di energia per “Dyg”, seguita a breve distanza da una intro/ breve jam session in cui Boyd suona le percussioni, ed inizia subito “Nice to know you”. Una pioggia di “Grazie mille” da Brandon e dalla band, il pubblico è in visibilio, inneggia al cantante ininterrottamente. Si scivola verso la fine con la celeberrima “Drive”, un coro unico, e con “Wish you were here”. Inchino di rito e sparizione tattica per riprendersi dalla fatica. Brandon non ha sbagliato una nota, ha un’intonazione incredibile e i suoi compagni non sono da meno in quanto a bravura. Gli Incubus tornano sul palco per altri due pezzi: “A certain shade of green” e la soave “Tomorrow’s food”, accompagnata da un video con un collage di immagini che ripercorrevano le fasi dell’esistenza per varie forme di vita, davvero poetico.

Il concerto è finito davvero. Brandon ringrazia di nuovo, lancia un asciugamano e scompare con gli altri membri della band. Chi si aspettava un concerto “hard” alla Incubus prima maniera, forse è rimasto un po’ deluso. Dalla mia, posso solo dire che la marea di sorrisi e di occhi brillanti c’era ed illuminava l’uscita del Forum.

(Rossella Romano)

Dal Vivo
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