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Live Report: Subsonica @ SO36, Berlino 19/03/12

Marzo 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Siamo a Kreuzberg, uno de quartieri più “underground” e vivi della città, nello storico locale SO36, dove negli anni ’80 le band punk – rock scatenavano i fan con le loro chitarre elettriche e le urla ribelli.

E’ il primo concerto dei Subsonica a Berlino. Sono qui con la versione europea dell’Istantanee Tour (partito due giorni fa da Bruxelles) , ideato per celebrare i 15 anni dall’uscita del loro primo omonimo disco del 1997. Il pubblico è caldo, l’atmosfera familiare.

“Come se” è la canzone di apertura e i Subsonica salgono sul palco (poco dopo l’orario stabilito) accolti da giovani per lo più italiani. Un po’ emozionati salutano i fan e dopo la seconda canzone, “Veleno”, quel palco e quella folla di gente diventano un tutt’uno. Si crea subito un’alchimia, un’empatia che lega indissolubilmente Samuel, C-Max, Boosta, Ninja e Bass Vicio a tutti i presenti con l’orgoglio (almeno per una sera) di essere italiani. Una leggera nostalgia di casa insomma, spazzata subito via dai suoni contagiosi e dinamici dei ragazzi di Torino.

“Aurora sogna”, “Depre”, un medley tratto da “Liberi tutti” e “Istrice” sono le canzoni che seguono e che contribuiscono a rafforzare l’impatto del gruppo piemontese sul pubblico giunto al SO36.

I Subsonica sono più scatenati che mai, seppur con l’eleganza che li contraddistingue: Samuel, ad esempio, intona le sue canzoni con un cappello Fedora dall’aria un po’ vintage. Seguono altre due canzoni tratte dal primo album come “Istantanee” ed “Onde quadre”, fino alla più recente “Benzina Ogoshi” tratta da “Eden”, il loro ultimo disco.

La decima canzone è “Disco Labirinto”, tratta da “Microchip emozionale”, il loro secondo e fortunatissimo album, e scritta in collaborazione con i Bluvertigo. Una sorta di esperimento musicale che le due band effettuarono nel lontano 1999 e che li rese “popolari” tra il giovane pubblico alternativo grazie al suo sound psycho-elettronico.

Il pogo è ormai iniziato da un pezzo e continua con i cambi di ritmo di “Nuvole rapide”, “Il Centro della fiamma” e la hit “Nuova ossessione” (dagli album “Amoretematico” e “L’eclissi”) fino a “Up patriots to arms”, rivisitazione della storica canzone di Franco Battiato, riletta con la collaborazione dello stesso artista siciliano per la versione Deluxe di “Eden”.

A quasi due ore dall’inizio del concerto nessuno è stanco, e quindi “Radioestensione” e la poetica “Tutti i miei sbagli” vengono accolte con grande fervore. Dopo “L’Angelo”, i ragazzi salutano affettuosamente i fan, sudati e non ancora pronti per la fine del concerto. Non manca il coro per incitare all’ultimo brano e i Subsonica regalano nuovamente al pubblico “Aurora sogna” e “Depre” e salutano così la città di Berlino e i suoi italiani, ripromettendosi di tornare presto.

Una serata che non si dimenticherà facilmente quella con i Subsonica, che ora proseguiranno per il loro tour europeo a Londra, Parigi, Barcellona e Madrid. In bocca al lupo e Auf Wiedersehen!

(Sara Zeverino)

Live Report: Elio e Le Storie Tese @ Conservatorio, Milano 09/03/12

Marzo 11th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Seconda serata consecutiva alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano e secondo sold out: percorso netto, non che ci fossero dubbi al proposito. Vuoi per la non eccessiva capienza dell’auditorium solitamente dedicato alla musica classica, vuoi perché i ragazzi suonano nella loro città, vuoi perché Elio e le Storie Tese sono una band che da molto tempo e strameritatamente ha un largo e fedele seguito. Un seguito transgenerazionale che, dai primi vagiti fino all’età della pensione, segue le loro sempre meritevoli peripezie musicali.

Impeccabili in abito da sera per un paio d’ore abbondanti hanno intrattenuto un pubblico disposto a seguire divertito ogni sorta di provocazione, intellettuale e non, lanciata da Elio, gran maestro cerimoniere. Perché – lo ricordo a favore di chi stesse leggendo queste righe non avendo mai avuto la fortuna di averli visti dal vivo…in tal caso, tra l’altro, sono invitati a coprire questa mancanza al più presto – ogni loro concerto è un riuscito incontro tra musica e cabaret, un trionfo di intelligenti trovate sposate a una tecnica musicale di prim’ordine.

Un segreto di Pulcinella, facile a dirsi un po’ meno a farsi. Così il tormentone che farà da filo conduttore a tutta la serata è quello del “ne facciamo ancora una e poi andiamo” e lì Elio torna sempre a parare dopo essersi lasciato andare alle considerazioni più stralunate e divertenti. Sul palco con lui la voce femminile Paola Folli che lo asseconda e accompagna dando maggiore profondità alle canzoni, il pirotecnico batterista Christian Mayer, l’immancabile Faso al basso, il virtuoso Cesareo alla chitarra, il “quiet one” Jantoman e Rocco Tanica alle tastiere. Un Rocco Tanica meno ciarliero del solito, anche se viene chiamato in causa in qualità di voce solista della anthem “Shpalman”, per l’occasione diventata “Shpalmer”, e nella esposizione della spiegazione di questa cosa chiamata internet di cui tutti parlano ma che, in realtà, pochi sanno di cosa si tratta che introduce la nuova “Enlarge your penis”, incidentalmente nome di tutto l’intero tour. Da non dimenticare la presenza dell’indefinibile – pagliaccio, architetto, agitatore culturale, showman, artista – Mangoni che si occupa della parte visual-recitativa dello spettacolo travestendosi alla bisogna da mago Merlino, peperone, lap dancer, ragno, agente segreto dell’est europeo e molto altro ancora. La commozione sale alta in sala quando viene salutato l’indimenticabile Feiez presente con l’assolo di sax in “T.V.U.M.D.B.”. Il coro del pubblico accompagna l’esecuzione di “Parco Sempione”, “l’unica nostra canzone” dice Elio “dedicata a Milano, la nostra città”. Personalmente mi ha piacevolmente colpito il brano dedicato agli Area “Come gli Area”. La canzone dei saluti e della buona notte è “Tapparella”, uno dei classici del repertorio degli Elii, con il catartico coro da stadio finale Forza Panino urlato ad libitum.

Insomma, una gran bella serata, un gran bel concerto. Bravo Elio, bravi tutti !!!

(Paolo Panzeri)

SETLIST

Cavo

In the stone

La vendetta del fantasma formaggino

Shpalman

Aborto

Cartoni animati giapponesi

Come gli Area

Enlarge your penis

Plafone

Abbecedario

Nudo e senza cacchio

Cateto

T.V.U.M.D.B.

Discomusic

Born to be Abramo

Parco Sempione

Pippero

Tapparella

Live Report: Wilco @ Alcatraz, Milano, 08/03/2012

Marzo 9th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“C’è qualcuno a cui non è piaciuto questo concertooooo?”, urla qualcuno fuori dall’Alcatraz, in mezzo alla folla che sciama dal locale. Ci si guarda intorno e si vede solo gente con sorrisi a 32 denti stampati sul volto. Parli con qualche amico e i commenti sono “Cazzo!”, “Che roba!”, “Madonna santa!”. Chi li aveva già visti, sapeva cosa aspettarsi, ma a concerti così belli non ci si abitua mai. Chi non aveva mai visto i Wilco in concerto ha avuto conferma di quello che gli amici gli avevano raccontato: sono una delle migliori band live in circolazione. Punto.

Jeff Tweedy & co. arrivano all’Alcatraz a due anni e mezzo dall’ultima apparizione a Milano, un concerto al Conservatorio che è conservato nella memoria di chi l’ha visto – come ogni apparizione della band. Sono lontani i tempi in cui i Wilco passavano quasi innosservati in città – come in un concerto ai tempi di “Yankee hotel foxtrot”, con i Magazzini Generali semideserti. Saranno pure “dad rock”, come dice qualcuno – e infatti il pubblico è prevalentemente di 30-40enni – ma la loro credibilità ora è enorme. Ciò nonostante, stranamente la data di Milano è andata sold-out solo in mattinata, a differenza di quella di Bologna di stasera, per cui i biglietti sono esauriti da tempo.

Sia quel che sia, il concerto dell’Alcatraz si preannuncia subito come molto diverso da quello del Conservatorio. La scelta della location chiama rock e sudore. E rock è, fin dalle prime note. I Wilco non aprono con la chilometrica e delicata “One sunday morning”, come spesso fanno (e come avevan fatto la sera prima a Zurigo) . No, aprono le danze con le chitarre elettriche, ed è subito il “Nels Cline show”, che esplode in “Art of almost” e dura per tutta la serata. Il Nels Cline Show ha il suo culmine nell’assolo sempre emozionate di “Impossible Germany”, piazzata a metà concerto e accolta da un boato ai primi accordi: ho sentite molte versioni di quella canzone e di quell’assolo (il più bello dell’ultimo decennio?). Ieri sera è stato, se possibile, ancora più memorabile del solito. Nels Cline ha tutto: la grazia, la potenza, la tecnica, il tocco magico,  la presenza scenica.

Ma è tutta la band a girare a mille: lo si capisce anche dalla canzone precedente a “Impossible Germany”, una strepitosa versione semi-acustica di “Spiders (kidsmoke)”, suonata in punta di chitarre, che trattiene la sua consueta forza per giocare sulle armonie, e partire in quarta solo nel finale. Onore al merito a Pat Sansone, che suona qualsiasi cosa: dalle tastiere alle chitarre alle maracas.

E poi c’è lui: Jeff Tweedy. Con un cappellaccio che gli dà un look alla Jack White, dice poche parole come suo solito, ma canta e dirige la banda con silenziosa autorevolezza. Ed è proprio nella compattezza data dal suo leader che i Wilco mostrano di essere una band enorme,  come quando ripetono 30 volte “Nothing” in “Misunderstood”… E c’è in generale un momento, mi fa notare un collega, in cui lo capisci ancora di più: i finali delle canzoni. Canzoni che partono piano, si aprono e diventano cavalcate elettriche con due, tre chitarre. E che poi finiscono di colpo, lasciando una potenza e un’elettricità sospesa nell’aria che si trasferisce sulla canzone successiva. E così via fino alla fine.

Si potrebbe citare una canzone sola, o tutte quante. Si potrebbe dire quali sono quelle che hanno lasciato più il segno, almeno su di me: “At least that’s what you said”, con il crescendo alla Neil Young. “Handshake drugs”. Il finale travolgente, con la riscoperta di “Red eyed and blue” e “I got you” (da “Being there”) e “Hoodoo voodoo”, ripescata dalla collaborazione con Billy Bragg dedicata alle canzoni di Woody Guthrie (che presto verrà ristampata dalla Nonesuch con un cd di outtakes). Un finale in cui la band sembra non volersene andare mai, impreziosito da una scenetta con un non meglio identificato figuro con baffoni a manubrio e torso nudo si aggira sul palco suonando un coperchio di pentola.

E magari ci si potrebbe pure lamentare delle canzoni che non han fatto (le mie tre mancanze: “One wing”, “I am trying to break your heart” e soprattutto “Via Chicago”). Si potrebbero dire tante cose, ma davvero è un caso in cui le parole servono poco: di serate magiche come queste se ne vedono poche.

Allora, diteci: c’è qualcuno a cui non piacciono i Wilco? Come si dice solitamente di un altro artista: il mondo degli appassionati di rock si divide tra chi ama i Wilco, e chi non li ha mai visti dal vivo.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:

Hell Is Chrome

Art Of Almost

I Might

Misunderstood

Bull Black Nova

At Least That’s What You Said

Spiders (Kidsmoke)

Impossible Germany

Born Alone

Laminated Cat

Open Mind

Hummingbird

Handshake Drugs

Box Full Of Letters

Capitol City

War On War

Dawned on Me

A Shot in the Arm

Encore:

Whole Love

I’m the Man Who Loves You

Jesus, Etc.

Theologians

Heavy Metal Drummer

Red-Eyed And Blue / I Got You (At The End Of The Century)

Outtasite (Outta Mind)

Hoodoo Voodoo

Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12

Ffebbraio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.

Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.

St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.

“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.

Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surgeon”

“Cheerleader”

“Chloe in the afternoon”

“Save me from what I want”

“Actor out of work”

“Dilettante”

“Black rainbow”

“Cruel”

“Champagne year”

“Neutered fruit”

“Strange mercy”

“Marrow”

“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)

“Northern lights”

“Year of the tiger”

Encore

“The party”

“Your lips are red”

Live Report: Maccabees @ Magazzini Generali, Milano 12/02/12

Ffebbraio 13th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Fa un freddo cane, le strade sono gelate nonostante il sale, e la domenica sera non è mai una collocazione fortunata per un concerto. Mettiamola così, almeno non nevica, e di questi tempi è già grasso che cola. Eppure… Eppure quella dei Maccabees a Milano è stata una data pressoché perfetta. Ottima gente, ottima band, ottima musica. Poco prima delle nove salgono sul palco i We Are Augustines, trio newyorkese dall’entusiasmo a dir poco contagioso. Se esistesse lo “stadium indie rock” come genere, loro ne sarebbero di certo i capi indiscussi. I pezzi proposti sono una manciata, ma bastano a conquistare la nutrita (e ben predisposta) platea meneghina, grazie anche ad una notevole quantità di cori, riffoni sanguigni e schitarrate ad libitum. Forse un pelo ripetitivi, questo va detto, ma direi comunque un’ottima apertura, quantomeno ideale per scaldare gli infreddoliti. Per chi li volesse rivedere a breve, Billy McCarthy e compagni saranno ospiti di Letterman il 24 febbraio. In bocca al lupo. Per quanto riguarda i Maccabees invece, c’è ben poco da fare gli auguri. La band inglese (in formazione classica a sei con voce, due chitarre, basso, batteria e tastiere), ha già ufficialmente fatto il botto, tanto in patria quanto oltre confine: il pubblico di Milano stupisce per competenza, coinvolgimento e attaccamento alla maglia, la platea le sa tutte e ha una gran voglia di farsi quattro salti. Lo spettacolo parte subito in quarta con l’ottima “Child”, introdotta manco a dirlo da “Given to the wild (intro)” che accoglie la band on stage. Vengono poi sparate a raffica “Feel to follow”, “Wall of arms” e una tiratissima “No kind words”, giusto per buttare le fondamenta del set.

I Maccabees sono in palla, il suono arriva pieno, quasi massiccio, e la voce di Orlando Weeks rasenta la perfezione in quanto a intonazione e interpretazione. Niente da dire, chapeau. Il motore così ben oliato e carico permette ai Nostri di mettere sul piatto una parte centrale ottimamente bilanciata e tecnicamente impeccabile, giocata sull’alternanza di momenti più soft e crescendo irresistibili (uno dei marchi di fabbrica della band albionica), trainati dai tre White, Hugo, Will e soprattutto Felix, questa sera particolarmente ispirati. Molto bene la bella “Glimmer”, già convincente su disco, strepitosa la combo “Went away” / “William Powers”. Dal palco arrivano poche parole, Weeks non è quel gran comunicatore, ma poco importa. Sono i pezzi a parlare per tutti, e tanto basta. “First love” riporta ai tempi di “Colour it in” e viene accolta con un significativo boato, giusto per sottolineare che buona parte dei presenti segue la band fin dagli inizi; idem dicasi per “X-ray”, una vera scheggia indie rock, affilata a dovere. “Can you give it” è lo spartiacque che introduce alla tripletta che chiude il set regolare, nel dettaglio “Forever I’ve known” (forse uno dei momenti migliori dell’intera discografia della band) e due tra i pezzi più attesi della serata, “Love you better”, amatissima opening track del fortunato “Wall of arms”, e il singolo tratto dal nuovo “Given to the wild”, “Pelican”, che scatena le danze dei Magazzini. Weeks ringrazia sinceramente colpito da cotanta risposta, e i sei guadagnano il backstage per pochi minuti. Il rientro quasi immediato conta tre pezzi, una “Unknow” penalizzata dalla ripartenza a freddo, ma comunque di grandissima qualità, seguita da una molto più convincente e spigliata “Precious time”, e da quello che a tutti gli effetti si candida come pezzo di chiusura per eccellenza da qui alla fine dei tempi per i Maccabees: “Grew up at midnight” è il finalone in crescendo, il commiato in pompa magna.

Arrivati a questo punto, resta poco da dire. I Maccabees hanno messo in piedi un set senza sbavature, a tratti travolgente come raramente capita di vedere. Poche chiacchiere: sanno suonare e lo fanno molto, molto bene. Sia ben chiaro, ci avevano già convinto su disco, ma vederli live ha rafforzato non di poco questa convinzione: sono davvero una delle band migliori in circolazione. E poco importa se per vederli in azione abbiamo dovuto sfidare un freddo impossibile. Vorrà dire che la prossima volta ci vestiremo più pesanti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Given to the wild (intro)”

“Child”

“Feel to follow”

“Wall of arms”

“No kind word”

“Glimmer”

“Went away”

“William Powers”

“First love”

“X Ray”

“Can you give it”

“Forever I’ve known”

“Love you better”

“Pelican”

“Unknow”

“Precious time”

“Grew up at midnight”

Live Report: Locanda delle Fate @ Teatro Alfieri, Asti 04/02/12

Ffebbraio 6th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività.

Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, iniziò a produrre musica di alto livello, al pari di altri gruppi dell’epoca. L’avventura si concretizzò con un Lp “Forse le lucciole non si amano più”, che ottenne un buon successo. Disco che ancora oggi è un vero e proprio “cult” tra i fan del prog giapponese. Quando stanno per finire gli anni ’70, il genere va in crisi e così anche le Fate, decidono di percorrere altre strade, non necessariamente legate alla musica. Tutto rimane in naftalina fino al 2010, quando i ragazzacci si ridestano e tornano con un trionfale concerto in occasione di Asti Musica.

Da quel momento, riparte la storia della band, che diventa protagonista in varie session live, prendendo parte a festival prog. L’appetito, vien mangiando, e così arriva anche il nuovo disco, il secondo della loro storia, “The missing fireflies”.

Proprio per presentare questo lavoro, composto da pezzi storici mai incisi e da un “bootleg” di ottima qualità, registrato in occasione di un concerto, la Locanda ha organizzato lo scorso 4 febbraio un live presso il Teatro Alfieri di Asti.

La sala è gremita, con un pubblico eterogeneo, fatto di tanti storici fan e da nuove generazioni, che hanno scoperto la forza del gruppo. La location regala un valore aggiunto ad un’esibizione di ottima qualità.

Leonardo Sasso alla voce, Luciano Boero al basso, Max Brignolo alla chitarra, Oscar Mazzoglio e Maurizio Muha alle tastiere e Giorgio Gardino alla batteria, hanno dato fondo a tutte le loro energie e gli applausi si sono sprecati.

La scaletta, dopo l’intro, “A volte un istante di quiete”, prosegue con il loro singolo più celebre: “Forse le lucciole non si amano più”. Il suono è tosto e pieno, ottimo il mixaggio. Leonardo Sasso, dopo un po’ di rodaggio si scalda e l’esibizione entra nel vivo. Via via vengono snocciolati i brani, intervallati dalle parole di presentazione di quanto stanno proponendo. Ci vuole circa un’ora per arrivare a “Crescendo”, primo estratto del nuovo disco. Il pezzo è tosto. Sebbene abbia 30 anni, graffia e convince, così come piace tutta la setlist che segue.

Da segnalare “Homo Homini Lupus”, altra chicca della Locanda, il cui testo è scritto in latino. Sasso, con la sua grande presenza scenica, si presenta con una maschera da Lucifero, quasi a spiegare cosa vogliano dire le parole che sta interpretando.

Siamo agli sgoccioli del concerto, ma c’è ancora lo spazio per altre soprese. Innanzi tutto arriva un “R.I.P”, che la band dedica al Banco del Mutuo Soccorso e a tutto il movimento prog italiano. Poi, per il bis arriva il brano che la Locanda ha inciso per l’allora “major” Polydor: il medley “New York-Nove Lune”. L’ultimo regalo è l’ennesima poesia di Alberto Gaviglio, “Vendesi Saggezza”. Il pubblico torna a casa entusiasta, le “fate” si preparano per un volo transcontinentale. Saranno a Tokyo con il loro prog, insieme ai Pooh e alla Formula Tre, giusto per testimoniare come nella terra dei samurai, Italians do it better.

(Vincenzo Nicolello)

Setlist:

A volte un istante di quiete

Forse le lucciole non si amano più

Profumo di colla bianca

La fine

Sogno di Estunno

Crescendo

Sequenza circolare/La giostra

Cercando un nuovo confine

Non chiudere a chiave le stelle

Homo homini lupus

R.I.P.

New York/Nove lune

Vendesi saggezza

Live Report: Duran Duran @ Altitude Festival, Klosters (Svi) 21/01/12

Ggennaio 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa di paese, a pochi passi da Davos, paradiso degli economisti amanti dello sci.
Klosters non è certo una metropoli, semmai un paesino di montagna, posto a 1.200 metri sul livello del mare e completamente sepolto da una coltre nevosa spessa più di un metro. Nel corso del week end del 21 e 22 gennaio, si è tenuto, per l’appunto, l’Altitude Festival, che presentava come “headliner” i Duran Duran. Nella “line up” solo tre concerti e tutti pomeridiani. Primi a suonare i francesi Elona Kane, poi gli svizzeri Pegasus e per finire Simon e compagni.
Il palco era allestito in un tendone, in tutto simile a quelli che ospitano le sagre delle Pro loco e le fiere, con tanto di cucina che emanava odore di frittura e formaggio fuso, dove ad occhio la capienza sarà stata di 2 o 3 mila persone.
Chiaro che in un posto del genere, bello paesaggisticamente, suggestivo per chi vuole fare cose fuori dal normale, non sarebbe stato possibile assistere ad  un concerto dei Duran, “normale”.
Dal punto di vista tecnico la produzione era comprensibilmente limitata: niente scenografia, qualche luce (per la verità ben dosata), un buon impianto di amplificazione e mixer. Nulla di eclatante, visto che lo spettatore più lontano si ritrovava a 20 metri dal palco. Il pubblico era composto da una “ricca” rappresentanza di borghesi inglesi, giunti in zona per il campionato di “Snow polo”, qualche fan dei Duran e per il resto dalla gente del luogo, con una larga percentuale di bambini, increduli di poter assistere ad un evento del genere. Che ci fosse gente poco avvezza ai concerti rock lo si è capito anche dalla security, molto più impegnata a distribuire tappi per le orecchie, che a garantire l’ordine pubblico.
Dicevamo di un concerto “sui generis” che non ha deluso, anzi. La scaletta era composta da 14 brani, molti dei quali erano della vecchia produzione duraniana.
Si parte subito con “Planet Earth”, che per i non addetti è il singolo di debutto della band, per poi passare allo “spionaggio” di “A view to a Kill”, colonna sonora dell’omonimo film di 007. Quindi si arriva ai giorni nostri con “All you need is now”, singolo dell’ultimo e omonimo disco, inciso nel 2011. Il concerto prosegue con un nuovo tuffo nel passato e l’immortale “Reflex”, per poi tornare all’attuale “Safe”. Di seguito in rapida sequenza “Come undone” (dal “The Wedding Album”), “Girl Panic” (ultimo singolo estratto da “All you need is now”), “Is There Something I Should Know?” e “Girls on film” (entrambi estratti dall’album di esordio “Duran Duran”. Is there, in realtà è stato inserito in occasione della ristampa del disco).
Il gran finale prende corpo partendo da “Ordinary World” (“The wedding album”), per poi passare a “Hungry like the wolf” (“Rio”) e “(Reach Up For The) Sunrise” (da “Astronaut”), prima di intonare “Wild Boys” (“Arena”, in un medley con “Relax” dei Frankie goes to Hollywood).
Per il rientro Simon e soci hanno proposto “Rio”, tratto dall’omonimo album, per una chiusura in stile.
Insomma, una setlist studiata più per coloro che conoscono poco dei Duran, che per i fans, che forse avrebbero preferito altre chicche: poco male, per loro è rimasta l’esperienza di aver visto un concerto in montagna, piacevole, rilassato e a pochi passi dai favolosi quattro di Birmingham, che si sono adattati perfettamente all’atmosfera festaiola dell’Altitude e hanno salutato i presenti con una battuta di John Taylor: «Thank you for the cheese and goodnight» (e supponiamo che il cheese non fosse affatto il sorriso dei presenti).
(Vincenzo Nicolello)

Live Report: Cristina Donà @ Teatro Martinitt, Milano 17/01/12

Ggennaio 20th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di Cristina Donà. Eppure, nonostante numerosi concerti in giro per l’Italia, quello del 17 gennaio era il primo appuntamento milanese. Appuntamento evidentemente molto atteso dal pubblico che ha gremito il Teatro Martinitt, nonostante il freddo e la nebbia di questi giorni.

Il concerto inizia ripescando ne “La quinta stagione” ed è quasi una dichiarazione di intenti di quanto ci aspetta nel corso della serata: il rock graffiante di “Niente di particolare” e la ballata di “Universo”. Grande impatto di suoni ed eleganza, da sempre gli ingredienti principali della musica di Cristina Donà.

Dopo un breve tuffo nel passato con “L’aridità dell’aria” e “Goccia”, un piccolo gioiello nascosto della musica pop italiana, si arriva nel cuore del concerto dove sono i brani di “Torno a casa a piedi” a fare la voce del padrone.

E’ qui che Cristina Donà mostra compiutamente la sua grande vocazione pop , quello con la “P” maiuscola. “Miracoli”, in una versione scanzonata e divertente, “Più forte del fuoco”, cantata sottovoce dal pubblico quasi per non disturbare la splendida voce della Donà e l’ironia di “Giapponese”: tutte canzoni che ricordano piccoli cortometraggi, affreschi di vita quotidiana raccontati, e soprattutto interpretati, mai banalmente.

Cristina si diverte e fa divertire. Il suo modo di fare sul palco, sempre in bilico tra timidezza e ironia, trasmette autenticità e sincerità, sia quando racconta piccoli aneddoti, sia quando scherza con i suoi musicisti. La formazione è snella, ma di qualità: Piero Monterisi alla batteria, Emanuele Brignola al basso, Saverio Lanza (produttore, tra l’altro, dell’ultimo disco) a chitarre, tastiere e cori.

Grandi musicisti, la cui tecnica non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del gusto e delle canzoni.

Inoltre, sarà per la loro disposizione non convenzionale (la batteria è di fianco alla Donà, ma di profilo sulla destra del palco), sarà che il teatro è uno spazio piccolo e raccolto, ma la sensazione con il passare dei minuti è di essere sul palco con Cristina e la sua band. Quasi una sorta di saletta prove, ma ben rodata musicalmente.

I bis si aprono con una toccante “Settembre” riarrangiata per sole percussioni. Il finale, invece, è dedicato al crescendo irresistibile di “Invisibile”, per poi chiudersi con una travolgente “Triathlon”, dove il pubblico, finalmente, si alza dalle poltrone e inizia a ballare con la band.
In buona sostanza il concerto conferma per l’ennesima volta il talento di Cristina Donà e la magia che attraversa le sue canzoni e che negli ultimi tempi ha conquistato un po’ tutti, anche un certo Francesco De Gregori.

(Simone Bianchi)

SETLIST:

Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi)

Universo

L’aridità dell’aria

Stelle buone

Un esercito di alberi

Goccia

In un soffio

Giapponese (L’arte di arrivare a fine mese)

Miracoli

Più forte del fuoco

Torno a casa a piedi

The Truman Show

Tutti che sanno cosa dire

Settembre

Invisibile

Triathlon

Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11

Dicembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds & soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i dEUS stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want” (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds & soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The final blast”

“The architect”

“Costant now”

“Oh your God”

“Slow”

“Second nature”

“Instant street”

“If you get what you want”

“Dark set in”

“Magdalena”

“Ghost”

“Keep you close”

“Sister dew”

“Bad timing”

ENCORE

“The end of romance”

“Sun Ra”

“Fell of the floor, man”

“Hotellounge (Be the death of me)”

ENCORE 2

“Suds & Soda”

Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un concerto con aspettative basse è un’arma a doppio taglio. Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non ti aspetti.

Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni ‘90. Ma anche nel loro periodo d’oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte le diverse incarnazioni – la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso – e non ho mai visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine anni ‘90, il tour di “Ava Adore”, quando suonarono su un barcone attacato al molo – ma lì fece molto la scenografia.

Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come “Zeitgeist” – discutibile – e il progetto “Teagarden by kaleidoscope” che ha prodotto qualche buona canzone, ma insomma. Vedremo con “Oceania”. Riassumendo: il rischio era di trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il solo Billy Corgan attorniato da figuranti.
Invece.
L’arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti dell’Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello all’entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti contudenti. Bah.
Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode nell’inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano duro con una nuova canzone, “Quasar”. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma anche gli altri se la cavano bene.
Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal vecchio repertorio. Per dire: da “Siamese dreams” arrivano “Soma” e “Geek USA”. Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con “Muzzle”, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite benissimo.
Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo, gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni, ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione: pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente autocelebrativo – e questo fa loro grandissimo onore.
Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di queste lunghe jam: “Cherub rock”, seguita da “Tonight, tonight”. Poi “Zero” e “Bullet with butterfly wings” nei bis, tutte accolte da boati.
Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in un modo un po’ diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere – lo ripetiamo – è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni ‘90 che ad un palazzetto del 2011.
(Gianni Sibilla)
SETLIST:
Quasar
Panopticon
Starla
Geek U.S.A.
Muzzle
Lightning Strikes
Soma
Siva
Oceania
Frail and Bedazzled
Silverfuck
Pinwheels
Pale Horse
Thru the Eyes of Ruby
Cherub Rock
Tonight, Tonight
Encore:
For Martha
Zero
Bullet With Butterfly Wings

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol