Un cielo stellato ha cancellato il nubifragio del pomeriggio, ieri sera a Verona. E piace immaginare che sia stata la brezza forte e gentile della musica di Leonard Cohen, in concerto all’Arena, a spazzar via nuvole e pioggia insieme a tanta muzak che ci gira intorno. Da più di quattro anni Cohen, 78 primavere portate con stilosissima nonchalance, “vive” in pubblico nel suo impeccabile completo gessato girando il mondo con un borsalino sul capo. Ed è tutto meno che un “lazy bastard”, un pigro bastardo come si definisce nei primi versi di “Old ideas”, l’ultimo disco che dà il titolo al suo tour 2012. Entra sul palco trotterellando, tiene la scena per tre ore e un quarto (con un piccolo intermezzo di quindici minuti) e ne esce danzando con la stessa grazia infinita delle sue leggendarie canzoni, vecchie e nuove, che il pubblico composito e molto numeroso dell’Arena, complice dalle primissime battute, conosce a memoria.
“Non so quando torneremo qui”, anticipa, “ma prometto che stasera daremo tutto quel che abbiamo”. Sarà così. Non ci sono sorprese, sappiamo a chi e a che cosa andiamo incontro: sublime poesia in musica, con una gravitas inusitata per la musica “pop” (fa venire i brividi, sentirlo snocciolare con serenità versi come “non ho futuro, so che i miei giorni sono contati”) ingentilita dai suoni di una band stellare e multinazionale mirabilmente orchestrata dal bassista Roscoe Beck e il suo basso “custom” a cinque corde. Altri completi scuri e altri borsalini, un prezioso meccanismo a orologeria, un intreccio di soavi voci inglesi e americane, un texano “maestro della chitarra baritono” e un tastierista statunitense di tratti e origini scandinave, un batterista messicano e un violinista moldavo più quel fuoriclasse straordinario che è lo spagnolo Javier Mas, il volto assorto e quasi sofferente mentre pizzica magicamente i suoi strumenti a corda, il laud e la bandurria. Cohen se li coccola, li presenta due volte al pubblico, si toglie il cappello in segno di rispetto davanti ai loro assoli e alle loro performance, spesso canta inginocchiato davanti al pubblico e davanti a loro. Mas, Larsen (con uno splendido Hammond che colora i suoni di anni Sessanta) e Alexander Bublitchi, il violinista zingaro che sostituisce in questo tour il sassofonista Dino Soldo, si prendono a turno il proscenio e robuste razioni di applausi, mentre le Webb Sisters aprono le danze di “Dance me to the end of love” facendo la ruota (e vengono poi ringraziate anche per i loro “acrobatics”). E’ subito una festa per gli occhi e per le orecchie: “Bird on a wire”, terzo pezzo in scaletta con un nitido assolo di chitarra elettrica, raccoglie il primo boato riconoscente e “Everybody knows”, subito dopo, i primi ritmici battimani del pubblico più tardi ripetuti per “In my secret life”.
E’ musica d’insieme e di solisti, e il capobanda lascia molto spazio ai suoi: con l’ipnotica introduzione di “Who by fire” comincia il festival flamenco di Javier Mas, mentre in “Amen” il chitarrista Mitch Watkins regala un delizioso fraseggio jazzy alla Wes Montgomery. Siamo dalle parti di un blues elettrico che poco prima, in “Darkness” (una delle quattro selezioni da “Old ideas”), si era colorato dei timbri di un’armonica suonata dal tour manager Mike Scoble. “Sisters of mercy” è un incanto, “Hey, that’s no way to say goodbye” (che all’inizio qualcuno scambia per “Suzanne”) è ricamata da un violino struggente mentre il gospel della recente “Come healing” vive sul contrasto tra le voci angeliche delle coriste e il timbro nero pece del canadese; poi tocca all’ipnotico ritmo elettronico di “Waiting for the miracle” e al salmo di “Anthem” condurre verso la breve pausa, non prima che Cohen insieme ai musicisti presenti l’intera crew.
Quando torna, ringrazia tutti di non essersene andati, e poi ancora i “music lovers” che sulla inarrivabile “Tower of song” applaudono un suo breve intervento alla tastiera e urlano la loro approvazione per l’uomo nato “col dono di una voce d’oro”. E’ un momento caldo ed emotivo del concerto: inforcati gli occhiali, Cohen introduce da solo alla chitarra “Suzanne” con una dedica “in memoria di Fabrizio” (De André). Tocca poi a “Hearts with no companion” alleggerire i toni col suo baldanzoso arrangiamento country&western, mentre tra i riff di violino e i ritmi a stantuffo di “Democracy” Leonard si mette ad armeggiare con lo scacciapensieri, “l’arpa degli ebrei”. Viene giù l’Arena per “The partisan”, Mas finalmente in piedi, Larsen alla fisarmonica e Beck al contrabbasso, prima che il frontman gentile lasci spazio alle sue backing vocalist introducendo con versi recitati “Coming back to you” (le eteree e impeccabili sorelle Webb, chitarra e arpa, la cantano accompagnate dal solo Beck) e l’intensa ballad “Alexandra leaving” di Sharon Robinson, che la vocalist, autrice e collaboratrice storica del canadese interpreta con encomiabile parsimonia e intensità (e senza quegli inutili gorgheggi che sono diventati insopportabile vezzo di molte cantanti di successo). Tocca a “I’m your man” e, finalmente, ad “Hallelujah”, la canzone simbolo che a Cohen venne “rubata” e poi restituita da Jeff Buckley (è un po’ la storia di “Respect”, di Otis Redding e di Aretha Franklin). Inutile aggiungere altro, se non che il set si chiude con il valzer di “Take this waltz” prima di tre generosi bis. “So long, Marianne” e “Famous blue raincoat” le cantano tutti (sommessamente, per non rompere l’incantesimo), mentre “First we take Manhattan” dà occasione a Leonard di accennare qualche altro passo di danza: uno dei temi conduttori della serata, come ribadisce l’inattesa cover di “Save the last dance for me”, struggente r&b firmato Pomus-Shuman che profuma di Drifters e primi anni Sessanta. Quando Leonard sussurra i versi “I tried to leave you” e “I hope you’re satisfied” con un ghigno complice e soddisfatto sappiamo che è finita, anche se ognuno ha ancora in testa almeno un’altra canzone che vorrebbe sentire. Per qualcuno è “Chelsea hotel # 2″, ma non importa. Nessuno si sente “ugly”, stasera, per Cohen siamo tutti “beatiful”. E tutti abbiamo avuto, abbiamo la Musica.
(Alfredo Marziano)
Setlist:
Primo set:
“Dance me to the end of love”
“The future”
“Bird on a wire”
“Everybody knows”
“Who by fire”
“Darkness”
“Sisters of mercy”
“Hey, that’s no way to say goodbye”
“Amen”
“Come healing”
“In my secret life”
“Going home”
“Waiting for the miracle”
“Anthem”
(intervallo)
Secondo set:
“Tower of song”
“Suzanne”
“Night comes on”
“Heart with no companion”
“The gypsy’s wife”
“The partisan”
“Democracy”
“Coming back to you”
“Alexandra leaving”
“I’m your man”
“Hallelujah”
“Take this waltz”
Primo encore:
“So long, Marianne”
“Firs we take Manhattan”
Secondo encore:
“Save the last dance for me”
“Famous blue raincoat”
Terzo encore:
“I tried to leave you”