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Live Report: XX @ Alcatraz, Milano 02/12/12

Dicembre 3rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il variopinto e rauco popolo dei bagarini ciondola nervoso fuori dall’Alcatraz, seguendo un ipnotico movimento a pendola tra le due corpose file che ospitano ancora un centinaio di persone. Dentro, le luci si sarebbero già dovute spegnere, ma i lavori per gestire il flusso in entrata non stanno evidentemente procedendo come sperato. Anche perché il pubblico è numeroso, i biglietti esauriti da tempo e quindi ai bagarini di cui sopra non rimane che raschiare l’ultimo po’ di voce rimasto e messo in pericolo dal primo vero freddo (quasi) invernale meneghino: “compro biglietti!”. E li comprerebbero volentieri, se solo ce ne fossero… anche perché a chi chiede informazioni sui costi di “rivendita” hanno il sangue freddo e il piglio crudele a sufficienza per poter rispondere con un “100 Euro”.

In uno dei pochi baluardi rimasti a salvaguardia della musica dal vivo a Milano va in scena quello che è uno degli eventi dell’autunno, l’unico concerto in terra italiana dei XX, band che ha fatto dell’abusato motto “less is more” il proprio mantra. Mandandolo a memoria per due dischi, con risultati in entrambi i casi piuttosto clamorosi. Così c’è tutta l’intellighenzia hipster-universitaria e una significativa partecipazione di forestieri giunti dalla terra d’Albione per scoprire come si può tradurre dal vivo il suono romanticamente algido degli XX.
La risposta è: non si può. Sul palco Romy Madley Croft (voce e chitarra), Oliver Sim (basso e voce) e Jamie Smith (tastiere, batterie e rumori simpatici) dimostrano abilità e competenza, ma c’è qualcosa che non torna. L’impressione è simile a quella di chi cerca di tramutare in una sontuosa graphic novel un foglio Excel: non ce la si può fare. Troppo rigida l’impostazione della musica degli XX, che funziona splendidamente in studio, ma a cui manca la capacità di acquisire una dimensione live davvero interessante. L’esibizione è comunque di qualità, questo non può essere messo in dubbio: i suoni, la performance pura e semplice, è inattaccabile… ma è anche inadatta. Il pubblico, visibilmente estatico, batte le mani e canta sui pezzi più celebri (su tutte vincono “Crystalised”, “VCR” e “Angels”, fastidio e circospezione di fronte a “Missing”), ma una sorta di interferenza sembra frapporsi continuamente tra la voglia di potenza live e di festa di chi si stringe sotto al palco (e dietro allo smartphone) e la musica, che rimane splendida ma glaciale.
Se esiste l’equivalente di un codec per convertire il piccolo mondo perfetto della musica in studio degli XX in un suono capace di guadagnare in profondità e partecipazione quando portato di fronte a un pubblico, il gruppo non sembra averlo ancora scoperto. Se, poi, l’impianto cede sul finale, costringendo il trio a ritirarsi per qualche minuto, per poi tornare e chiudere un po’ frettolosamente dopo solo un’ora di show… be’, diciamo che non aiuta.
(Mattia Ravanelli)

Live Report: Leonard Cohen @ Arena, Verona 24/09/12

Settembre 25th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Un cielo stellato ha cancellato il nubifragio del pomeriggio, ieri sera a Verona. E piace immaginare che sia stata la brezza forte e gentile della musica di Leonard Cohen, in concerto all’Arena, a spazzar via nuvole e pioggia insieme a tanta muzak che ci gira intorno. Da più di quattro anni Cohen, 78 primavere portate con stilosissima nonchalance, “vive” in pubblico nel suo impeccabile completo gessato girando il mondo con un borsalino sul capo. Ed è tutto meno che un “lazy bastard”, un pigro bastardo come si definisce nei primi versi di “Old ideas”, l’ultimo disco che dà il titolo al suo tour 2012. Entra sul palco trotterellando, tiene la scena per tre ore e un quarto (con un piccolo intermezzo di quindici minuti) e ne esce danzando con la stessa grazia infinita delle sue leggendarie canzoni, vecchie e nuove, che il pubblico composito e molto numeroso dell’Arena, complice dalle primissime battute, conosce a memoria.

“Non so quando torneremo qui”, anticipa, “ma prometto che stasera daremo tutto quel che abbiamo”. Sarà così. Non ci sono sorprese, sappiamo a chi e a che cosa andiamo incontro: sublime poesia in musica, con una gravitas inusitata per la musica “pop” (fa venire i brividi, sentirlo snocciolare con serenità versi come “non ho futuro, so che i miei giorni sono contati”) ingentilita dai suoni di una band stellare e multinazionale mirabilmente orchestrata dal bassista Roscoe Beck e il suo basso “custom” a cinque corde. Altri completi scuri e altri borsalini, un prezioso meccanismo a orologeria, un intreccio di soavi voci inglesi e americane, un texano “maestro della chitarra baritono” e un tastierista statunitense di tratti e origini scandinave, un batterista messicano e un violinista moldavo più quel fuoriclasse straordinario che è lo spagnolo Javier Mas, il volto assorto e quasi sofferente mentre pizzica magicamente i suoi strumenti a corda, il laud e la bandurria. Cohen se li coccola, li presenta due volte al pubblico, si toglie il cappello in segno di rispetto davanti ai loro assoli e alle loro performance, spesso canta inginocchiato davanti al pubblico e davanti a loro. Mas, Larsen (con uno splendido Hammond che colora i suoni di anni Sessanta) e Alexander Bublitchi, il violinista zingaro che sostituisce in questo tour il sassofonista Dino Soldo, si prendono a turno il proscenio e robuste razioni di applausi, mentre le Webb Sisters aprono le danze di “Dance me to the end of love” facendo la ruota (e vengono poi ringraziate anche per i loro “acrobatics”). E’ subito una festa per gli occhi e per le orecchie: “Bird on a wire”, terzo pezzo in scaletta con un nitido assolo di chitarra elettrica, raccoglie il primo boato riconoscente e “Everybody knows”, subito dopo, i primi ritmici battimani del pubblico più tardi ripetuti per “In my secret life”.

E’ musica d’insieme e di solisti, e il capobanda lascia molto spazio ai suoi: con l’ipnotica introduzione di “Who by fire” comincia il festival flamenco di Javier Mas, mentre in “Amen” il chitarrista Mitch Watkins regala un delizioso fraseggio jazzy alla Wes Montgomery. Siamo dalle parti di un blues elettrico che poco prima, in “Darkness” (una delle quattro selezioni da “Old ideas”), si era colorato dei timbri di un’armonica suonata dal tour manager Mike Scoble. “Sisters of mercy” è un incanto, “Hey, that’s no way to say goodbye” (che all’inizio qualcuno scambia per “Suzanne”) è ricamata da un violino struggente mentre il gospel della recente “Come healing” vive sul contrasto tra le voci angeliche delle coriste e il timbro nero pece del canadese; poi tocca all’ipnotico ritmo elettronico di “Waiting for the miracle” e al salmo di “Anthem” condurre verso la breve pausa, non prima che Cohen insieme ai musicisti presenti l’intera crew.

Quando torna, ringrazia tutti di non essersene andati, e poi ancora i “music lovers” che sulla inarrivabile “Tower of song” applaudono un suo breve intervento alla tastiera e urlano la loro approvazione per l’uomo nato “col dono di una voce d’oro”. E’ un momento caldo ed emotivo del concerto: inforcati gli occhiali, Cohen introduce da solo alla chitarra “Suzanne” con una dedica “in memoria di Fabrizio” (De André). Tocca poi a “Hearts with no companion” alleggerire i toni col suo baldanzoso arrangiamento country&western, mentre tra i riff di violino e i ritmi a stantuffo di “Democracy” Leonard si mette ad armeggiare con lo scacciapensieri, “l’arpa degli ebrei”. Viene giù l’Arena per “The partisan”, Mas finalmente in piedi, Larsen alla fisarmonica e Beck al contrabbasso, prima che il frontman gentile lasci spazio alle sue backing vocalist introducendo con versi recitati “Coming back to you” (le eteree e impeccabili sorelle Webb, chitarra e arpa, la cantano accompagnate dal solo Beck) e l’intensa ballad “Alexandra leaving” di Sharon Robinson, che la vocalist, autrice e collaboratrice storica del canadese interpreta con encomiabile parsimonia e intensità (e senza quegli inutili gorgheggi che sono diventati insopportabile vezzo di molte cantanti di successo). Tocca a “I’m your man” e, finalmente, ad “Hallelujah”, la canzone simbolo che a Cohen venne “rubata” e poi restituita da Jeff Buckley (è un po’ la storia di “Respect”, di Otis Redding e di Aretha Franklin). Inutile aggiungere altro, se non che il set si chiude con il valzer di “Take this waltz” prima di tre generosi bis. “So long, Marianne” e “Famous blue raincoat” le cantano tutti (sommessamente, per non rompere l’incantesimo), mentre “First we take Manhattan” dà occasione a Leonard di accennare qualche altro passo di danza: uno dei temi conduttori della serata, come ribadisce l’inattesa cover di “Save the last dance for me”, struggente r&b firmato Pomus-Shuman che profuma di Drifters e primi anni Sessanta. Quando Leonard sussurra i versi “I tried to leave you” e “I hope you’re satisfied” con un ghigno complice e soddisfatto sappiamo che è finita, anche se ognuno ha ancora in testa almeno un’altra canzone che vorrebbe sentire. Per qualcuno è “Chelsea hotel # 2″, ma non importa. Nessuno si sente “ugly”, stasera, per Cohen siamo tutti “beatiful”. E tutti abbiamo avuto, abbiamo la Musica.

(Alfredo Marziano)

Setlist:

Primo set:

“Dance me to the end of love”

“The future”

“Bird on a wire”

“Everybody knows”

“Who by fire”

“Darkness”

“Sisters of mercy”

“Hey, that’s no way to say goodbye”

“Amen”

“Come healing”

“In my secret life”

“Going home”

“Waiting for the miracle”

“Anthem”

(intervallo)

Secondo set:

“Tower of song”

“Suzanne”

“Night comes on”

“Heart with no companion”

“The gypsy’s wife”

“The partisan”

“Democracy”

“Coming back to you”

“Alexandra leaving”

“I’m your man”

“Hallelujah”

“Take this waltz”

Primo encore:

“So long, Marianne”

“Firs we take Manhattan”

Secondo encore:

“Save the last dance for me”

“Famous blue raincoat”

Terzo encore:

“I tried to leave you”

Live Report: Subsonica @ MediolanumForum, Assago 23/04/12

Aprile 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Quando i Subsonica salgono sul palco del MediolanumForum di Assago poco dopo le nove, tutte le luci sono accese. “Negli anni ‘90 si entrava in scena così”, annuncia Samuel mentre si sistema al centro della scena e impugna il suo triplo microfono. La sua t-shirt “alla Star Trek” e il vecchio cappellino da baseball nero sono un altro omaggio al passato. E se tre indizi fanno una prova, quando inizia “Come se” non ci vuole molto a capire che questo “Istantanee Tour” è una vera “festa di compleanno”, come la definisce la stessa band. Un compleanno importante per la musica italiana, che è datato 1997 e coincide con l’uscita di “SubsOnica”, un album ancora oggi di grande lungimiranza artistica. Anche la scenografia è passatista: niente megaschermi né effetti speciali, solo un grande telone che richiama la copertina del disco.

Il tuffo nel passato continua e la scaletta pesca solo dal primo lavoro della band. Ecco le suggestioni reggae di “Cose che non ho”, alla quale il gruppo attacca una strofa di “Daitarn III”. Per ulteriori dettagli, chiedere agli Amici di Roland. “Istantanee” è dominata da basso e synth, mentre “Onde quadre” si esalta grazie al riff blueseggiato della chitarra di Max Casacci e alza il ritmo del concerto dopo un inizio sincopato. L’immersione nelle nebbie torinesi di fine ‘90, tra notti insonni ed echi delle posse, continua senza soste. “Giungla nord” suona felicemente anacronistica, con le sue basi drum’n'bass che sembrano rubate al primo Goldie. Poi arriva anche la prima concessione al “mainstream” con “Per un’ora d’amore”, brano registrato insieme ad Antonella Ruggiero per il suo esordio solista “Registrazioni moderne”.

Per suonare “Radioestensioni” i Subsonica richiamano Pierfunk, il primo bassista del gruppo che rimane sul palco per una manciata di pezzi. A chiudere la prima parte ci pensa una doppietta semi acustica: “Funck star”, una delle primissime canzoni composte da Samuel, Boosta e Max, funziona bene anche se le manca quell’organetto della versione originale. “Tutti i miei sbagli” invece, seppur spogliata del suo arrangiamento e affidata ai cori del pubblico, si conferma ogni volta come quello che è: semplicemente una grande canzone. Il gruppo sembra sinceramente divertito a riesplorare il suo vecchio repertorio, va a memoria e si vede. Del resto non scopriamo ora il loro essere “animali da palcoscenico”.

Archiviata la prima parte, il telone sparisce, le t-shirt anni Novanta e il repertorio cambiano: non più solo il disco d’esordio, ma un vero e proprio greatest hits del collettivo torinese. Arrivano dunque “Ratto” e soprattutto il meglio del secondo album “Microchip emozionale”. “Aurora sogna” fa sempre il suo dovere, mentre “Depre” è una felice sorpresa. “Liberi tutti”, anche e soprattutto dal vivo, è uno dei vertici di tutta la produzione della band così come “Colpo di pistola” e “Il cielo su Torino”. Compare timidamente anche qualche brano di “Eden”: “Istrice” è il singolo da classifica, “Il diluvio” quello che funziona di più live. In questo clima di revival però sembrano quasi fuori contesto. E peccato non aver sentito la titletrack, forse il brano più riuscito nell’ultima produzione di casa Subsonica.

Tra un omaggio ai CCCP (“Tu menti”) e le immancabili hit come “Discolabirinto” e “Nuova ossessione”, si esaurisce anche questa parte dello show. A chiuderla ci pensa una tripletta di pezzi: “Up patriots to arms” è firmata Franco Battiato ma sembra calzare a pennello a Samuel e soci, “Tutti i miei sbagli” viene riproposta, stavolta in chiave elettrica. “Preso blu” potrebbe sembrare l’atto finale, ma non lo è. Perché la band torna su, ancora a luci accese e suona la divertente “Benzina ogoshi”. A far calare il sipario, stavolta per davvero, è “Nicotina groove”, che non a caso chiudeva anche l’album di 15 anni fa. Il pubblico, che ha ballato praticamente finora senza pause, è soddisfatto ma anche stanco. Un buon segno. Vuol dire che Samuel e compagni hanno fatto il loro dovere. E si meritano anche gli auguri di buon compleanno.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Come se

Cose che non ho + Daitarn III

Istantanee

Onde quadre

Radioestensioni

Giungla Nord

Per un’ora d’amore

Encore 1:

Funkstar (acustica)

Tutti I Miei Sbagli (Acustica)

Encore 2:

Ratto

Aurora sogna

Depre

Liberi tutti

Il diluvio

L’errore

Tu menti  (cover dei CCCP)

Colpo di pistola

Istrice

Il cielo su Torino

Encore 3:

La glaciazione

Discolabirinto

Nuvole rapide

Nuova ossessione

Up patriots to arms (cover di Franco Battiato)

Tutti i miei sbagli

Preso Blu

Encore 4:

Benzina Ogoshi

Nicotina Groove

Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che bello vedere dei ragazzi di vent’anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all’Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di “El camino” stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco “Brothers”, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell’intervista prima del live) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.

Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell’Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (guarda qui la photogallery del concerto). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante “Howlin’ for you”. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L’inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo “Next girl”, estratto da “Brothers”, la più recente “Run right back” e “Strange times”. Un bell’inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo “Dead and gone” e “Gold on the ceiling” congedano i turnisti e annunciano “Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due”. E qui le cose cambiano non poco.

Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con “Thick freakness”, “Girls on my mind”, “I’ll be your man” e soprattutto “Your touch”, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.

Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di “Little black submarines”, un chiaro omaggio a classici come “Stairway to heaven” e “House of the rising sun”. “Money maker” è rock ruvido al punto giusto, mentre “Chop and chance”, contenuta nella colonna sonora di “The Twilight Saga: Eclipse”, si arricchisce di un bell’assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.

A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: “Ten cent pistol”, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all’improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E’ vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo “Lonely boy”, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell’Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.

I bis si aprono con una sorpresa: c’è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l’esecuzione di “Everlasting light”, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a “I got mine”, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l’anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata “The Black Keys”. Altro trucco a metà tra l’ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.

In tempi in cui si parla tanto di “morte del rock” e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall’Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Howlin’ for you

Next girl

Run right back

Strange times

Dead and gone

Gold on the ceiling

Thick freakness

Girls on my mind

I’ll be your man

Your touch

Little black submarines

Money maker

Chop and change

Same old thing

Nova baby

Ten cent pistol

Tighten up

Lonely boy

Encore:

Everlasting light

Long gone

I got mine

Live Report: Mastodon @ Alcatraz, Milano 26/01/2012

Ggennaio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. Red Fang on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti adepti arrivati in anticipo appositamente per non perdersi cotanta grazia. Quando si dice la classe.

I quattro Red Fang, sudati e felici, ringraziano e introducono il set dei Mastodon nel miglior modo possibile. La speranza è di rivederli quanto prima, magari per una serata a loro esclusivamente dedicata.

Capitolo Mastodon: è sempre un piacere farsi piallare le orecchie dalla band di Atlanta. Disco nuovo fiammante sugli scudi, il buon “The hunter” pubblicato a settembre 2011, e quattro fratelli maggiori pronti a coprirgli le spalle. Risultato? Ventitré i pezzi in scaletta pescati magistralmente dall’intera discografia, un’ora e quaranta di furia cieca. Ottima la resa live: i ragazzi sono in palla, la band è rodata e gira come si deve, e si capisce già dalle prime battute, nello specifico “Dry bone valley”, “Black tongue” e “Crystal skull”, quale sarà il piglio della serata. Milano risponde con una platea furibonda: pogo costante e cori allo sfinimento. Altro che terremoto…

Troy Sanders e Brann Dailor sembrano i più attivi sul palco. Il primo offre un campionario di smorfie degne del miglior Luca Ferrari. Il secondo ha il suo bel da fare nell’aizzare una platea già comunque carica a mille. Più defilati invece Brent Hinds e soprattutto un particolarmente arcigno Bill Kelliher. Poco male: “Colony of birchmen”, “Megalodon”, l’ottima “Blasteroid”, e la doppietta micidiale “Spectrelight” / “Curl of the burl”, sono più che sufficienti per tenere in piedi la parte centrale dello spettacolo. Spettacolo che, a dispetto dell’ultima data milanese ai Magazzini Generali (ai tempi di “Crack the skye”, febbraio 2010, la prima da headliner nel nostro paese), è stato privato dei visual, sostituiti da un interessante gioco di luci e da un telone posto alle spalle della band, impreziosito dalla bella immagine di copertina di “The hunter”.

Pochissime le parole spese durante il set: l’idea è quella di tirare il motore al massimo fino alla fine per poi prendere fiato. Obiettivo centrato in pieno, e finale travolgente: da “Crack the skye” fino all’attacco del riffone di “Blood and thunder”, piazzata impeccabilmente in chiusura, le tremende zaffate di sudore delle prime file (la vera garanzia di qualità di un live di questo genere), arrivano implacabili fino in zona mixer.

Non c’è neanche il tempo di sgranchirsi le gambe che i Mastodon, dopo aver abbandonato il palco, rientrano immediatamente, accompagnati dai Red Fang e da alcuni fans, per la conclusione. “Creature lives”, indicata in setlist semplicemente come “The creature”, è il classico “La messa è finita, andate in pace”, il momento catartico: Alcatraz con le corna al cielo, un unico coro che spegne la serata in crescendo. Un momento da tramandare ai posteri. E a questo punto c’è anche il tempo per i ringraziamenti fatti come si deve. E’ Dailor a fare gli onori di casa, guadagnando il centro del palco per salutare l’incredibile platea milanese e dare appuntamento alla prossima estate. Perché ai Mastodon piace, ed è sempre più evidente con il passare del tempo e delle date, suonare nel nostro paese. E perché a noi piace da matti vedere i Mastodon. 2+2…

(Marco Jeannin)

SETLIST RED FANG

“Hank is dead”

“Throw up”

“Malverde”

“Wires”

“Into the eye”

“Number thirteen”

“Good to Die”

“Humans remain human remains”

“Sharks”

“Prehistoric dog”

SETLIST MASTODON

“Dry bone valley”

“Black tongue”

“Crystal skull”

“I am ahab”

“Capillarian crest”

“Colony of birchmen”

“Megalodon”

“Thickening”

“Blasteroid”

“Sleeping giant”

“Ghost of Karelia”

“All the heavy lifting”

“Spectrelight”

“Curl of the burl”

“Bedazzled fingernails”

“Circle of Cysquatch”

“Aqua dementia”

“Crack the skye”

“Where strides the behemoth”

“Iron tusk”

“March of the fire ants”

“Blood and Thunder”

Encore:

“Creature lives”

Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11

Dicembre 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante i suoi natali da “profano”, la musica di Vinicio Capossela con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato “Sante Nicola nella pancia della balena”. Rispetto agli anni scorsi però c’è una novità piuttosto importante: quest’anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come “Marinai, profeti e balene”. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.

Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con “Il grande leviatano”, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest’anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva “L’Oceano oilalà” si tinge dei mari d’Irlanda e apre la strada a “Dalla parte di Spessotto”, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.

Il viaggio per mare prosegue con un’altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di “Billy Budd”, il capitano Achab folle e disperato de “La bianchezza della balena” e dei “Fuochi fatui”. Ma c’è anche “Lord Jim”, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l’Antico Testamento con la bellissima “Job”, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le “Pleiadi”, in un momento catartico e toccante.

Certo la parte “marina” dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po’ con i tentacoli porpora del “Polpo d’amor”, un po’ con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena “Pryntil”, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a “Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´”, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante “Vinocolo” compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del “Ballo di San Vito”. Bella e intensa.

Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. “La Santissima dei naufragati” chiude la prima parte dello show, mentre “L’uomo vivo” sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po’ di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la “Suite di Sante Nicola”, bella ma forse un po’ tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di “Santa Claus is coming to town” e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone “Sante Nicola”, estratta dall’album “Da solo”. Poi si concede perfino un’incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.

Poi ecco “Ovunque proteggi”, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un’insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece “Al veglione”, dove al “Buonanotte” finale Vinicio preferisce un “Buone feste a tutti!”. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Il grande Leviatano

L’oceano Oilalà

Dalla parte di Spessotto

Billy Bud

Lord Jim

La bianchezza della balena

I fuochi fatui

Job

Goliath

Polpo d’amor

Printyl

Vincolo

Il ballo di San Vito

Calipso

Le Pleiadi

Dimmi Tiresia

Nostos

La Santissima dei Naufragati

L’uomo vivo

Inedito

Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)

Sante Nicola

Intermezzo (Schubert)

Ovunque proteggi

Al veglione

Live Report: Noel Gallagher @ Alcatraz, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Si possono rimproverare tante cose a Noel Gallagher, ma è difficile negare una cosa: in questi anni l’artista di Manchester ha creato un popolo, anche al di fuori dell’Inghilterra. E’ quello dei fan degli Oasis. Certo, i meriti vanno dati anche in parte a suo fratello Liam, che per tanti anni ci ha messo la faccia e la voce. Però le canzoni “pesanti” di fatto le ha firmate tutte “The chief”. E stasera una parte, seppur piccola, di questo popolo è proprio qui a gremire l’Alcatraz di Milano. Lo si nota dalle t-shirt dei Beatles, dalle pettinature a caschetto e perfino dalle magliette del Manchester City indossate da diversi spettatori.

Alle nove in punto si comincia, in pieno stile british. Parte la versione remix di “If I had a gun” realizzata dagli Amorphous Androgynous, un antipasto del nuovo album previsto per il 2012. Poi ecco Noel insieme ai suoi High Flying Birds: Jeremy Stacey, Russell Pritchard, Mike Rowe e Tim Smith. Il primo pezzo in scaletta è “It’s good to be free”, vecchia b-side degli Oasis che i maligni potrebbero quasi leggere come un messaggio ai vecchi compagni di avventura. Poi tocca a “Mucky fingers”, pezzo datato 2005 che omaggia i Velvet Underground e Bob Dylan. Un inizio nostalgico, ma che scalda subito gli animi. La prima canzone del nuovo repertorio è invece “Everybody’s on the run”, riproposta in una veste elettrica che convince. Così come “Dream on”, il pezzo più orecchiabile e felicemente pop del nuovo corso.

Dopo un “Buonasera Milano” di rito, parte invece “If I had a gun”, cantata da tutti come se fosse già un classico. Le nuove canzoni dal vivo funzionano, ma con qualche piccola eccezione. La scelta di renderle più rock, rispetto alla veste principalmente orchestrale del disco, fa bene ai pezzi sopracitati. Meno agli altri, come “Soldier boys and Jesus Freaks” e “Aka…Broken arrow”, che sentono la mancanze delle pennellate acustiche originali. Va meglio invece con “The death of you and me”, divertente spaghetti-western in salsa Kinks, e con il ritornello killer di “(I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine”, sicuramente tra i pezzi migliori del debutto solista di “The Chief”. A tratti poi Noel recupera volentieri le schegge del passato: il set acustico, con Noel alla chitarra e Mike Rowe al piano, per “Wonderwall” e “Supersonic” scatena un sing-along da brividi, che rende quasi difficile sentire la voce del cantante. Toccante invece l’esecuzione di “Talk tonight”, altra b-side che avrebbe meritato un destino ben diverso. La voce di Noel non è proprio al top e soffre a tratti, ma visto il contesto glielo si può perdonare.

Il pubblico è davvero uno spettacolo a parte. Quasi ogni canzone è cantata a squarciagola, mentre partono cori da stadio tra un pezzo e l’altro. Ad un certo punto c’è anche un simpatico siparietto. Gli spettatori chiedono al gruppo di suonare “The Masterplan”. La risposta è in pieno stile Gallagher: “La volete? Perfetto. Conoscete iTunes? Costa solo un euro”, risponde “The Chief” ridendo. Così in tutta risposta la platea dell’Alcatraz, approfittando di un momento di pausa, inizia a intonare la canzone per conto suo e si guadagna pure un applauso dalla band. Un minuto di divertimento puro.
“Noi amiamo Balotelli”, dichiara Noel prima di dedicare a Super Mario “Aka…What a life!”. Poi c’è la ballata folk “Half the world away”, ancora pescata dal repertorio degli Oasis, che apre la strada allo stomp rock-blues di “(Stranded On) The Wrong Beach”. Fine del set regolare.

Dopo qualche minuto di pausa, partono i bis. Neanche a dirlo, con tre singoli che in passato Noel ha scritto e cantato. Si parte con “Little by little”, bella e intensa anche grazie all’assolo di Tim Smith, l’unico americano della band e in passato già turnista di Sheryl Crow. “The importance of being idle”, uno dei tanti omaggi di Noel al genio di Ray Davies, è il secondo pezzo in scaletta estratto da “Don’t believe the truth”. E poi c’è il gran finale, che non poteva non essere “Don’t look back in anger”. Forse la canzone più bella mai scritta dal chitarrista di Manchester, da sempre uno dei momenti caldi dei suoi concerti. Una manna per il pubblico presente e un bel modo per chiudere le danze.

Insomma, Noel Gallagher ormai è un solista ma non ha dimenticato la sue vecchia band. E’ innegabile che i momenti migliori del suo live siano quelli pescati dal passato, anche se tra i pezzi nuovi ce ne sono almeno un paio che non sfigurano affatto. La sua sfida in futuro sarà quella di non rimanere troppo schiacciato dalla storia degli Oasis e di crearsi una seconda giovinezza artistica. Ma non è solo. Con questo popolo al fianco, per lui sarà tutto più semplice.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

1.   (It’s Good) To Be Free 
2.    Mucky Fingers
3.    Everybody’s on the Run
4.    Dream On
5.    If I Had a Gun…
6.    The Good Rebel
7.    The Death of You and Me
8.    Freaky Teeth
9.    Wonderwall 
10.    Supersonic 
11.    (I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine
12.    AKA… What a Life!
13.    Talk Tonight
14.    Soldier Boys and Jesus Freaks
15.    AKA… Broken Arrow
16.    Half The World Away 
17.    (Stranded On) The Wrong Beach

Encore:

18.    Little By Little
19.    The Importance of Being Idle
20.    Don’t Look Back In Anger

Live Report: Other Lives@Tunnel, Milano 8/11/11

Novembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All’improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell’aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri sera al Tunnel di Milano di fronte agli Other Lives. Rockol aveva già scritto di “Tamer animals”, un bel disco di folk-pop orchestrale con canzoni solide e toccanti.

Ma dopo aver visto Jesse Tabish e compagni dal vivo questa sensazione è rafforzata: il gruppo di Stillwater ha davvero i numeri per uscire dal sottobosco underground perché la sua musica è complessa e stratificata, a tratti quasi progressiva, ma si muove con armonia e grazia, come un’onda. E perché ha da proporre delle belle canzoni, un dettaglio che non va mai trascurato.

Lo si capisce appena passate le dieci, quando la band americana fa timidamente la sua comparsa sul palco del Tunnel. Poi attacca “As I lay my head down” e in un attimo l’atmosfera cambia. Poi il concerto prosegue con il tappeto di trombe di “Dark horse”, che esalta la voce del frontman Jesse Tabish. Ecco, per quest’ultimo ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: ha un carisma non appariscente ma forte e la sua voce è profonda, senza tempo.

Il set prosegue. “Landforms”, con le sua atmosfere da film americano anni ‘50, diventa piano piano una piccola suite, mentre Tabish balla come un indio muovendo i tasti del piano. A tratti passa alla chitarra acustica, come per il singolo “For 12″: un delicato folk rafforzato dalle fughe sonore della viola di Colby Owens. Un altro colpo al cuore, che fa capire perché i Radiohead abbiano voluto gli Other Lives come gruppo spalla per il loro nuovo tour americano. L’ottima “Tamer animals”, con la sua batteria nervosa, sembra invece rubata ai National di “Boxer”.

Il concerto non è basato solo sulle composizioni dell’ultimo disco: “E minor” è tratta dall’omonimo esordio “Other Lives”, un disco pop raffinato e anch’esso sottovalutato. A chiudere il set regolare arriva poi uno dei pezzi migliori della band: “Dust bowl III”, un folk desertico che si apre all’improvviso nei ritornelli, intenso come una danza della pioggia. Il momento più toccante della serata.

Il pubblico del Tunnel, partito abbastanza timido, si accende piano piano. Più i brani passano, più gli applausi si allungano. Al punto che la band fa due bis: nel primo arriva una splendida versione per piano e voce di “Black tables”, dove si sente tutta la venerazione vocale di Jesse Tabish per Thom Yorke. Nel secondo, tra le altre, compare addirittura la cover di “The partisan” di Leonard Coen, poco prima dei titoli di coda.

Gli Other Lives sono una band su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Non conquisteranno le masse, ma la loro proposta artistica è originale, solida e dal forte impatto emotivo. E il frontman Jesse Tabish, timido ed educato fuori dal palco, quando calca la scena acquista un magnetismo invidiabile. La loro musica è ambiziosa, epica. Ma ha sempre un senso di precarietà e di sofferenza che la rendono interessante. Per citare il verso della loro gemma “Dust bowl III”, “Just like the wind blows into the great unknown”. Proprio come il vento che soffia nel grande ignoto.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Vinicio Capossela @ Arena Civica, Milano 16/07/11

Luglio 17th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Ormai Vinicio Capossela è salpato, ha preso la via del mare e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Basta guardarlo, con quel cappello da navigatore calato sulla testa, mentre sale sul palco poco prima delle 21.30. Sull’Arena Civica di Milano non è ancora calato del tutto il sole. Alle sue spalle la “ciurma” , o per meglio dire la band, lo accompagna sul palco che richiama il ventre di una balena. Sulle note gravi de “Il grande Leviatano”  inizia il viaggio, un po’ a caccia di cetacei e un po’ alla ricerca di miti omerici. Proprio come nell’ultimo album “Marinai, profeti e balene”, sul quale è costruita tutta spina dorsale di questo spettacolo. A proseguire la navigazione ci pensa ‘”L’Oceano oilalà”, con le sue sonorità quasi alla Pogues e l’irresistibile cantilena da stiva “Noi vogliamo del rum”. “Dalla parte di Spessotto” è invece una delle poche concessioni al vecchio repertorio, che Vinicio è bravo a regalare ogni tanto agli spettatori, conscio che le nuove composizioni sono impegnative e ogni tanto andare fuori tema non è un male.
Pezzi come “Billy Budd” però non possono non coinvolgere: sembra quasi di vederlo, questo condannato a morte di melvilliana memoria che viene raccontato dalle chitarre acustiche e dalle catene che il cantautore di Hannover agita sul palco. La band, oltre a provvedere a fiati, chitarre e theremin, lancia grida e invocazioni dal ventre di Moby Dick. Non poteva mancare il “Polpo d’amor”, per il quale Capossela indossa otto tentacoli rossi con la solita abilità e ironia da trasformista consumato.
Per farsi aiutare e non perdere la bussola, ogni tanto il cantautore ricorre a qualche aiuto esterno: le Sorelle Marinetti ad esempio si prestano per i cori di “Pryntil”, storia di scandali negli abissi ispirata alla penna di Luis Ferdinand Céline, e riportano in vita la “Medusa cha cha cha”, secondo estratto da “Ovunque proteggi”.
I live di Vinicio Capossela sono come un circo, come un “freak show”, le sorprese possono spuntare da un momento all’altro: per “Vinocolo” compare perfino un uomo-Polifemo, mentre i giochi di ombre cinesi alle spalle della band disegnano ombre sinistre. Arriva anche il Minotauro, ormai un immancabile spauracchio nei suoi concerti, per lo spassoso punk cavernicolo di “Brucia Troia”. Ma non ci sono solo effetti speciali: per “Le pleiadi”, uno dei pezzi più belli e toccanti dell’ultimo album, bastano un pianoforte e la voce del cantautore per emozionare. Come fa la 12 corde di “Job” e “Aedo”. Peccato che, come purtroppo sta capitando sempre durante questo Milano Jazzin’ Festival, i musicisti debbano lottare contro il livello dei decibel davvero troppo basso. Soprattutto per chi ascolta dalle tribune.
Certo, andar per mare è faticoso. E per questo Capossela, dopo oltre un’ora di set a tema, si ferma. Si inchina di fronte al pubblico e chiama a raccolta la sua accolita di fedelissimi con “L’uomo vivo (Inno alla gioia)”: ormai questa canzone è un codice, una specie di liberi tutti. Appena l’artista l’annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare.
È l’inizio dei bis, dove invece è il nuovo repertorio a farla da padrone e più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. Arrivano così “Che cossè l’amor”, riarrangiata insieme alle Sorelle Marinetti, “Si è spento il sole” e la tarantolata “Il ballo di San Vito”. Con questi pezzi si va sul sicuro. C’è tempo anche per una cover di Bob Dylan, quando “When the ship comes in” diventa “La nave sta arrivando”. Dopo gli applausi, Vinicio torna per l’ultimo numero. “Bevo solo sul lavoro”, ci ricorda mentre si scola la prima birra in due sorsi e accarezza il pianoforte. Ai titoli di coda ci pensa “Le sirene”, commovente riflessione sul ritorno a casa. Quasi una “Nutless” mitologica.
Vinicio Capossela è un artista profondo, a volte un po’ manierista. Ma ha un’intensità e una capacità di tenere il palco come pochi in Italia. Pazienza se si concede poco al revival, se a volte ci chiede uno sforzo in più per seguirlo. L’importante è aver raggiunto il porto sani, salvi e felici. E il merito è tutto suo.

(Giovanni Ansaldo)

Dal Vivo
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