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Live Report: Rufus Wainwright @ Conservatorio, Milano 15/05/10

Maggio 16th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Andare a un concerto di Rufus Wainwright, direbbe un semiologo, è un’esperienza di sovrasignificazione. Il che, tradotto, significa che succedono tante di quelle cose che quasi non si da dove iniziare a raccontarle.

Ma, a chi si è recato al Conservatorio di Milano sabato 15 maggio, una cosa è chiara fin da subito: non sarà una serata come le altre. Tantomeno come quella memorabile di due anni e mezzo fa, in cui Rufus Wainwright nello stesso luogo intrattenne la platea con un concerto eccessivo, sopra le righe, al limite dell’avanspettacolo.

All’interno del cortile del conservatorio cartelli avvisano che lo spettacolo è diviso in due parti. La prima è un’insieme di suoni e visioni, e che Rufus non vuole essere assolutamente applaudito durante questa parte. Il concetto viene ribadito poco prima dell’entrata in scena da un inserviente. Le luci si spengono e in sala si crea un’atmosfera irreale, un silenzio rotto solo dal ronzio dei condizionatori e un buio spezzato solo dagli schermi del banco regia audio/video. Quindi arriva lui: incede con passo funereo verso il piano, con un vestito nero, con un lungo strascico, e con un colletto di piume e lustrini. Anche nel lutto, Rufus Wainwright riesce ad essere sopra le righe: la prima parte è infatti la riproposizione integrale di “All days are nights”, il disco dedicato alla madre recentemente scomparsa, la cantante folk Kate McGarrigle. L’interpretazione è sentita, e sicuramente più intensa che su disco, ma la verità è che il “song cycle” in realtà non contiene canzoni-canzoni, ma composizioni in cui la melodia è bandita. Il tutto è accompagnato da proiezioni di un occhio – lo stesso della copertina del disco – sullo schermo. Sempre lo stesso, a varie dimensioni, in rallentatore. Quando, dopo un’oretta, Rufus esce a passo lento, c’è chi è emozionato, ma c’è anche chi tira un sospiro di sollievo.

La seconda parte, lo si capisce subito, sarà più divertente: il piano viene circondato da lumini, e Rufus si presenta in calzamaglia nera, scarpe bianche di vernice, camicia e un gilet su cui sono scritte varie frasi estratte da opere, la sua passione. E’ un Rufus chiacchierone, quello di questa seconda metà dello spettacolo: ride, racconta – soprattutto delle sue peripezie milanesi tra La Scala e il Duomo. Scherza, si permette di imprecare quando sbaglia un passaggio di un brano. Il repertorio spazia, da brani di “Poses” a quelli di “Want” (applauditissima “Vibrate”). Il tutto si conclude con una cover della madre, “Walking song”, con Rufus che prima di cantare spiega quanto il pubblico gli sia stato di aiuto in questo momento difficile, e dopo l’esecuzione ringrazia in lacrime.

A questo punto, è tutto chiaro: come mi fa notare acutamente un amico, questo concerto non è altro che un’elaborazione collettiva del lutto di Rufus, che da grande artista sa trasformare il dolore in arte.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Swell Season @ Conservatorio Milano 07/02/10

Ffebbraio 8th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Su “For those about to blog” potete trovare un post del nostro Gianni Sibilla sul concerto (e sulla giornata) milanese degli Swell Season.
Buona lettura!

Live Report: Lyle Lovett & John Hiatt @ Conservatorio Milano 02/02/10

Ffebbraio 4th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sono stato fortunato. Prima fila, posizione centrale, cinque metri dal palco. Una postazione da sogno, per un concerto intimo e “salottiero” come questo. Da lì potevo scrutare ogni sorriso complice, ogni piega sul viso lungo e stretto di Lyle Lovett, sul volto largo e aperto di John Hiatt. Percepire il più piccolo movimento, un piede che batte le assi a ritmo, una risata soffocata, una corda appena sfiorata.
Che spettacolo: parole, musica e canzoni scambiate e condivise come nel soggiorno di casa, o davanti al falò. Classe e ironia, eleganza di gesti e d’abito (Lyle in giacca nera e camicia bianca, John incravattato), presenza e carisma – visto da vicino, si capisce perché Lovett abbia ammaliato Hollywood e Robert Altman. Un tavolino, due sedie e tre chitarre acustiche (due per Hiatt, una per Lovett). E una canzone a testa, mentre l’altro resta a guardare: Lovett l’introverso che rimane immobile, giusto un cenno del capo in segno di approvazione o un sorriso a inarcare la mascella; Hiatt l’estroverso che chiude gli occhi, piega la testa all’indietro, tiene il ritmo. Uno la spalla perfetta dell’altro, yin e yang: Lovett quasi astratto e irresistibilmente surreale, maestro delle pause e dei silenzi. Hiatt terragno, carnale, caloroso, trascinante: diversi e complementari anche nello stile e nella proposta musicale rigorosamente “sudista” (“Ogni posto è a Sud di qualcun altro, e a Sud le cose sono sempre migliori”, spiega John).
Ho letto una considerazione che mi ha colpito, nella recensione di un concerto americano, e la faccio mia: John, il cantautore dell’Indiana, incarna lo spirito di Memphis, voce aspra da soulman bianco ed energia rhythm&blues; Lyle, il “long tall Texan” dagli occhi di ghiaccio, è un cittadino onorario di Nashville, il country nelle sue mani diventa chiccosissimo e si tinge di humour freddo (“Fiona” che ha un occhio solo è uno dei tanti esempi) “Your dad did” e “Cowboy man” “Drive South” e “Nobody knows me”, “Feels like rain” (fantastica) e “If I had a boat”. Hiatt che presenta un blues inedito (“Freight train”) dal disco in uscita a marzo, che sfodera accordi rock e tocchi di solista per le canzoni del compare, Lovett che arpeggia con i suoi fingerpicks. Si conversa di Sud e di acque fangose (“Crossing Muddy Waters”), di tipi del New Jersey che con il loro accento esotico conquistano le ragazze più carine, di Bonnie Raitt che ha epurato una strofa dalla sua versione di “Thing called love” (“Ma grazie lo stesso, Bonnie, mi hai permesso di mandare le due figlie all’università”: ancora Hiatt): sempre in punta di penna, “tongue in cheek”, tra il faceto e il surreale e con tempi comici da attori consumati. Lo cantano a due voci, l’hit di Hiatt, e così “My baby don’t tolerate” e la folk song tradizionale “Aint’ no cane on the brazos”, mentre i bis, dopo due ore e mezza con un intervallo di venti minuti regalano “Have a little faith in me” (ma viene molto meglio con il pianoforte) e “Step inside this house” di Guy Clark, altra gloria texana. Scaletta sempre diversa e improvvisata a botta e risposta: verrebbe voglia di vederseli un’altra volta.

(Alfredo Marziano)

Live Report: Wilco @ Conservatorio Milano 14/11/09

Novembre 15th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Su “For those about the blog” un mini-resoconto e alcuni video del concerto, dal nostro Gianni Sibilla…

Buona lettura!

Live Report: Damien Rice @ Conservatorio Milano 18/03/2007

Marzo 19th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Capelli arruffati, pantaloni e giacca larga, faccia lentigginosa da irlandese: a vederlo Damien Rice è l’antitesi della rockstar. Eppure il suo era uno dei concerti più attesi di questi primi mesi del 2007, ed è andato esaurito pochi giorni dopo il suo annuncio.
Non appare immeritata la scelta della prestigiosa sala principale del Conservatorio, gremita in ogni ordine di posto. Aprono la serata i Magic Numbers, arruffati pure loro, e non propriamente affascinanti almeno fisicamente, perchè musicalmente se la cavano bene con il loro pop-rock trascinante, che strappa cori e applausi al pubblico.
Poi arriva lui, l’irlandese che con due dischi in quattro anni ha conquistato un pubblico fedelissimo in mezzo mondo. Ma se i suoi dischi sono costituiti da un folk-rock malinconico, sono i suoi trascinanti concerti ad aver fatto crescere la sua fama, e anche questa sera Rice non delude. Sale sul palco e attacca una delle sue canzoni più famose, “Cannomball”, suonandola a voce e chitarra nuda, senza amplificazione, zittendo la platea. Poi entra il resto della band (percussioni, chitarra, basso e un violoncello; manca purtroppo la seconda voce femminile, quella di Lisa Hannigan), e il concerto si svolge come da copione: Rice prende le sue canzoni e le canta con un trasporto e una passione tale che il pubblico è conquistato ad ogni nota. In alcuni momenti le note acustiche delle canzoni di “O” e “9” acquistano una tale forza che sul palco sembra esserci una band di rock indipendente, non un combo folk.
In alcuni momenti, sopratutto nelle lunghe e sconclusionate introduzioni ad alcuni brani e in canzoni pianistiche come la conclusiva “Sleep don’t weep”, lo spettacolo ha qualche caduta di tono. Ma quando Damien Rice attacca la sua canzone più famosa, “The blower’s daughter”, o quando canta su richiesta del pubblico “Amie”, la sala del Conservatorio sembra venire giù.
Forse non è il concerto più bello in Italia di Damien Rice: a novembre aveva offerto una mini-esibizione da solo, riservata agli addetti ai lavori, di un’intensità ancora maggiore, se possibile. Ma questo concerto dimostra come pochi dei nuovi cantautori emersi siano in grado di reggere il suo passo. Damien Rice è uno dei grandi perfomer di questi anni, senza ombra di dubbio.

(Gianni Sibilla)

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