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Live Report: Elio e Le Storie Tese @ Conservatorio, Milano 09/03/12

Marzo 11th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Seconda serata consecutiva alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano e secondo sold out: percorso netto, non che ci fossero dubbi al proposito. Vuoi per la non eccessiva capienza dell’auditorium solitamente dedicato alla musica classica, vuoi perché i ragazzi suonano nella loro città, vuoi perché Elio e le Storie Tese sono una band che da molto tempo e strameritatamente ha un largo e fedele seguito. Un seguito transgenerazionale che, dai primi vagiti fino all’età della pensione, segue le loro sempre meritevoli peripezie musicali.

Impeccabili in abito da sera per un paio d’ore abbondanti hanno intrattenuto un pubblico disposto a seguire divertito ogni sorta di provocazione, intellettuale e non, lanciata da Elio, gran maestro cerimoniere. Perché – lo ricordo a favore di chi stesse leggendo queste righe non avendo mai avuto la fortuna di averli visti dal vivo…in tal caso, tra l’altro, sono invitati a coprire questa mancanza al più presto – ogni loro concerto è un riuscito incontro tra musica e cabaret, un trionfo di intelligenti trovate sposate a una tecnica musicale di prim’ordine.

Un segreto di Pulcinella, facile a dirsi un po’ meno a farsi. Così il tormentone che farà da filo conduttore a tutta la serata è quello del “ne facciamo ancora una e poi andiamo” e lì Elio torna sempre a parare dopo essersi lasciato andare alle considerazioni più stralunate e divertenti. Sul palco con lui la voce femminile Paola Folli che lo asseconda e accompagna dando maggiore profondità alle canzoni, il pirotecnico batterista Christian Mayer, l’immancabile Faso al basso, il virtuoso Cesareo alla chitarra, il “quiet one” Jantoman e Rocco Tanica alle tastiere. Un Rocco Tanica meno ciarliero del solito, anche se viene chiamato in causa in qualità di voce solista della anthem “Shpalman”, per l’occasione diventata “Shpalmer”, e nella esposizione della spiegazione di questa cosa chiamata internet di cui tutti parlano ma che, in realtà, pochi sanno di cosa si tratta che introduce la nuova “Enlarge your penis”, incidentalmente nome di tutto l’intero tour. Da non dimenticare la presenza dell’indefinibile – pagliaccio, architetto, agitatore culturale, showman, artista – Mangoni che si occupa della parte visual-recitativa dello spettacolo travestendosi alla bisogna da mago Merlino, peperone, lap dancer, ragno, agente segreto dell’est europeo e molto altro ancora. La commozione sale alta in sala quando viene salutato l’indimenticabile Feiez presente con l’assolo di sax in “T.V.U.M.D.B.”. Il coro del pubblico accompagna l’esecuzione di “Parco Sempione”, “l’unica nostra canzone” dice Elio “dedicata a Milano, la nostra città”. Personalmente mi ha piacevolmente colpito il brano dedicato agli Area “Come gli Area”. La canzone dei saluti e della buona notte è “Tapparella”, uno dei classici del repertorio degli Elii, con il catartico coro da stadio finale Forza Panino urlato ad libitum.

Insomma, una gran bella serata, un gran bel concerto. Bravo Elio, bravi tutti !!!

(Paolo Panzeri)

SETLIST

Cavo

In the stone

La vendetta del fantasma formaggino

Shpalman

Aborto

Cartoni animati giapponesi

Come gli Area

Enlarge your penis

Plafone

Abbecedario

Nudo e senza cacchio

Cateto

T.V.U.M.D.B.

Discomusic

Born to be Abramo

Parco Sempione

Pippero

Tapparella

Live Report: Rufus Wainwright @ Conservatorio, Milano 15/05/10

Maggio 16th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Andare a un concerto di Rufus Wainwright, direbbe un semiologo, è un’esperienza di sovrasignificazione. Il che, tradotto, significa che succedono tante di quelle cose che quasi non si da dove iniziare a raccontarle.

Ma, a chi si è recato al Conservatorio di Milano sabato 15 maggio, una cosa è chiara fin da subito: non sarà una serata come le altre. Tantomeno come quella memorabile di due anni e mezzo fa, in cui Rufus Wainwright nello stesso luogo intrattenne la platea con un concerto eccessivo, sopra le righe, al limite dell’avanspettacolo.

All’interno del cortile del conservatorio cartelli avvisano che lo spettacolo è diviso in due parti. La prima è un’insieme di suoni e visioni, e che Rufus non vuole essere assolutamente applaudito durante questa parte. Il concetto viene ribadito poco prima dell’entrata in scena da un inserviente. Le luci si spengono e in sala si crea un’atmosfera irreale, un silenzio rotto solo dal ronzio dei condizionatori e un buio spezzato solo dagli schermi del banco regia audio/video. Quindi arriva lui: incede con passo funereo verso il piano, con un vestito nero, con un lungo strascico, e con un colletto di piume e lustrini. Anche nel lutto, Rufus Wainwright riesce ad essere sopra le righe: la prima parte è infatti la riproposizione integrale di “All days are nights”, il disco dedicato alla madre recentemente scomparsa, la cantante folk Kate McGarrigle. L’interpretazione è sentita, e sicuramente più intensa che su disco, ma la verità è che il “song cycle” in realtà non contiene canzoni-canzoni, ma composizioni in cui la melodia è bandita. Il tutto è accompagnato da proiezioni di un occhio – lo stesso della copertina del disco – sullo schermo. Sempre lo stesso, a varie dimensioni, in rallentatore. Quando, dopo un’oretta, Rufus esce a passo lento, c’è chi è emozionato, ma c’è anche chi tira un sospiro di sollievo.

La seconda parte, lo si capisce subito, sarà più divertente: il piano viene circondato da lumini, e Rufus si presenta in calzamaglia nera, scarpe bianche di vernice, camicia e un gilet su cui sono scritte varie frasi estratte da opere, la sua passione. E’ un Rufus chiacchierone, quello di questa seconda metà dello spettacolo: ride, racconta – soprattutto delle sue peripezie milanesi tra La Scala e il Duomo. Scherza, si permette di imprecare quando sbaglia un passaggio di un brano. Il repertorio spazia, da brani di “Poses” a quelli di “Want” (applauditissima “Vibrate”). Il tutto si conclude con una cover della madre, “Walking song”, con Rufus che prima di cantare spiega quanto il pubblico gli sia stato di aiuto in questo momento difficile, e dopo l’esecuzione ringrazia in lacrime.

A questo punto, è tutto chiaro: come mi fa notare acutamente un amico, questo concerto non è altro che un’elaborazione collettiva del lutto di Rufus, che da grande artista sa trasformare il dolore in arte.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Swell Season @ Conservatorio Milano 07/02/10

Ffebbraio 8th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Su “For those about to blog” potete trovare un post del nostro Gianni Sibilla sul concerto (e sulla giornata) milanese degli Swell Season.
Buona lettura!

Live Report: Lyle Lovett & John Hiatt @ Conservatorio Milano 02/02/10

Ffebbraio 4th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sono stato fortunato. Prima fila, posizione centrale, cinque metri dal palco. Una postazione da sogno, per un concerto intimo e “salottiero” come questo. Da lì potevo scrutare ogni sorriso complice, ogni piega sul viso lungo e stretto di Lyle Lovett, sul volto largo e aperto di John Hiatt. Percepire il più piccolo movimento, un piede che batte le assi a ritmo, una risata soffocata, una corda appena sfiorata.
Che spettacolo: parole, musica e canzoni scambiate e condivise come nel soggiorno di casa, o davanti al falò. Classe e ironia, eleganza di gesti e d’abito (Lyle in giacca nera e camicia bianca, John incravattato), presenza e carisma – visto da vicino, si capisce perché Lovett abbia ammaliato Hollywood e Robert Altman. Un tavolino, due sedie e tre chitarre acustiche (due per Hiatt, una per Lovett). E una canzone a testa, mentre l’altro resta a guardare: Lovett l’introverso che rimane immobile, giusto un cenno del capo in segno di approvazione o un sorriso a inarcare la mascella; Hiatt l’estroverso che chiude gli occhi, piega la testa all’indietro, tiene il ritmo. Uno la spalla perfetta dell’altro, yin e yang: Lovett quasi astratto e irresistibilmente surreale, maestro delle pause e dei silenzi. Hiatt terragno, carnale, caloroso, trascinante: diversi e complementari anche nello stile e nella proposta musicale rigorosamente “sudista” (“Ogni posto è a Sud di qualcun altro, e a Sud le cose sono sempre migliori”, spiega John).
Ho letto una considerazione che mi ha colpito, nella recensione di un concerto americano, e la faccio mia: John, il cantautore dell’Indiana, incarna lo spirito di Memphis, voce aspra da soulman bianco ed energia rhythm&blues; Lyle, il “long tall Texan” dagli occhi di ghiaccio, è un cittadino onorario di Nashville, il country nelle sue mani diventa chiccosissimo e si tinge di humour freddo (“Fiona” che ha un occhio solo è uno dei tanti esempi) “Your dad did” e “Cowboy man” “Drive South” e “Nobody knows me”, “Feels like rain” (fantastica) e “If I had a boat”. Hiatt che presenta un blues inedito (“Freight train”) dal disco in uscita a marzo, che sfodera accordi rock e tocchi di solista per le canzoni del compare, Lovett che arpeggia con i suoi fingerpicks. Si conversa di Sud e di acque fangose (“Crossing Muddy Waters”), di tipi del New Jersey che con il loro accento esotico conquistano le ragazze più carine, di Bonnie Raitt che ha epurato una strofa dalla sua versione di “Thing called love” (“Ma grazie lo stesso, Bonnie, mi hai permesso di mandare le due figlie all’università”: ancora Hiatt): sempre in punta di penna, “tongue in cheek”, tra il faceto e il surreale e con tempi comici da attori consumati. Lo cantano a due voci, l’hit di Hiatt, e così “My baby don’t tolerate” e la folk song tradizionale “Aint’ no cane on the brazos”, mentre i bis, dopo due ore e mezza con un intervallo di venti minuti regalano “Have a little faith in me” (ma viene molto meglio con il pianoforte) e “Step inside this house” di Guy Clark, altra gloria texana. Scaletta sempre diversa e improvvisata a botta e risposta: verrebbe voglia di vederseli un’altra volta.

(Alfredo Marziano)

Live Report: Wilco @ Conservatorio Milano 14/11/09

Novembre 15th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Su “For those about the blog” un mini-resoconto e alcuni video del concerto, dal nostro Gianni Sibilla…

Buona lettura!

Live Report: Damien Rice @ Conservatorio Milano 18/03/2007

Marzo 19th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Capelli arruffati, pantaloni e giacca larga, faccia lentigginosa da irlandese: a vederlo Damien Rice è l’antitesi della rockstar. Eppure il suo era uno dei concerti più attesi di questi primi mesi del 2007, ed è andato esaurito pochi giorni dopo il suo annuncio.
Non appare immeritata la scelta della prestigiosa sala principale del Conservatorio, gremita in ogni ordine di posto. Aprono la serata i Magic Numbers, arruffati pure loro, e non propriamente affascinanti almeno fisicamente, perchè musicalmente se la cavano bene con il loro pop-rock trascinante, che strappa cori e applausi al pubblico.
Poi arriva lui, l’irlandese che con due dischi in quattro anni ha conquistato un pubblico fedelissimo in mezzo mondo. Ma se i suoi dischi sono costituiti da un folk-rock malinconico, sono i suoi trascinanti concerti ad aver fatto crescere la sua fama, e anche questa sera Rice non delude. Sale sul palco e attacca una delle sue canzoni più famose, “Cannomball”, suonandola a voce e chitarra nuda, senza amplificazione, zittendo la platea. Poi entra il resto della band (percussioni, chitarra, basso e un violoncello; manca purtroppo la seconda voce femminile, quella di Lisa Hannigan), e il concerto si svolge come da copione: Rice prende le sue canzoni e le canta con un trasporto e una passione tale che il pubblico è conquistato ad ogni nota. In alcuni momenti le note acustiche delle canzoni di “O” e “9” acquistano una tale forza che sul palco sembra esserci una band di rock indipendente, non un combo folk.
In alcuni momenti, sopratutto nelle lunghe e sconclusionate introduzioni ad alcuni brani e in canzoni pianistiche come la conclusiva “Sleep don’t weep”, lo spettacolo ha qualche caduta di tono. Ma quando Damien Rice attacca la sua canzone più famosa, “The blower’s daughter”, o quando canta su richiesta del pubblico “Amie”, la sala del Conservatorio sembra venire giù.
Forse non è il concerto più bello in Italia di Damien Rice: a novembre aveva offerto una mini-esibizione da solo, riservata agli addetti ai lavori, di un’intensità ancora maggiore, se possibile. Ma questo concerto dimostra come pochi dei nuovi cantautori emersi siano in grado di reggere il suo passo. Damien Rice è uno dei grandi perfomer di questi anni, senza ombra di dubbio.

(Gianni Sibilla)

Dal Vivo
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