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Live Report: Damien Rice @ Ferrara Sotto Le Stelle 27/07/12

Luglio 30th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

E’ tornato in Italia Damien Rice. Esordio nel 2002 e due soli album pubblicati (più un live ed una raccolta di b-sides), eppure il richiamo che il cantante irlandese esercita nel nostro paese, e non solo, lo porta sempre nei pressi dei sold out dovunque si esibisca. Ferrara non fa eccezione, ultimi biglietti in cassa e motovelodromo con i posti a sedere pieni. Il concerto che chiude il Ferrara Sotto Le Stelle si svolge qui dopo l’annuncio dello spostamento dal Castello Estense per via delle conseguenze del terremoto. In effetti entrando il primo pensiero è che il luogo non si addica particolarmente ad ospitare un concerto intimo ed emotivo come quello che sta per cominciare; quando alle 21.45 Damien Rice si presenta dietro al microfono sembra piccolo e spaesato su di un palco così grande e di fronte ad uno spazio così aperto. Invece l’irlandese con naturalità in tre mosse cambia tutto: agguanta subito il pubblico buttandola sul ridere introducendo la sua interessante “teoria seminale”, accorda la chitarra e parte a cantare “The Professor & La Fille Danse”. Dalle casse esce nitida ed inconfondibile la sua voce ed i vuoti si riempiono. A questo talento non serve nient’ altro che una chitarra ed un microfono ed il gioco è fatto. Ecco forse giusto giusto un po’ di vino, ed infatti una bottiglia è ben visibile sul tavolino poco a sinistra. Alla seconda canzone intona “Delicate” e la platea già si scioglie nel sentimentale. In un luogo così dispersivo sembra incredibile che ci sia silenzio, solo qualche frase sottovoce, qualche timido tentativo di dare ritmo con le mani, ma per lo più tra le sedie regna il totale rapimento; fin quando finalmente possono esplodere spontanei gli applausi a fine canzone. Alla terza c’è già un ospite, Robbie Fry, amico fotografo del cantante che lo accompagna con uno scacciapensieri durante “Coconuts Skins”. E poi via, uno dopo l’altro si susseguono brani straccialacrime che il pubblico conosce a memoria e che canta solo muovendo le labbra. Damien parla molto, interagisce con il pubblico, racconta aneddoti; è uno di quei cantanti che con semplicità scherza quando parla e commuove quando canta. Tutto qua, un puro talento naturale della forma canzone e del saper comunicare emozioni, tra reminescenze musicale di Nick Drake, Jeff Buckley, Cohen e affinità con quei cantanti che sanno coinvolgere empaticamente gli spettatori. Rispetto al suo concerto di Grado, di due giorni prima, una piccola novità sul palco c’è ed è la batteria. Per “Woman Like a Man” e “Volcano”, che chiudono prima dei bis, si avvale infatti della presenza di Joel Shearer, amico e spesso collega on stage per i tour con band al seguito; il discorso per queste due canzoni si fa più rock e la voce più roca, a differenza della precedente “Cannonball” che invece Damien canta senza microfono, invitando le persone ad alzarsi ed avvicinarsi davanti.
Il finale è da antologia: subito dopo la famosissima e celebratissima “The Blower’s Daughter” ed il prevedibile putiferio di telefonini alzati, arriva dal backstage una bellissima ragazza, un’ amica colombiana del cantante, chiamata sul palco per partecipare ad una scenetta che introdurrà “Cheers Darlin’”. Protagonista principale però è la bottiglia di vino sul tavolo, che viene stappata per l’occasione da lui stesso appena dopo aver invitato la sorridente accompagnatrice a sedersi su di una poltroncina da pub. Il vino viene versato in due calici e, per farla breve, mentre lui racconta ed introduce la canzone con uno spiritoso racconto su un abordaggio finito male, finiscono la bottiglia pressapoco in tre bicchieri ciascuno, alla goccia. Beh ecco, Damien Rice, nei panni di un disperato che si è ubriacato per un due di picche, è terribilmente credibile, e la canzone che chiude il concerto può quindi cominciare con tutto il suo giusto contesto. Ed è proprio così questo artista, protagonista sincero delle sue canzoni, emozioni d’amore passionale che sembrano sempre vissute in prima persona e che gli spettatori facilmente condividono con lui; a volte addirittura ridendo, certo, ma con gli occhi nascosti e sempre un po’ lucidi.

P.S. un’ora dopo la fine del concerto c’erano ancora persone che aspettavano l’uscita dell’artista, il quale non è nuovo ad improvvisare un miniconcerto per i fan più pazienti ed accaniti. A Grado era successo, a Ferrara per ragioni di sicurezza hanno deciso che fosse meglio di no. Il cantante ha scambiato qualche chiacchera coi fan ma è dovuto scappare subito dopo. Vedremo se ci riuscirà per le date di Firenze e Roma.

(Marco Danelli)

Setlst:

1. The Professor & La Fille Danse
2. Delicate
3. Coconut Skins (with Robbie Fry)
4. Fool
5. 9 Crimes
6. I Remember
7. Elephant
8. Insane
9. Accidental Babies
10. Cannonball (unplugged)
11. Woman Like A Man
12. Volcano
13. Cold Water
14. The Blower’s Daughter
15. Cheers Darlin’

Live Report: Lisa Hannigan @ Magazzini Generali, Milano, 7/5/2012

Maggio 8th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Sono le nove e mezza quando Lisa Hannigan sale sul palco. Lungo vestito nero da sera che lascia scoperte le spalle, imbraccia una chitarra e suona “Little bird”, da sola. Il pubblico dei Magazzini Generali si zittisce di colpo e ascolta rapito la ragazza irlandese e la sua voce delicata e potente allo stesso tempo.

A quel punto della serata, almeno un dubbio è risolto. Chi, e quanti, sarebbero venuto a vedere Lisa Hannigan? I fan di Damien Rice? O qualcuno che l’ha finalmente scoperta, grazie all’ultimo disco, “Passenger”? “Fino a qualche settimana fa, questo sarebbe stato un concerto da 50 persone”, commenta orgogliosa la discografica italiana che ha promosso, e tanto, il disco. E ha ragione: grazie all’esposizione di “Knots” e “What I’ll do”, Lisa Hannigan ha quasi riempito la discoteca milanese, con 700 e passa persone.

Il secondo dubbio, quello musicalmente più importante, viene sciolto dalla seconda canzone in poi: “Si, è brava. Ma è capace di andar oltre le canzoncine voce e chitarra? Perché di cantautrici folk ne abbiamo già fin troppe… ” E infatti la sorpresa è che Lisa Hannigan si fa accompagnare da una band di 5 elementi che vanno oltre il classico basso-batteria-chitarra acustica. Ci sono tastiere, banjo, mandolini, un multistrumentista che passa dallo xilofono alla tromba. Poi c’è lei: che canta e si dimena, spesso sbattendo i piedi scalzi sul palco. Suona anche lei di tutto, dall’harmonium, alla chitarra elettrica, all’ukulele..

Il suono che ne esce è ricco, sfaccettato: segno che Lisa ha saputo prendere la lezione che le ha dato il produttore Joe Henry per “Passanger” e portarla sul palco, andando ben oltre il folk minimale del primo album solista “Sea sew”. E’ un crescendo di intensità, fino a “What I’ll do”, che tutti conoscono a memoria: quando Lisa esce, il pubblico rimane a fare “Uo-ho-eh-eh-ah-ah” per un paio di minuti buoni.

Nel primo bis, arriva un’altra, piacevolissima sorpresa: Lisa e la band escono con una bottiglia di whiskey e fanno un brindisi al grande Levon Helm, intonando questa bella versione corale di “The night they drove Old Dixie down”.

Immagine anteprima YouTube

C’è ancora tempo per “Knots”, anche questa cantata a memoria dal pubblico. Dopo poco più di un’ora il concerto è finito. Troppo breve, il repertorio è ancora limitato con due dischi (spiace non abbiano suonato “Eye of the tiger”, cover dei Survivor – ricordate la colonna sonora di “Rocky”  - provata al soundcheck). Ma va bene così: Lisa Hannigan è un’artista che ha trovato una sua identità su disco, e sa tenere bene il palco. Vedremo quando il suo ex partner tornerà finalmente in Italia quest’estate, ma quella che è uscita bene dalla fine del rapporto musicale con Damien Rice è lei.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Damien Rice @ Conservatorio Milano 18/03/2007

Marzo 19th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Capelli arruffati, pantaloni e giacca larga, faccia lentigginosa da irlandese: a vederlo Damien Rice è l’antitesi della rockstar. Eppure il suo era uno dei concerti più attesi di questi primi mesi del 2007, ed è andato esaurito pochi giorni dopo il suo annuncio.
Non appare immeritata la scelta della prestigiosa sala principale del Conservatorio, gremita in ogni ordine di posto. Aprono la serata i Magic Numbers, arruffati pure loro, e non propriamente affascinanti almeno fisicamente, perchè musicalmente se la cavano bene con il loro pop-rock trascinante, che strappa cori e applausi al pubblico.
Poi arriva lui, l’irlandese che con due dischi in quattro anni ha conquistato un pubblico fedelissimo in mezzo mondo. Ma se i suoi dischi sono costituiti da un folk-rock malinconico, sono i suoi trascinanti concerti ad aver fatto crescere la sua fama, e anche questa sera Rice non delude. Sale sul palco e attacca una delle sue canzoni più famose, “Cannomball”, suonandola a voce e chitarra nuda, senza amplificazione, zittendo la platea. Poi entra il resto della band (percussioni, chitarra, basso e un violoncello; manca purtroppo la seconda voce femminile, quella di Lisa Hannigan), e il concerto si svolge come da copione: Rice prende le sue canzoni e le canta con un trasporto e una passione tale che il pubblico è conquistato ad ogni nota. In alcuni momenti le note acustiche delle canzoni di “O” e “9” acquistano una tale forza che sul palco sembra esserci una band di rock indipendente, non un combo folk.
In alcuni momenti, sopratutto nelle lunghe e sconclusionate introduzioni ad alcuni brani e in canzoni pianistiche come la conclusiva “Sleep don’t weep”, lo spettacolo ha qualche caduta di tono. Ma quando Damien Rice attacca la sua canzone più famosa, “The blower’s daughter”, o quando canta su richiesta del pubblico “Amie”, la sala del Conservatorio sembra venire giù.
Forse non è il concerto più bello in Italia di Damien Rice: a novembre aveva offerto una mini-esibizione da solo, riservata agli addetti ai lavori, di un’intensità ancora maggiore, se possibile. Ma questo concerto dimostra come pochi dei nuovi cantautori emersi siano in grado di reggere il suo passo. Damien Rice è uno dei grandi perfomer di questi anni, senza ombra di dubbio.

(Gianni Sibilla)

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