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Live Report: Mark Lanegan @ Estragon, Bologna 24/03/12

Marzo 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Che l’arrogante bottegaio degli Offlaga Disco Pax si sbagliasse è chiaro e palese, soprattutto ai quasi duemila paganti che ieri sera hanno preso d’assalto l’Estragon di Bologna per assistere al concerto-evento di Mark Lanegan e la sua band, tornato finalmente in Italia per la promozione del nuovo ed interessantissimo “Blues Funeral”.

Un sold out annunciato e raggiunto proprio sul finale; di quelli che ti fanno pensare di poter comprare il biglietto ai botteghini prima del concerto risparmiando la prevendita, ma che proprio nelle ultime ore si trasformano in una “triste” realtà. Riempie comunque di felicità vedere cosi tante persone ad una data italiana del buon Mark, uno dei più dotati e longevi artisti in circolazione, autore di splendidi capolavori passati troppo spesso sotto il silenzio dei media nostrani.
La sala inizia a riempirsi poco per volta, creando un flusso di coda continuo ma veloce che ci permette addirittura il lusso di andare per ben due volte in fondo alla fila per finire le birre e le sigarette iniziate per ingannare un’ipotetica attesa. Entriamo, quindi, agevolmente alle 21.30 durante il set del gruppo spalla, tali Creature with the Atom Band, impegnati nell’intrattenere un pubblico già discretamente numeroso con il loro rock che, ironia della sorte (?), mi ricorda moltissimo il sound degli Screaming Trees, il gruppo con cui Lanegan ha iniziato la sua lunga e poliedrica carriera.

Alle 22.20, dopo una snervante attesa, Mark Lanegan si fa strada sul palco, andando a posizionarsi al centro della sua band, aggrappato, come di consueto, all’asta del microfono. Qualche sguardo d’intesa ed è subito “The gravedigger’s song”, inquietante e cadenzato singolo tratto da “Blues Funereal”; in pochi istanti cala il silenzio tra il pubblico e tutta la sala si riempie della profonda e graffiante voce dell’artista, fino ad esplodere in un violento applauso alla chiusura del pezzo. Da qui in avanti inizia un saliscendi di emozioni che passa dalle soffuse melodie di “Resurrection song” alle ben più ritmate atmosfere della nuova “Grey goes black”, regalando inoltre qualche inestimabile chicca del calibro di “One way street”, in cui la cavernosa voce di Mark Lanegan riecheggia nei duemila stomaci presenti, trasformandosi in strozzate note che accompagnano l’artista nell’esecuzione del brano, quando con il viso contratto arriva al massimo della sua estensione (“Adesso arriva la parte alta” – dice un mio amico, non considerando che si tratta comunque del più basso punto di un’umana estensione vocale). Sul palco, ormai si sa bene, l’artista americano non offre plateali segni di vita, rimanendo ancorato nella sua posizione sopra accennata sia che si tratti di hard rock (ho il piacere e la fortuna di ricordarlo in una paio di concerti con i Queens of The Stone Age) che di rock blues leggero, come in questo caso; quello che colpisce, però, è la presenza scenica che emana: pur restando assolutamente immobile non si può che restare a guardare questo pallido figuro dai capelli rossi e dalla voce grave. Quando si dice classe.
L’esibizione continua per un’ora e mezza circa in cui la Mark Lanegan Band ripercorre quasi interamente l’ultimo lavoro discografico, con l’aggiunta di qualche, graditissimo, vecchio successo come “Crawlspace”, cover degli Screaming Trees appunto, o la strepitosa “Pendulum”, composta addirittura nel 1990, eseguita durante un encore che contava altri tre brani.

L’unica critica negativa che si può fare al set è, come spesso accade di questi tempi, la scarsa durata; si e no novanta minuti in cui, però, la band mette in fila ben ventuno canzoni, suonate tra l’altro in maniera impeccabile. Novanta minuti intensi in cui lasciarsi coccolare dalle sinuose melodie di una delle voci più intriganti del panorama rock-blues mondiale, in un’atmosfera talmente intima che vede Lanegan scendere dal palco a fine concerto per autografare magliette e dischi in vendita nello store ufficiale.

(Edoardo Gandini)

Setlist:

1. The Gravedigger’s Song
2. Sleep With Me
3. Hit the City
4. Wedding Dress
5. One Way Street
6. Resurrection Song
7. Wish You Well
8. Grey Goes Black
9. Crawlspace (Screaming Trees cover)
10. Bleeding Muddy Water
11. Quiver Syndrome
12. One Hundred Days
13. Creeping Coastline of Lights
14. Riot in My House
15. Ode to Sad Disco
16. St. Louis Elegy
17. Tiny Grain of Truth
—Bis—
18. When Your Number Isn’t Up
19. Pendulum
20. Phantasmagoria Blues
21. Methamphetamine Blues

Live Report: Explosions In The Sky @ Estragon, Bologna 29/05/11

Maggio 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“…l’Italia è la terra dell’amore e della passione no? Quindi è con l’amore e la passione che suoneremo per voi questa sera… noi siamo esplosione nel cielo…”.

Le parole rapite e trepidanti di Munaf Rayani introducono l’arpeggio di “Yasmin the light” sul palco dell’Estragon di Bologna. E come sempre, la magia si compie. Non so bene come funziona: prima eri fuori, poi in un lampo ci sei dentro fino al collo. Gli occhi si chiudono, le chitarre iniziano a volteggiare e inizia una discesa, lenta ed inesorabile, verso le radici del suono. Il suono degli Explosions In The Sky, un flusso continuo che scivola dagli amplificatori e penetra nella testa attraverso le orecchie, il viso, i capelli, giù fino allo stomaco.

Un’ora e venti quasi in apnea, vissuta fino in fondo, respirata, goduta in ogni suo singolo momento sul palco tanto quanto in platea. “Last known surroundings”, “Catastrophe and the cure”, “The only moment we were alone”, “Postcard from 1952”, “Greet death”, “Your hand in mine”, “The birth and death of the day”, “Let me back in”. Suoni lenti, distorti, sussurrati, che deflagrano improvvisamente, si fanno prima cupi e poi incredibilmente solari. Senza mai dire una parola, senza staccare gli occhi dalla pedaliera in un ondeggiare costante quasi in balia del vento, un battito cardiaco che reclama vita (Chris Hrasky: batteria monumentale). Il “primo respiro dopo il coma”.

Gli Explosions In The Sky sono questo: un momento che ognuno dovrebbe ritagliarsi, almeno una volta nella vita. Per prenderci cura di noi stessi, per fare il punto della situazione, per spolverare qualche vecchio ricordo, o solamente lasciarsi andare completamente e vedere dove si arriva. Assaporare la libertà. “Take care, take care, take care”, mano nella mano, la nostra nella loro, dal sorgere del sole fino a vedere la giornata che muore. Un concerto da perdere la testa, dolce e aggressivo, innamorato e triste, da cui si riemerge storditi quando tutto finisce e la voce Nina Simone rompe il silenzio: gli Explosions hanno detto grazie e si sono guadagnati il backstage. C’è chi ne vuole ancora, ma la serata si chiude com’era iniziata, con le parole di Rayani: “Grazie, grazie davvero, ma questa è davvero la fine. Come l’ultima scena di un film, avete presente? The end. Siamo molto stanchi, abbiamo dato tutto e tornare sul palco beh, a cosa servirebbe? Non sarebbe certo la stessa cosa. Grazie a tutti, torneremo presto, ve lo prometto”.

Una persona. Un libro. Un film. Un colore. Un sapore. Un’idea. Un luogo. Un ricordo. Un amico. Un disco. A volte basta un suono, per ricordarsi cosa si ama.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Yasmine the light”

“Last known surroundings”

“Catastrophe and the cure”

“The only moment we were alone”

“Postcard from 1952”

“Greet death”

“Your hand in mine”

“The birth and death of the day”

“Let me back in”

Live Report: Bee Hive @ Estragon, Bologna 20/05/11

Maggio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Ritornano tutti prima o poi! Lo hanno fatto i Take That, i Litfiba, i Backstreet Boys e persino i Blue all’ultimo Euro Festival Anche la pantera nera Skin è tornata dai suoi Skunk Anansie. E in Italia? Dopo essere sopravvissuti all’addio di uno dei componenti dei Pooh e al divorzio dei Luna Pop, avevamo bisogno di qualcuno che riportasse una ventata di freschezza. Perché diciamocelo, la situazione in Italia è pesante! Ci vuole qualcosa per staccare la spina e per ridare un po’ di leggerezza. Sono andato a vedere i Bee Hive all’Estragon di Bologna. Ve li ricordate? Il famoso gruppo musicale, dei telefilm ispirati al cartone animato Kiss Me Licia. Direte voi: operazione amarcord! E invece no! Questa sera ho assistito a qualcosa d’incredibile. Un pubblico trasversale che si riuniva per celebrare uno dei gruppi musicali fenomeno degli anni ottanta. I Bee Hive riescono a fare impennare le vendite della parrucche, molti presenti avevano lunghe chiome viola come Satomi, ciuffi rossi come il mitico Mirko e caschetti neri in onore dell’assente Cristina D’Avena. I Bee Hive riescono a unire sotto lo stesso tetto orde di ragazzine come vent’anni fa, rockettari crudi e puri e radical chic della prima ora. Ebbene sì: i Bee Hive sono un fenomeno. “Maturati” molto bene e appesa la loro “parrucca” al chiodo si sono reinventati con un look più pulito e pop ma come un’anima rock. Mai avrei pensato che Pasquale Finicelli, alias Mirko e doppiato all’epoca da Enzo Draghi, sfoggiasse una voce così originale. E che dire del batterista e polistrumentista Manuel de Peppe “Matt” vero leader del gruppo. A lui va il merito di questa reunion. Stupisce Luciano De Marini “Paul” con il suo assolo di chitarra che fa infuocare i rockettari presenti. Il più acclamato è Sebastian Harrison, nella serie Satomi, arrivato direttamente da Malibù per questi concerti. Infine ci sono due new entry: il talentuoso Tony Amodio al basso e la vocalist Julce Giuliana Rescigno, che strega l’Estragon con i suoi duetti con Pasquale. Questi ragazzi hanno la fortuna di avere due nomi, quello reale e quello di fantasia. La loro carriera sembra così ripartire da quel binario che era il mondo dell’animazione e della celebrità televisiva per proseguire verso nuove strade. Dispiace se qualcuno arriccia il naso o li considera musica di serie B. Ma gli snob, si sa, di nascosto apprezzano questo genere. Sono riuscito ad avvicinarli durante le prove per fargli qualche domanda. La loro disponibilità e la loro educazione mi lascia di stucco. Quasi non ti viene neanche voglia di provocarli, in fondo sono stati “nostri amici” per metà degli anni ottanta, perché dovrei? Abbiamo parlato di musica, di progetti futuri e di voglia di fare. Hanno mille idee per la testa e credo sia giusto investire e tutelare un gruppo che non fa altro che generare solo bei momenti. Così sottolinea Tony Amodio: “Ci piace sapere che la gente esca con un sorriso e divertita”. Il concerto è stato un tripudio di hit di quegli anni. Sicuramente le più applaudite sono state “Freeway”, “Fire” e “Baby, I Love You”, ma anche le ballad più mielose come “Mio dolce amore” e “La poesia sei tu” venivano cantate dai capelloni con le magliette dei Ramones. Non ricordo tutte le canzoni dei Bee Hive ma alcune riaprivano dei ricordi ormai scomparsi nella mia mente. E se ci sono riusciti con me, figuriamoci con quella pazza sovrappeso che mi urlava di fianco e che mi ha schiacciato i piedi! Se riescono ancora in questo intento o sono dei bravissimi manipolatori delle emozioni o hanno ancora qualcosa da dire. Credo la seconda! Mi piacciono questi concerti e quel senso di appartenenza che si respira e, credetemi, nel momento storico che stiamo vivendo ne abbiamo veramente bisogno! Ah! I Bee Hive sono altissimi, dovevano stare gobbi per parlare dentro il mio cellulare!

(Gabriele De Risi)

Live Report: Mogwai @ Estragon, Bologna 09/03/11

Marzo 10th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I fan dei Mogwai sono come un fiume carsico. Non ne senti parlare, scorrono quasi interamente sottoterra per poi riemergere con forza in superficie, ma solamente in rigorose occasioni ben selezionate, vedi i live, quando ti accorgi che sono una quantità bella consistente. Che poi non tutti siano coscienti di che cosa sia un live dei Mogwai, questo è un altro paio di maniche: il pubblico dell’Estragon spazia dal feticcione ipercompetente in tenuta da scafato post rocker (maglia degli Slint e compagnia bella), al neofita che scalda l’attesa con chiacchiere da bar (della musica, non dello sport). Gli stessi che al banchetto del merchandising si fanno due risate perché, con le magliette, le felpe e quant’altro, si vendono per la modica cifra di due euro i tappi per le orecchie marcati Mogwai. Poco dopo le nove sale sul palco RM Hubbert, massiccio chitarrista acustico, sul cui sito ufficiale compare un’iniziativa quantomeno curiosa denominata “We play for food”. Bene: volete organizzare una serata con RM Hubbert? Niente di più facile. Vi basterà invitare in casa (o dove volete) un po’ di gente amante della musica, preparare la cena per tutti e il buon “Hubby” sarà lieto di suonare un set informale per chiunque sia così gentile da averlo come ospite. Un ragazzone così non si può che adorarlo al primo colpo. E a giudicare dalla stazza, deve averne fatte di date… Ad ogni modo, per quanto riguarda la serata con i Mogwai (che non credo l’abbiano convinto a suonare promettendogli una cena), “Hubby” si presenta sul palco accompagnato solamente da una chitarra acustica. Un set d’apertura completamente strumentale, di una mezz’oretta abbondante: fingerpicking di qualità, molto soft e delicato, ma purtroppo ignorato da buona parte della platea, troppo impegnata a fare altro e a farlo maleducatamente ad alta voce. A mettere tutti a tacere ci pensano i Mogwai, sul palco bolognese dieci minuti dopo le dieci. Il saluto è sempre lo stesso, “We are Mogwai from Glasgow”. Stuart Braithwaite appare visibilmente dimagrito, mentre Dominic Aitchison sfoggia un bel barbone quasi folk. L’attacco spetta a “White noise”, seguita dalla meravigliosa “Killing all the flies” e da “Death rays”. Lentamente l’Estragon si svuota di parole e si riempie di volume, di quel famoso muro sonoro denso e impenetrabile che ha reso celebre il quintetto scozzese. Benvenuti a un set dei Mogwai, dove l’unica cosa che conta è ciò che si sente. Benché l’Estragon non sia dotato di un’acustica delle migliori, il lavoro fatto in zona mixer dai tecnici dei Mogwai è come sempre ottimo. I primi tre pezzi servono per assestare il tiro, mentre “How to be a werewolf” (straordinariamente coinvolgente, accompagnata dal bel video ufficiale che scorre sul fondale) e “San Pedro”, iniziano a scardinare le difese uditive del pubblico. Pochissime parole come di consueto, solamente qualche “grazie” pronunciato da Stuart e niente di più. “I’m Jim Morrison” (leggermente riarrangiata) è accolta con lo stesso entusiasmo riservato ai pezzi dell’ultimo “Hardcore will never die, but you will”, segno che per quanto sulla via del cambiamento (pezzi più corti e nettamente più diretti), la fanbase dei Mogwai ha comunque apprezzato i due lavori più recenti del gruppo. Entusiasmo supportato da una resa live impeccabile, che trasforma anche un pezzo apparentemente innocuo come “White noise” in una cavalcata post rock notevolmente più massiccia che su disco.

Che i Mogwai fossero una live band però già si sapeva, non l’ho scoperto io e in ogni caso, non l’ho scoperto oggi. “New path to Helicon, pt.1” è un pezzo che merita un capitolo a parte. Dominic cede il basso a Stuart che si siede defilato in zona amplificatori. Parte in silenzio quello che a conti fatti è uno dei pezzi migliori dell’intera discografia. Pulita, incredibilmente travolgente, esaltante: la quintessenza dei Mogwai. Da qui in poi il set si mantiene su livelli ottimi, senza però eguagliare i picchi della prima parte. Spigolosa ad hoc “Rano pano”, accolta ovviamente come si compete a un singolo, più delicata invece “Friend of the night”, forse l’unico pezzo che perde qualcosina in versione live in quanto ad energia. Ad accompagnare la band, aggiungendo una chitarra in “You’re Lionel Richie”, sale poi sul palco Luke Sutherland, musicista e scrittore scozzese di chiare origini africane, già al lavoro con la band ai tempi di “Cody”. Una specie di sesto Mogwai se consideriamo che su “Hardcore will never die” suona e canta (ebbene si), in cinque pezzi su dieci. A questo punto Stuart ringrazia per la serata “amazing”, e introduce gli ultimi due pezzi in scaletta. “Hunted by a freak” è ormai un grande classico e si comporta da tale, mentre “Mexican Gran Prix” con Sutherland a dividersi le parti vocali con il solito Barry Burns, è la sorpresa più bella della serata (giustamente tenuta in caldo per il gran finale di prima parte), così grintosa da non far rimpiangere le vecchie chiusure alla “Batcat” e “We’re no here” tanto per intenderci. Piccola pausa per far riposare le orecchie e rientro quasi immediato con il divertissement elettronico vocoderizzato “George Square Thatcher death party” che riscalda l’ambiente prima del finale di “My father, my king”: una tirata elettrica unica di più di trenta minuti, quasi insostenibile a livello uditivo, post rock come raramente capita di sentire. Una maratona interminabile e forse per questo da considerarsi eroica, in primis per il pubblico visibilmente provato dell’Estragon. Caos a livelli audio improponibili: la cassa di destra cede dopo dieci minuti sotto i colpi della chitarra di Braithwait, un’accetta affilata. Uno dopo l’altro, i Mogwai lasciano il palco arrivati quasi a due ore di concerto, nel bel mezzo di una tempesta drone fatta di distorsioni lancinanti, lasciando al solo John Cummings il compito di tramortire definitivamente la platea bolognese arrivata al termine del set quasi completamente priva di udito. Una chiusura incredibile, ostica e senza ombra di dubbio, memorabile. Appuntamento dunque a Milano e poi chissà: andare ai live dei Mogwai ogni volta che se ne presenta l’occasione, è sempre un piacere. E dopo un concerto come questo è facile ricordarsi il perché.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“White noise”

“Killing all the flies”

“Death rays”

“How to be a werewolf”

“San Pedro”

“I’m Jim Morrison, I’m dead”

“New path to Helicon, pt.1”

“Rano Pano”

“Friend of the night”

“You’re Lionel Richie”

“Hunted by a freak”

“Mexican Gran Prix”

Encore

“George Square Thatcher death party”

“My father, my king”

Live Report: Band of Horses @ Estragon, Bologna 11/02/11

Ffebbraio 12th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

L’Estragon di Bologna è una location ben più capiente del modesto Musicdrome, teatro della prima esibizione dei Band Of Horses dalle nostre parti. Era il dodici marzo del 2008, un set meraviglioso suonato per duecento persone scarse. Le cose oggi sono cambiate: tre anni dopo la band di Seattle raccoglie un migliaio di persone al suo capezzale senza troppe difficoltà. “Infinite arms” ha allargato considerevolmente il bacino di “utenti” del folk rock dei Nostri, consentendo alla band di fare un netto salto di quantità, mantenendosi (e parlo da fan del gruppo), su buoni livelli di qualità. La data all’Estragon è dunque un’occasione per rivedere dei vecchi amici di cui si conserva un prezioso ricordo che si spera non diventi troppo ingombrante. Un po’ come con i National, anche loro con un precedente spettacolare sempre al Musicdrome (novembre 2007), e oggi in grado di riempire palazzetti ma ahimè, con un’intensità diversa rispetto agli inizi (sono uno di quelli che non sono usciti troppo convinti dalla recente data all’Alcatraz). Alle dieci sale sul palco Mike Noga con i suoi “Gents”. Il progetto solista del batterista dei Drones è un rock classico, un po’ folk, non esageratamente brillante e fin troppo Dylaniano. La platea di Bologna sembra comunque apprezzare e tanto basta. I Band Of Horses salgono sul palco alle undici e cinque, o meglio, Ben Bridwell e Tyler Ramsey. I due si sistemano davanti al microfono per “Evening kitchen”: un inizio folgorante, davvero bellissimo. Due voci e una chitarra che zittiscono l’Estragon sancendo l’inizio di un set di un’ora e quaranta circa per ventuno pezzi in scaletta. Il resto del gruppo raggiunge il palco per l’inedita “Bats”, il ritmo si alza, le chitarre iniziano a scaldarsi. I Band Of Horses visti a Bologna sono una band cresciuta e tecnicamente impeccabile, con un Creighton Barret assolutamente fenomenale alla batteria e Ryan Monroe, anche se coperto dalle tastiere, a fare da secondo band leader al pari di Bridwell. I BOH sono una band live: ottimi i dischi, straordinari su un palco. Esemplari “Cigarettes, wedding bands” e “Marry song”, mentre con “The great Salt Lake”, “Is there a ghost?”, “NW apt.” e “The general specific” si tocca il primo apice del set. Platea conquistata, temperatura in aumento. Fa caldo all’Estragon, vuoi per quello che arriva dal palco, ma più in generale per il clima in platea (dove peraltro si fuma copiosamente e in totale libertà). Benissimo “Laredo”, accolta con un boato, e uno dei pezzi migliori di “Infinte arms”, quella “Older” che sembra passare un po’ in sordina ma che a conti fatti, è uno dei momenti migliori, se non il migliore in assoluto, del concerto. “No one’s gonna love you”, introdotta da Bridwell come una “canzone per le persone tristi”, fa piangere anche i baristi e apre agli ultimi due pezzi in scaletta (due e mezzo a dire il vero): “Snow” e “Monsters” arricchita dal finale di “Neighbor”. Piccola pausa e rientro in crescendo magistrale con “Ode to L.R.C.”, “Wicked gil” e ovviamente “The Funeral” (“forse il nostro pezzo più famoso”) che chiude la serata in pieno tripudio mandando a casa tutti contenti poco prima dell’una. I Band Of Horses si sono tolti le camicione di flanella a quadretti, spogliandosi di quell’aria da boscaioli che era un po’ il loro marchio di fabbrica. Sono diventati una band “importante”, dando l’addio ai vecchi palchetti circondati da indie barbuti. Una nuova veste che però, per una volta, calza a pennello alla band. La loro musica non ha perso un centesimo in quanto a sincerità e forza: erano una grande band live, ora sono dei grandissimi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Evening kitchen”

Bats”

Cigarettes, wedding bands”

Factory”

Blue beard”

Compliments”

Marry song”

The great salt lake”

Is there a ghost?”

NW Apt.”

The general specific”

Islands on the coast”

Laredo”

Part one”

Older”

No one’s gonna love you”

Snow”

Monsters / Neighbor”

Encore

Ode to L.R.C.”

Wicked gil “

The funeral”

Live Report: Pavement @ Estragon Bologna 25/05/10

Maggio 26th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Basta aspettare l’arpeggio che apre “Grounded”, che a Bologna arriva subito dopo una “Gold soundz” – in apertura – iniziata in modo precipitoso, senza nemmeno aspettare, quasi, che West si fosse sistemato sullo sgabello della batteria, per capire che dieci anni sono passati in un attimo. O, forse, sono passati solo per noi. Perché Malkmus è ancora identico allo spilungone che sbatacchiava qua e là la chitarra immerso nelle luci blu immortalato da “The slow century” a Manchester, quando appendeva le manette al microfono e tutto il resto. Stessi giochi, scomposti, con la sei corde e la relativa tracolla, stesso atteggiamento tra (perdonate l’assonanza francese) il cazzone e lo scazzato. Così come tutti gli altri. Certo, Spiral Stairs si è per lo meno irrobustito, e quella coppola incomprensibile che – ormai – tiene sempre in testa, anche nelle fotografie, potrebbe nascondere una calvizie incipiente, ma sono solo dettagli. Mark Imbold è sempre lì, al centro. Bob Nastanovich si alterna tra moog e percussioni, ma il meglio – ovviamente – lo da quando impugna il microfono. I Pavement sanno che è un reunion tour, e la scaletta ovviamente la modellano su “Quarantine the past”: i pezzi forti ci sono tutti, da “Shady lane” a “Summer babe”, passando per “Here”, “Stop breathin’”, “Stereo”, “Perfume-V”, “We dance” e “Cut your hair”. Sono tanti, e occupano un’ora e mezza abbondante di concerto. Tutti quelli che affollano l’Estragon ne vorrebbero ancora. O vorrebbero la chicca – tipo, che so? la cover di “Killing moon”, o qualsiasi altro episodio sulla carta minore ma che minore non lo è per niente – o ancora uno dei tanti pezzi forti (da “Carrot rope” a “Grave architecture” e un mucchio d’altre, ma qui – è ovvio – ognuno ha le sue). Ma stanno tutti al gioco. Perché, quando un gruppo così si riunisce, la ragione che spinge la gente a mettersi in macchina, farsi qualche centinaio di chilometri per chiudersi un un capannone e spendere 30 euro e rotti per rimanere chiusa un un capannone (dall’acustica, è giusto specificarlo, decisamente sopra la media a tanti locali live italiani) è vedere la magia ricrearsi. E i Pavement, la magia, hanno saputo ricrearla alla perfezione. Solo dopo, sulla strada verso casa, ci si chiede – specie tra chi ha avuto l’opportunità di vederli prima che implodessero, nel ‘99 – cosa sarebbe successo se un band capace di non perdere una virgola in intensità dal vivo dopo due lustri di stop quella vacanza non l’avesse mai presa. Cosa sarebbe successo, se Malkmus quelle manette non le avesse mai appese. Ci si pensa solo un attimo, poi si torna a un paio d’ore prima, quando – a dieci anni di distanza – Stephen e Spiral Stairs sono ancora lì, uno spostato all’estrema sinistra e l’altro all’estrema destra del palco, che suonano – ognuno a suo modo – senza incrociare quasi mai lo sguardo, con quella sottile freddezza reciproca che esiste solo tra di loro, e che pur mitigata dal resto del gruppo c’è stata e c’è ancora. Se la vacanza da due lustri i Pavement non l’avessero mai presa probabilmente la musica e i gruppi che ascolteremmo oggi sarebbero diversi, avremmo almeno tre o quattro dischi sullo scaffale col loro nome scritto sopra e tutto il resto. Ma i Pavement che conosciamo noi, che ricordiamo con estremo affetto e sconfinata ammirazione e che ieri abbiamo rivisto – grandissimi oggi come dieci anni fa – a non prendersi quella famosa vacanza non ci sarebbero mai riusciti.

(Davide Poliani)

Dal Vivo
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