Live Report: Mark Lanegan @ Estragon, Bologna 24/03/12
Marzo 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol
Che l’arrogante bottegaio degli Offlaga Disco Pax si sbagliasse è chiaro e palese, soprattutto ai quasi duemila paganti che ieri sera hanno preso d’assalto l’Estragon di Bologna per assistere al concerto-evento di Mark Lanegan e la sua band, tornato finalmente in Italia per la promozione del nuovo ed interessantissimo “Blues Funeral”.
Un sold out annunciato e raggiunto proprio sul finale; di quelli che ti fanno pensare di poter comprare il biglietto ai botteghini prima del concerto risparmiando la prevendita, ma che proprio nelle ultime ore si trasformano in una “triste” realtà. Riempie comunque di felicità vedere cosi tante persone ad una data italiana del buon Mark, uno dei più dotati e longevi artisti in circolazione, autore di splendidi capolavori passati troppo spesso sotto il silenzio dei media nostrani.
La sala inizia a riempirsi poco per volta, creando un flusso di coda continuo ma veloce che ci permette addirittura il lusso di andare per ben due volte in fondo alla fila per finire le birre e le sigarette iniziate per ingannare un’ipotetica attesa. Entriamo, quindi, agevolmente alle 21.30 durante il set del gruppo spalla, tali Creature with the Atom Band, impegnati nell’intrattenere un pubblico già discretamente numeroso con il loro rock che, ironia della sorte (?), mi ricorda moltissimo il sound degli Screaming Trees, il gruppo con cui Lanegan ha iniziato la sua lunga e poliedrica carriera.
Alle 22.20, dopo una snervante attesa, Mark Lanegan si fa strada sul palco, andando a posizionarsi al centro della sua band, aggrappato, come di consueto, all’asta del microfono. Qualche sguardo d’intesa ed è subito “The gravedigger’s song”, inquietante e cadenzato singolo tratto da “Blues Funereal”; in pochi istanti cala il silenzio tra il pubblico e tutta la sala si riempie della profonda e graffiante voce dell’artista, fino ad esplodere in un violento applauso alla chiusura del pezzo. Da qui in avanti inizia un saliscendi di emozioni che passa dalle soffuse melodie di “Resurrection song” alle ben più ritmate atmosfere della nuova “Grey goes black”, regalando inoltre qualche inestimabile chicca del calibro di “One way street”, in cui la cavernosa voce di Mark Lanegan riecheggia nei duemila stomaci presenti, trasformandosi in strozzate note che accompagnano l’artista nell’esecuzione del brano, quando con il viso contratto arriva al massimo della sua estensione (“Adesso arriva la parte alta” – dice un mio amico, non considerando che si tratta comunque del più basso punto di un’umana estensione vocale). Sul palco, ormai si sa bene, l’artista americano non offre plateali segni di vita, rimanendo ancorato nella sua posizione sopra accennata sia che si tratti di hard rock (ho il piacere e la fortuna di ricordarlo in una paio di concerti con i Queens of The Stone Age) che di rock blues leggero, come in questo caso; quello che colpisce, però, è la presenza scenica che emana: pur restando assolutamente immobile non si può che restare a guardare questo pallido figuro dai capelli rossi e dalla voce grave. Quando si dice classe.
L’esibizione continua per un’ora e mezza circa in cui la Mark Lanegan Band ripercorre quasi interamente l’ultimo lavoro discografico, con l’aggiunta di qualche, graditissimo, vecchio successo come “Crawlspace”, cover degli Screaming Trees appunto, o la strepitosa “Pendulum”, composta addirittura nel 1990, eseguita durante un encore che contava altri tre brani.
L’unica critica negativa che si può fare al set è, come spesso accade di questi tempi, la scarsa durata; si e no novanta minuti in cui, però, la band mette in fila ben ventuno canzoni, suonate tra l’altro in maniera impeccabile. Novanta minuti intensi in cui lasciarsi coccolare dalle sinuose melodie di una delle voci più intriganti del panorama rock-blues mondiale, in un’atmosfera talmente intima che vede Lanegan scendere dal palco a fine concerto per autografare magliette e dischi in vendita nello store ufficiale.
(Edoardo Gandini)
Setlist:
1. The Gravedigger’s Song
2. Sleep With Me
3. Hit the City
4. Wedding Dress
5. One Way Street
6. Resurrection Song
7. Wish You Well
8. Grey Goes Black
9. Crawlspace (Screaming Trees cover)
10. Bleeding Muddy Water
11. Quiver Syndrome
12. One Hundred Days
13. Creeping Coastline of Lights
14. Riot in My House
15. Ode to Sad Disco
16. St. Louis Elegy
17. Tiny Grain of Truth
—Bis—
18. When Your Number Isn’t Up
19. Pendulum
20. Phantasmagoria Blues
21. Methamphetamine Blues
“…l’Italia è la terra dell’amore e della passione no? Quindi è con l’amore e la passione che suoneremo per voi questa sera… noi siamo esplosione nel cielo…”.
I fan dei
Basta aspettare l’arpeggio che apre “Grounded”, che a Bologna arriva subito dopo una “Gold soundz” – in apertura – iniziata in modo precipitoso, senza nemmeno aspettare, quasi, che West si fosse sistemato sullo sgabello della batteria, per capire che dieci anni sono passati in un attimo. O, forse, sono passati solo per noi. Perché Malkmus è ancora identico allo spilungone che sbatacchiava qua e là la chitarra immerso nelle luci blu immortalato da “The slow century” a Manchester, quando appendeva le manette al microfono e tutto il resto. Stessi giochi, scomposti, con la sei corde e la relativa tracolla, stesso atteggiamento tra (perdonate l’assonanza francese) il cazzone e lo scazzato. Così come tutti gli altri. Certo, Spiral Stairs si è per lo meno irrobustito, e quella coppola incomprensibile che – ormai – tiene sempre in testa, anche nelle fotografie, potrebbe nascondere una calvizie incipiente, ma sono solo dettagli. Mark Imbold è sempre lì, al centro. Bob Nastanovich si alterna tra moog e percussioni, ma il meglio – ovviamente – lo da quando impugna il microfono. I Pavement sanno che è un reunion tour, e la scaletta ovviamente la modellano su “Quarantine the past”: i pezzi forti ci sono tutti, da “Shady lane” a “Summer babe”, passando per “Here”, “Stop breathin’”, “Stereo”, “Perfume-V”, “We dance” e “Cut your hair”. Sono tanti, e occupano un’ora e mezza abbondante di concerto. Tutti quelli che affollano l’Estragon ne vorrebbero ancora. O vorrebbero la chicca – tipo, che so? la cover di “Killing moon”, o qualsiasi altro episodio sulla carta minore ma che minore non lo è per niente – o ancora uno dei tanti pezzi forti (da “Carrot rope” a “Grave architecture” e un mucchio d’altre, ma qui – è ovvio – ognuno ha le sue). Ma stanno tutti al gioco. Perché, quando un gruppo così si riunisce, la ragione che spinge la gente a mettersi in macchina, farsi qualche centinaio di chilometri per chiudersi un un capannone e spendere 30 euro e rotti per rimanere chiusa un un capannone (dall’acustica, è giusto specificarlo, decisamente sopra la media a tanti locali live italiani) è vedere la magia ricrearsi. E i Pavement, la magia, hanno saputo ricrearla alla perfezione. Solo dopo, sulla strada verso casa, ci si chiede – specie tra chi ha avuto l’opportunità di vederli prima che implodessero, nel ‘99 – cosa sarebbe successo se un band capace di non perdere una virgola in intensità dal vivo dopo due lustri di stop quella vacanza non l’avesse mai presa. Cosa sarebbe successo, se Malkmus quelle manette non le avesse mai appese. Ci si pensa solo un attimo, poi si torna a un paio d’ore prima, quando – a dieci anni di distanza – Stephen e Spiral Stairs sono ancora lì, uno spostato all’estrema sinistra e l’altro all’estrema destra del palco, che suonano – ognuno a suo modo – senza incrociare quasi mai lo sguardo, con quella sottile freddezza reciproca che esiste solo tra di loro, e che pur mitigata dal resto del gruppo c’è stata e c’è ancora. Se la vacanza da due lustri i Pavement non l’avessero mai presa probabilmente la musica e i gruppi che ascolteremmo oggi sarebbero diversi, avremmo almeno tre o quattro dischi sullo scaffale col loro nome scritto sopra e tutto il resto. Ma i Pavement che conosciamo noi, che ricordiamo con estremo affetto e sconfinata ammirazione e che ieri abbiamo rivisto – grandissimi oggi come dieci anni fa – a non prendersi quella famosa vacanza non ci sarebbero mai riusciti.