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Live Report: One Direction @ Forum, Assago (Mi) 20/05/13

Maggio 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è un uomo, nelle file in fondo del concerto più atteso dell’anno. E’ in piedi.

Il 95% degli uomini e donne sopra i 16 anni è lì per lavoro o per accompagnare qualcuno. Sono seduti e quasi tutti hanno la faccia rassegnata e/o chinata su uno smartphone. Sembrano esausti: hanno probabilmente sudato sette camice per trovare un biglietto per le loro figlie/sorelline/nipoti.
Quell’uomo no. Balla. Ha una maglietta bianca con una scritta a mano: “Daddy directioner”.
Ha la faccia felice, quell’uomo. Ha capito tutto: l’evento è una festa anche per lui, non solo per la figlia.
Gli One Direction arrivano a Milano, per la seconda data italiana, dopo l’Arena di Verona. Ed è una festa davvero. Lo è per le ragazze che assediano il Forum di Assago, dentro e fuori: senti arrivare urla dall’interno fin dal parcheggio, a sua volta assediato da altre ragazze che cantano e da altri genitori che aspettano.
E il concerto dei One Direction è un bel concerto – fatevene una ragione, voi che vorreste che il gruppo inglese facesse schifo. Invece.
Solo che quasi non lo senti, il concerto.
Anche se sei dentro. Perché ogni mossa, ogni entrata, ogni parola dei cinque ragazzi viene accompagnata da urla, a livelli assordanti. La scena non è molto diversa da altre già viste in altre ere, con altri gruppi. Ma sembra tutto più forte, questa volta – perché gli One Direction sono una macchina da guerra.
Il concerto, dicevamo: senza fronzoli, un palco con un megaschermo sullo sfondo, una struttura con la band diligentemente messa ai lati e una pedana elevata sui cui gli One Direction ogni tanto salgono per cantare. Il resto del palco è vuoto, loro non fanno mossette o balletti (non sono una boy band anni ’90), ma semplicemente cantano e si muovono, mentre il megaschermo rimanda citazioni che non c’entrano nulla con i teenager ma ammiccano ai genitori: dai collage simil-Rotella, ad un lyric video su “One thing” fatto con la grafica bauhaus (che certo fa più “cool” su una copertina dei Franz Ferdinand, ma qua funziona benissimo), ai fumetti, agli Space Invaders degli anni ’80.
Ma per il resto è tutto qui: cinque ragazzi che cantano musica pop, lo fanno bene e si vede che divertono – e sono allenati benissimo.
Perché ovviamente c’è del metodo, nella costruzione dello spettacolo, e il metodo è la semplicità: l’unico effetto speciale è un’uscita dalle botole, e la passerella che si solleva e viaggia sospesa sopra la platea del Forum fino a portare i cinque ad una pedana in mezzo: in quel momento in cui cantano un po’ di cover: “One way or another” dei Blondie, “Teenage kicks” degli Undertones (su cui il vostro severo recensore si è lasciato andare ad un balletto), persino una improvvisata (?) versione di “I’ll be there for you” dei Rembrandts, ovvero la sigla di Friends, richiesta via Twitter sui megaschermi.
Nella seconda parte dello show i ragazzi imbracciano pure le chitarre, accennano qualche suonata. Tengono bene il palco, e si vede che non avranno problemi a cantare negli stadi l’anno prossimo quando sarà il momento – si parla già di San Siro.
Alternano brani lenti come “Summer love” (su cui intravedo due genitori che ballano abbracciati come fosse un lento Motown degli anni ’60) ad un finale più rock ed elettrico con “Teenage dirtbag” dei Wheatus, “Rock me” che cita “We will rock you” dei Queen e il primo bis “Live while you’re young” che plagia “Should I stay or should I go”.
Fuori dal Forum, alla fine, la festa sembra un po’ meno tale: ancora tante ragazzine che hanno atteso e ora vedono le facce felici delle coetanee che escono. E soprattutto macchine in seconda, terza fila che bloccano le rotonde: genitori che attendono. Loro, sicuramente, non si sono divertiti. Ma le figlie sì, e pure qualche genitore che era dentro.
Sicuramente il Daddy Directioner si è divertito un sacco.
(Gianni Sibilla)

Live Report: Beyoncé @ Forum, Assago (Mi) 18/05/13

Maggio 20th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Si esce leggermente frastornati dal concerto di Beyoncé per il delirio di luci, bassi profondi, fuochi pirotecnici, visual sontuosi, spettacolari coreografie, grandi performance vocali ma anche tanto zucchero, inevitabile kitsch e pubblico in delirio.
Però usciamo anche con alcune certezze: Beyoncé con questo suo tour si vuole imporre come una regina del pop che vuol piacere a tutti. Il tema regale infatti è uno dei concept che ricorre più spesso nei video che inframezzano lo show, dove Beyonce indossa i panni di un’incipriata Maria Antonietta, un’oziosa Cleopatra e un’imperiosa Elisabetta I. Del resto se il marito Mr. Shawn “Jay Z” Carter, a cui è intestato il tour (scatenando in USA il solito vespaio femminista), intitola ironicamente il suo disco insieme a Kanye West “Watch the throne”, allora tutto torna.
Ma Mrs. Carter non è una regina altezzosa che guarda dall’alto i suoi sudditi o impone il suo stile: lo show si trasforma presto in una sorta di grande spettacolo ecumenico che soddisfa ogni gusto, sesso ed età. Si parte con la danza marziale di “Run the world” e “End of time” con un tripudio di luci strobo e fuochi artificiali, per poi passare alle ballad (“Flaws and all”, “1+1” forse la parte più debole dello show), passando dagli episodi più nigga (“Diva” e “Baby boy”) a quelli più scenografici dove i ledwall orizzontali si abbassano per permettere di giocare con le silhouette di Beyonce e del corpo di ballo, creando effetti di profondità e sdoppiamento piuttosto efficaci. Il tutto inframezzato dai video molto arty e decadenti che sembrano firmati da Floria Sigismondi, altri invece di stile pop-barocco, tutti orchestrati da una direzione artistica perfetta.
Lei si cambia d’abito, balla, sculonetta, sorride, canta con voce potente e sicura sempre con microfono in mano e ovunque si muova ha sempre il vento tra i capelli (questo è un mistero vero, come se sotto di lei ci fosse una macchina eolica che la segue).
Rispetto alle altre reginette del pop Lady Gaga e Rihanna o alla regina madre Madonna, lo show di Beyonce è certamente più vario ed energetico, edulcorato per il target famiglie ma musicalmente superiore. Basterebbe solo citare “Why don’t you love me” eseguita con piglio da moderno rhythm & blues da una band ben rodata e che mi ha ricordato il miglior Prince, come pure “Single Ladies” che, per chi scrive, rimane uno dei pezzi pop più innovativi degli ultimi vent’anni. Non mancano poi le hit come “Crazy in love” (spurgata dal rap di Jay-Z, ma accompagnata da un visual tra il bling-bling e lo stile art decò del Grande Gatsby di Luhrmann) e “Love on top” salutate con un boato, e pure un nuovo pezzo (“Grown Woman”) utilizzato per i nuovi spot Pepsi.
Come ogni regina che si rispetti sono tanti gli omaggi distribuiti durante il concerto ai passati regnanti della black music: dalla Donna Summer di “Love to love me baby” nell’originale “Naughty girl” a Michael Jackson (citazioni sparse di “Human nature” e “Off the Wall”), dal botta-e-risposta del Ray Charles di “What’d I said” fino al vero e proprio tributo a Whitney Houston prima del bis “Halo”. Come tutti gli spettacoli del genere ogni cosa è programmata al secondo, niente è lasciato al caso e la parola improvvisazione è praticamente bandita. La band – composta da 11 elementi, tutta al femminile – sta nelle retrovie, in un palco rialzato, disposto in linea orizzontale e spesso viene anche coperto dai videowall. I momenti forse più imbarazzanti sono quando Queen B. interagisce con il pubblico con un filo di voce, spesso roca, quasi a farla sembrare rotta dall’emozione e con le solite frasi molto ruffiane di circostanza, ma che scatena il delirio del pubblico adorante. Come quando la regina scende dal palco e si sposta nel cossiddetto “B Stage”, nel bel mezzo del forum dove esegue i brani più acustici come “Irreplaceable” e raccogli il calore del pubblico insieme ad asciugamani e bandiere italiane.
Per la cronaca il concerto è stato preceduto dal set minimale (solo basi e tastiera) di Luke James: morbido r&b ben eseguito con voce sicura e padronanza del palco. Se azzecca il singolo giusto sarà possibile vederlo nei piani alti delle charts (il nuovo disco “Made to love” uscirà il 16 luglio).

(Michele Boroni)

SETLIST
Who run the World
End of time
Flaws and all
If I were a boy
Get me bodied
Baby boy
Diva
Naughty girl
Party
Freak um
I care
I miss you
Schoolin life
Why don’t you love me
1+1
Irreplaceable
Resentement
Love on top
Survivor
Crazy in love
Single ladies
Grown woman
Halo

Live Report: Florence and the Machine @ Forum, Milano 20/11/12

Novembre 21st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Un sold out registrato in un palazzetto dello sport da più di 10.000 persone, una delle due voci femminili più celebrate e inconfondibili degli anni ‘10 (l’altra è quella di Adele) e l’unica data italiana di un tour appena approdato nel Vecchio Continente: sulla carta il live che i Florence and The Machine hanno tenuto ieri sera al Forum di Assago, alle porte di Milano, aveva tutti i requisiti necessari per rientrare tra i concerti migliori dell’anno. A conti fatti, le previsioni non si sono smentite.
La serata prende il via intorno alle 20.30  con il set degli Spector: “chi? Regina Spektor?”, qualcuno chiede evidentemente senza troppo badare ai cinque ragazzotti in giacca e cravatta che stanno presentando il loro indie rock pulito, divertente e a tratti accademico. La band ha due anni di attività è fresca e si dimostra piena di entusiasmo nel presentare al pubblico milanese il suo neonato lavoro in studio, “Enjoy it while it lasts”.
Gli spalti sono già gremiti e in trepida attesa, il parterre si è riempito poco più della metà, lasciando uno spazio abbastanza ampio da permettere alla folla (per lo più femminile) di sfilare come fosse in passerella: si sprecano cappelli di ogni genere e forma, vestiti lunghi e appariscenti, motivi leopardati che danno un tocco di colore ed eccentricità alla massa. Non mancano nemmeno delle sfavillanti parrucche rosso/arancioni in onore della fulva capigliatura che – non solo ma anche – contraddistingue Florence Welch.

Passerella a parte, tutte le attenzioni convogliano in un unico punto focale non appena si spengono le luci e tutta  “la Macchina” sale sul palco prima di introdurre Florence Leontine Mary Welch. Più che un ingresso, un’epifania. Non parla, Florence, ma si limita ad assorbire gli applausi e le urla del pubblico chiudendo gli occhi e alzando lentamente le braccia al cielo, un po’ come un santone acclamato dai suoi seguaci. La “cerimonia dal vivo”, così come quella registrata su disco (“Ceremonials” è il titolo del secondo album della band), inizia sulle note di “Only if for a night”, seguita dalle hit “What water gave me” e “Drumming”. Longilinea ma statuaria, coi capelli rubino raccolti in una treccia a cerchietto sopra il capo, la giovane cantante di Londra indossa un lungo vestito di seta, con motivi floreali viola e dalle rifiniture in velluto nero, abbottonato e serio. Poi si gira ed ecco una vertiginosa scollatura su tutta la schiena. E’ scalza; ed è esattamente così che deve essere, al pari dell’abito, anche lei mostra una doppia natura leggera e fresca come la seta e una più decisa e spessa come il velluto. Florence modula la voce da leggeri e dolci falsetti a potentissimi gorgheggi durante tutta la durata dello spettacolo, infaticabile e vigorosa: è la sua voce, ovviamente, a farla da padrone con risultati più o meno riusciti. “Cosmic love” e “Spectrum”, per esempio, acquistano decisamente un valore aggiunto ascoltate dal vivo, ma in alcuni casi il controllo vocale non  sembra essere ben calibrato, risultando leggermente scostato dall’andamento generale della band. L’impressione è che ci sia lei, e poi ci siano i “The Machine” e che sia il complesso a dover stare dietro ai preziosismi canori della Welch. In tour dall’età di 21 anni (ora ne ha 26), la cantante si muove sul palco trotterellando a piedi nudi, volteggiando un po’ goffamente e comunicando con il pubblico facendo roteare le sue mani nell’aria leggere come foglie, ma decise come quelle di un direttore d’orchestra.  L’atteggiamento etereo e “da estasi” che assume l’artista durante lo spettacolo, lascia comunque spazio alla genuinità della ragazza che non esita a troncare – divertita – una canzone sul nascere perchè non se ne ricorda le parole.

Florence si rivolge direttamente al pubblico solo a metà concerto, poco prima di intonare la bella “Rabbit heart (Raise it up)”: “Se avete qualcuno vicino che amate, o a cui volete bene, o che vi piace, tiratelo su (“raise him up”). Sulle vostre spalle”. Il tono è squillante ed euforico, ma fermo e forte come quello di un predicatore gospel.
Il concerto prosegue veloce tra le grandi hit “You’ve got the love”, “Lover to lover” e brani meno noti “Heartlines”, “Leave my body” e “Sweet nothing”.
Prima della pausa, arriva “Sweet nothing”, un pezzo potente che risente palesemente dell’intervento di Calvin Harris ed eseguito con portentosa efficacia nonostante sia “la sua prima volta” dal vivo.
Durante il break si fa un rapido conto, dall’elenco delle canzoni ne mancano solo due: le più belle, nonché le più famose. Accolte con un boato si susseguono rapide “Shake it out” e “Dogs days”, quelle che hanno reso grande il gruppo in tutto il mondo. Quelle che probabilmente hanno maggiormente contribuito a forgiare i circa 10.000 fan in più rispetto all’anno scorso. La serata si conclude con un apice: la star è Florence, non c’è alcun dubbio, ma non è affatto da sottovalutare il lavoro della macchina che lei si porta dietro e che, sopratutto, riesce a starle dietro.

(Valeria Mazzucca)
SETLIST:

“Only if for a night”

“What the water gave me”

“Drumming”

“Cosmic love”

“All this and heaven”

“Rabbit heart”

“You’ve got the love”
“Lover to lover”

“Heartlines”

“Leave my body”

“Sweet nothing”

“Spectrum”
“Shake it out”

“Dogs days”

Live Report: Tenacious D @ Forum, Assago (Mi) 16/10/2012

Ottobre 17th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

I Tenacious D. Kyle Gass e Jack Black. Un’amicizia che dura da più di vent’anni e che, tra un film e l’altro, ha generato ben tre album. Con l’ultimo “Rize of the Fenix” i due hanno messo in piedi un tour mondiale, uno di quelli da scafata rock band con stuoli di fan pronti a fare code interminabili fuori dai cancelli.

La tappa di Milano non ha fatto eccezione: coda all’ingresso, affluenza copiosa, palazzetto praticamente esaurito. Un entusiasmo da beata esclamazione: «Perché cazzo non siamo venuti prima in Italia?». Il tutto per una bella dose di sano comedy rock, uno show rocchettaro all’insegna dell’ironia, delle risate e del divertimento. Perché è di questo che si parla: divertimento. Le luci si spengono intorno alle nove. Il palco è disadorno. Parte Ennio Morricone, lentamente la musica cresce finché dal backstage escono due figure in accappatoio, incappucciate e ricoperte di lampadine colorate lampeggianti. Questa la presentazione del duo. Il roadie di turno s’inginocchia riverente prima di levare gli accappatoi a Black e Gass.

Si passa in fretta ai saluti di rito, accolti con un gran boato, e via con “Rize of the Fenix”: dal fondo del palco un’immensa fenice fallica si gonfia e spiega le ali, prendendosi prepotentemente la scena che nel frattempo si è arricchita di un bassista, un batterista e di un chitarrista elettrico. Questi sono i Tenacious D e da qui in poi sarà un’interminabile sequenza di gag sparate una dietro l’altra, intervallate solo da alcuni sacrosanti momenti presi per rifiatare. L’inizio è travolgente con “Low hangin’ fruit”, “Señorita”, “Deth starr”. Purtroppo il forum non brilla per acustica (a dirla tutta, il sonoro è stato davvero l’unico punto debole della serata), ma sembra che la cosa freghi davvero poco a tutti i presenti. Black, il vero mattatore dello show, chiacchiera, gioca, salta come un matto e si diletta in esilaranti siparietti con i roadie, presi a pesci in faccia come una vera rockstar capricciosa giusto prima del sacrosanto tributo “Roadie”.

Aizza la folla con la cadenzata “Throw down”, svela il segreto per essere “il meglio del meglio” con un’ottima “To be the best”. Ma è solo il riscaldamento. Un piccolo sax giocattolo viene portato sul palco, Black lo imbraccia e si esibisce in un divertente assolo prima di prendere la parola: “Molte delle canzoni che abbiamo suonato stasera arrivano dal nostro nuovo album ‘Rize of the Fenix’. Quella che suoneremo adesso però è una canzone dal nostro prossimo album, in uscita nel 2015. Il disco s’intitola ‘Jazz’ e contiene solamente una canzone… ‘Jazz’. Un unico pezzo jazz di due ore e quaranta minuti in cui noi facciamo… jazz. Stiamo prendendo una nuova direzione come band e se non vi piace potevate stare a casa”. E via, la band attacca una clamorosa quanto impeccabile jam session (manco a dirlo) jazz di cinque minuti, tanto per chiarire il tasso tecnico della serata. Un saggio di versatilità? Macché, una gran trovata. Si ride, si ride eccome. Arrivano poi “Saxaboom”, “Kielbasa” e un’attesissima “Kickapoo” che permette all’intero forum di lanciarsi nel coro più sfrenato. Perché la gente accorsa a Milano le canzoni dei Tenacious D le sa eccome, non è venuta solamente per curiosità o per fare presenza.

Sul palco ci sono praticamente i Blues Brothers del Rock, in maglietta e pantaloncini uno, con i jeans l’altro, entrambi con più di qualche chilo di troppo. Una felpa arriva al volo dalle prime file: “E’ una medium? Vi sembriamo due medium? Qui ci sono solo XL. Doppia XL. Anzi, tripla XL”. Lanciate preservativi? “Ripeto. Qui ci sono solo XL”. Per la terna “Kyle quit the band”, “Dude (I totally miss you)” e “Friendship”, Gass se la prende con Black per un non ben precisato litigio, e lascia la band. I Tenacious si separano in diretta: “Questo è l’ultimo live dei Tenacious D”, a confermarcelo è un barbuto Jack Black sciolto in lacrime per la perdita dell’amico. Bastano però un paio di dichiarazioni d’amore a regola d’arte ed ecco che il duo si ricompone ancora più forte. Tanto forte da lanciarsi prima in un folle tributo al metal, “The metal”, e poi in tre dei pezzi più amati dal pubblico, “Wonderboy”, “Beelzeboss (The final showdown)” (accompagnata dalla classica “sfida” con il demonio chitarrista John Konesky nella parte di Dave Grohl) e “Tribute”.

Pubblico conquistato, serata pienamente riuscita. C’è però ancora spazio per un vero tributo, il medley “Pinball wizard / There’s a doctor / Listening to you” che paga pegno alla band che probabilmente più di tutte ha influenzato il duo di Los Angeles (e una “discreta” fetta della musica in generale). Sono le battute finali di un main set che si conclude con una tiratissima “Double team”, pezzo che da la possibilità a Black di fare gli onori di casa e presentare l’ottima backing band giusto prima del tripudio di coriandoli sparati a mo’ di eiaculazione dalla testa della fenice, strategicamente puntata verso le prime file della platea. Il trionfo prima dell’encore; un encore completamente acustico riservato al solo duo Black / Gass. Poche parole, tanti ringraziamenti, e due pezzi in scaletta, “Baby” ma soprattutto l’esilarante “Fuck her gently”, dedicata sia agli uomini, ma soprattutto alle donne presenti. Il set si chiude dopo un’ora e trentacinque minuti nella soddisfazione generale.

I Tenacious D non sono una band convenzionale, e questo porta con sé pro e contro. Se da una parte, infatti, il repertorio non garantisce quella presa che trasforma un live nell’esperienza musicale forse per eccellenza (i pezzi si assomigliano un po’ tutti, e, a lungo andare, la formula tende a mostrare vagamente la corda), dall’altra sono pochissimi i gruppi in grado di mettere in piedi un rock show divertente e insolito come questo. I Tenacious hanno personalità, sono sguaiati, meravigliosamente volgari ma senza mai andare sopra le righe, intrattengono, divertono e lo fanno suonando un gran bene (“Questa sera abbiamo roccheggiato più dei Metallica. Più degli Slayer e dei fottutissimi Pantera nel 1989… Ricordatevelo!”). I Tenacious D sono unici. E, come tutte le cose uniche, conviene tenerseli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Rize of the Fenix”

“Low hangin’ fruit”

“Señorita”

“Deth starr”

“Roadie”

“Throw down”

“To be the best”

“Jazz”

“Saxaboom”

“Kielbasa”

“Kickapoo”

“Dude (I totally miss you)”

“Kyle quit the band”

“Friendship”

“The metal”

“Wonderboy”

“Beelzeboss (The final showdown)”

“Tribute”

“Pinball wizard / There’s a doctor / Listening to you” (The Who medley)”

“Double Team”

Encore

“Baby”

“Fuck her gently”

Live Report: Lady Gaga @ Forum, Assago (Milano), 02/10/12

Ottobre 2nd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

C’è una regola non scritta per i fan, ai concerti di Lady Gaga: non si può arrivare troppo in anticipo per fare la coda. C’è chi sarebbe già lì, con giorni e giorni prima del concerto pur di accaparrarsi un posto – fate una ricerca su google e troverete storie incredibili. Anche in Italia c’è chi ha provato ad accamparsi senza rispettare la regola, con conseguenti battibecchi e polemiche su Twitter con gli altri fan. Sta di fatto che il Forum, per l’unica data italiana del Born This Way Ball Tour, non è solo esaurito da tempo. E’ proprio assediato, dentro e fuori, da 11mila “little monsters”.
Altro che Lady Gaga, il più grande spettacolo (non dopo il Big Bang, non esageriamo) sono i fan. Non è facile vedere un pubblico così eterogeneo ad un concerto: bambini, uomini, donne di ogni età, in “costume” o semplicemente con un accessorio che ricorda Lady Gaga. Ciò che fa di Lady Gaga la star che è, ciò che la distingue da altre dive irraggiungibili  - come ha notato giustamente Andrea Laffranchi sul Corriere l’altro giorno recensendo il concerto di Anversa – è il suo rapporto viscerale con i fan. E poi, certo, ci sono i VIP che entrano in tribuna su un immaginario – ma mica tanto – tappeto rosso, accolti da ovazioni e urla: sono loro quelli irraggiungibili, non Gaga. C’è chi ha addirittura il trono – Donatella Versace seduta comodamente in una poltrona di pelle posizionata strategicamente di fianco al mixer.

Lo spettacolo dei fan sembra offuscare quello vero, che inizia alle 9, dopo un’attesa ingannata a base di musica classica diffusa.
La scaletta promette 24 canzoni – sembra, sulla carta, lunga quasi quanto un concerto di Springsteen. Una nota in calce alla copia consegnata alla stampa dice “as of 16th of August” – le sequenze di questi spettacoli sono ovviamente inamovibili. Così come alte, altissime sono le aspettative di chi vuole uno spettacolone.
Quando si abbassano le luci, viene fatto cadere un drappo che rivela un enorme castello: è lì che Lady Gaga arriva in scena a cavallo (finto, mosso da alcuni dei suoi numerosi ballerini), per poi uscire e rientrare in scena uscendo dalla pancia di una donna incinta gonfiabile – lei è “Born this way”. E lì, nel cortile del castello che sì muove come un fantasma sulla passerella semicircolare che circonda il pit o fa un giro con la moto della copertina di “Born this way”
L’ambizione dello spettacolo è di raccontare una storia – la lotta tra Lady Gaga la sua visione “libera” dell’essere (“I don’t give a fuck” è la frase centrale dello show) e Mother GOAT, un’inquietante faccia racchiusa in un prisma che aleggia sul castello. Ma nei concerti e nei dischi è difficile, si sa: le canzoni sono un’altra cosa da libri e film.
La narrazione dello spettacolo è allora affidata ai “manifesto” e alle lunghe sezioni parlate che Gaga inserisce tra una canzone e l’altra e a qualche evento non musicale spettacolare – come il rapimento piazzato ad arte prima di “Judas”. Ma a dominare la scena e a garantire l’equilibrio tra spettacolo, storia e musica è il castello: la sua presenza costante e inquietante garantisce un’unitarietà di fondo allo show, alle trovate di Lady Gaga, ai suoi balletti e ai suoi cambi d’abito.
(E’ una delle più vecchie regole del mondo, per creare una storia: l’unità di scena e di azione era stata abbondantemente spiegata da Aristotele. Sì, parlava della tragedia greca, ma la Poetica è il testo base di ogni narrazione moderna: non l’ha scoperta di certo Hollywood o un concerto).
Lady Gaga così riesce a trovare un buon equilibro tra lo spettacolone e la musica: la band è nascosta su diversi livelli nelle arcate laterali del castello, tanto da apparire invisibile – ma si sente anche grazie ai volumi molto alti; le canzoni non sembrano mai schiacciate dalla storia o dallo show, come spesso accade in questi casi. Lei canta, lascia sempre acceso il microfono anche per fare sentire il fiatone tra un brano e l’altro – vuole dimostrare che non è un playback?
L’unico difetto dello spettacolo è il grande spazio dedicato a monologhi di Gaga – soprattutto quello prima e durante “Hair”: ringrazia tutti, dai fan agli stilisti alla famiglia. Così facendo ammazza la sezione piano e voce, che invece aveva fatto letteralmente scintille fatto nel tour precedente. Se quella canzone e la successiva “Princess die” le avesse cantata per intero, senza interruzioni e senza nominare di continuo la famosa stilista sul suo trono di pelle – il segmento piano/voce sarebbe stato il momento più intenso del concerto.
Dopo questo lunga parte più parlata che cantata, la band esce sul palco dai suoi nascondigli e lo spettacolo si avvia nell’ultima fase conclusiva con “Yoü and I” – il momento più musicale dello show, sembra di assistere ad un concerto di AOR Rock con il pubblico che canta in coro sulle chitarre elettriche di “Electric chapel” o assiste al matrimonio accompagnato dalla chitarra spagnola che introduce “Americano”. Da qua il concerto è in discesa: arrivano le hit, dritte fino alla fine: “Poker face”, “Alejandro”, “Paparazzi”, fino ai bis con “The edge of glory” e “Marry the night”.
Dopo due ore abbondanti di show, monologhi e canzoni, Lady Gaga vince su Mother GOAT. Con i fan aveva già vinto sulla fiducia, abbondantemente ripagata dallo spettacolo.
(Gianni Sibilla)

SETLIST
Highway Unicorn (Road to Love)
Government Hooker
Born This Way
Black Jesus/ Amen Fashion
Bloody Mary
Bad Romance
Judas
Fashion of His Love
Just Dance
LoveGame
Telephone
Heavy Metal Lover
Bad Kids
Hair
Princess Die
Yoü and I
Electric Chapel
Americano
Poker Face
Alejandro
Paparazzi
Scheiße
Encore:
The Edge of Glory
Marry the Night

Live Report: Antonello Venditti @ Mediolanum Forum, Milano 27/03/12

Marzo 28th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Non è da tutti riempire un palasport capiente come il Mediolanum Forum di Assago, roba da almeno diecimila persone. Anche se ieri sera era allestito alla stregua di un grande teatro con il parterre dedicato ai posti a sedere. Antonello Venditti si presenta sul palco con il classico quarto d’ora accademico di ritardo, così da permettere anche agli impenitenti della puntualità di non perdersi una nota. Una scena a doppio livello con tanto di doppia batteria sul soppalco. Il mattatore in ottima forma con jeans e camicia nera. Immancabili i rayban nella versione “da sole” con lenti scure. Un bel colpo d’occhio per un concerto che si potrebbe definire da subito sportivo e rilassato.

C’era fermento, ma anche emozione nel rivedere dopo tre anni il cantautore romano venuto nella città meneghina per presentare i brani del suo ultimo album “Unica”, pubblicato lo scorso novembre. Se si potesse applicare una regola matematica a Venditti, si potrebbe dire che la bellezza dei suoi concerti è indirettamente proporzionale alla bellezza dei suoi dischi, non per niente quello di ieri è stato, specie nella prima parte, un concerto memorabile, ma lo stesso non si può dire delle canzoni del suo ultimo album. Canzoni come “Unica” e “Oltre il confine” dal vivo trovano la loro perfetta dimensione, mentre altre come “Forever” sollevano più di una perplessità. I brani del nuovo album vengono sovrastati – e non poteva essere altrimenti – dalla bellezza e dalla cantabilità – qualità non da sottovalutare, anzi – di canzoni storiche ed emozionanti come “Giulio Cesare” (Antonello aggiorna il testo sostituendo ai mondiali dell’ottantasei e Paolo Rossi i mondiali del duemilasei e l’amato Francesco Totti), “Piero e Cinzia” (mentre sullo sfondo il wallscreen mandava pillole di Bob Marley e di un concerto consegnato ai libri di storia) e “Sotto il segno dei pesci” (uno dei momenti migliori dell’intero concerto) che hanno aperto le danze del live e accompagnato lo spettatore, dal più anziano (erano in molti, in tribuna stampa, ad aver superato la soglia di quella che prima del governo Monti si definiva l’età della pensione) al più giovane (che spettacolo vederli cantare a squarciagola!), ad uno dei momenti cruciali del concerto, ovvero l’esecuzione di “Roma capoccia” e dell’intramontabile “Sara” (la cronista donna di Rockol ha pianto come sempre le accade al momento di “Se avessi tempo ti porterei ogni giorno a far l’amore”) sdrammatizzata da un errore di testo più che umano che lo ha reso – come ce ne fosse bisogno – uno di noi, uno del pubblico, uno che dal palco, con il cuore in mano, ammette di essere sereno: “Io vivo male i concerti, sono sempre teso, questa sera invece è come se fosse un incontro con dei vecchi amici, vi devo ringraziare perché sono tranquillissimo”. E si vede, canta, balla, ride, fa battute… e quando si mette al pianoforte, quello rosso (“Non so se sono io questo al piano o se è Guzzanti”, dice Venditti riferendosi all’indimenticabile imitazione del comico Corrado Guzzanti), il concerto raggiunge il picco più alto di tutta la serata: “Ci vorrebbe un amico” e “Notte prima degli esami” lasciano solchi nei ricordi del cuore e si confermano canzoni universali che parlano a tutti, ed è talmente bello vederlo al centro del palco con il suo pianoforte, che verrebbe da desiderare e auspicare in un vicino futuro un concerto solo così, piano e voce, a rifare tutti le canzoni di un passato lontano. Magari in un teatro.
Il live prosegue (“Dopo il pianoforte mi devo riprendere”, afferma Venditti, che sembra quasi spaesato) ma non è più la stessa cosa: i volumi sono altissimi, i suoni esagerati, le voci gracchiano e il sassofono anni Novanta è troppo e ovunque. A nostro parere questi particolari non hanno reso giustizia a bellissimi brani come “Dalla pelle al cuore”, “Amici mai”, “Ogni volta” (che dal vivo Venditti non suonava da tempo) e “Benvenuti in paradiso”. Il bis viene lasciato a “E allora canta” e “Ricordati di me”, che fa correre indietro anche i più impazienti che stavano già abbandonando il palazzetto. Noi, inchiodati ai nostri seggiolini, ce la siamo cantata prima di guadagnare l’uscita.

(Daniela Calvi – Paolo Panzeri)

SETLIST:

“Unica”
“Compleanno di Cristina”
“Giulio Cesare”
“Piero e Cinzia”
“Oltre il confine”
“Che fantastica storia la vita”
“Sotto il segno dei pesci”
“Non ci sono anime”
“Roma Capoccia”
“Sara”

Al pianoforte:
“Ci vorrebbe un amico”
“Le cose della vita”
“Notte prima degli esami”
“Dalla pelle al cuore”
“Indimenticabile”
“Forever”
“Amici mai”
“Ogni volta”
“Alta Marea”
“Come un vulcano”
“Benvenuti in paradiso”
“In questo mondo di ladri”

Bis:
“E allora canta”
“Ricordati di me”

Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un concerto con aspettative basse è un’arma a doppio taglio. Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non ti aspetti.

Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni ‘90. Ma anche nel loro periodo d’oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte le diverse incarnazioni – la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso – e non ho mai visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine anni ‘90, il tour di “Ava Adore”, quando suonarono su un barcone attacato al molo – ma lì fece molto la scenografia.

Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come “Zeitgeist” – discutibile – e il progetto “Teagarden by kaleidoscope” che ha prodotto qualche buona canzone, ma insomma. Vedremo con “Oceania”. Riassumendo: il rischio era di trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il solo Billy Corgan attorniato da figuranti.
Invece.
L’arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti dell’Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello all’entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti contudenti. Bah.
Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode nell’inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano duro con una nuova canzone, “Quasar”. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma anche gli altri se la cavano bene.
Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal vecchio repertorio. Per dire: da “Siamese dreams” arrivano “Soma” e “Geek USA”. Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con “Muzzle”, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite benissimo.
Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo, gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni, ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione: pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente autocelebrativo – e questo fa loro grandissimo onore.
Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di queste lunghe jam: “Cherub rock”, seguita da “Tonight, tonight”. Poi “Zero” e “Bullet with butterfly wings” nei bis, tutte accolte da boati.
Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in un modo un po’ diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere – lo ripetiamo – è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni ‘90 che ad un palazzetto del 2011.
(Gianni Sibilla)
SETLIST:
Quasar
Panopticon
Starla
Geek U.S.A.
Muzzle
Lightning Strikes
Soma
Siva
Oceania
Frail and Bedazzled
Silverfuck
Pinwheels
Pale Horse
Thru the Eyes of Ruby
Cherub Rock
Tonight, Tonight
Encore:
For Martha
Zero
Bullet With Butterfly Wings

Live Report: Modà @ Forum, Assago (Mi) 03/10/11

Ottobre 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c’entra la tensione, forse starà leggendo queste parole e dirà “Ma chi, io?”, forse è solo così, serio di suo, concentrato, tutto qui.
Di fatto c’è che lunedì sera a Milano i Modà hanno cantato e suonato davanti a undici mila e passa persone completamente in delirio per loro. Davanti, come di regola, le ragazzine con mille cose da lanciare sul palco ai loro beniamini; dietro, coppie giovani e meno giovani, famiglie con papà che tenevano sulle spalle le figlie di sette anni, signore non proprio di primo pelo, e una miriade di ragazzi sui trenta-trentacinque anni. Qualcuno dice che il pubblico dei Modà non è abituato ad andare ai concerti, come se per andare a sentire musica dal vivo aspettasse solo una data del gruppo milanese. Sta di fatto che tra i fan ce ne è di ogni tipo, e alcune persone che ho attraversato con lo sguardo lunedì sera potevano essere al concerto dei Modà come a un concerto dei Subsonica o dei Muse. Giuro.
Tant’è. Il concerto comincia, la band sa come ammaliare i fan e sui cinque mega schermi montati sullo sfondo appare un video con Kekko e compagnia bella che camminano, uno accanto all’altro. Una presentazione con colpi di pistola, fotografia e musiche westerniane e atmosfere in stlile “Il buono, il brutto, il cattivo”. Quando tocca alla faccia di Kekko prendere il primo piano degli schermi, con il sottotitolo di “The voice”, il Forum esplode letteralmente e la band sale sul palco. Il concerto parte con “Vittima” tratto dall’ultimo album di inediti “Viva i Romantici”, seguita da “Meschina”, presa da “Sala d’attesa” del 2008: la voce di Kekko c’è eccome, ma i suoni inizialmente sono un po’ troppo alti per permettere un’esecuzione pulita dei brani. Il cantante si gode fin da subito i suoi fan, correndo in avanti a braccia aperte come per prendersi tutti quegli undici mila presenti. “Ti amo veramente” spiazza tutti e dimostra la sua potenza da brano pop melodico, mentre su “Come un pittore” il pubblico non si perde una parola e quasi canta sopra la voce del cantante. Si ha come l’impressione che la gente non sia lì tanto per le le canzoni che cantano e che i Modà hanno scritto, quanto perché quelle canzoni e quelle parole vengono pronunciate da Kekko.
“Ciao Milanooooooo”, urla il leader della band, “Non sapete da quanto tempo volevo dirlo”, dice, quasi commosso, intervallando ogni singola parola da un respiro profondo.
Come un treno arrivano le canzoni successive, “Urlo e non mi senti” portata al successo da Alessandra Amoroso (“L’ho scritta per un’altra cantante, ma ci piace così tanto che vogliamo cantarla anche noi”), “Malinconico a metà” e “Nuvole di rock”, uno dei primi successi della band: “Volevo dirvi di continuare a credere nei vostri sogni, qualunque essi siano”, dice Kekko inginocchiandosi in solitaria tra una decina di peluche.
Il live è ancora lungo, e tra brani che fanno saltare tutti come “La notte”, e altri che fanno cantare come “Tutto e niente”, c’è spazio anche per un momento di raccoglimento durante il quale Kekko dedica il brano inedito “Anche stasera” ad un amico scomparso di recente (con tanto di fotografie giganti del ragazzo apparse sui cinque schermi dietro la band: che nessuno me ne voglia, non è mia intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma ho trovato personalmente eccessivo la proiezione delle fotografie dell’amico morto, fotografie che, ovviamente, hanno fatto commuovere tutto il pubblico).
Il madley rock incendia la folla, specie su brani più datati come “Uomo diverso”, mentre “Salvami”, nuovo singolo estratto da “Viva i Romantici”, fa cantare tutto il pubblico insieme ad “Arriverà”, canzone arrivata seconda al Festival di Sanremo dove i Modà si sono presentati accompagnati da Emma Marrone (accoppiata perfetta come il brano, potente e melodico al punto giusto). Su “Tappeto di fragole” Kekko prende per mano una bellissima ragazza dal pubblico e la fa sdraiare accanto a lui, la testa appoggiata ad un cuscino, con il cameraman che li riprende dall’altro e proietta le immagini sui maxi schermi: la ragazza, visibilmente incredula, inebetita ed emozionata, fa mangiare unghie, mani e gomiti a la maggior parte delle teen ager (ma non solo, credetemi) presenti in sala.
C’è ancora il tempo per qualche canzone tratta da “Viva i Romantici” e dall’album “Quello che non ti ho detto” del 2006 (suggestiva “Mia”, fatta prima di abbandonare il palco: la prima volta che la sentii risale a dieci anni fa, in macchia, per via di un conoscente che aveva la musicassetta di questo suo amico, tale Kekko…) e un ultimo madley, questa volta acustico.
La band torna sul palco del Forum per due ultime canzoni: “La notte” (già eseguita a metà concerto) e il brano che dà il titolo al loro ultimo disco, “Viva i Romantici”. I Modà salutano il loro il pubblico e tornano dietro le quinte.
Si possono dire soddisfatti i cinque ragazzi che lunedì hanno affrontato il palazzetto di Assago: l’esecuzione dei brani, tra assoli di chitarra riservati prima a Diego Arrigoni poi ad Enrico Zapparoli, è ben riuscita e la voce di Kekko, che a tratti, rosso in volto, sembrava al punto di scoppiare, a retto bene note alte e cambi di tonalità.
Non so ancora, sinceramente, cosa pensare dei Modà: Kekko sembra dare l’impressione di crederci veramente tanto, e dopo anni di gavetta, cinque album pubblicati e repentini cambi di casa discografica (New Music, Carosello…) sembra aver trovato quasi la serenità artistica per poter fare bene e sembra totalmente intenzionato a non fare passi falsi. Staremo a vedere come reggerà la giostra della musica, che prima sale, poi scende, poi risale e così via…

(Daniela Calvi)

Live Report: Avril Lavigne @ Forum, Assago 11/09/11

Settembre 12th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il Forum di Assago non è mai stato variopinto come stasera. Un arcobaleno di tonalità fluo, tutte dedicate a lei: Avril Lavigne. E’ bastato un tocco di pianoforte, un ticchettìo appena accennato che la folla, composta per lo più da ragazzine e da qualche volto noto (come il batterista dei Finley che si aggira discreto tra il pubblico) sia impazzita completamente. Un rombo assordante di urla, grida e di piedi picchiati a terra. Poi esce lei, la regina della serata e tutto si colora si verde: le ragazzine quasi si pentono di aver dato fiato alle trombe troppo presto. Ma la voce delle colorate e neo-punk teenager ritorna in un sol momento quando la bella canadese saluta Milano e attacca, con una stellina in mano, il primo singolo, estratto dal nuovo album “Goodbye lullaby”, intitolato “Black star”.  Sembra in ottima forma Avril: abbigliamento poco ricercato, passeggiate qua e là sul palco, saltelli, saluti al pubblico e un’intonazione niente male. La band alle sue spalle esegue perfettamente tutti i brani, come un compito in classe. “Italyyyyyyy?” Chiama Avril, e il Forum risponde. Si sentono più le urla che la chitarra di “Sk8ater boy” e forse e’ meglio così: i volumi troppo alti e i troppi effetti non rendono giustizia all’intro del brano, mentre sul ritornello la canzone riprende melodia e tiro. Avril non è di molte parole: a parte qualche “grazie” e alcuni “vi amo”, si relaziona poco col pubblico, se non abbassandosi a cantare, ogni tanto, rivolta ai fan nelle prime file ed incitando, talvolta, i ragazzi degli spalti. La punkette bionda imbraccia la chitarra quando e’ il momento di “He wasn’t”, cantata davvero bene, ma velocissima ed il ‘nanananan’ raccoglie tutti i fan in un solo e grande coro. Seduta sul pianoforte, dopo aver cantato “Alice”, omaggio ad “Alice in wonderland”, Avril intona la cover di “Fix you” dei Coldplay, non adatta al pubblico della serata, inizialmente ammutolito (ce li immaginiamo, i meno navigati, che si chiedono come abbiano fatto a perdersi un inedito della Lavigne di tale intensità musicale). Notevole l’esecuzione di una delle sue hit più famose, “When you’re gone”, sulla stessa scia di “Fix you”: sul finale, visto il testo e le sonorità malinconiche del brano, sarebbe stato piacevole se Avril, anziché ridere nervosamente e urlare “Milano”, si fosse preparata in maniera più raccolta per il brano successivo. Ma questa sembra essere a tutti gli effetti una festa, e forse, va benissimo così. “Wish you were here”, Il nuovo singolo, lo conoscono proprio tutti, ma è “Nobody’s home”, cantata in acustico, a colpire dritto al cuore i ragazzi del pubblico. Si arriva presto all’ultima parte del concerto, introdotta da una jam session dei musicisti che accompagnano Avril in tour: sono davvero bravi ma fin troppo professionali. Con “Girlfriend”, un medley di “Airlpanes” di B.O.B ed Hayley Williams, mischiata ad “Happy ending”, ed “I’m with you”, durante la quale la cantante indica affettuosamente il pubblico, si volge al termine. Il bis viene concluso con la super hit “Complicated”, pezzo che ha donato “fortune & fame” alla bella interprete. I fan presenti lasciano il palazzetto soddisfatti, di certo hanno passato una bella serata, da ricordare durante il lungo inverno tra lezioni, compiti ed interrogazioni. Per molti di loro, infatti, domani sarà il primo giorno di scuola.
(Daniela Calvi & Rossella Romano)
Setlist:
Black star
WTH
Smile
He wasn’t
I always get what i want
Alice
Fix you
When you’re gone
Wish you were here
Nobody’s home
(Unwanted musical piece)
Girlfriend
Airplanes/My happy ending
Don’t tell me
I’m with you
I love you
Hot
Complicated

Live Report: Max Pezzali @ Forum, Assago 05/05/11

Maggio 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“A un certo punto evidentemente ci siamo distratti”. Lo pensavo verso la fine del concerto di Max Pezzali di ieri, giovedì 5 maggio, al Forum di Assago. “Ci siamo” è riferito a noialtri che dovremmo, per ragioni di lavoro, avere il polso dei gusti e del gradimento del pubblico della musica. Perché, diciamocelo: a Max Pezzali non è che abbiamo riservato troppe attenzioni, negli ultimi, mmmh, quindici anni. Distratti da personaggi più trendy, più canzonedautorali, più rockalternativi, non ci siamo accorti, e colpevolmente, che Max stava continuando a costruirsi un seguito di pubblico magari meno cool, meno fighetto, ma certamente più ampio, fedele e appassionato di quello che possano vantare altri artisti ben più incensati di lui.
Quel pubblico che ieri sera ha riempito il Forum e che, in particolare in due occasioni, ha incontrovertibilmente dimostrato che Pezzali ha ragione, e abbiamo torto noi.
Ma cominciamo, come si fa, dal principio. Forum bello pieno, e di gente “normale”: nessun presenzialista obbligato, nemmeno nella tribuna stampa/VIP, nessun abbigliamento sopra le righe, nessun comportamento sguaiato. Solo gente contenta di esserci, e desiderosa che lo spettacolo abbia inizio. E lo spettacolo si apre con un gesto di coraggio: le prime cinque canzoni sono tutte tratte da “Terraferma”, l’album uscito subito dopo la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo con “Il mio secondo tempo”. L’accoglienza è affettuosa, la canzone sanremese scalda la platea, “Credi” ha un bel tiro e riesce a trovare un suono accettabile, dopo l’inizio di serata penalizzato dalla fetida acustica del Forum – evidentemente non tutti possono permettersi di fare come Roger Waters (http://www.rockol.it/news-229426/Concerti,-Roger-Waters–il-primo-show-di-Milano-) – ma il buon risultato va perduto quasi subito: già di “Tu come il sole” ridiventa difficile distinguere le parole.
La band, divisa in due sul palco, lo è anche nell’attitudine: elettronica, ritmica e ordinata la sezione a destra di Max (guidata dal synth di Megahertz), più rock quella di sinistra; e non sempre le due inclinazioni sono armonizzate. Come non sempre, anzi quasi mai, i brani seguono fluidamente uno nell’altro: anzi, certe pause appaiono decisamente troppo lunghe e smorzano l’efficacia delle sequenze.
I primi cori del pubblico arrivano per “Il mondo insieme a te” (2004) e per “Sei fantastica” (2007); “Lo strano percorso” (2004), benché non se ne capisca una parola, scatena i primi entusiasmi veri, con il pubblico in platea che salta a tempo (c’era qualcosa nell’arrangiamento live che mi ronzava nella memoria, e l’ho afferrato adesso: una citazione di “What is life” di George Harrison – 1970, “All things must pass”); ma già l’attacco di “Rotta per casa di Dio” manda il pubblico in tripudio, e chiude in gloria la prima parte della serata.
Che riprende con quella che mi sembrava una forzatura: Max annuncia che i due chitarristi accompagneranno, per le canzoni seguenti, la voce del pubblico e non la sua. Con la scaletta sott’occhio, l’iniziativa mi pareva rischiosa, dato che non ci leggevo titoli strafamosi. E invece, cari miei, migliaia di persone cantano parola per parola i testi di “Io ci sarò” (1997), “Se tornerai” (1997), “Come deve andare” (2001), “Me la caverò” (2005): canzoni melodiche nemmeno facilissime, e che certamente non sono state hit in classifica. Da qui, appunto, la riflessione che vi ho riferito all’inizio: evidentemente Max gode di un seguito non solo ampio, ma anche appassionato e attento, perché scene così, prima d’ora – nel pop italiano, intendo – le ricordavo solo ai concerti dei Pooh dei vecchi tempi e di Renato Zero.
La band (e il Pezzali cantante) rientrano con “Quello che capita”, che introduce l’imprescindibile “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, ormai più un inno che una canzone, e come tutti gli inni un po’ invecchiata. Segue “La dura legge del gol”, vivacizzata da un’astuta proiezione di filmati che rievocano non solo i Mondiali di calcio perduti ai rigori dall’Italia (1994), ma anche quelli vinto ai rigori dall’Italia nel 2006 (e al penalty insaccato da Grosso il Forum esplode in un urlo, seguito persino dal po po-po po-po-po-po dei White Stripes).
Ecco, appunto: i filmati. Per la maggior parte della serata, sullo schermo alle spalle di Max sono comparsi spezzoni di videoclip, inquadrature del pubblico (espediente sempre valido) e giochi grafici che, francamente, parevano salvaschermo standard per Windows. Sembrerò incontentabile, visto che riferendo del concerto di Jovanotti a Rimini (http://www.rockol.it/news-235488/Concerti,-il-debutto-di-Jovanotti-a-Rimini-%282%29) avevo criticato l’eccesso di arredo/corredo visuale, e qui lamento l’eccesso opposto. Ma, insomma, le situazioni sono ben diverse: non solo perché Jovanotti è una pallina elastica che rimbalza dovunque, mentre Max sul palco è tutto meno che esagitato – anzi, e lo dico con affetto: complice anche l’abbigliamento, a tratti sembra un pescatore d’acqua dolce che non si muove troppo nel timore di disturbare i pesci e di non farli abboccare – ma anche perché scenicamente il concerto di Pezzali è decisamente scarno, e un po’ di smoke and mirrors non guasterebbe.
Per “Come mai”, altro grande momento corale, scattano gli accendini, mentre per il trittico successivo l’intero Forum, comprese le tribune e anche, timidamente, qualche ospite della tribunetta VIP, è in piedi a saltare con le braccia tese verso l’alto: “Tieni il tempo” si fonde con “Nord Sud Ovest Est” (che gran pezzo, a risentirlo oggi!) e “La regola dell’amico” chiude le danze prima che Max annunci un altro momento di canto del pubblico. Ecco, magari due volte in una stessa serata sono un po’ troppe; è vero che la prima era con accompagnamento di due chitarre e questa con accompagnamento del solo pianoforte, ma insomma… Tuttavia, Pezzali vince la scommessa: anzi, per ampi squarci del medley – “Nient’altro che noi”, 1999; “Ti sento vivere”, 1995; “Eccoti”, 2005; e “Una canzone d’amore”, 1995 – il pubblico canta addirittura a cappella, senza accompagnamento. Una dimostrazione di potenza, davvero.
“Nessun rimpianto”, altra canzone di grande qualità, vede il rientro della voce di Max e della band; la riproposta di “Con un deca” (a quasi vent’anni dall’uscita) è rinvigorita dai suoni di Megahertz; e “Gli anni” (un pezzo enorme, certo una delle migliori canzoni italiane moderne) chiude solennemente la serata su un tono nostalgico ma non malinconico.
Per una volta, i bis (benché previsti) sono richiesti e non appiccicati al finale “ufficiale”: “La regina del Celebrità” e “Quello che comunemente noi chiamiamo amore” somministrano una piccola doccia scozzese d’atmosfere sonore prima dell’inevitabile, ma assolutamente simbolica, conclusione sulle note di “Sei un mito”, che manda a casa il pubblico sazio e soddisfatto.
Si replica venerdì 6 maggio a Brescia, sabato 7 maggio a Firenze (altre date nella sezione Concerti di Rockol).
(fz)

La scaletta:
“Terraferma”
“Il mio secondo tempo”
“Credi”
“Ogni estate c’è”
“Tu come il sole (risorgi ogni giorno)”
“Il mondo insieme a te”
“Sei fantastica”
“Lo strano percorso”
“Rotta per casa di Dio”
“Io ci sarò”
“Se tornerai”
“Come deve andare”
“Me la caverò”
“Quello che capita”
“Hanno ucciso l’Uomo Ragno”
“La dura legge del gol”
“Come mai”
“Tieni il tempo”
“Nord Sud Ovest Est”
“La regola dell’amico”
“Nient’altro che noi”
“Ti sento vivere”
“Eccoti”
“Una canzone d’amore”
“Nessun rimpianto”
“Con un deca”
“Gli anni”
“La regina del Celebrità”
“Quello che comunemente noi chiamiamo amore”
“Sei un mito”

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol